Europa e oltre

IDEA: TRASFORMARE IL FRANCO AFRICANO IN EURO [già avuta da Giorgio Pagano in Translimen del 26 gennaio a Radio Radicale]

«l'eurizzazione» della valuta post-coloniale gioverebbe a entrambi i continenti

FALCHI & COLOMBE IDEA: TRASFORMARE IL FRANCO AFRICANO IN EURO  [già avuta da Giorgio Pagano in Translimen a Radio Radicale il 26 gennaio] «l’eurizzazione» della valuta post-coloniale gioverebbe a entrambi i continenti

Il franco africano e l’euro sono dei gemelli diversi che finora hanno svolto bene la loro funzione primaria di assicurare la stabilità, tenendo lontano i governi nazionali dalla politica monetaria. Non solo: se il loro legame divenisse diretto – con la garanzia della Bce – ci potrebbero essere vantaggi sia per i Paesi africani che per l’internazionalizzazione dell’euro, e anche per la Francia. In questi giorni è balzato agli onori della cronaca il tema del cosiddetto franco africano (Cfa) – una denominazione migliore rispetto a quella di franco coloniale. Peccato che all’intensità del dibattito non sia corrisposta una altrettanto robusta conoscenza del tema. Allora da questa bisogna partire. Premessa generale: condizione necessaria – ancorché non sufficiente – per avere una moneta che sia funzionale alla crescita economica è che la politica monetaria non sia sotto il controllo del governo in carica. La moneta è uno strumento di politica economica straordinariamente efficace nel nascondere – o almeno posticipare la vera analisi dei costi e dei benefici di qualunque intervento pubblico. Essendo un debito che si può produrre nell’immediato a costo zero, con costi che invece emergeranno più avanti e colpiranno in maniera diseguale i cittadini, la moneta è uno strumento perfetto per chi può avere un obiettivo di breve periodo, sia esso elettorale o ideologico. La politica monetaria diventa un’arma a doppio taglio: conveniente nel breve periodo per il governo che la maneggia, ma rischiosa in generale, o più tardi, per il Paese che quel politico dovrebbe rappresentare. Il leader che non la può maneggiare deve affrontare i vari shock macroeconomici con gli altri strumenti di politica economica: se non lo fa – perché non è capace, o perché ha una qualche convenienza – la colpa è del politico, non della moneta. Da questo punto di vista, sia il franco africano che l’euro sono gemelli. L’euro ha sottratto in 19 Paesi europei la tutela della stabilità monetaria all’incertezza e all’instabilità di una gestione a opera dei governi nazionali, assegnando il relativo mandato a una banca centrale indipendente (la Bce); inoltre regole di disciplina fiscale rafforzano la credibilità del metro monetario. In parallelo, l’esperienza del Cfa è quella di 15 Paesi africani che – con almeno tre modalità istituzionali differenti – condividono un regime monetario con tre principali proprietà comuni: hanno legato il cambio della propria valuta all’euro; la credibilità di tale legame è garantita dal ministero del Tesoro francese; le politiche fiscali possono dover rispettare criteri compatibili con il mantenimento della credibilità del cambio. Ugualmente speculari sono i vantaggi: la stabilità monetaria ha difeso gli strati più deboli della popolazione dai rischi di bolle inflazionistiche o finanziarie, ha aumentato gli scambi commerciali, quindi la crescita economica. Anche speculari sono stati i costi percepiti: le classi politiche inefficienti o opportunistiche – al governo come all’opposizione – che non riescono a disegnare le politiche economiche idonee per fronteggiare il ciclo economico, finiscono per lamentare la cosiddetta perdita di sovranità monetaria. Infine i due regimi monetari sono intrecciati. Il Cfa è un esempio di “eurizzazione” ibrida: la valuta è credibile perché è agganciata a una moneta stabile. Ma perché non fare un passo in più? Oggi il garante è il ministero dell’Economia francese. Dal punto di vista della Francia, in termini economici, esiste un costo atteso, corrispondente al rischio di dover garantire tutte le passività monetarie potenzialmente convertibili. Il beneficio atteso dovrebbe essere quello di incrementare gli scambi con la Francia. Le stime finora disponibili ci dicono che sia costi che benefici attesi non sono rilevanti, rispetto alle dimensioni dell’economia francese. Rimane l’analisi della rilevanza dal punto di vista politico. Se un indicatore può essere la frequenza dell’argomento Cfa nelle discussioni al Parlamento francese, il tema non appare sensibile. Dunque: perché non pensare a una completa “eurizzazione” del Cfa? Il garante della convertibilità dovrebbe divenire la Bce. Il rischio atteso – rispetto al bilancio della Bce – andrebbe comparato con il beneficio atteso soprattutto in termini reputazionali – per l’internazionalizzazione dell’euro. L’europeismo della Francia ne uscirebbe rafforzato. Per i Paesi africani, l’àncora monetaria non cambierebbe, ma diventerebbe staccata dal passato coloniale. Insomma un gioco a somma positiva. I più belli.

Donato Masciandaro | Il Sole 24 ore | 09.02.2019 | pp 1 e 13

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