I CELODURISTI CASTRANO MILANO: DA MASCHILE A FEMMINILE NEL DIALETTO POSTICCIO DA FILM ANNI 80 DELLA PROPAGANDA ELETTORALE

Corriere della Sera, pag. 1:

di GIAN ANTONIO STELLA

Avendo giurato di cambiare «Milàn», Letizia Moratti gli ha intanto cambiato sesso. Avete presente lo slogan scelto per fare l`occhiolino ai leghisti? «Per ona Milàn semper pussee bèlla de viv».
Per una Milano sempre più bella da vivere.
Testo correttissimo, in italiano. Ma in dialetto no: in dialetto Milàn è maschile.
Indiscutibilmente maschile. Uno strafalcione da matita blu. Dovuto, ahi ahi, alla consulenza proprio della Lega. Era orgogliosissima, sabato, La Padania. Il titolo delle due paginate dedicate alle prossime elezioni amministrative e alla squadra dei 48 padani candidati era proprio quello slogan: «Per ona Milàn semper pussee bèlla de viv».

L`articolo spiegava che i candidati del Carroccio sono «gente talmente legata al territorio da urlare a gran voce il programma elettorale in dialetto milanese» e che dunque gli obiettivi dei prossimi anni erano stati tradotti in meneghino.
Entusiasta la Moratti:
«Siamo a Milano, è giusto mantenere queste tradizioni, una volta il dialetto lo parlavano tutti». Anche perché, rincarava il capogruppo a palazzo Marino del Carroccio Matteo Salvini, «c`è qualcun altro che stampa volantini elettorali in arabo o cinese: noi abbiamo pensato che, siccome non si vota per Islamabad o Pechino ma per Milano, fosse il caso di ritornare un po` alla realtà e parlare una lingua che ci accomuna nell`identità e nella tradizione».

Via dunque al programma in «milanés». Tradotto dall`originale italiano, spiega il Giornale, «da Pietro Dragan e Adriana Scagliola, esperti di milanese oltre che candidati del Carroccio nei consigli di zona». Come l`ha visto, il professor Vermondo Brugnatelli, docente alla Bicocca, massimo esperto italiano di letteratura berbera, milanese, linguista, autore di una novantina di pubblicazioni scientifiche nonché poeta dialettale («Voeuri propi cuntav `se m`è success / l`altra nott che mi seri adree a tornà / perduu in mezz a on nebbion negher e spess / cont on fregg che faseva barbellà…») ha fatto un salto sulla sedia: «Ma Milàn non
è femminile!!!». Lo scriveva ad esempio, polemizzando proprio con chi aveva svirilizzato la sua amatissima «heimat» maschia, anche un monumento lombardo come Gianni Brera. Che ne «L`Arcimatto 196o-1966», a pagina 272 strapazzava i critici: «Milan Milanon / chi te lassa l`è un cojon. Milano inabitabile, Milano cafona, Milano ricca (e nunc pover). Oh, basta! Intanto Milano è maschile. Come Parigi. El mè Milan. E lo trovo anche bello, brutti fregnoni».

Ma il grande giornalista pavese fattosi milanese per amore è solo uno dei tanti. Prendiamo come punto di partenza Carlo Porta, il più grande dei poeti in milanese, morto nel 1821 dopo aver composto strofe che non lasciano il minimo dubbio. «Se no t`avesset faa el me car Milan / che mett al mond di basger come mi…»: «il mio caro» Milano, non la mia cara. Un`altra? «E lor che in sto Milan gh`hin vegnuu gris / Gh`han coragg de stampann chì in sul muson…» : «questo» Milàn, non questa. Un`altra ancora? «Pover Milan, se la va innanz inscì, / Prest prest te restet / senza nobiltaa»: «povero» Milano, non povera. Andiamo avanti? «Prometti e giuri col vangeli in man / de amà prima de tutt chi m`ha creaa / e subet dopo stò me car Milan»: prometto e giuro col Vangelo in mano, prima di tutto di amare chi mi ha creato e subito dopo «questo mio caro» Milano.

Qualche anno dopo la morte del massimo poeta ambrosiano, nel 1841, il «Vocabolario milanese-italiano» di Francesco Cherubini non riporta il genere dei sostantivi, ma due degli esempi che elenca chiariscono
perfettamente il genere del capoluogo lombardo: «De Milan ghe n`è domà vun» (di Milano ce n`è uno solo) e «Pover Milan!»: povero Milano!
Mezzo secolo più tardi Carlo Righetti, che col «nom de plume» di Cletto Arrighi fu tra i massimi esponenti della Scapigliatura, nel suo dizionario milanese-italiano edito nel 1896 cita esempi uguali a quelli del Cherubini. In aggiunta, scrive che «Milan incoeu el fà quatercentquindes milla anim»: Milano oggi fa 415 mila anime.
Dove Milano («el fà» e non <da fà») è di nuovo mas-chi-le.

Poi, certo, le lingue vive cambiano e l`ortografia delle parole è spesso controversa.
Ma il «sesso» di Milàn no, non cambia. E due note grammatiche di Franco Nicoli («Grammatica Milanese», 1983) e di Claudio Beretta («Contributo per una grammatica del milanese contemporaneo», 1984) confermano: «Milàn» è maschile. Esattamente come recitava oltre un secolo fa una delle più celebri commedie, quella di Carlo Bertolazzi uscita nel 1898: «El nost Milan». Il «nostro» Milano.
Proprio come nella più celebre delle canzoni popolari, «O mia bela Madunina». Dove, verso la fine, la strofa dice: «Tutt el mond a l`è paes e semm d`accord / ma Milan, l`è on gran Milan!». Milano è «un» grande Milano.

La cosa buffa, che aggiunge un tocco surreale allo strafalcione, è che due anni fa Letizia Moratti, senza la consulenza dei filologi padani, l`aveva indovinata giusta. Il titolo di un opuscoletto pubblicato dal Comune alla fine di ottobre del 2oo9 per illustrare i risultati della giunta e inviato a decine di migliaia di famiglie milanesi era infatti in tre lingue.
Milanese, italiano, inglese: «El post Milan / La nostra Milano / Our Milan». Correttissimo.

E chi poteva immaginare che proprio loro, i teorici del «celodurismo», svirilizzassero oggi il loro maschio capoluogo? Di scivoloni simili, d`altronde, in questi anni, ne abbiamo visti diversi. Tanto che il grande
Luigi Meneghello, che conosceva il veneto e in particolare il dialetto vicentino come nessun altro (ricordate i suoi meravigliosi scioglilingua? «Aio / pèio sòio / òio / taio bóio / méio / saio sbròio / viaio / luio grifo / giio biio») diceva di disapprovare «l`uso rozzamente polemico e strumentale che viene fatto dei dialetti». Proprio perché, spiegava,per difendere i dialetti occorre conoscerli, studiarli, rispettarli senza «spotaci». Cioè senza macchie. Una posizione elitaria? «Ah, certo. Inevitabile.
Più si è fedeli alla verità del parlato popolare più la lingua è letterariamente perfetta».

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