La Repubblica, p. 19, 16/02/2006
Goodbye inglese, il futuro parla mandarino
Londra: la lingua globale perderà importanza a favore di idiomi “strategici”
DAL NOSTRO INVIATO RAFFAELLA MENICHINI
LONDRA – In un futuro prossimo sarà più utile saper parlare cinese o arabo più che inglese. L’idioma che domina il mondo sarà ancora la lingua franca, ma la gerarchia sta cambiando, e la lingua globale per eccellenza sarà sempre meno patrimonio esclusivo di chi è nato parlandola. Oltre un terzo della popolazione mondiale, nei prossimi dieci anni, parlerà inglese, ma con la globalizzazione e lo spostamento dei flussi finanziari e del mercato culturale verso i Paesi terzi, dall’Asia all’America Latina, emergono lingue alternative: spagnolo, in primo luogo, cinese mandarino, arabo, hindi, urdu, swahili, russo, tedesco. Per i madre lingua inglesi suona un campanello d’allarme: siamo alla fine dell’egemonia culturale di britannici, americani e australiani, si fa strada un inglese globale che non aderisce ai codici dell’Oxford english, entra in crisi l’enorme indotto dell’insegnamento “in loco”, prendono piede
I numeri del rapporto spiegano il trend d’una lingua sempre più universale e sempre meno esclusiva: entro 10 anni 2 miliardi di persone impareranno l’inglese, arrivando a un totale di 3 miliardi. E non solo studiare l’inglese costerà sempre meno (mentre cresceranno i costi, e dunque i profitti, dell’insegnamento di cinese, arabo e spagnolo), ma non ci si rivolgerà più necessariamente ai Paesi anglofoni: a partire dalle scuole cinesi, dove 120 milioni di bambini imparano l’inglese alle elementari, cresce il numero e la qualità dei corsi“locali”. Ha di che preoccuparsi la Gran Bretagna, che quantifica in quasi 17 miliardi di euro il guadagno dell’export educativo nei prossimi 15 anni.
Una nuova“piramide”linguistica si ap presta a dominare il mondo. Con la scomparsa del 50% delle lingue, si calcola che solo 90 idiomi sono parlati in 220 Stati. Il trend futuro, spiega Graddol è verso un’oligarchia di lingue, che vedrà crescere lo spagnolo (con l’America destinata al bilinguismo), il cinese mandarino per gli scambi all’interno della “Grande Cina” (Cina, Hong Kong e Taiwan), il malay in India, l’housa e lo swahili in Africa. L’inglese resterà in posizione dominante, ma con caratteristiche sempre più “globali”.
La transizione non riguarda solo “chi” fruisce della lingua. A cambiare è la lingua stessa. Graddol spiega che già nei Paesi dove la lingua è stata imposta con la colonizzazione l’inglese ha subito contaminazioni secolari. E oggi la diffusione nella tecnologia, nell’informatica, ma anche nelle culture alternative e giovanili, trasforma regole, pronuncia, significati. Insomma, se l’inglese ancora appartiene ai madrelingua, il suo futuro è già nelle mani del mondo.










