GLOBALIZZAZIONE E COMUNICAZIONE LINGUISTICA

Paolo Gambi, Rinascimento poetico

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GLOBALIZZAZIONE E COMUNICAZIONE LINGUISTICA

Dei temi che sono sul tappeto, all’alba del XXI secolo, alcuni, e in numero crescente, sono posti da quella che viene comunemente chiamata globalizzazione, o mondializzazione: un sistema che dall’economia tende a investire sempre nuovi campi, per effetto della stretta connessione fra le varie parti della realta’ globale, che ne e’ la diretta conseguenza.Se questa e’ gia’ oggi la dimensione dell’economia e quindi del mercato mondiale, la cosa non puo’ non riguardare anche i modi e gli strumenti di quel particolare tipo di scambio che e’ la comunicazione linguistica. Anzi, su questo terreno gli effetti della globalizzazione sono gia’ da tempo sotto i nostri occhi. In una parola, assistiamo al progressivo arretramento delle altre lingue di fronte all’avanzata di una sola, considerata piu’ di ogni altra adeguata ai compiti posti dalla globalizzazione.

Ma se ci chiediamo quale sia la ragione della maggiore idoneita’ dell’inglese, troviamo che la spiegazione starebbe nel fatto che esso e’ la lingua di quella parte del mondo, gli Stati Uniti, che e’ il centro propulsore, la punta avanzata dell’economia capitalistica mondiale.

E’ chiaro che, riconosciuto questo nesso tra supremazia economica ed egemonia linguistica, non avrebbe senso considerare quest’ultima come una sorta di imposizione da parte del piu’ forte. Dovremmo semplicemente prendere atto che e’ questo l’attuale stato delle cose e accettarne le conseguenze. Cio’ pero’ non vuol dire che si debbano assumere acriticamente. Occorre invece indagare alcuni aspetti della questione che non sono comunemente fatti oggetto di una sufficiente attenzione.
Se per esempio ci chiediamo quale funzione svolga l’inglese come lingua internazionale, vediamo che si tratta generalmente di compiti di carattere pratico, tecnico, specialistico.
I campi ai quali si applica sono quelli in cui il suo impiego serve, si pensa, a facilitare, a "semplificare" le cose. E tale semplificazione sarebbe inerente non solo alle caratteristiche proprie di quella lingua, ma soprattutto ai mezzi messi in atto per la sua diffusione.

Considerate le lingue del mondo, anche le piu’ diffuse, e tenuto conto della realta’ di cui sono espressione, non v’e’ motivo di sorprendersi della supremazia dell’inglese in questo secolo.
E’ accaduto lo stesso, in circostanze diverse, per altre lingue in passato. Solo che il presente si differenzia dal passato per un aspetto essenziale. Nell’attuale sistema della globalizzazione non e’ accettabile che vi siano condizioni in linea di principio non paritarie per i diversi soggetti che in esso operano.
E’ vero che a condurre il "gioco" sono, come sempre, i piu’ forti ed e’ questo che alimenta timori e resistenze nei confronti della globalizzazione – ma e’ inammissibile che il rispetto delle <­forme> della democrazia non sia comunque assicurato.

In un sistema di garanzie, quando vi sono piu’ soggetti in competizione, dev’esserci qualcosa in grado di svolgere un’azione mediatrice tra le parti in campo.

Che ha a che fare questo discorso con la comunicazione linguistica?
Ha a che fare nel caso che a comunicare siano due soggetti che utilizzino lingue diverse.
In situazioni di questo tipo, perche’ la comunicazione abbia luogo nel rispetto di entrambi, occorre che si stabilisca tra i due un’intesa, una convenzione: di abbandonare cioe’ il proprio campo, quello della propria lingua, e di trasferirsi su un terreno "neutro", giacche’ solo cosi’, idealmente e oggettivamente, si realizzano le condizioni per una affidabile "mediazione comunicativa".
Tale funzione mediatrice e’ quella che, nel sistema globalizzato, dovrebbe essere svolta da una lingua che fosse "terza" riguardo a una qualsiasi coppia di lingue diverse.

In passato accadeva talvolta, a persone che avessero fatto gli studi classici, di potere all’occorrenza mettere a frutto la conoscenza del latino. (Oggi e’ piu’ difficile). In un caso del genere il latino funzionava da idioma <­terzo> in virtu’ del quale stabilire un contatto altrimenti negato. Lo stesso varrebbe per qualsiasi altra lingua, antica o moderna, utilizzata a quello scopo.
Il caso descritto esemplifica la situazione in cui una lingua soddisfa il requisito di "terzieta’" nello scambio comunicativo fra parlanti che non potrebbero in altro modo comunicare. E’ solo grazie ad esso che puo’ essere assicurata la <­mediazione comunicativa>.

Ma oggi avviene diversamente. La lingua alla quale si fa con sempre maggior frequenza ricorso e’ l’inglese. Ora, puo’ anche accadere che essa sia una lingua <­terza> per due persone che devono comunicare fra loro, ma la realta’ – lo sappiamo – e’ un’altra. E’ quella di una lingua che tende ad affermarsi sempre piu’ come indiscusso strumento comunicativo universale. Si potrebbe dire: ottimo risultato, comunque. Se non fosse che, cosi’, all’azione mediatrice, rispettosa dell’identita’ di ciascun parlante, si sostituisce quella, piu’ brutale, della conquista, del dominio. Nell’ipotesi migliore, dell’assimilazione.

Bisogna dire che la soluzione del problema costituito dall’impossibilita’ di comunicare fra parlanti di lingue diverse e’ pregiudicata da un modo tradizionale e in apparenza scontato di affrontare la questione.
Si pensa che il rimedio stia nell’apprendimento delle lingue. Che e’ ottima cosa, non c’e’ dubbio. Prendiamo il caso di chi si trasferisca dal suo in un altro paese: egli non potra’ fare a meno di impararne la lingua, se non vuole condannarsi all’isolamento. La sua condizione dal punto di vista linguistico e’, in tal caso, quella dell’assimilato, dell’integrato nella nuova comunita’ di cui e’ venuto a far parte.
Cosi’ e’ stato sempre. Ci sono anche oggi, e ci saranno in futuro, spostamenti di donne e uomini da una terra a un’altra. Il nostro e’ tempo di migrazioni. Ma la complessita’ delle condizioni di esistenza caratteristica del mondo attuale pone esigenze di tipo nuovo, segnatamente in rapporto al lavoro. E’ su questo terreno che siamo obbligati a misurarci oggi, con la globalizzazione.

Sono in atto processi inarrestabili di unificazione su scala planetaria. Cio’ avviene in molti campi, anche a dispetto delle perduranti, talora aspre e perfino feroci divisioni etniche e politiche.
E in tutte le situazioni di questa realta’ in divenire e’ sempre presente, imprescindibile, l’esigenza di una comunicazione quanto piu’ possibile non ostacolata da inutili barriere.
Qui non si tratta piu’ di trasferimenti umani, di migrazioni. Qui siamo in presenza di un allargamento a dismisura, su scala planetaria, delle relazioni intersoggettive che, prima della "rivoluzione" attuale – perche’ di questo si tratta – si svolgevano entro confini assai piu’ circoscritti e stabili. Ebbene, in questa situazione cosi’ profondamente mutata si continua a pensare che il fondamentale problema della comunicazione possa essere risolto alla vecchia maniera, quasi che sia possibile all’umanita’ tutta assicurarsi con l’inglese un lasciapassare in un mondo linguisticamente unificato (globalizzato) nel segno di quell’unica lingua comune.

E’ chiaramente una prospettiva illusoria, che non puo’ che intralciare e complicare oltre il necessario il processo in corso.
L’errore sta nel credere che i compiti radicalmente nuovi, imposti dalla trasformazione davvero epocale insita nella progressiva unificazione e nella connessa interdipendenza in sempre nuovi campi dell’attivita’ umana, possano essere meglio risolti con una sorta di omologazione linguistica consistente nell’assegnare ad una lingua il ruolo di "superlingua", che poi sarebbe in sostanza anche quello di lingua padrona.
Si obiettera’ che tale ruolo non discende da un’imposizione, ma che semplicemente e’ nelle cose e riflette l’ordine di grandezza della parte di mondo che in quella lingua si esprime.
E’ vero. Ma allora bisogna uscire dall’ambiguita’ e chiarire se la direzione di marcia dev’essere anche quella dell’estensione, per intenderci, dell’<­american way of life> a tutto il resto del mondo, o non piuttosto quella della partecipazione di tutti, in condizioni non discriminatorie, allo sviluppo e ad un vero progresso umano. Si deve capire che, perche’ cio’ possa accadere, e’ necessaria una rivoluzione nel modo di comunicare.

In mancanza di una lingua comune a tutto il genere umano, occorre uno strumento che svolga il compito, per cosi’ dire, di interprete universale, che si ponga cioe’, ripetiamo, quale elemento terzo, o "lingua-ponte", in ogni situazione di disparita’ linguistica.
Tale sua prerogativa le conferirebbe un carattere esclusivo, una specificita’ che non dividerebbe con nessun’altra lingua.
Questo vuol dire che in qualunque circostanza essa potrebbe funzionare come lingua di riferimento, di controllo, di verifica. Va pero’ subito precisato, per inciso, che a nessuna lingua etnica potrebbe attribuirsi tale ruolo.
Non e’ nemmeno il caso di sottolineare, perche’ evidente di per se’, quanto tale funzione sarebbe utile, preziosa, indispensabile. Essa basterebbe da sola a rassicurare, in tutte quelle situazioni di incertezza o ambiguita’ comunicativa che possono ricondursi anche solo all’uso di differenti codici linguistici.
Chi non vede quanto sarebbe necessario, oggi, poter contare su una garanzia comunicativa di questo tipo?

Abbiamo parlato fin qui di <­per indicare un requisito essenziale per una lingua che sia veicolo della comunicazione globale. Si e’ voluto con quel termine designare un connotato, per cosi’ dire geometrico, di equidistanza nei confronti di due elementi in relazione fra loro, e insieme luogo di incontro che non obblighi nessuno dei due a percorrere una distanza maggiore dell’altro.

Si vede bene, a questo punto, quanto sia lontana la situazione in cui si confrontano, come avviene di regola, lingue "deboli" e lingue "forti" dalla condizione indicata come necessaria per una comunicazione che sia adeguata all’era della globalita’. Qui non vi sono soccombenti; li’ si’. E tutto per effetto di una "legge di selezione" che sembra aver ben poco di naturale.

Se volessimo, a questo punto, tirare le somme dal discorso svolto fin qui, potremmo provare a indicare gli elementi essenziali della questione che ne e’ stata l’oggetto.
Il grande problema della comunicazione, della trasmissione cioe’ del pensiero tra esseri umani, si pone oggi rispetto al passato con un’urgenza nuova e destinata a crescere con una rapidita’ prima sconosciuta.
Questo, come s’e’ detto, per un concorso di fattori molteplici, riassumibili nel processo di progressiva unificazione e interdipendenza su scala planetaria, che caratterizza l’attuale fase storica. Processo al quale complessivamente si da’ il nome di globalizzazione.
Quel problema si manifesta come tale nei casi, ormai sempre piu’ frequenti, in cui a comunicare siano persone di lingue diverse.
Come superare la difficolta’?
Abbiamo visto che il mezzo piu’ sicuro e razionale, il solo rispettoso di entrambi i soggetti della relazione comunicativa, sarebbe una terza lingua che svolgesse il compito di lingua di servizio, che facesse cioe’ da "lingua-ponte" o "lingua-interprete".
Qualunque lingua potrebbe caso per caso servire allo scopo, ma non v’e’ dubbio che sarebbe assai piu’ semplice e vi sarebbe maggior garanzia se si convenisse di attribuire quella funzione ad una lingua a cio’ deputata e "super partes".
E’ chiaro, ripetiamo, che la scelta non potrebbe cadere su nessuna lingua nazionale, perche’ in tal caso saremmo di fronte ad una nuova versione, aggiornata ma piu’ insidiosa, di quel colonialismo al quale il XX secolo dovrebbe aver posto fine.
Su questa nota vogliamo chiudere la presente riflessione, affermando:

1) La necessita’ di opporsi ad ogni forma di risorgente colonialismo, anche a quello che si manifesta attraverso il controllo della comunicazione per mezzo della lingua, perche’ questa sarebbe da considerarsi allora, a tutti gli effetti, una <­lingua padrona>.
2) La necessita’ di battersi perche’ siano assicurate le condizioni per una reale democrazia della comunicazione mediante un diverso strumento che sia per tutti una <­lingua di garanzia>.

UNA LINGUA INVENTATA?

Un discorso sulla comunicazione linguistica globale non puo’ mancare di prendere in esame quello che e’ stato il tentativo fin qui piu’ riuscito di costruzione di uno strumento in grado di assolvere quel compito.
Ci riferiamo all’esperanto, lingua progettata sul finire ell’Ottocento da Ludovico Lazzaro Zamenhof.
Qui non e’ la sede per una compiuta descrizione di tale lingua. Conviene piu’ soffermarsi su alcuni suoi tratti caratteristici. In primo luogo occorre dire che l’esperanto e’ nato in un’ottica che non era, ne’ poteva essere, quella della globalizzazione attuale.
Al di fuori di questo quadro concettuale di riferimento, l’invenzione di Zamenhof si ispirava inoltre a una filosofia che s’accordava col clima culturale caratteristico dei decenni a cavallo tra Otto e Novecento.
Apparteneva a quel clima, pur molto variegato, anche l’ottimismo riguardo al progresso dell’umanita’.
E il progetto dell’esperanto, con la prospettiva di affrancare gli uomini dalla condanna di Babele e di contribuire ad avvicinarli e farli sentire partecipi di un comune destino, si inseriva bene in quel quadro.
Ora, si potrebbe mettere in dubbio che quell’idea conservi ancor oggi la sua attualita’. Le tragedie del secolo che sta per spirare hanno purtroppo inferto un duro colpo a molte delle idealita’ di allora, fra cui quella di poter combattere l’odio e allontanare la guerra in virtu’ di una migliore conoscenza reciproca.
Eppure e’ innegabile che l’esperanto potrebbe svolgere una funzione importante per la soluzione del problema della comunicazione nell’eta’ della globalizzazione.
Gli opopsitori dell’esperanto vedono un pericolo nell’uso di una "lingua artificiale". Alla base della loro avversione vi e’ l’idea che a una siffatta lingua non si possano riconoscere il ruolo e la dignita’ propri di una qualunque lingua "naturale".
Ma e’ qui che si puo’ riscontrare un tipico pregiudizio nei confronti dell’esperanto, che consiste nel considerarlo con lo stesso criterio applicabile alle altre lingue e nel lamentare che esso non dia quel che per sua natura non puo’ ne’ deve dare.
Quella degli antiesperantisti e’ anche una "resistenza psicologica". Si tratta di un ostacolo non di poco conto.
Ma quand’e’ che quella resistenza avrebbe ragione d’essere? Forse di fronte alla prospettiva di trovarsi, un giorno, a dover parlare tutti una lingua partorita dalla mente di un uomo. Qui starebbe il "pericolo".
Ebbene, la funzione dell’esperanto – o di qualunque altro idioma progettato allo stesso scopo – non e’ di sostituirsi alle altre lingue, ma sarebbe quella, piu’ modesta e tuttavia utilissima, di fare, come s’e’ detto avanti, da interprete o lingua-ponte fra persone che non parlino la medesima lingua: di consentire cioe’ che si stabilisca tra loro un giusto, paritetico e soddisfacente rapporto.
Di fronte a tale opportunita’ – assolutamente impossibile con le stesse garanzie per altra via – davvero non si comprende come possa esserci resistenza psicologica.

1999

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