Globalizzazione dal Senegal al Nuorese




Diagne, vu’ cumprà di libri in limba

NUORO. «Tziu Antoni Cuccu? Quello delle poesie in limba? Altroché se lo conoscevo… un omine ’e gabale, eccezionale, è lui la prima persona che ho incontrato al mio arrivo a Nuoro, nel 1992». Diagne ha gli occhi lucidi ma sorride come sempre mentre sfoglia Sa cantone de sos zegos. «Questo volumetto è di padre Luca Cubeddu» spiega il vu cumprà. La bancarella è piena zeppa di titoli. C’è di tutto: dal Manuale del perfetto giardiniere alle Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij.
Un angolo, tuttavia, nella bolgia delle copertine, è riservato alle rimas, ai sonetti, ai muttos, alle ottave degli improvvisatori e persino alle commedie. Sono i quadernetti che il compianto Antonio Cuccu, appunto, editore dei poveri per oltre quattro decenni, stampava a Cagliari e portava di casa in casa e di sagra in sagra, per piazzarli nel mercato globale della terra dei nuraghi. Lontano dal suo Senegal, Cheikh Tidiane Diagne, 50 anni compiuti lo scorso agosto, campa vendendo libri nei paesi dell’isola. Impasta l’italiano acquisito da straniero con un poco di sardo barbaricino doc e racconta. «Ero appena sceso dal treno che da Macomer mi portava a Nuoro. Nella gradinata della stazione c’era solamente questo signore anziano con una valigia di cartone legata con dello spago. Allora non sapevo chi fosse. E io non conoscevo una parola della vostra lingua. Comunque sia gli chiesi aiuto e gesticolando riuscii a fargli capire che cercavo i miei connazionali. Lui mi prese per mano e mi trascinò lungo tutta via Lamarmora fino a quando non incontrammo altri senegalesi. Quel signore era tziu Antoni Cuccu». Il venditore di rime nato a San Vito nel 1921, morto nel 2003, seppellito per sua volontà con la spilla di Sardigna Natzione appuntata al risvolto sinistro della giacca, su collu de sa zancheta. Girovago fino all’ultimo, tziu Antoni, al servizio della poesia in limba, non a caso è stato chiamato da Bustianu Cumpostu, amico di partito, «l’ultimo missionario delle muse sarde».
Niente di strano dunque nelle parole quasi profetiche lasciate da tziu Cuccu in un messaggio ai suoi “cari lettori”: «Finché vivrò ci sarò perché se capisco qualcosa lo devo alla poesia e ai poeti della mia Sardegna, e quando non ci sarò più chissà!». Certo, mai e poi mai nel 1992 avrebbe immaginato che a raccogliere la sua eredità culturale sarebbe stato proprio quel ragazzone nero che tutto spaesato arrivava a Nuoro come fosse un marziano appena sbarcato sul pianeta terra in un giorno qualunque di festa paesana.
«Ancora oggi frequento i suoi familiari, a casa sua c’è sempre un caffè o una pastasciutta, la moglie per me è come una madre» svela Diagne. Nato a Linguere, nella Repubblica del Senegal, laureato in Economia e commercio all’università di Dakar, è lui che da qualche anno a questa parte ha preso la valigetta di cartone piena di poesie di tziu Antoni. Lui, Diagne, che continua a smerciare i quaderni delle artigianali Cuccu Edizioni. Materiale prezioso, invenduto, che rischiava di finire al macero senza colpo ferire. Fortuna che il vu cumprà, forte di alcune nozioni base del latino e dello spagnolo, conosce bene il sardo, anche se trova difficile parlarlo, «nonostante le mille chiacchierate con tziu Antoni, fondamentali per imparare la pronuncia giusta. Ci incontravamo in tutte le sagre e spesso andavo anche a trovarlo a San Vito». «Lo spirito umano è uguale ovunque, in Barbagia come in Africa» sottolinea Diagne, un passato all’Anof, l’ufficio nuorese della Cisl per gli stranieri, allo sportello “Informaimmigrati” della Provincia di Nuoro e un presente da attivista nell’associazione di volontariato Dax Dadié, che in “wolof”, una delle antiche lingue nazionali del Senegal, significa “andare incontro”. «I punti di contatto ci sono, eccome se ci sono. I vostri poeti improvvisatori, per esempio – continua citando Remunnu Piras e Peppe Sozu – sono come i nostri griot». I mitici cantastorie del Continente nero. «I poeti sardi e i griot affrontano entrambi temi forti come la società, l’amicizia, Dio e la religione, l’amore, il banditismo. La poesia, del resto, non ha confini, è semplicemente sublime ed è anche speranza, dà da mangiare, spiritualmente, a chiunque l’ascolti».
Cheikh Tidiane Diagne prende in mano alcuni libretti. Sa Gerusalemme vittoriosa di Melchiorre Dore, Poesie di Peppino Mereu, Roma o Mosca? Cristianesimo o Comunismo di Pietro Soru de Ottana. Sfoglia persino la Storia della 2ª guerra mondiale 1940-1945 in poesia logudoresa di Barore Sassu, Banari. «Ma è il teatro che mi ha aiutato tantissimo – continua l’erede senegalese di tziu Antoni Cuccu -. Il teatro è più immediato della poesia». Via libero, perciò, anche a Totò, sordau tontu, farsa in un atto di Luigi Cherchi, come pure Su bandidori di Efisio Luigi Melis, e a Sa betzesa de tziu Nanna di Salvatore Poddighe di Dualchi. Lo stesso Poddighe che nel 1921 ha firmato uno dei capolavori della poesia in limba, Sa Mundana Cummedia. «Certo mi sarebbe piaciuto ascoltare dal vivo tutti questi cantori, esattamente come in Africa ascolto Ndiagambay, griot vivente il cui timbro di voce tanto assomiglia a quello dello scomparso Andrea Parodi» chiude Diagne, senegalese ormai colpito dal mal di Sardegna
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di Luciano Pirras


l'Espresso (09/01/07)

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