Europa e oltre

George Orwell: Chi sono i criminali di guerra?

Questo articolo è disponibile anche in: Inglese

Chi sono i criminali di guerra?

A prima vista, il crollo di Mussolini era una storia che sembrava uscita direttamente dal melodramma vittoriano. Alla fine la Rettitudine aveva trionfato, l’uomo malvagio era sconfitto, i mulini di Dio stavano facendo il loro lavoro. A ripensarci, però, questo racconto morale è meno semplice e meno edificante. Tanto per cominciare, quale crimine ha commesso Mussolini, se ce n’è stato uno? Nella politica di potenza non ci sono crimini, perché non ci sono leggi. E, d’altra parte, c’è qualche caratteristica del regime interno di Mussolini su cui potrebbe seriamente obiettare qualsiasi gruppo di persone che potrebbe giudicarlo? Infatti, come dimostra abbondantemente l’autore di questo libro (Il processo a Mussolini di ‘Cassio’) – e questo in effetti è lo scopo principale del libro – non c’è una sola canagliata commessa da Mussolini tra il 1922 e il 1940 che non sia stata lodata smisuratamente da parte di coloro che ora promettono di portarlo in giudizio.

Ai fini della sua allegoria “Cassio” immagina Mussolini incriminato davanti a un tribunale britannico, con il procuratore generale come pubblico ministero. L’elenco delle accuse è impressionante, e i fatti principali – dall’omicidio Matteotti all’invasione della Grecia, dalla distruzione delle cooperative di contadini al bombardamento di Addis Abeba – non vengono negati. Campi di concentramento, trattati infranti, manganelli di gomma, olio di ricino: tutto viene ammesso. L’unica domanda problematica è: come può qualcosa che era lodevole nel momento in cui l’hai fatto – dieci anni fa, diciamo – diventare improvvisamente riprovevole ora? Mussolini è autorizzato a chiamare testimoni, vivi e morti, e a dimostrare con le loro stesse parole stampate che fin dall’inizio i leader responsabili dell’opinione britannica lo hanno incoraggiato in tutto ciò che ha fatto.
Ad esempio, ecco Lord Rothermere nel 1928:

Nel suo paese (Mussolini) era l’antidoto ad un veleno mortale. Per il resto d’Europa è stato un tonico che ha fatto un bene incalcolabile a tutti. Posso rivendicare con sincera soddisfazione di essere stato il primo uomo in una posizione di influenza pubblica a mettere nella sua giusta luce la splendida impresa di Mussolini. … È la più grande figura della nostra epoca.

Ecco Winston Churchill nel 1927:

Se fossi stato italiano, sono sicuro che sarei stato al vostro fianco con tutto il cuore nella vostra lotta trionfante contro i bestiali appetiti e passioni del leninismo… (L’Italia) ha fornito l’antidoto necessario al veleno russo. D’ora in poi nessuna grande nazione sarà sprovvista di un mezzo definitivo di protezione contro la crescita cancerosa del bolscevismo.

Ecco Lord Mottistone nel 1935:

Non mi sono opposto (all’azione italiana in Abissinia). Volevo dissipare la ridicola illusione che fosse una cosa carina simpatizzare con i derelitti. … Ho detto che era una cosa malvagia mandare armi o essere conniventi nel mandare armi a questi abissini crudeli e brutali e tuttavia negarle ad altri che svolgono una parte onorevole.

Ecco il signor Duff Cooper nel 1938:

Per quanto riguarda l’episodio abissino, meno se ne parla adesso, meglio è. Quando i vecchi amici si riconciliano dopo un litigio, è sempre pericoloso per loro discuterne le cause originarie.

Ecco il signor Ward Price, del Daily Mail, nel 1932:

Persone ignoranti e prevenute parlano degli affari italiani come se quella nazione fosse soggetta a una tirannia dalla quale vorrebbe liberarsi volentieri. Con quella commiserazione un po’ morbosa per le minoranze fanatiche che è la regola presso certi settori imperfettamente informati dell’opinione pubblica britannica, questo paese ha chiuso a lungo gli occhi davanti al magnifico lavoro che il regime fascista stava compiendo. Ho sentito più volte lo stesso Mussolini esprimere la sua gratitudine al Daily Mail per essere stato il primo giornale britannico a presentare i suoi obiettivi equamente al mondo.

E così via, e così via. Hoare, Simon, Halifax, Neville Chamberlain, Austen Chamberlain, Hore-Belisha, Amery, Lord Lloyd e vari altri salgono sul banco dei testimoni, tutti pronti a testimoniare che, sia che Mussolini stesse schiacciando i sindacati italiani, o non intervenendo in Spagna, versando gas mostarda sugli abissini, buttando gli arabi dagli aerei o costruendo una marina da usare contro la Gran Bretagna, il governo britannico e i suoi portavoce ufficiali lo sostennero nella buona e nella cattiva sorte. Ci viene mostrata Lady (Austen) Chamberlain che stringe la mano a Mussolini nel 1924, Chamberlain e Halifax che banchettano con lui e brindano all'”Imperatore d’Abissinia” nel 1939, Lord Lloyd che adula il regime fascista in un opuscolo ufficiale ancora nel 1940. L’impressione netta lasciata da questa parte del processo è semplicemente che Mussolini non è colpevole. Solo più tardi, quando un abissino, uno spagnolo e un antifascista italiano testimoniano, le vere argomentazioni contro di lui cominciano ad apparire.

Ora, il libro è di fantasia, ma questa conclusione è realistica. È estremamente improbabile che i conservatori britannici porteranno mai a processo Mussolini. Non c’è niente di cui potrebbero accusarlo tranne la sua dichiarazione di guerra nel 1940. Se il “processo ai criminali di guerra” che alcuni si divertono a sognare avrà mai luogo, potrà accadere solo dopo le rivoluzioni nei paesi Alleati. Ma tutta l’idea di trovare capri espiatori, di incolpare individui, partiti o nazioni per le calamità che ci sono capitate, suscita altre linee di pensiero, alcune delle quali piuttosto sconcertanti.

La storia delle relazioni britanniche con Mussolini illustra la debolezza strutturale di uno stato capitalista. Riconoscendo che la politica di potenza non è morale, tentare di comprare l’Italia affinché uscisse dall’Asse – e chiaramente questa idea fu alla base della politica britannica dal 1934 in poi – fu una mossa strategica naturale. Ma non era una mossa che Baldwin, Chamberlain e gli altri fossero capaci di eseguire. Si sarebbe potuta fare solo essendo così forti che Mussolini non avrebbe osato schierarsi con Hitler. Ciò era impossibile, perché un’economia governata dalla motivazione del profitto semplicemente non è all’altezza del riarmo su scala moderna. La Gran Bretagna iniziò ad armarsi solo quando i tedeschi furono a Calais. Prima di ciò, erano state effettivamente votate somme piuttosto ingenti per gli armamenti, ma scivolarono pacificamente nelle tasche degli azionisti e le armi non apparvero. Dal momento che non avevano alcuna reale intenzione di ridurre i propri privilegi, era inevitabile che la classe dirigente britannica attuasse ogni politica con poca convinzione e si rendesse cieca di fronte al pericolo imminente. Ma il collasso morale che ciò comportò fu qualcosa di nuovo nella politica britannica. Nel XIX secolo e all’inizio del XX, i politici britannici potevano essere ipocriti, ma l’ipocrisia implica un codice morale. Fu qualcosa di nuovo quando i parlamentari conservatori applaudirono alla notizia che le navi britanniche erano state bombardate da aerei italiani, o quando i membri della Camera dei Lord si prestarono a campagne di diffamazione organizzate contro i bambini baschi che erano stati portati qui come rifugiati.

Quando si pensa alle bugie e ai tradimenti di quegli anni, al cinico abbandono di un alleato dopo l’altro, all’imbecille ottimismo della stampa conservatrice, al netto rifiuto di credere che i dittatori intendessero fare guerra, anche quando lo gridavano dai tetti delle case , l’incapacità della classe danaroso di vedere qualcosa di sbagliato nei campi di concentramento, nei ghetti, nei massacri e nelle guerre non dichiarate, si è portati a pensare che la decadenza morale abbia avuto la sua parte così come la mera stupidità. Nel 1937 o giù di lì non era più possibile dubitare della natura dei regimi fascisti. Ma i padroni delle proprietà avevano deciso che il fascismo era dalla loro parte ed erano disposti a inghiottire i mali più ripugnanti purché le loro proprietà rimanessero sicure. Nel loro modo goffo stavano giocando al gioco di Machiavelli, del “realismo politico”, di “qualunque cosa è giusto se fa avanzare la causa del partito” – il partito in questo caso, ovviamente, essendo il partito conservatore.

Tutto questo ‘Cassio’ mette in risalto, ma elude il suo corollario. In tutto il suo libro è sottinteso che solo i conservatori siano immorali. “Eppure esiste ancora un’altra Inghilterra”, dice. “Quest’altra Inghilterra detestava il fascismo dal giorno della sua nascita… questa era l’Inghilterra della sinistra, l’Inghilterra del lavoro.” Vero, ma solo parte della verità. L’effettivo comportamento della sinistra è stato più onorevole delle sue teorie. Ha combattuto contro il fascismo, ma i suoi pensatori rappresentativi sono entrati altrettanto profondamente quanto i loro avversari nel mondo malvagio del “realismo” e della politica di potenza.

Il “realismo” (una volta si chiamava disonestà) fa parte dell’atmosfera politica generale del nostro tempo. È un segno della debolezza della posizione di Cassio il fatto che si possa compilare un libro abbastanza simile intitolato Il processo a Winston Churchill, o Il processo a Chiang Kai-shek, o persino Il processo a Ramsay MacDonald. In ogni caso trovereste i leader della sinistra in contraddizione quasi altrettanto grossolana quanto il leader dei Tory citato da “Cassio”, perché anche la sinistra è stata disposta a chiudere gli occhi su molte cose e ad accettare alcuni alleati molto dubbi. Ora ridiamo sentendo i conservatori insultare Mussolini mentre lo adulavano cinque anni fa, ma chi avrebbe previsto nel 1927 che un giorno la sinistra avrebbe preso Chiang Kai-shek nel suo seno? Chi avrebbe previsto, subito dopo lo sciopero generale, che dieci anni dopo Winston Churchill sarebbe stato il beniamino del Daily Worker? Negli anni 1935-39, quando quasi qualunque alleato contro il fascismo sembrava accettabile, gli esponenti della sinistra si ritrovarono a lodare Mustapha Kemal e poi a manifestare affetto per Carlo II di Romania.

Sebbene fosse in ogni senso più perdonabile, l’atteggiamento della sinistra nei confronti del regime russo è stato decisamente simile all’atteggiamento dei conservatori nei confronti del fascismo. C’è stata la stessa tendenza a scusare quasi qualunque cosa “perché sono dalla nostra parte”. Va benissimo parlare di Lady Chamberlain fotografata mentre stringe la mano a Mussolini; la fotografia di Stalin che stringe la mano a Ribbentrop è molto più recente. Nel complesso, gli intellettuali di sinistra difesero il patto russo-tedesco. Era “realistico”, come la politica di pacificazione di Chamberlain, e con conseguenze simili. Se c’è una via d’uscita dal letamaio morale in cui viviamo, il primo passo è probabilmente capire che il “realismo” non paga, e che vendere i propri amici e sedersi a fregarsi le mani mentre vengono distrutti non è l’ultima parola in fatto di saggezza politica.

Questo fatto è dimostrabile in qualsiasi città tra Cardiff e Stalingrado, ma non molte persone riescono a vederlo. Nel frattempo è dovere del panflettista attaccare la destra, ma non adulare la sinistra. In parte è perché la sinistra si è compiaciuta troppo facilmente di sé che è dove è adesso.

Mussolini, nel libro di ‘Cassio’, dopo aver chiamato i suoi testimoni, entra lui stesso nel palco. Si attiene al suo credo machiavelliano: la forza è giusta, vae victis! Guai ai vinti! È colpevole dell’unico crimine che conta, il crimine di fallimento, e ammette che i suoi avversari hanno il diritto di ucciderlo – ma non, insiste, il diritto di biasimarlo. La loro condotta è stata simile alla sua e le loro condanne morali sono tutte ipocrisia. Ma poi vengono gli altri tre testimoni, l’abissino, lo spagnolo e l’italiano, che sono moralmente su un piano diverso, poiché non hanno mai temporeggiato con il fascismo né hanno avuto la possibilità di giocare alla politica di potenza; e tutti e tre chiedono la pena di morte.

La chiederebbero nella vita reale? Succederà mai una cosa del genere? Non è molto probabile, anche se coloro che hanno veramente il diritto di processare Mussolini riuscissero in qualche modo a prenderlo tra le mani. I conservatori, ovviamente, anche se rifuggirebbero da una vera inchiesta sulle origini della guerra, non sono dispiaciuti di avere la possibilità di scaricare tutta la colpa su alcuni famigerati individui come Mussolini e Hitler. In questo modo la manovra Darlan-Badoglio risulta facilitata. Mussolini è un buon capro espiatorio mentre è in libertà, ma sarebbe scomodo in cattività. Ma che dire della gente comune? Ucciderebbero i loro tiranni, a sangue freddo e con i modi della legge, se ne avessero la possibilità?

È un dato di fatto che ci siano state pochissime esecuzioni di questo tipo nella storia. Alla fine dell’ultima guerra le elezioni furono vinte in parte con lo slogan “Impiccate il Kaiser”, eppure se si fosse tentato di fare qualcosa del genere probabilmente la coscienza della nazione si sarebbe ribellata. Quando i tiranni vengono messi a morte, dovrebbe essere fatto dai loro stessi sudditi; coloro che vengono puniti da un’autorità straniera, come Napoleone, vengono semplicemente trasformati in martiri e leggende.

Ciò che è importante non è che questi delinquente politici siano costretti a soffrire, ma che siano costretti a screditarsi. Per fortuna in molti casi lo fanno, perché in misura sorprendente i signori della guerra dalle armature scintillanti, gli apostoli delle virtù marziali, tendono a non morire combattendo quando arriva il momento. La storia è piena di fughe ignominiose di personaggi grandi e famosi. Napoleone si arrese agli inglesi per ottenere protezione dai prussiani, l’imperatrice Eugenia fuggì in una carrozzella con un dentista americano, Ludendorff ricorse a occhiali blu, uno degli imperatori romani più osceni cercò di sfuggire all’assassinio chiudendosi nel gabinetto, e durante i primi giorni della guerra civile spagnola un importante fascista riuscì a fuggire da Barcellona, con perfetta appropriatezza, attraverso una fogna.

È un’uscita di scena di questo genere quella che ci si augurerebbe per Mussolini, e se fosse lasciato a se stesso forse ci riuscirà. Forse anche Hitler. Si diceva di Hitler che quando arrivasse il suo momento non scapperebbe né si arrenderebbe mai, ma morirebbe in qualche modo melodrammatico, come minimo meno suicidandosi. Ma questo quando Hitler aveva successo; nell’ultimo anno, da quando le cose hanno cominciato ad andare male, è difficile credere che si sia comportato con dignità e coraggio. ‘Cassio’ conclude il suo libro con la ricapitolazione del giudice e lascia aperto il verdetto, sembrando invitare i suoi lettori a prendere una decisione. Ebbene, se fosse lasciato a me, il mio verdetto sia su Hitler che su Mussolini sarebbe: non la morte, a meno che non venga inflitta in qualche modo affrettato e poco spettacolare. Se i tedeschi e gli italiani hanno voglia di sottoporli ad una corte marziale sommaria e poi ad un plotone di esecuzione, lasciateglielo fare. O meglio ancora, lasciate scappare i due con una valigia piena di titoli al portatore e sistemare come seccatori accreditati di qualche pensione svizzera. Ma niente martirizzazione, niente faccenda di Sant’Elena. E, soprattutto, nessun solenne e ipocrita “processo ai criminali di guerra”, con tutto il lento e crudele sfoggio della legge, che dopo un certo lasso di tempo ha un modo così strano di concentrare una luce romantica sull’imputato e di trasformare un mascalzone in un eroe.

George Orwell | The Tribune | 22 ottobre 1943
Trad. Monica Cuneo

0:00
0:00