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Politica e lingue

FARE L’EUROPA CON L’INGLESE

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FARE L'EUROPA CON L'INGLESE
L'Uem e stata un primo passo: servono ora fatti concreti per cambiare scuola e formazione
di Innocenzo Cipolletta

IL SOLE-24 ORE, p. 4 – Martedì 16 Febbraio 1999
Commenti e inchieste


Che cosa fare dopo aver avviato l'Unione monetaria in Europa? Le richieste di armonizzazione si stanno moltiplicando e la sindrome dell'unità europea sta guadagnando nuovi campi, da quello fiscale a quello salariale e del lavoro, passando ovviamente da quello della politica estera e della difesa.
Non v'è dubbio che l'obiettivo finale dell'Unione europea sarà l'armonizzazione di molte delle nostre legislazioni, pur in un quadro di forte flessibilità e di relativa leggerezza delle legislazioni a carattere europeo. Ma questo risultato sarà il prodotto di un lungo processo volto ad assimilare comportamenti e prassi che hanno origini e storie diverse nei vari Paesi. Come favorire questo processo affinch‚ esso sia il più rapido ed efficiente? La via non sta nella costituzione di ridondanti commissioni e comitati tra ministeri ed esperti dei vari Paesi, in quella altrettanto farraginosa di elaborare una serie di direttive comunitarie, con tutte le procedure annesse. La strada migliore è quella di favorire un'armonizzazione dal basso, ossia dai cittadini europei, affinche‚ la domanda di armonizzazione sia vissuta come esigenza delle popolazioni e non come battaglia delle burocrazie e delle corporazioni volte ognuna a salvaguardare qualche condizione particolare, con l'obiettivo di dimostrare la sua utilità ai propri iscritti.
La via migliore è dunque quella di favorire la comprensione tra le genti, il colloquio, lo scambio di esperienze al fine di far emergere la pratica migliore, che si imporrà automaticamente secondo le inclinazioni della popolazione. Ma come fare per arrivare a questa osmosi? La soluzione sta nella pazienza e nell'aumento dei processi di comunicazione.
La pazienza implica l'accettazione, per un certo periodo di tempo, di una competizione di regole nazionali, tutte valide a condizione di lasciare i cittadini europei liberi di scegliersi quella che più si adatta alle loro esigenze.
Non sempre sarà possibile applicare questo principio, ma esso deve guidare molte delle nostre scelte. In altre parole, occorre favorire la mobilità sul territorio europeo affinch‚ i cittadini provino le diverse soluzioni legislative. Questo deve valere per il lavoro e per le professioni, ancora oggi troppo locali o nazionali in virtù di leggi, regolamenti e prassi che rendono difficile se non impossibile la libertà di movimento. Deve valere per l'educazione e per la formazione, i cui modelli e le cui formule finiscono per ridurre la fruizione di questi servizi solo ai residenti nazionali. Deve valere per molte prestazioni pubbliche o dominate dal pubblico, come la sanità e la previdenza sociale. Deve valere anche per il fisco, oggi “nazionalista” perch‚ gli Stati hanno paura di perdere gettito a favore di sistemi fiscali più leggeri o più intelligenti.
La modalità e lo scambio di esperienze è la via per far emergere una sana competizione di norme e di legislazione, ciò che porterà a un'armonizzazione dal basso, da parte dei cittadini, e non già dall'alto, da parte delle burocrazie e della politica. Ma questa azione di armonizzazione presuppone una forte capacità di comprensione. E qui interviene, a mio avviso, la necessità di una “nuova Maastricht”, che non sia quella del lavoro o di altri obiettivi che sfuggono alle leve della politica, ma sia una politica effettivamente praticabile.
La nuova Maastricht dovrebbe essere l'impegno dei Paesi europei affinch‚ le nuove generazioni parlino correntemente almeno un'altra lingua oltre quella nazionale. Uno sforzo di questo genere, fattibile se l'insegnamento della seconda lingua avviene a partire dal primo anno scolastico per um numero di ore settimanali congruo, può moltiplicare la capacità di comprensione e di dialogo.
L'Europa non avrà mai uma sola lingua, anche se una di esse, l'inglese, finirà per essere dominante. L'obiettivo verso cui tendere è dunque quello di avere future generazioni capaci di parlare più lingue. Questo consentirebbe di creare una cittadinanza europea, faciliterebbe la comprensione e la sana armonizzazione delle norme, consentirebbe di abbattere i costi di inutili traduzioni e interpretariato ciò che ripagherebbe ampiamente i costi iniziali per approfondire la conoscenza delle lingue.
Un simile impegno europeo graverebbe più su quei Paesi, come il nostro, ove l'insegnamento scolastico della seconda lingua Š mediocre. Si potrebbe pensare all'uso di fondi strutturali europei per favorire questa operazione il cui obiettivo darebbe un contenuto reale all'unione monetaria che si sta realizzando. La riforma dei programmi scolasti italiani va verso questa direzione ma l'insegnamento di una lingua straniera resta ancora un'operazione di contorno, mentre dovrebbe diventare un impegno su cui misurare i risultati tra pochi anni. Si tratta in altre parole, di dare ail'insegnamento della lingua straniera uno spazio in termini di ore non dissimile da quello della lingua italiana cominciando dall'inizio della scuola in modo che la seconda lingua sia vissuta a pieno. Se si riuscisse in una simile operazione in tempi relativamente brevi, si avrebbe un'Europa più vicina ai cittadini perch‚ i cittadini europei si sentirebbero più parte di un'unica società
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Giorgio Kadmo Pagano
ARTISTA dal 1977 TEORICO dell'ARTE e ARCHITETTO dal 1985 GIORNALISTA dal 1993, ESPERTO d'ECONOMIA LINGUISTICA dal 1997.

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