EUROZONA, VANTAGGI DA ROCCAFORTE (Il Sole 24 Ore)

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 26-11-2021


di Moritz Kraemer – Le ultime previsioni pubblicate dalla Commissione europea parlano di una profonda recessione per il 2009 che continuerà nel 2010 e di un indice di indebitamento pubblico dei Paesi dell`Eurozona destinato ad aumentare dal 66% del 2007 al 76% nel 2010. Come conseguenza, investitori e opinionisti hanno cominciato a sollevare la questione di un possibile smembramento dell`Eurozona. Chiariamo subito un punto: questo e un evento che non accadrà. Non solo i teorici dell`uscita dall`Eurozona ignorano il fatto che l`adesione alla stessa rimane una proposta estremamente popolare, con dimostrazioni d`interesse che vanno dall`Islanda alla Bulgaria, ma, cosa più importante, gli stessi sembrano ignorare che gli incentivi dei Governi di fatto remano contro l`uscita dall`euro. Supponiamo che esista un governo Ume (Unione monetaria europea) fortemente indebitato in cerca di una scorciatoia per recuperare competitività e crescita economica e per ridurre l`onere del debito statale. Uscire dall`Eurozona e lasciare che la moneta nazionale appena adottata si svaluti, sembrerebbe, a prima vista, una soluzione tutto sommato rapida e interessante. Le esportazioni e la crescita riceverebbero una bella spinta, il deficit della bilancia dei pagamenti si ridurrebbe, l`occupazione recupererebbe terreno e, insieme a lei, anche il gettito fiscale. Strategia questa che nella migliore delle ipotesi si tradurrebbe in uno stimolo temporaneo all`economia e, nella peggiore, in una ricetta che minerebbe l;affidabilità creditizia dei Paesi sovrani. Una ripresa sostenuta dalle esportazioni si rivelerebbe un vero e proprio fuoco di paglia. Una svalutazione nominale non risolverebbe le cause strutturali sottostanti la mancanza di competitività. I prezzi interni e l`inflazione dei salari, così come un aumento dei tassi d`interesse domestici, annullerebbero ben presto gli effetti rinvigorenti di qualsiasi temporanea iniezione nell`economia, richiedendo tra le altre cose un`ulteriore svalutazione e così via. Questa soluzione è stata testata da numerosi Paesi sovrani dell`Europa meridionale prima dell`avvento dell`Unione monetaria europea. Le perduranti conseguenze economiche negative di questa strategia hanno indotto questi Paesi a compiere sforzi significativi negli anni 9o per entrare a far parte dell`Eurozona. Uscire dall`euro, benché assolutamente possibile secondo il diritto internazionale, è estremamente più difficile che entrare a farvi parte. Gli sforzi delle famiglie e delle imprese diretti a eludere la conversione dei loro “asset” (e dei salari) produrrebbero probabilmente una grave crisi nei sistemi finanziari dei Paesi, non dissimile da quella dell`Argentina quando i prestiti delle banche del Paese vennero convertiti a un tasso di cambio meno favorevole rispetto ai loro depositi. Il costo relativo all`applicazione di contratti ancora espressi in curo aumenterebbe parallelamente all`aumento dei contenziosi, il che, per un effetto a catena, determinerebbe un incremento del costo delle transazioni commerciali e minerebbe la fiducia nelle norme, con conseguente deterioramento del contesto commerciale per molti anni a venire. L`affidabilità creditizia dei Paesi sovrani che dovessero uscire dall`Eurozonapatirebbe sicuramente gravi conseguenze. Secondo le stime di S&P, la conversione abbasserebbe il rating sovrano della Grecia dei 14 livelli nella categoria, non-investment grade e quelli di Portogallo, Spagna e Italia di 2-3 livelli. E, questo, in un ambiente favorevole dove l`uscita dall`euro dovesse avvenire senza gravi crisi bancarie o politiche. Uno scenario ancora peggiore potrebbe essere ipotizzato laddove i Governi uscenti dovessero ridenominare il loro euro-debito e pagare gli investitori nella nuova valuta. Si profilerebbe un caso di totale inadempienza giacché costituirebbe un cambiamento unilaterale dell`accordo contrattuale. Ciò renderebbe in futuro l`accesso ai finanziamenti estremamente difficile e oneroso per quel Paese che non avesse ottemperato agli obblighi assunti. I Governi dell`Eurozona sembrano essere consapevoli dei pericoli insiti in un`eventuale uscita dall`Eurozona, capiscono qual è la posta in gioco e che il prezzo da pagare sarebbe, in definitiva, eccessivamente elevato.


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  • di Moritz Kraemer – Le ultime previsioni pubblicate dalla Commissione europea parlano di una profonda recessione per il 2009 che continuerà nel 2010 e di un indice di indebitamento pubblico dei Paesi dell`Eurozona destinato ad aumentare dal 66% del 2007 al 76% nel 2010. Come conseguenza, investitori e opinionisti hanno cominciato a sollevare la questione di un possibile smembramento dell`Eurozona. Chiariamo subito un punto: questo e un evento che non accadrà. Non solo i teorici dell`uscita dall`Eurozona ignorano il fatto che l`adesione alla stessa rimane una proposta estremamente popolare, con dimostrazioni d`interesse che vanno dall`Islanda alla Bulgaria, ma, cosa più importante, gli stessi sembrano ignorare che gli incentivi dei Governi di fatto remano contro l`uscita dall`euro. Supponiamo che esista un governo Ume (Unione monetaria europea) fortemente indebitato in cerca di una scorciatoia per recuperare competitività e crescita economica e per ridurre l`onere del debito statale. Uscire dall`Eurozona e lasciare che la moneta nazionale appena adottata si svaluti, sembrerebbe, a prima vista, una soluzione tutto sommato rapida e interessante. Le esportazioni e la crescita riceverebbero una bella spinta, il deficit della bilancia dei pagamenti si ridurrebbe, l`occupazione recupererebbe terreno e, insieme a lei, anche il gettito fiscale. Strategia questa che nella migliore delle ipotesi si tradurrebbe in uno stimolo temporaneo all`economia e, nella peggiore, in una ricetta che minerebbe l;affidabilità creditizia dei Paesi sovrani. Una ripresa sostenuta dalle esportazioni si rivelerebbe un vero e proprio fuoco di paglia. Una svalutazione nominale non risolverebbe le cause strutturali sottostanti la mancanza di competitività. I prezzi interni e l`inflazione dei salari, così come un aumento dei tassi d`interesse domestici, annullerebbero ben presto gli effetti rinvigorenti di qualsiasi temporanea iniezione nell`economia, richiedendo tra le altre cose un`ulteriore svalutazione e così via. Questa soluzione è stata testata da numerosi Paesi sovrani dell`Europa meridionale prima dell`avvento dell`Unione monetaria europea. Le perduranti conseguenze economiche negative di questa strategia hanno indotto questi Paesi a compiere sforzi significativi negli anni 9o per entrare a far parte dell`Eurozona. Uscire dall`euro, benché assolutamente possibile secondo il diritto internazionale, è estremamente più difficile che entrare a farvi parte. Gli sforzi delle famiglie e delle imprese diretti a eludere la conversione dei loro “asset” (e dei salari) produrrebbero probabilmente una grave crisi nei sistemi finanziari dei Paesi, non dissimile da quella dell`Argentina quando i prestiti delle banche del Paese vennero convertiti a un tasso di cambio meno favorevole rispetto ai loro depositi. Il costo relativo all`applicazione di contratti ancora espressi in curo aumenterebbe parallelamente all`aumento dei contenziosi, il che, per un effetto a catena, determinerebbe un incremento del costo delle transazioni commerciali e minerebbe la fiducia nelle norme, con conseguente deterioramento del contesto commerciale per molti anni a venire. L`affidabilità creditizia dei Paesi sovrani che dovessero uscire dall`Eurozonapatirebbe sicuramente gravi conseguenze. Secondo le stime di S&P, la conversione abbasserebbe il rating sovrano della Grecia dei 14 livelli nella categoria, non-investment grade e quelli di Portogallo, Spagna e Italia di 2-3 livelli. E, questo, in un ambiente favorevole dove l`uscita dall`euro dovesse avvenire senza gravi crisi bancarie o politiche. Uno scenario ancora peggiore potrebbe essere ipotizzato laddove i Governi uscenti dovessero ridenominare il loro euro-debito e pagare gli investitori nella nuova valuta. Si profilerebbe un caso di totale inadempienza giacché costituirebbe un cambiamento unilaterale dell`accordo contrattuale. Ciò renderebbe in futuro l`accesso ai finanziamenti estremamente difficile e oneroso per quel Paese che non avesse ottemperato agli obblighi assunti. I Governi dell`Eurozona sembrano essere consapevoli dei pericoli insiti in un`eventuale uscita dall`Eurozona, capiscono qual è la posta in gioco e che il prezzo da pagare sarebbe, in definitiva, eccessivamente elevato.

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  • di Moritz Kraemer – Le ultime previsioni pubblicate dalla Commissione europea parlano di una profonda recessione per il 2009 che continuerà nel 2010 e di un indice di indebitamento pubblico dei Paesi dell`Eurozona destinato ad aumentare dal 66% del 2007 al 76% nel 2010. Come conseguenza, investitori e opinionisti hanno cominciato a sollevare la questione di un possibile smembramento dell`Eurozona. Chiariamo subito un punto: questo e un evento che non accadrà. Non solo i teorici dell`uscita dall`Eurozona ignorano il fatto che l`adesione alla stessa rimane una proposta estremamente popolare, con dimostrazioni d`interesse che vanno dall`Islanda alla Bulgaria, ma, cosa più importante, gli stessi sembrano ignorare che gli incentivi dei Governi di fatto remano contro l`uscita dall`euro. Supponiamo che esista un governo Ume (Unione monetaria europea) fortemente indebitato in cerca di una scorciatoia per recuperare competitività e crescita economica e per ridurre l`onere del debito statale. Uscire dall`Eurozona e lasciare che la moneta nazionale appena adottata si svaluti, sembrerebbe, a prima vista, una soluzione tutto sommato rapida e interessante. Le esportazioni e la crescita riceverebbero una bella spinta, il deficit della bilancia dei pagamenti si ridurrebbe, l`occupazione recupererebbe terreno e, insieme a lei, anche il gettito fiscale. Strategia questa che nella migliore delle ipotesi si tradurrebbe in uno stimolo temporaneo all`economia e, nella peggiore, in una ricetta che minerebbe l;affidabilità creditizia dei Paesi sovrani. Una ripresa sostenuta dalle esportazioni si rivelerebbe un vero e proprio fuoco di paglia. Una svalutazione nominale non risolverebbe le cause strutturali sottostanti la mancanza di competitività. I prezzi interni e l`inflazione dei salari, così come un aumento dei tassi d`interesse domestici, annullerebbero ben presto gli effetti rinvigorenti di qualsiasi temporanea iniezione nell`economia, richiedendo tra le altre cose un`ulteriore svalutazione e così via. Questa soluzione è stata testata da numerosi Paesi sovrani dell`Europa meridionale prima dell`avvento dell`Unione monetaria europea. Le perduranti conseguenze economiche negative di questa strategia hanno indotto questi Paesi a compiere sforzi significativi negli anni 9o per entrare a far parte dell`Eurozona. Uscire dall`euro, benché assolutamente possibile secondo il diritto internazionale, è estremamente più difficile che entrare a farvi parte. Gli sforzi delle famiglie e delle imprese diretti a eludere la conversione dei loro “asset” (e dei salari) produrrebbero probabilmente una grave crisi nei sistemi finanziari dei Paesi, non dissimile da quella dell`Argentina quando i prestiti delle banche del Paese vennero convertiti a un tasso di cambio meno favorevole rispetto ai loro depositi. Il costo relativo all`applicazione di contratti ancora espressi in curo aumenterebbe parallelamente all`aumento dei contenziosi, il che, per un effetto a catena, determinerebbe un incremento del costo delle transazioni commerciali e minerebbe la fiducia nelle norme, con conseguente deterioramento del contesto commerciale per molti anni a venire. L`affidabilità creditizia dei Paesi sovrani che dovessero uscire dall`Eurozonapatirebbe sicuramente gravi conseguenze. Secondo le stime di S&P, la conversione abbasserebbe il rating sovrano della Grecia dei 14 livelli nella categoria, non-investment grade e quelli di Portogallo, Spagna e Italia di 2-3 livelli. E, questo, in un ambiente favorevole dove l`uscita dall`euro dovesse avvenire senza gravi crisi bancarie o politiche. Uno scenario ancora peggiore potrebbe essere ipotizzato laddove i Governi uscenti dovessero ridenominare il loro euro-debito e pagare gli investitori nella nuova valuta. Si profilerebbe un caso di totale inadempienza giacché costituirebbe un cambiamento unilaterale dell`accordo contrattuale. Ciò renderebbe in futuro l`accesso ai finanziamenti estremamente difficile e oneroso per quel Paese che non avesse ottemperato agli obblighi assunti. I Governi dell`Eurozona sembrano essere consapevoli dei pericoli insiti in un`eventuale uscita dall`Eurozona, capiscono qual è la posta in gioco e che il prezzo da pagare sarebbe, in definitiva, eccessivamente elevato.

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  • di Moritz Kraemer – Le ultime previsioni pubblicate dalla Commissione europea parlano di una profonda recessione per il 2009 che continuerà nel 2010 e di un indice di indebitamento pubblico dei Paesi dell`Eurozona destinato ad aumentare dal 66% del 2007 al 76% nel 2010. Come conseguenza, investitori e opinionisti hanno cominciato a sollevare la questione di un possibile smembramento dell`Eurozona. Chiariamo subito un punto: questo e un evento che non accadrà. Non solo i teorici dell`uscita dall`Eurozona ignorano il fatto che l`adesione alla stessa rimane una proposta estremamente popolare, con dimostrazioni d`interesse che vanno dall`Islanda alla Bulgaria, ma, cosa più importante, gli stessi sembrano ignorare che gli incentivi dei Governi di fatto remano contro l`uscita dall`euro. Supponiamo che esista un governo Ume (Unione monetaria europea) fortemente indebitato in cerca di una scorciatoia per recuperare competitività e crescita economica e per ridurre l`onere del debito statale. Uscire dall`Eurozona e lasciare che la moneta nazionale appena adottata si svaluti, sembrerebbe, a prima vista, una soluzione tutto sommato rapida e interessante. Le esportazioni e la crescita riceverebbero una bella spinta, il deficit della bilancia dei pagamenti si ridurrebbe, l`occupazione recupererebbe terreno e, insieme a lei, anche il gettito fiscale. Strategia questa che nella migliore delle ipotesi si tradurrebbe in uno stimolo temporaneo all`economia e, nella peggiore, in una ricetta che minerebbe l;affidabilità creditizia dei Paesi sovrani. Una ripresa sostenuta dalle esportazioni si rivelerebbe un vero e proprio fuoco di paglia. Una svalutazione nominale non risolverebbe le cause strutturali sottostanti la mancanza di competitività. I prezzi interni e l`inflazione dei salari, così come un aumento dei tassi d`interesse domestici, annullerebbero ben presto gli effetti rinvigorenti di qualsiasi temporanea iniezione nell`economia, richiedendo tra le altre cose un`ulteriore svalutazione e così via. Questa soluzione è stata testata da numerosi Paesi sovrani dell`Europa meridionale prima dell`avvento dell`Unione monetaria europea. Le perduranti conseguenze economiche negative di questa strategia hanno indotto questi Paesi a compiere sforzi significativi negli anni 9o per entrare a far parte dell`Eurozona. Uscire dall`euro, benché assolutamente possibile secondo il diritto internazionale, è estremamente più difficile che entrare a farvi parte. Gli sforzi delle famiglie e delle imprese diretti a eludere la conversione dei loro “asset” (e dei salari) produrrebbero probabilmente una grave crisi nei sistemi finanziari dei Paesi, non dissimile da quella dell`Argentina quando i prestiti delle banche del Paese vennero convertiti a un tasso di cambio meno favorevole rispetto ai loro depositi. Il costo relativo all`applicazione di contratti ancora espressi in curo aumenterebbe parallelamente all`aumento dei contenziosi, il che, per un effetto a catena, determinerebbe un incremento del costo delle transazioni commerciali e minerebbe la fiducia nelle norme, con conseguente deterioramento del contesto commerciale per molti anni a venire. L`affidabilità creditizia dei Paesi sovrani che dovessero uscire dall`Eurozonapatirebbe sicuramente gravi conseguenze. Secondo le stime di S&P, la conversione abbasserebbe il rating sovrano della Grecia dei 14 livelli nella categoria, non-investment grade e quelli di Portogallo, Spagna e Italia di 2-3 livelli. E, questo, in un ambiente favorevole dove l`uscita dall`euro dovesse avvenire senza gravi crisi bancarie o politiche. Uno scenario ancora peggiore potrebbe essere ipotizzato laddove i Governi uscenti dovessero ridenominare il loro euro-debito e pagare gli investitori nella nuova valuta. Si profilerebbe un caso di totale inadempienza giacché costituirebbe un cambiamento unilaterale dell`accordo contrattuale. Ciò renderebbe in futuro l`accesso ai finanziamenti estremamente difficile e oneroso per quel Paese che non avesse ottemperato agli obblighi assunti. I Governi dell`Eurozona sembrano essere consapevoli dei pericoli insiti in un`eventuale uscita dall`Eurozona, capiscono qual è la posta in gioco e che il prezzo da pagare sarebbe, in definitiva, eccessivamente elevato.

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  • di Moritz Kraemer – Le ultime previsioni pubblicate dalla Commissione europea parlano di una profonda recessione per il 2009 che continuerà nel 2010 e di un indice di indebitamento pubblico dei Paesi dell`Eurozona destinato ad aumentare dal 66% del 2007 al 76% nel 2010. Come conseguenza, investitori e opinionisti hanno cominciato a sollevare la questione di un possibile smembramento dell`Eurozona. Chiariamo subito un punto: questo e un evento che non accadrà. Non solo i teorici dell`uscita dall`Eurozona ignorano il fatto che l`adesione alla stessa rimane una proposta estremamente popolare, con dimostrazioni d`interesse che vanno dall`Islanda alla Bulgaria, ma, cosa più importante, gli stessi sembrano ignorare che gli incentivi dei Governi di fatto remano contro l`uscita dall`euro. Supponiamo che esista un governo Ume (Unione monetaria europea) fortemente indebitato in cerca di una scorciatoia per recuperare competitività e crescita economica e per ridurre l`onere del debito statale. Uscire dall`Eurozona e lasciare che la moneta nazionale appena adottata si svaluti, sembrerebbe, a prima vista, una soluzione tutto sommato rapida e interessante. Le esportazioni e la crescita riceverebbero una bella spinta, il deficit della bilancia dei pagamenti si ridurrebbe, l`occupazione recupererebbe terreno e, insieme a lei, anche il gettito fiscale. Strategia questa che nella migliore delle ipotesi si tradurrebbe in uno stimolo temporaneo all`economia e, nella peggiore, in una ricetta che minerebbe l;affidabilità creditizia dei Paesi sovrani. Una ripresa sostenuta dalle esportazioni si rivelerebbe un vero e proprio fuoco di paglia. Una svalutazione nominale non risolverebbe le cause strutturali sottostanti la mancanza di competitività. I prezzi interni e l`inflazione dei salari, così come un aumento dei tassi d`interesse domestici, annullerebbero ben presto gli effetti rinvigorenti di qualsiasi temporanea iniezione nell`economia, richiedendo tra le altre cose un`ulteriore svalutazione e così via. Questa soluzione è stata testata da numerosi Paesi sovrani dell`Europa meridionale prima dell`avvento dell`Unione monetaria europea. Le perduranti conseguenze economiche negative di questa strategia hanno indotto questi Paesi a compiere sforzi significativi negli anni 9o per entrare a far parte dell`Eurozona. Uscire dall`euro, benché assolutamente possibile secondo il diritto internazionale, è estremamente più difficile che entrare a farvi parte. Gli sforzi delle famiglie e delle imprese diretti a eludere la conversione dei loro “asset” (e dei salari) produrrebbero probabilmente una grave crisi nei sistemi finanziari dei Paesi, non dissimile da quella dell`Argentina quando i prestiti delle banche del Paese vennero convertiti a un tasso di cambio meno favorevole rispetto ai loro depositi. Il costo relativo all`applicazione di contratti ancora espressi in curo aumenterebbe parallelamente all`aumento dei contenziosi, il che, per un effetto a catena, determinerebbe un incremento del costo delle transazioni commerciali e minerebbe la fiducia nelle norme, con conseguente deterioramento del contesto commerciale per molti anni a venire. L`affidabilità creditizia dei Paesi sovrani che dovessero uscire dall`Eurozonapatirebbe sicuramente gravi conseguenze. Secondo le stime di S&P, la conversione abbasserebbe il rating sovrano della Grecia dei 14 livelli nella categoria, non-investment grade e quelli di Portogallo, Spagna e Italia di 2-3 livelli. E, questo, in un ambiente favorevole dove l`uscita dall`euro dovesse avvenire senza gravi crisi bancarie o politiche. Uno scenario ancora peggiore potrebbe essere ipotizzato laddove i Governi uscenti dovessero ridenominare il loro euro-debito e pagare gli investitori nella nuova valuta. Si profilerebbe un caso di totale inadempienza giacché costituirebbe un cambiamento unilaterale dell`accordo contrattuale. Ciò renderebbe in futuro l`accesso ai finanziamenti estremamente difficile e oneroso per quel Paese che non avesse ottemperato agli obblighi assunti. I Governi dell`Eurozona sembrano essere consapevoli dei pericoli insiti in un`eventuale uscita dall`Eurozona, capiscono qual è la posta in gioco e che il prezzo da pagare sarebbe, in definitiva, eccessivamente elevato.

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