Le risposte alle crisi
Europa senza politica estera ma ne avrebbe tanto bisogno
Si è appena concluso il Consiglio europeo dei capi di governo dei 27 stati membri dell’Unione europea (Ue). La discussione sulla politica migratoria ha mostrato una Ue divisa al proprio interno, con i leader nazionali che guardano più alle loro opinioni pubbliche interne che all’interesse europeo. La discussione sulla politica estera, in particolare sulla guerra in Ucraina e sulla crisi in Medio Oriente, è stata più fumo che arrosto. Mi spiego. Cominciamo dalla guerra in Ucraina. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj, invitato alla riunione del Consiglio europeo, ha presentato il suo “Piano per la vittoria”. Organizzato in cinque punti, esso prevede misure per rafforzare la sicurezza dell’Ucraina, come la possibilità di usare le armi ricevute dagli alleati occidentali per attacchi in territorio russo, una deterrenza non- nucleare dopo la guerra, garanzie per la sicurezza economica e la protezione delle risorse naturali ucraine.
Ma, soprattutto, prevede «un immediato e non-condizionato invito (all’Ucraina) ad entrare nella Nato», in cambio di un impegno delle forze militari ucraine a sostituire, dopo la guerra, buona parte delle truppe americane in Europa. Zelenskyj è andato al cuore del problema. La sicurezza dell’Ucraina potrà essere garantita solamente dalla Nato e non dall’Ue. L’entrata immediata dell’Ucraina nella Nato è l’unica contropartita affinché Zelenskyj e i suoi possano accettare di rinunciare ai territori (o a buona parte di essi) occupati dai russi, anche se non possono dichiararlo ufficialmente. È il modello “Germania di Bonn”, proposto da più parti (da Ivan Krastev in Europa a Robert Kagan in America) per arrivare ad un accordo con Putin. Durante la Guerra Fredda, i sovietici annessero la Germania dell’est nella loro area di influenza, ma in compenso dovettero accettare che la Germania dell’ovest entrasse nella Nato. È in questo modo che la sicurezza di Bonn fu garantita. Eppure, di ciò non si è discusso al Consiglio europeo. Visto che l’Ue è priva di una sua autonoma capacità militare, essa vede solamente in termini di allargamento il rapporto con l’Ucraina. Un allargamento, peraltro, che non potrà garantire la sicurezza della seconda, ma complicherà il funzionamento istituzionale della prima. Per di più, se la politica estera dell’Ue è definita da leader nazionali espressione di elettorati domestici con interessi divergenti, difficilmente potrà identificare una propria posizione strategica in quella guerra.
Non è stata diversa la discussione sull’altra crisi, quella mediorientale. Le Conclusioni del Consiglio europeo abbondano di auspici, cui non seguono impegni precisi. Il Consiglio europeo si dichiara favorevole alla soluzione di “due popoli, due stati” per il conflitto tra israeliani e palestinesi, ma non dice qual è (o quale potrebbe essere) il ruolo dell’Ue per promuoverla. Tra i 27 governi nazionali, vi sono posizioni radicalmente opposte su come interpretare quel conflitto, divisioni che attraversano gli stessi schieramenti partitici. Ad esempio, il governo spagnolo del socialista Sanchez ha riconosciuto la Palestina come “entità politica indipendente” e il governo tedesco del socialista Scholz si è schierato senza dubbi a fianco del premier israeliano Netanyahu (che la Palestina non vuole riconoscerla). Gli europei, privi di una loro autonomia strategica e della capacità per promuoverla, hanno finito per risultare ridondanti nel conflitto, anche se il suo esito avrà conseguenze principalmente su di essi (si pensi alle conseguenze migratorie). Anche in questo caso, l’Ue è un bancomat che aiuta economicamente sia l’una che l’altra parte in conflitto, perseguendo l’unica politica estera che riesce a fare, quella economico-commerciale. Così, come incentivo a concludere il conflitto, propone di aprire il proprio mercato interno ai Paesi dell’area (peraltro già aperto nei confronti delle merci israeliane e di altri Paesi arabi), come se ciò bastasse. Nel Consiglio europeo non è emersa alcuna riflessione sul ruolo di un’Europa “postcoloniale” in Medio Oriente. Di nuovo, non poteva essere diversamente, visto che ogni leader nazionale parla a nome del proprio Paese.
Insomma, l’Ue non dispone delle condizioni istituzionali per perseguire una propria politica estera. Eppure, ne avrebbe bisogno, visto che l’ascesa di potenze revisioniste (come la Russia, la Cina, l’Iran) sta mettendo in discussione il sistema internazionale che ne ha garantito lo sviluppo. Nella politica di potenza non vi sono norme da preservare, ma solamente ambizioni da promuovere. È un mondo nel quale conta la forza con cui si impongono i propri interessi, mentre non conta il valore del reciproco riconoscimento tra interessi. Il Consiglio europeo riconosce (in poche righe delle Conclusioni) che occorre andare verso un sistema internazionale “rules-based”, in cui sia rispettato (anche dalle non democrazie) il diritto internazionale (basato sulla sovranità e l’integrità territoriale degli stati, oltre che sul rispetto dei diritti umani). Ma un sistema internazionale “rules-based” non si autosostiene, richiede di essere sostenuto. In particolare, dall’Ue, che sul rispetto delle regole deve la propria esistenza. Essa però non è in grado di farlo. Così, la sua stessa esistenza finisce per dipendere dalla buona volontà americana. Ma se quest’ultima si appannasse dopo il 5 novembre?
Sergio Fabbrini | Il Sole 24 Ore | 20.10.2024














