Europa, è l’ora di farsi i muscoli

Corriere della Sera, 27 gennaio 2005

Europa, è l’ora di farsi i muscoli

Charles A. Kupchan

(Professore di Relazioni Internazionali alla Georgetown University)

Agitarsi sul futuro dell’Europa e disconoscere la sua importanza geopolitica può essere un atteggiamento alla moda, ma non è giustificato né saggio. Certamente l’Ue è ben lungi dal diventare una superpotenza; sta ancora lavorando per fondare le istituzioni necessarie a costruire una politica estera comune e per trovare gli uomini adatti a compiere modeste missioni militari nei Balcani e in Afghanistan. Ma la rotta dell’Europa – se guardata in un contesto comparativo e storico – è in definitiva più segnata dai suoi successi che non dalle sue carenze. Le azioni che portano alla costruzione di una confederazione sono sempre lente e difficili, e le loro implicazioni geopolitiche diventano evidenti solo in modo graduale. Consideriamo infatti il caso degli Stati Uniti. Nel 1789 è nata una federazione delle ex-colonie britanniche, con la ratifica della Costituzione. Sono passati altri 70 anni, tuttavia, prima che l’unione avesse la propria moneta. In termini militari, gli Usa sono rimasti sorprendentemente deboli per decenni. Un secolo dopo la loro fondazione, l’esercito americano aveva una forza attiva di soli 25 mila uomini. Le istituzioni governative erano altrettanto sottosviluppate. Le istituzioni federali sono rimaste deboli fino al XIX secolo, in preda al costante potere degli Stati separati e alle lotte paralizzanti fra il potere esecutivo e il Congresso.

Per tutto questo tempo, tuttavia, gli Stati Uniti, in modo pacato ma costante, hanno modificato l’equilibrio delle forze politiche nell’Atlantico, allontanando gradualmente l’influsso europeo dall’emisfero occidentale. Alla fine del secolo, il consolidamento della federazione e della crescente forza navale del Paese è stato accompagnato da aspirazioni imperialistiche. Nel corso dei cinquant’anni successivi, gli Stati Uniti si

sono poi affermati come la forza militare preminente a livello mondiale.

L’esperienza dell’Europa trova una forte corrispondenza con quella degli Stati Uniti, ed è dunque improbabile che, almeno nell’immediato futuro, l’Ue raggiunga un carattere federale simile a quello dell’America. Tuttavia, analizzando insieme i due processi, appare evidente che le unioni politiche prendono forma in modo progressivo, pur con battute d’arresto, e che l’esperimento in corso in Europa sta procedendo in modo rapido e per nulla irrilevante in termini geopolitici.

Anzi, proprio le conseguenze dell’integrazione europea sono in parte responsabili dello scompiglio che ha accompagnato le relazioni atlantiche: la pace fra le grandi potenze e l’unione politica significa la fine della dipendenza strategica dell’Europa dagli Stati Uniti. Ciò non vuol dire, tuttavia, che la crescente ambizione dell’Europa debba necessariamente andare a scapito del suo legame con gli Usa. Infatti, la nascita di un’Europa più forte – se gestita adeguatamente da europei e americani – ha tutte le potenzialità per salvare l’alleanza atlantica, attualmente assai compromessa. La costruzione di un’Europa forte è un passo fondamentale verso la ricostruzione di una comunità atlantica forte. In questo momento l’atteggiamento antiamericano sta permeando le politiche elettorali in molti stati della Ue. Quella che è cominciata come un’opposizione popolare all’amministrazione Bush sembra avere implicazioni politiche più ampie e profonde, con sondaggi che rivelano come circa due terzi dell’opinione pubblica in Francia e in Germania abbia un giudizio negativo sugli Stati Uniti. Inoltre molti leader europei, invece di cercare di moderare i sentimenti antiamericani, ne hanno tratto vantaggio a scopi elettorali, ingigantendone la portata e l’intensità.

Questa tendenza offre un argomento di coesione in Europa, aggiungendo fascino e urgenza alla richiesta di molti cittadini che l’Unione faccia da contrappeso al potere dell’America. Tuttavia, questo atteggiamento potrebbe anche portare ad un esito pericoloso: l’emergere di un’Europa che definisce se stessa in opposizione agli Stati Uniti, avrebbe conseguenze negative non soltanto per le relazioni atlantiche, ma anche per la più vasta comunità internazionale.

Se la logica dell’equilibrio dei poteri dovesse dividere nuovamente le due sponde dell’Atlantico, verrebbero risvegliati istinti competitivi a livello globale.

L’Europa e gli Stati Uniti hanno quindi raggiunto un punto di svolta strategico, almeno tanto importante quanto quello a cui pervennero un secolo fa, quando un’America che si stava integrando attraversò la soglia critica della sua evoluzione come unione e raggiunse un nuovo livello di ambizioni geopolitiche cambiando radicalmente i rapporti con il vecchio Continente. Nel periodo a cavallo del XX secolo, la Gran Bretagna ha avuto il buon senso di fare spazio all’America, spianando la strada a una pacifica transizione di poteri attraverso l’Atlantico. Al volgere del XXI secolo, la sfida che ci attende è garantire che l’attuale transizione strategica tra le due sponde dell’oceano sia pacifica come quella precedente.

Oggi, l’Alleanza atlantica, almeno nel suo significato tradizionale, può dirsi definitivamente tramontata. Gli Stati Uniti hanno concluso la loro epoca di potenza presente in Europa nel momento stesso in cui gli Stati membri della Ue sono stati pronti ad emergere dall’ombra dell’influenza americana. Una domanda basilare sorge nel mezzo del rancore politico e della confusione concettuale che accompagnano questi spostamenti tettonici: le prospettive di richiesta di una partnership atlantica sono maggiormente auspicabili se l’Ue emerge come un attore geopolitico più forte e più unificato, oppure se resta un potere sostanzialmente civile, con politiche decentralizzate in materia di sicurezza e di difesa? I fautori della seconda ipotesi hanno diversi argomenti a proprio favore.

Un’unione maggiormente unificata e forte porterebbe, almeno nella fase iniziale, a una maggiore tensione transatlantica, non certo a una minore. Come avvenuto negli ultimi anni, Washington probabilmente reagirebbe in modo negativo di fronte alla prospettiva di un’Unione sempre più autonoma; altrettanto poco gradita agli Usa sarebbe una politica di sicurezza comunitaria, la quale avrebbe l’effetto di rendere difficile agli Stati Uniti stringere alleanze strategiche con singoli Stati membri della Ue a seconda delle situazioni. Può anche succedere che la comunità internazionale continui a fare molto affidamento sul profilo civile dell’Ue: le sue capacità di costruzione di nazioni, di mantenimento della pace e di rafforzamento della democrazie sono pronte per restare beni fondamentali negli anni a venire.

La partnership atlantica, tuttavia, trarrà un vantaggio di gran lunga superiore da un’Europa militarmente efficiente piuttosto che da un’Unione che si autodefinisce una potenza civile. Una spartizione dei compiti, in cui gli Stati Uniti combattono guerre mentre l’Ue si focalizza sulla costruzione di nazioni, nel tempo può avere solo effetti corrosivi. Gli americani risentirebbero del fatto di dover affrontare rischi maggiori rispetto alle loro controparti europee. Davanti alla minaccia del terrorismo che stanno oggi affrontando in patria, gli statunitensi sono diventati particolarmente sensibili alla collaborazione degli altri Paesi per la neutralizzazione di questa minaccia.

A loro volta, gli europei patirebbero per il loro ruolo strategico subordinato di «squadra delle pulizie» della comunità internazionale. Si risentirebbero anche per l’influenza permanentemente ridotta derivante da

questo ruolo.

Insomma: un’Unione europea «civilizzata» è uno strumento per smantellare la partnership atlantica, non per ricostruirla. Una Ue più efficiente ripristinerebbe un rapporto d’equilibrio con la comunità atlantica, creando le fondamenta per una spartizione di compiti più equa e sensata. È vero che Washington può non gradire il fatto che l’Europa crei la sua politica di sicurezza e diventi sempre più indipendente, ma gli americani, in ultima analisi, accetterebbero di buon grado la prospettiva di una controparte capace di assumersi maggiori responsabilità sul Continente e di contribuire a operazioni in ogni luogo – specie quelle rivolte a combattere i terroristi e a prevenire la proliferazione di armi per la distruzione di massa. La guerra in Iraq ha messo molto sotto pressione l’esercito americano, rendendo gli Stati Uniti particolarmente consapevoli dell’importanza di assicurarsi in futuro l’aiuto di alleati capaci. Un maggiore peso dell’Unione europea aumenta anche la probabilità che gli Stati Uniti e l’Europa riescano a creare un consenso su questioni strategiche d’importanza fondamentale. Quanto più consistente sarà il potenziale che l’Europa potrà offrire, tanto più Washington si adopererà per assicurarle il proprio aiuto, ascoltando le sue problematiche e modificando, di conseguenza, le politiche americane. Inoltre, anche la percezione delle minacce può essere maggiormente allineata con quella degli Stati Uniti. Il modo in cui le parti percepiscono i pericoli è infatti determinato, almeno in certa misura, dai mezzi di cui dispongono per affrontarle. Il sentimento antiamericano in Europa deriva in gran parte dall’atteggiamento di scarsa considerazione mostrato da Washington nei confronti del vecchio Continente, un atteggiamento che cambierebbe di pari passo con il rafforzamento della Ue. Il risentimento dell’Europa deriva inoltre dalla frustrazione che essa prova per la sua debolezza; reggere il confronto con l’America rappresenta in qualche modo una via per compensare la sua incapacità di ottenere risultati mediante altri mezzi. Anche se un’Unione Europea più autonoma e gli Stati Uniti potrebbero talvolta seguire vie separate, i due blocchi condividerebbero in ultima analisi un obiettivo comune e un impegno per i valori della democrazia. Ciascuno di essi resterebbe l’alleato più naturale e più affidabile dell’altro.

Infine, l’Unione europea deve migliorare la sua capacità militare per colmare il vuoto strategico lasciato dall’imminente partenza dell’America dal vecchio Continente. Nei prossimi anni, infatti, la periferia europea sarà quasi certamente teatro di conflitti violenti; l’Unione deve perciò prepararsi adeguatamente oppure finirà per trovarsi esposta e impotente. Se ciò avvenisse, l’Europa non sarà l’unica a risentirne: negli anni ’90, quando gli europei hanno dimostrato di non essere in grado di bloccare il conflitto etnico nei Balcani, la tensione politica e la reciproca recriminazione hanno investito tutta la comunità internazionale.

Questa analisi mette in evidenza diverse raccomandazioni politiche per i leader sulle due sponde dell’Atlantico. Le élite europee devono ripristinare lo slancio politico che è mancato nel recente passato, rendendo più profonda l’Unione, in particolare dotandosi di una politica di sicurezza più comunitaria e più salda. La Gran Bretagna, forte della sua esperienza militare, deve svolgere un ruolo-guida a questo riguardo. Proprio perché l’allargamento può rendere difficile all’Unione l’affrontare rapidamente argomenti di difesa, la leadership di un gruppo d’avanguardia non solo è auspicabile, ma vitale.

Nel frattempo, i politici europei intensificheranno gli sforzi per stendere una mano alle loro controparti negli Stati Uniti. Passi utili in tal senso sarebbero un maggior contributo alle missioni in Afghanistan e in Iraq, e l’impegno a opporsi al sentimento antiamericano in Europa. Washington può fare la sua parte ritornando a una politica risoluta di supporto alla coesione del vecchio Continente, mettendo fine agli sforzi controproducenti di alimentare le divisioni fra le fila europee. Gli Stati Uniti devono anche accogliere positivamente, senza ambiguità, la creazione di una forza difensiva europea autonoma ed efficiente.

Infine, Washington deve ritornare alla strategia centrista dell’internazionalismo che ha guidato la politica estera degli Stati Uniti negli ultimi sessant’anni.

Soltanto agendo così, gli Usa possono riavere la fiducia degli europei che considerano ancora l’America un partner responsabile e affidabile. Soltanto allora Stati Uniti ed Europa potranno ricostruire una comunità atlantica in grado di stabilire un ordine internazionale stabile e fruttuoso. Il corso futuro dell’integrazione europea è predestinato. Soltanto un indovino potrebbe aver previsto alla fine degli anni ’80 che gli Stati Uniti avrebbero capeggiato la centralizzazione politica e la preminenza globale.

L’Ue attuale è simile a un cantiere, con il carattere delle sue istituzioni governative e la sua ambizione geopolitica ancora in fase di assembramento. L’integrazione dell’America certamente non può servire come modello per l’Europa; le unioni politiche sono esperimenti radicali e contingenti, i cui risultati sono sempre imprevedibili. Tuttavia, la storia della faticosa ascesa dell’America non spiega come l’Europa abbia già fatto notevoli progressi nel percorso dell’integrazione politica. Questa analisi lascia intuire poco sull’attuale rotta politica dell’Europa, ma è un segnale dell’urgente necessità di iniziare ad adeguare le relazioni atlantiche e la politica globale alle realtà dell’emergente unione europea.

Traduzione: Miranda Menga/Oxford Group

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