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Europa e oltre

Europa e America il silenzio tra i partiti




Europa e America il silenzio tra i partiti

09.07.2004 La Repubblica p.14

Nell’autunno del 1981, Helmut Kohl, capo dell'opposizione cristiano-democratica, accreditava il suo consigliere per gli affari internazionali presso la campagna presidenziale di Reagan contro l'uscente Jimmy Carter. Il diplomatico, distaccato dall'AuswaertigesAmt al gruppo parlamentare della Cdu-Csu come era d'uso fare al Bundestag, seguì in una serie di viaggi lo svolgersi della campagna insieme con la squadra elettorale del candidato, in rapporto diretto con i principali collaboratori che sarebbero diventati poi l'ossatura dell'amministrazione repubblicana.
Il diplomatico tedesco spiegava via via a Kohl il fenomeno politico dell'ex governatore della California, noto a Bonn soprattutto per il folklore cinematografico, e le crescenti prospettive di successo a cui da principio poco si credeva e spiegava ai “reaganauti”, come cominciavano a chiamarsi, la Germania e, se non le complicazioni della sua politica interna, almeno il senso dell'opposizione che la Adenauer Haus di Bonn conduceva al Cancelliere Schmidt, popolare invece a Washington come amico dell'America dopo le incomprensioni della Ostpolitik di Brandt.
Entro un anno, il cambiamento di fronte dei liberali di Genscher che abbandonarono la coalizione con i socialisti determinandola caduta di Schmidt, le elezioni in Germania vinte dalla Cdu-Csu e, in America, la vittoria di Reagan in novembre portarono al governo dei principali alleati atlantici due leader che avevano stabilito un rapporto strutturato tra le rispettive forze politiche corroborato da relazioni personali tra i principali collaboratori. L'unificazione tedesca, architettata da Kohl nel tramonto dell'Unione Sovietica come processo di legittimità europeo ed atlantico, piuttosto che rivincita nazionalista come molti temevano, ebbe il pieno appoggio di Reagan e Bush e l'apporto fattivo e tenace di Schultz e di Baker. Con Bush padre e con Clinton-e poi fino allo “strappo” di Schroeder-il rapporto tedesco-americano aveva raggiunto un livello definito a Washington di “partnership in leadership”, formula mai usata nemmeno per Londra. Per la Germania era la consacrazione nel ruolo globale.
L'azione politica dei capi di governo e quella diplomatica delle cancellerie si era avvalsa della costruzione di un tessuto connettivo a tutti i livelli che mi sembra configurare un rapporto politico-partitico diverso da quello che esiste tra i partiti europei e nelle famiglie politiche del Parlamento di Strasburgo, un'abile compromesso rispetto all'attuale estraneità. La designazione di John Edwards alla candidatura democratica perla vicepresidenza e la lenta formazione del gruppo dei consiglieri di Kerry fanno emergere infatti la carenza di comunicazione tra le forze politiche delle due sponde dell'Atlantico.
L'asimmetria trai partiti in Europa e in America è più visibile nel Continente che non in Inghilterra dove la comunanza di lingua, cultura e diritto si attiva in un continuo contatto interparlamentare. Nel Continente, al contratto, il rapporto politico con l'America è patrimonio quasi esclusivo delle cancellerie: e' quindi professionale, destinato ad essere neutrale tra le parti che si contendono la Casa Bianca e il Congresso, come e' corretto per un governo e per la sua diplomazia. Per tradizione e per l'effetto indotto del sistema maggioritario puro, i partiti americani non sono organizzazioni strutturate con apparati e programmi ideologici, ma aggregazioni che si formano attorno alle personalità che emergono a livello locale, statale o nazionale, beninteso con il cemento di principi e valori comuni (e spesso di appartenenza sociale o identità etnica) in cui si riconoscono. Di più, quasi a sottolineare l'asimmetria, molte delle posizioni politiche europee tagliano nel concreto attraverso le forze politiche americane in modo diverso che da noi, anche se le maggiori categorie – conservatori e progressisti – trovano grosso modo una corrispondenza. Mi sembra quindi piuttosto singolare che le forze politiche europee, partiti dotati di strutture organizzate, non abbiano stabilito rapporti seguiti e continuativi con quelle a loro più simili in America, conservatrici o progressiste che siano, in certo modo come Kohl fece con Reagan, né creato relazioni personali seguite con il complesso mondo della politica americana anche se questo è molto diverso e non si compone di professionisti della politica a tempo pieno, ma aggrega nelle varie sfere di attività, dall'accademia all'economia e alle professioni, forze omologhe o almeno simili per formare via via maggioranze e opposizioni destinate magari a diventare poi maggioranze e comporre l'amministrazione, il governo del Paese. Con questi esponenti, società civile che si trasforma per un tempo in società politica, i partiti europei dovrebbero invece tenere un dialogo costante e concreto sulle strategie della comunità transatlantica paradossalmente cominciando con lo spiegare l'Europa e capire l'America.
Mancano certo le collaudate sedi internazionali di incontro tra i partiti, familiari alla politica europea, diversa è l'impostazione di convegni transatlantici e seminari di discussione prevalentemente speculativi e accademici, le fondazioni dei tre maggiori partiti tedeschi essendo una modesta eccezione. Accade così che dopo ogni elezione presidenziale appaia a Washington una squadra quasi ignota in Europa dove si studiano con interesse i nuovi ministri, per sentito dire o magari tramite discussi personaggi che cercano di accreditarsi, mentre l'amministrazione entrante sembra agli europei un'entità lontana con equilibri poco comprensibili. Igoverni avviano subito i rapporti ufficiali, gli scambi di visite riprendono: siamo però nel caso di specie delle relazioni intergovernative, non di quelle politiche sottostanti che richiedono più lunga consuetudine personale e sono fondamentali perla reciproca conoscenza, base della stessa concertazione.
Di Ferdinando Salleo
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