Etica, palestra della nuova Europa

29/12/2004, La Stampa, pag. 26

Dalla chiesa alle ideologie: una riflessione sui diversi atteggiamenti della morale

Etica, palestra della nuova Europa

Fernando Savater

Tempo fa un mio collega docente di Etica più cinico che disincantato mi annunciò di aver trovato finalmente una definizione della propria materia sulla quale tutti sembravano trovarsi d’accordo: «L’ etica è quello che manca agli altri». Ascoltando negli ultimi tempi con forzata rassegnazione le parole di vescovi, ministri, parlamentari e ospiti televisivi di diversa provenienza e appartenenza ho avuto occasione di apprezzare la trovata del mio amico e ho concluso che avesse ragione. Poiché il discorso etico non si limita a descrivere il mondo così come è, ma esprime anche quello che pensiamo debba essere o quello che vorremmo che fosse, non dobbiamo stupirci troppo se il grosso della sua forza nasce dal rifiuto o dalla protesta anziché dall’approvazione beata. Per ogni coraggioso camionista disposto a salvare una dozzina di bambini estraendoli da una macchina in fiamme, la rumorosa attualità ci consegna dozzine di abusi, atrocità, comportamenti sgarbati e gesti individuali che suscitano in noi innanzitutto perplessità e poi disapprovazione. Ecco perché la morale sembra essere in primo luogo e quasi sempre quello che manca agli altri anziché quello che proponiamo noi. A mio avviso in questo campo si osservano tre atteggiamenti diversi.

Secondo il primo atteggiamento il piano morale è indicato dall’ortodossia della Chiesa cattolica, i cui precetti dovrebbero costituire la cornice etica della nostra società utilitaristica e materialista. L’argomento base di questa pia istituzione vuole che, per quanto abbiano un fondamento sovrannaturale, tali dogmi coincidano punto per punto con l’ordine naturale del cosmo e della società. Non occorre essere accaniti sostenitori del multiculturalismo (malattia alla quale credo di essere immune) per trovare questa ipotesi come minimo esagerata. La normativa che la Chiesa cattolica ha pieno diritto di emanare

i per i propri fedeli potrebbe non fare una piega dal punto di vista religioso ma sicuramente è molto discutibile dal punto di vista etico. Perché l’etica è di per sé stessa laica e razionale e aspira esclusivamente a una vita umana migliore, mentre il messaggio cattolico promette qualcosa di meglio della vita umana nell’ aldilà. In uno Stato democratico e non confessionale questi due piani non devono confondersi, così come le decisioni dei governi, che riguardano tutti i cittadini, non possono essere determinate da direttive religiose che sono valide soltanto per i credenti. Quando Rocco Bottiglione dice che l’omosessualità è «peccato», noi che non sappiamo nulla su questo sistema di valutazione non abbiamo niente da obiettare, ma possiamo opporci alla sua nomina a un incarico europeo che avrà effetti sulla vita di tutti i cittadini, siano essi cattolici oppure no. Se invece un vescovo considera l’omosessualità una «malattia» oppure un «disordine morboso», non siamo disposti a riconoscergli più autorità che a figure di spicco delle scienze occulte come Rappel.

Può darsi che all’origine di tutti gli imperativi morali forti, quali ad esempio il rispetto di certi aspetti non manìpolabili della vita umana, ci siano il sentimento o la nozione di sacro. Ma la sacralità precede le religioni esistenti; non è un loro prodotto e possiamo incorporarla a ragionamenti etici indipendenti da qualsiasi ortodossia clericale. Forse la parte più condivisibile dell’atteggiamento morale ecclesiastico è precisamente quella proveniente da fonti preesistenti, la cui vocazione «pagana» è stata prima negata e dopo legittimata. «Quello che mantiene le forme migliori della moralità soprannaturale entro i limiti della ragionevolezza – ha scritto Santayana -, è il fatto che essa ristabilisce nella pratica, in associazioni sostanzialmente inedite e per motivi ostensibilmente diversi, le stesse virtù e le stesse speranze naturali che aveva scartato con disprezzo quando le riteneva puramente naturali. La nuova vera rivelazione è quella che restaura l’autorità di questi ideali umani esprimendoli attraverso una fiaba». In alcuni discorsi ecclesiastici può esistere una sostanza etica dì valore generale, ma non quando in nome dell’autorità soprannaturale rivelata cercano di prevalere sulla legislazione laica.

Nell’estremo opposto troviamo l’atteggiamento di coloro i quali hanno sostituito ogni ragionamento morale con l’appartenenza a una posizione politica che li dispensa da ogni messa in discussione. Se un comportamento è «progressista», ovvero, se suscita proteste fra la gente di destra e i preti, occorre celebrarlo come un passo in avanti nella storia della specie umana, anche se si trattasse di istituzionalizzare l’antropofagia. Da una posizione simmetrica ma contrapposta alcuni rifiutano quello che sa molto o poco di «sovversivo», dimenticando, ad esempio, che in passato sono stati sovversivi gli oggi rispettabilissimi (anche se poco rispettati) diritti umani. Risulta incomprensibile se non addirittura assimilabile al tradimento ogni tentativo di enunciare un discorso etico che non si limiti a ripetere gli argomenti strategici dei partiti politici in lizza e che persino introduca qualche sfumatura nelle ovazioni con cui salutiamo la nostra squadra. L’unica questione morale importante è mettere bene in chiaro che «siamo dei nostri»: tutto il resto equivale a menare il can per l’aia.

Ogni ragionamento morale ha indubbie ripercussioni civiche di cui è tenuto a essere consapevole nello stesso momento in cui viene formulato. Tuttavia esso non può semplicemente esaurirsi in questo piano perché l’aspetto rilevante dell’ etica è il tentativo di esplorare e calibrare le opzioni della libertà umana indipendentemente dalle categorie consolidate che lottano per il potere nelle società democratiche che conosciamo. La coscienza etica tenta di continuare a ragionare oltre il limite dove arrivano le leggi e aspira a difendere la possibilità umana di fare ammenda o di sostenere un conflitto ragionevole, persino laddove le istituzioni credono di aver detto l’ultima parola.

Da qui l’importanza per la democrazia attuale di fare ricorso a un’etica che sia laica (e non si rifugi semplicemente nella reiterazione inappellabile di una qualsivoglia tradizione dogmatica ecclesiale) ma anche civica (ovvero, trasversale al gioco politico e capace di ostacolarlo o di stimolarlo senza confondersi con esso). Questo atteggiamento deve essere in grado di distinguere con chiarezza ciò che le leggi possono risolvere da ciò che continua a essere un problema intimo dell’individuo e non rientra nelle disposizioni giuridiche che regolano legalmente i comportamenti umani. Molto spesso ho potuto registrare lo sconcerto che solleva dichiararsi a favore di una regolamentazione liberale dell’aborto o dell’eutanasia e ammettere che entrambi continueranno ad essere problemi morali trascendenti anche per molti di coloro che ubbidiranno a tali leggi. Per non parlare di coloro che tentano di presentare come un dilemma etico situazioni estreme nelle quali la tortura sarebbe una scelta capace di salvare altre vite, e così via. Perciò considero imprescindibile educare agli argomenti di una morale laica ma civica, ovvero, politicamente non settaria. Questo impegno non va confuso con la conoscenza peraltro necessaria del nostro ordinamento costituzionale o giuridico perché rientra piuttosto fra i compiti della formazione filosofica nel senso più ampio del termine. Per questo motivo sono in disaccordo con il mio caro amico e spesso maestro Gregorio Peces-Barba quando sembra indicare che a impartire questo tipo di istruzione dovrebbero essere fondamentalmente i giuristi. La capacità di persuadere e di essere persuasi da argomenti morali svincolati dalla stretta ubbidienza a una chiesa o un partito (anche quando occasionalmente si possono tenere in considerazione le loro linee guida) costituisce un elemento essenziale di quella che una volta veniva chiamata «educazione liberale», ovvero, liberata dalla superstizione, dal dogma, dall’ appartenenza acritica, dall’incapacità di orientare in maniera autonoma la propria vita. Essa è una componente basilare di quella «cittadinanza riflessiva» di cui parlava Aristotele, ma anche qualcosa che ogni volta sarà più imprescindibile e meno facile da ottenere nell’Europa del prossimo futuro.

Copyright EI Pais

(Traduzione dei gruppo Logos)

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