ESPERANTO 2005: quali prospettive a un secolo dal primo Congresso?

ESPERANTO 2005 :

quali prospettive a un secolo dal primo Congresso ?

di Claude Piron (traduzione di Filippo Franceschi)

1) Cento anni or sono

Cento anni. Cento anni sono già trascorsi da quel momento cruciale della storia umana, quando Zamenhof prese la parola in questa città nel primo Congresso di esperanto, e così iniziò :
“Vi saluto, cari coidealisti, fratelli e sorelle della grande famiglia umana, arrivati da paesi vicini e lontani, dai più diversi stati del mondo, per stringerci reciprocamente le mani (…) Modesto è il nostro convegno; il mondo esterno non ne sa molto e le nostre parole non voleranno telegraficamente a tutte le città del mondo (…) Ma nell'aria di questo salone volano suoni misteriosi, che l'orecchio non sente, ma che ogni animo sensibile avverte; (…) i suoni di qualcosa di grande che ora nasce.”
Più avanti continuò:
“Nel nostro convegno non esistono nazioni forti e deboli, privilegiate e sfavorite, nessuno si sente umiliato o a disagio, (…), noi tutti godiamo pienamente di uguali diritti ; noi tutti ci sentiamo cittadini di una sola nazione, membri di una sola famiglia. E per la prima volta nella storia dell' umanità noi, membri dei più diversi popoli, stiamo uno accanto all' altro non come stranieri, né come concorrenti, ma come fratelli (…) che si stringono le mani sinceramente, come esseri umani. Dobbiamo avere chiara coscienza dell'importanza di questo giorno, perché oggi, fra le ospitali mura di Boulogne-sur-Mer si riuniscono non francesi con inglesi, russi con polacchi, ma esseri umani con esseri umani.

Quando poco fa, ricordando quel giorno del 1905, ho parlato di “momento cruciale della storia umana”, probabilmente la maggior parte di voi ha pensato: “Beh, sta davvero esagerando”. E' possibile. Ma la mia opinione non è priva di basi.

Mi ha fortemente colpito un episodio riportato in un documento dell' Unesco. Molto tempo fa cercavano di spiegare a un capotribù africano che scrittura e lettura sono davvero utili : non si lasciava convincere. Allora gli proposero un esperimento: lui dirà qualcosa, le sue parole saranno annotate, il foglio sarà portato in un altro villaggio, lui presente; là il foglio sarà consegnato a qualcuno che non ha sentito le sue parole, ma che sa leggere. Il capotribù accettò. E sbalordì quando nel secondo villaggio fu letto ad alta voce quel che lui aveva detto nel primo. Qualcuno, che non c'era quando lui aveva parlato, poteva ripetere esattamente le sue parole ! Incredibile ! Un vero miracolo !

In effetti l'invenzione della scrittura ha avuto conseguenze straordinarie. In gran parte le nostre conoscenze, comodità, gioie, e la nostra stessa salute, sono dovute al fatto che la scrittura esiste. Se non esistesse, noi non saremmo quel che siamo. Perciò si può affermare che il momento in cui, per la prima volta, un'idea o un'informazione è stata trasmessa in forma scritta, è stato un momento cruciale della storia umana, anche se nessuno può dire quando ciò sia accaduto.

Ritengo che quando, per la prima volta, esseri umani di venti nazioni si sono compresi reciprocamente in assenza di interpreti, e senza che alcuno dovesse parlare la lingua di un'altra nazione, questo sia stato un altro momento cruciale dell' umanità. Questo fatto eccezionale si verificò qui, a Boulogne-sur-Mer, nel marzo 1905.

Quel giorno accadde qualcos' altro di molto importante: quando Zamenhof declamò la sua poesia “Pregho sub la verda standardo” (“Preghiera sotto il verde stendardo”) molti dei presenti piansero. Questo solo semplice fatto è sufficiente a smentire il noto argomento che “una lingua nata in uno studio non può avere un'anima”. Se la recita di una poesia può emozionare fino al pianto, ciò significa che la lingua usata è molto più di un meccanismo utilizzabile solo per fini pratici – come riteneva la maggioranza degli intellettuali di allora. Se è capace di toccare i cuori, un'anima la deve avere !

Molti di noi hanno sperimentato questa “anima” nelle più diverse circostanze. Sappiamo che in esperanto possiamo indurre ed essere indotti alla gioia, all'entusiasmo, alla disillusione, alla collera; sappiamo che in questa lingua possiamo esprimere tutti i nostri sentimenti, che in essa possiamo discutere, polemizzare, irritarci, ma che possiamo anche usarla per rincuorare, placare, amare; sappiamo che in nessuno di questi momenti si mostra inferiore alle altre lingue. Avendolo sperimentato di persona, non possiamo dubitarne. Qualunque cosa dicano gli scettici, che vedono l'esperanto come un morto codice, noi sappiamo bene che sbagliano. Anche se non riusciamo a comunicare la nostra esperienza al mondo esterno, resta tuttavia il fatto che l'esperanto è qualcosa di vivo, una lingua con un'anima. Lo sappiamo per innegabile esperienza. Non si tratta di un'opinione ma di un fatto oggettivo – mentre l'idea che l'esperanto sia “privo di anima” resta una mera opinione soggettiva, non basata su alcuna osservazione sperimentale. In una prospettiva a lungo termine le opinioni soggettive cedono di fronte ai fatti. Le opinioni vacillano, si modificano, cambiano, i fatti restano solidi, non si capovolgono, alla lunga vincono; i fatti si fondano sulla realtà, mentre le opinioni sono solo immagini mentali che, se non ancorate a qualcosa di reale, inevitabilmente prima o poi cadono.


2) Le tre parti del cervello umano e l' anima dell' esperanto

Insisto su questo punto, che l'esperanto ha un'anima, perché a mio avviso è di estrema importanza. Ho letto a lungo le opere di Zamenhof, i suoi discorsi, le sue lettere. E ho sempre ammirato una sua caratteristica non comune: il notevole equilibrio fra i suoi due emisferi cerebrali.

Com'è noto, il cervello umano è composto di tre parti. Lo strato più profondo è puramente istintivo, simile al cervello di un rettile: in questo strato profondo ha sede la nostra parte più atavica, primitiva: là vivono le emozioni basilari, come il panico, il desiderio, l'aggressività; là si trovano i centri di comando che ci fanno reagire: attaccare, catturare, nasconderci, fuggire.

Ma al di sopra di questo cervello atavico si trova la cosiddetta corteccia, divisa in due emisferi, simili alle due parti di un gheriglio di noce. Questi due emisferi cerebrali assolvono a funzioni diverse. (In ciò che segue parlerò di destro e sinistro riferendomi alla maggioranza degli individui: i “destri”. Per i mancini il problema è più complesso).

Ora, in un individuo destro, l'emisfero sinistro funziona in relazione a parole, cifre, misure, razionalità, analisi, deduzione, fatti, volontà, disciplina e simili. Perciò mi piace chiamarlo “cervello del rigore”.

L'emisfero destro opera invece mediante figure, simboli non verbali, sensazioni (comprese quelle estetiche), atmosfere, immagini, metafore, intuizioni, spontanee associazioni d'idee, sogni e fantasie, maniera poetica di considerare il mondo, creatività, libertà e simili. Perciò lo chiamo “cervello della fiducia”, perché solo in in condizioni di fiducia può sviluppare tutta la sua incredibile fecondità.

Negli individui, e spesso nei popoli, di solito uno dei due emisferi è dominante. Ma in Zamenhof ambedue erano non solo ottimamente sviluppati, ma anche armonicamente coordinati.

Ciò si ripercuote nella lingua stessa. E' una lingua rigorosa, richiede disciplina, dunque postula l'attivazione dell'emisfero sinistro. Si pensi solo all'accusativo, al fatto che i verbi possono essere transitivi o intransitivi, al significato nettamente definito delle preposizioni. L'esperanto è più rigoroso della maggior parte delle lingue.

Ma è anche più libero. La po ssibilità di combinare senza limiti le radici fra di loro e con i prefissi e i suffissi, è qualcosa di tipicamente consono all'emisfero destro, così come la libertà nell'ordine delle parole e nella sintassi. Per esprimere un'idea l'esperanto dispone di una varietà di forme molto maggiore di altre lingue. Si veda quante costruzioni sono disponibili per esprimere l'idea: “Sono venuto a Boulogne in treno”:
“Mi venis al Bulonjo per trajno”; “Al Bulonjo mi trajnis”; “Mi venis trajne Bulonjon” ; “Bulonjen trajnis mi”; “Pertrajne mi al Bulonjo venis”; e perfino, almeno umoristicamente o poeticamente “Mia alBulonja veno estis trajna”; “Trajne mi alBulonjis”.

Se a uno scrittore l'esperanto offre una tale apprezzabile flessibilità e ricchezza, ciò è dovuto proprio a questo rarissimo equilibrio fra rigore e libertà, a questa integrazione fra i due emisferi cerebrali.

In generale le lingue accentuano ora l'una, ora l'altra caratteristica. Per esempio il francese e il tedesco sono lingue rigorose, ma permettono scarsa libertà di costruzione. Le lingue inglese e cinese sono più libere, ma difettano di rigore e dunque di precisione. Nel panorama delle lingue l'esperanto è unico. Esso offre alla mente la possibilità di funzionare con finezza, ricchezza di sfumature, precisione e chiarezza; ma offre anche al cuore il mezzo per esprimere la propria vastità e fantasia, i suoi più intimi sentimenti ed emozioni.

A tutto questo l'attuale uomo medio non intende credere. La maggioranza dei nostri contemporanei semplicemente non può immaginare la straordinaria qualità dell'esperanto.

3) La sottile trasmissione di messaggi nascosti

Proprio per questo, poco fa ho usato intenzionalmente l'espressione “prospettiva a lungo termine”. Non si può capire correttamente il fenomeno esperanto, se non collocandolo in una prospettiva storica. Proprio perché trascurano di farlo, tanti uomini oggi dicono “La lingua mondiale è l'inglese.”

Forse voi tutti penserete: ecco, ora parla negativamente dell'inglese. In verità io non critico la lingua in se stessa, né la relativa cultura, né i popoli che la parlano come lingua madre. Io amo l'inglese e la sua cultura. Se penso a uomini come P.G.Wodehouse, Woody Allen o anche Louis L'Amour, il mio cuore si riempie di gratitudine. E i cinque anni che ho vissuto a NewYork si collocano fra i periodi più felici della mia vita. Ciò che critico è lo status di cui la lingua inglese gode oggi nel mondo globale: status non democratico, che implica diverse conseguenze negative. Ma di tale ingiusta posizione di privilegio sono responsabili soprattutto i non anglofoni di nascita.

I mass media, i politici, gli imprenditori, i semplici frequentatori di bar, ripetono continuamente “la lingua mondiale è l'inglese”. E non si rendono conto che con essa trasmettono anche tutta una serie di concetti impliciti. Per esempio: “la vittoria dell'inglese è definitiva”, “la pluralità linguistica non causa più problemi”, “l'uso dell'inglese non implica conseguenze finanziarie per noi”, “non esiste alcuna possibile alternativa”, “non esistono persone linguisticamente svantaggiate”, “se un non anglofono di nascita non riesce a esprimersi efficacemente, se un imprenditore si lascia sfuggire un contratto vantaggioso perché il suo inglese non è adeguato a trattare con la controparte, essi hanno solo quel che si meritano: bastava che imparassero meglio l'inglese”.

Se ci pensate un po', consentirete che effettivamente questi e altri messaggi nascosti accompagnano implicitamente la frase sulla vittoria dell'inglese. Si tratta di messaggi che spingono e imprigionano la mente in un tunnel senz'altra via d'uscita se non la luce finale: l'inglese. Non esistono uscite alternative. In queste condizioni è impossibile elaborare reazioni normali, come, per esempio, la seguente idea.

Gli anglofoni di nascita traggono enormi vantaggi e profitti dal presente sistema linguistico. La Gran Bretagna incassa ogni anno un miliardo di euro dagli stranieri che vi accorrono per imparare la lingua. “English language teaching is very big business” (“L'insegnamento della lingua inglese è un enorme affare”) diceva il bollettino della “Fiera della lingua inglese” nel Barbican Centre” (Londra). Lo confermava il presidente del British Council: “La lingua inglese ci rende più del petrolio del Mare del Nord”. E questo riguarda solo la Gran Bretagna: gli Stati Uniti godono di vantaggi ancor più rilevanti dall'uso mondiale dell'inglese.

Dunque sarebbe normale che gli anglofoni di nascita pagassero per questi vantaggi. Non è assurdo che in tutto il mondo i contribuenti non anglofoni debbano sborsare somme gigantesche perché i loro stati organizzino l'insegnamento di massa dell'inglese – che alla fine li lascia comunque in posizione di inferiorità di fronte agli anglofoni di nascita ? Mentre coloro che godono di tutti i vantaggi, che per diritto di nascita possono prevalere in ogni discussione, trattativa o dibattito, che sono esentati dalla necessità di imparare una lingua straniera, proprio loro non pagano un centesimo per questo impressionante privilegio ! Giustizia vorrebbe che gli stati di lingua inglese pagassero a tutti gli altri paesi le somme necessarie per permettere ai loro cittadini di porsi su un piano di parità linguistica. Mentre noi dedichiamo centinaia di ore allo studio dell'inglese, gli anglofoni di nascita possono dedicare lo stesso tempo allo studio delle scienze e delle tecniche, alla professi
one, allo svago, al riposo. Non sarebbe normale che essi compensassero finanziariamente la nostra perdita di tempo e la nostra fatica, offerte a loro favore ? In effetti nel nostro mondo globalizzato neoliberista nessun vantaggio è gratuito. Dunque, se ricevono un rilevante vantaggio, paghino, anche secondo il noto principio “chi inquina, paghi”.

I messaggi impliciti, nascosti, che contruibuiscono a formare il sistema concettuale connesso alla costante ripetizione della frase dominante, si insinuano inavvertitamente nelle nostre menti. Dato che non sono espliciti, non possiamo difendercene coscientemente. Penetrando nella parte psichica incosciente, introducono un masochismo dal quale solo la vigile coscienza potrebbe difenderci. Ma proprio a causa di questa sottile invasione, le vittime della situazione continuano a ripetere la frase che conferma e rafforza la loro sudditanza.

Si tratta dello stesso sistema usato per mantenere gli schiavi catturati nella loro condizione di schiavitù, o per evitare che i membri di una casta inferiore tentino di rovesciare il sistema delle caste. Ripetendo papagallescamente il ritornello, i nostri contemporanei si autopersuadono che la situazione non è modificabile, che non c'è niente da fare, che siamo sudditi linguistici, che i padroni hanno vinto una volta per tutte: non si azzardino i vinti ad alzare la testa ! E' come un incantesimo, una formula magica, il cui effetto è che le vittime accettano sempre di più la propria condizione. Il masochismo si rafforza a ogni ripetizione, ma le vittime, ahimè, non se ne rendono conto !

Con ciò però si dimentica un fatto essenziale. Nell'emisfero destro di ogni uomo giace un'inconscia, generica aspirazione a qualcosa di indefinibile, di imprecisabile, ma che ha a che fare con il bene di tutta l'umanità, con un'armonia universale, con il sogno di un mondo libero da ingiustizie. Questa aspirazione, benché nebulosa, è assai potente, è capace di smuovere gigantesche energie individuali e di attivare azioni altruistiche non facilmente spiegabili con la sola ragione.

In un certo numero di uomini questa aspirazione al bene, priva di nome e di precisi confini, si è cristallizzata nel concetto “esperanto”: essi hanno investito buona parte di se stessi, della propria “libido” direbbe Freud, nel campo evocato dalla parola esperanto. Questo concetto ha assunto quella forza di attrazione che Carl Gustav Jung attribuisce ai nuclei profondi dell'energia psichica, a quelle nebulose che egli chiama “archetipi”. Si tratta della concretizzazione, cioè della forma resa pensabile, di qualcosa non esattamente definibile, qualcosa che si situa al di là del campo verbale, ma che è capace di attirare le menti con una forza molto maggiore di quella con cui un potente magnete attira il ferro.

Ora, la ripetizione della frase “l'inglese ha vinto” agisce sull' emisfero cerebrale sinistro e blocca la creatività di quello destro: rimuove l'archetipo, l'aspirazione nebulosa ma potente alla giustizia universale cui ho accennato. Annienta la potenzialità dell'immaginazione. Così accade che gli uomini, incessantemente bombardati dallo slogan che incatena le loro menti, lo assimilano in sè rendendosi incapaci di immaginare che possa esistere un'alternativa. La curiosità muore, la facoltà critica si inaridisce.

A causa di questo processo socio-psicologico, milioni e milioni di uomini e di giovani si sacrificano per anni in uno sforzo sproporzionato, nel tentativo di padroneggiare una lingua nella quale comunque non riusciranno mai a eguagliare quelli che la parlano fin dalla nascita. Ignari che questo castigo non è affatto imposto da una legge universale. Ignari che esiste un'alternativa che offrirebbe ai giovani di tutto il mondo, ai contribuenti, agli stati, la liberazione da colossali spese e da un modo assurdo di investire il proprio tempo e la propria energia mentale. Tutto ciò noi, piccola minoranza marginale, lo sappiamo bene per concreta esperienza personale.

Ma le masse hanno assorbito il messaggio: “la lingua inglese ha definitivamente vinto”. E se lo hanno fatto proprio, se ne sono assolutamente convinte, senza concedersi una minima distanza critica, devono necessariamente accettare anche un'idea complementare: l'inglese ha vinto, dunque l'esperanto ha fallito.

4) Il pensiero tipico di un quattrenne

Purtroppo alcuni esperantisti sono influenzati dall'opinione generale e inclini ad accettarla. Soffrono così di uno sdoppiamento che può essere doloroso. Hanno viva la sensazione che per loro l'esperanto è stato un successo, dato che ha arricchito la loro vita. Ma non possono conciliare questo sentimento con l'opinione generale che l'esperanto ha fallito. Di conseguenza sorge in loro un conflitto fra una percezione individuale e una sociale, fra l'emisfero cerebrale sinistro e quello destro.

Conviene analizzare quanto affermano coloro che sono convinti del fallimento. Facendolo, constatiamo prima di tutto che questa convinzione è assoluta. Chi dice “l'esperanto ha fallito” è sicuro che questo insuccesso è evidente, totale, definitivo. Nella sua mente l'affermazione equivale a dire “l'esperanto è il nulla”. Cioè: ha cessato di esistere.

E' interessante osservare che questa impressione – che l'attuale apparente insuccesso è qualcosa di assoluto, totale, definitivo – può formarsi solo se si ragiona come un bambino minore di sei anni. Ognuno di noi è mentalmente adulto soltanto in determinati ambiti della vita. In altri ambiti la nostra mente funziona come quella di un bambino di quattro-cinque anni. A quell'età la mente non può accogliere più di due concetti, sempre simmetrici, opposti ed estremi:”grande/piccolo”,”forte/debole”,”primo/ultimo”,”tutto/niente”.
Persone adulte, anche molto intelligenti e mentalmente competenti nella propria professione e nella vita quotidiana, ragionano tuttavia secondo il sistema di pensiero di un quattrenne in molti ambiti, come la politica, la religione, i problemi etnici, il modo di considerare se stessi, la valutazione dell'altro sesso (spesso l'immagine del coniuge) ecc. Ebbene l'esperanto è proprio uno degli ambiti in cui è più facile evidenziare questo funzionamento mentale primitivo.

Per esempio molti non riescono a pensare che l'esperanto odierno è diverso dalla lingua come si presentò nel 1887. Dicono: “Una lingua vivente si evolve, l'esperanto non può evolversi, dunque l'esperanto non è una lingua vivente, perciò ha fallito.” Non si tratta solo di informazione errata: si tratta in realtà di una vera incapacità di immaginare che una lingua proposta da un uomo possa evolversi. Pensiero infantile ! Sono presenti due soli termini:
o tutto, o niente. Esiste una “Lingua Internazionale del Dott. Zamenhof” del 1887, e questo è tutto: al di là di questo, niente esiste che possa denominarsi “esperanto”. Costoro non applicano all'esperanto lo stesso criterio riservato ad altre realtà. Le città si modificano, gli stili cambiano, le musiche evolvono, le mode di abbigliamento differiscono grandemente da decennio a decennio, ma l'esperanto resta per sempre immobile, bloccato a quel che era nel 1887.

Oppure consideriamo il modo di valutare il successo. Per molti, l'esperanto ha fallito perché non ha conquistato il mondo. Per loro il successo ci sarebbe solo se, rivolgendosi a qualcuno incontrato sul marciapiede in qualsiasi località del mondo, potessero subito conversare con lui. In altri campi non applicano certo questo criterio di valutazione. Non penserebbero mai “Le automobili Honda hanno fallito, perché moltissimi uomini usano auto Toyota, Mercedes, Citroen, Ford o di altre marche “.

Dunque si applicano all' esperanto criteri di valutazione non applicati in altri ambiti. Curioso, vero ?

5) La prospettiva storica

A tutto ciò si aggiunge l'incapacità di considerare il problema secondo una prospettiva storica. Si ignora il concetto “ancora non …”, “non ancora del tutto …”, “fino ad oggi non …” Di nuovo constatiamo una differenza rispetto ad altri campi della realtà. Nella vita sociale esistono molti terreni sui quali gli uomini lottano per migliorare il mondo. Per esempio la parità di diritti fra uomini e donne, fra bianchi e neri, fra classi sociali relativamente alle opportunità di studiare e di curarsi; i diritti di intere popolazioni svantaggiate, l'equità commerciale fra nord e sud, e molti altri. Le persone che si occupano di questi temi, pensano forse “la lotta è fallita ?” No. Pensano “ancora non abbiamo vinto. Resta ancora molto da fare”.

Nel 1700 esistevano già uomini che lottavano per eliminare la schiavitù. Ma nel 1850 la schiavitù esisteva ancora. Sarebbe stato giusto dire nel 1850 “la lotta contro la schiavitù è fallita ?” No. La storia ci insegna che la sola frase esatta sarebbe stata: “Oggi, nel 1850, la lotta contro la schiavitù non ha ancora vinto del tutto”. Ma non sentirete mai qualcuno, convinto dell' insuccesso dell'esperanto, dire “L'esperanto non ha ancora vinto”. Quasi che alla lingua fosse stato imposto un termine. Ma perché un termine ? Fissato quando, e da chi ?

Non riescono a immaginare che l'esperanto possa seguire il ritmo di molti fenomeni naturali e sociali che crescono in maniera esponenziale. La crescita esponenziale all'inizio è molto lenta, ma gradualmente accelera e, sorpassato un certo momento di soglia, diventa rapidissimo. Pensate per esempio al nostro sistema metrico decimale. Fu proposto nel 1647 da un prete di Lione, Gilbert Mouton. Centovent'anni dopo, nel 1767, non era usato in nessun paese ed era noto solo a pochi bizzarri utopisti. Si sarebbe potuto dire allora “il sistema metrico ha fallito ?” Evidentemente no. Il seguito della storia ci insegna che allora si sarebbe potuto dire ragionevolmente solo: “oggi, 120 anni dopo la sua presentazione, il sistema metrico ancora non si è imposto”. Analogamente, centoventi anni dopo l' apparizione dell'esperanto, si può formulare l'ipotesi che forse l'esperanto non ha ancora vinto. Sempre che “vincere” significhi solo “diventare universale”, il che è da dimostrare.

Questa prospettiva storica può aiutare a superare la contraddizione fra il sentimento personale e la constatazione oggettiva, cui prima accennavo. Si può semplicemente scegliere il punto di vista: “io appartengo a un'avanguardia”. Effettivamente i precursori che lottarono per liberare il mondo dalla schiavitù, o per rendere ufficiale il sistema metrico, avevano avuto ragione in ogni momento della lotta, anche quando la loro azione pareva inutile e fallita, ed essi erano derisi come sognatori avvinghiati a una ridicola utopia. Possiamo vederci nella stessa situazione. Sì, certo, posso sbagliare, ma l'ipotesi che forse siamo precursori non è meno probabile del suo contrario, se ci confrontiamo con comportamenti simili in una prospettiva storica.

6) Sondiamo il futuro prossimo

La prospettiva storica è utile anche per riflettere su ciò che può accadere domani. E' un problema complesso. Se consideriamo le previsioni sulla verosimile evoluzione futura, elaborate da uomini che si considerano specialisti, constatiamo che spesso si sbagliano, generalmente perché si verificano avvenimenti occasionali, imprevedibili, non presi in esame. Tuttavia in altri casi si può prevedere con sufficiente precisione come si evolveranno le cose. Per esempio le previsioni demografiche in generale sono affidabili, così come le prognosi sullo sviluppo di un'epidemia.

Ritorniamo all'idea che l'inglese ha vinto. Nella regione mediterranea, nel primo secolo della nostra era, si poteva dire lo stesso del greco: non del greco classico, ma del comune greco semplificato, abborracciato – così come oggi si dice che in realtà la lingua mondiale è semplicemente il “pidgin-english” (o “globish” : 1500 termini , di fronte ai 615.000 termini dell' Oxford Dictionary). In Europa, nel secolo undicesimo, si poteva dire che il latino aveva vinto. Nel diciottesimo secolo, che aveva vinto il francese. E sappiamo dalla storia che ognuna di queste lingue in seguito perdette la propria egemonia. E i relativi cambiamenti seguirono i cambiamenti della situazione politica-economica internazionale.

L' attuale egemonia della lingua inglese nel mondo è dipendente dall'egemonia politica-militare-economica degli Stati Uniti. Ora, i dati a nostra disposizione permettono di congetturare che forse gli Stati Uniti si stanno avviando verso il proprio declino. Idea esposta esplicitamente in un rapporto ufficiale della CIA recentemente reso pubblico.

Ho una certa esitazione nell'affrontare questo tema, dato che qualcuno certamente mi accuserà di entrare in terreno politico. Tuttavia penso che non di politica si tratta, ma di qualcosa che può davvero accadere, in quanto non contraddetto dai fatti né dalla logica; ma che può anche non accadere. Quel che realmente accadrà, nessuno può dirlo. Ma moltissimi seri commentatori ritengono che fra qualche decennio la potenza politica-economica egemone sarà un'alleanza fra la Cina, l'India e il Brasile. Sono questi i paesi che certamente si svilupperanno più rapidamente, e con un potenziale gigantesco. Di conseguenza molti specialisti ritengono che la futura “lingua mondiale” sarà il cinese. Ed è già un fatto che i corsi di cinese di anno in anno attirano sempre più studenti.

Che cosa permette di dire che forse – e sottolineo il forse – gli Stati Uniti si stanno rapidamente avviando al declino, e al collasso? Molti fatti.

Vediamo per esempio la situazione economica. L'economia statunitense si fonda su un sistema fragile, che si può riassumere dicendo: il mondo produce, gli Stati Uniti consumano. Questo era già valido per i prodotti industriali, ma dal 2004, per la prima volta da molti decenni, gli Stati Uniti sono nettamente diventati importatori di prodotti alimentari. L'agricoltura statunitense non riesce più a nutrire la popolazione. Il deficit commerciale degli Stati Uniti tocca oggi i 630 miliardi di dollari. Per pagare questi debiti gli Stati Uniti devono ricevere dal resto del mondo circa un miliardo di dollari al giorno. E' possibile evitare il fallimento con questo sistema ? Il paese principale, che permette agli Stati Uniti di reggere finanziariamente, è la Cina, il cui surplus nel bilancio commerciale con gli americani ammonta a 160 miliardi di dollari.

Questo riguarda il rapporto fra importazioni e esportazioni, cioè l'economia privata degli Stati Uniti. Ma veniamo ora all'economia pubblica, allo Stato. Subito constatiamo che la situazione finanziaria di questo settore è ancor più in sofferenza. La somma del debito nazionale era ieri di 7,79 bilioni di dollari (7,79 milioni di milioni = 7.790 miliardi di dollari). Quando Bush divenne presidente, ereditò da Clinton casse piene: non esisteva, allora, un debito statale. Gli Stati Uniti sono debitori della maggior parte di questa somma a paesi asiatici. Per esempio la Cina è creditrice del Tesoro Statunitense per 83 miliardi di dollari. E questo credito cresce rapidamente. La sola avventura irachena costa allo Stato nordamericano 5,8 miliardi di dollari al mese. E' dubbio che uno Stato possa continuare a funzionare a lungo con un simile gigantesco debito nazionale. Del resto, è per questo che il dollaro perde sempre più del suo valore, a tal punto che i paesi petroliferi considerano sempre più la possibilità di non accettare più pagamenti in dollari, e di scegliere l'euro come moneta di riferimento per il commercio del petrolio.

Molti altri fatti indicano un'involuzione rovinosa degli Stati Uniti: l'abbassamento del salario medio, l'aumento di anno in anno degli abitanti sotto la soglia di povertà, il numero di carcerati – il più elevato in tutto il mondo (2,2 milioni, mentre nel 1975 erano 380.000), che resta il più elevato anche se calcolato in proporzione all'intera popolazione – il fatto che le sue forze armate sono troppo vastamente dislocate all'estero, o il fatto che -analogamente a quanto accadeva in Unione Sovietica prima del crollo – la distanza fra i dati oggettivi e le convinzioni soggettive diventa sempre più grande: per esempio, benché tutti i documenti ufficiali dimostrino che l'Iraq non ebbe alcun ruolo nell'attacco alle torri gemelle, più del 50% degli americani sono convinti, che i piloti implicati fossero iracheni.

Sia ben chiaro: non dico che gli Stati Uniti certamente domani collasseranno. Non lo so. Nessuno lo sa. Forse il paese riuscirà a risollevarsi con uno sforzo sorprendente, di cui la sua popolazione è perfettamente capace (forse più di molti altri popoli). Vi è nel popolo statunitense un enorme potenziale di energia, di coraggio, di avvedutezza e di profondo prezioso ottimismo, che forse il paese riuscirà a utilizzare. Dico solo che, se prendiamo in esame le potenze egemoni della storia prima del loro collasso, ritroviamo in esse forti analogie con l'attuale situazione degli Stati Uniti.

Che relazione c'è fra tutto ciò e l'esperanto ? La relazione consiste semplicemente nel fatto che generalmente la lingua egemone è la lingua della potenza egemone. Se lo stato di potenza egemone passerà dagli Stati Uniti all'alleanza comprendente Cina, India e Brasile, è prevedibile che dopo un certo periodo gli uomini si chiederanno: perché continuare a usare fra di noi l'inglese, una lingua difficile ed estranea alle nostre culture ? Allora forse saranno tentati ad adottare come lingua mondiale il cinese, dato che nell'alleanza egemone il peso della Cina sarà preponderante. Ma la lingua cinese è ancor meno adatta dell' inglese alla funzione di lingua internazionale, a causa della sua scrittura e della sua pronuncia. E allora è possibile che gli uomini si accorgeranno dell'esperanto: lingua pronta, matura, disponibile, perfettamente adatta a quella funzione.

Se ritenete che io sbaglio completamente nel valutare i fatti e le loro probabili conseguenze, ve lo concedo volentieri: ciò è possibile. Ma infine, mi è stato chiesto di dire come immagino le prospettive della nostra lingua a un secolo dal primo congresso di esperanto, e io l'ho detto, con la massima possibile sincerità. In effetti tutto ciò che ho detto finora ha semplicemente
riempito il tempo che mi è stato messo a disposizione per questa conferenza. Il fondo del mio pensiero è molto più semplice. Io credo all'esperanto, credo che un giorno sarà la lingua mondiale di tutti; che cià accada fra venti o cento o trecento anni non lo posso indovinare, e del resto per me è uguale.

Forse a questo riguardo mi si giudicherà pazzo ? Bene, se questa mia parte di pazzia non fa male a nessuno, e mi rende più felice, perché dovrei vergognarmene e nasconderla ? Credere a questa intuizione può essere pazzesco, ma può anche essere del tutto mentalmente sano. Io posso sostenere la mia visione dei prossimi decenni con argomenti fattuali, razionali, non meno validi degli argomenti di coloro che considerano l'esperanto privo di futuro.

Tuttavia non è a causa di questi argomenti razionali che io credo all'esperanto, ma soprattutto grazie a una certezza quasi mistica, inesplicabile, della quale è impossibile discutere, perché essa affonda le sue radici nel mio emisfero cerebrale destro. Quest'ultimo, se si riesce a sfruttarne a fondo gli aspetti positivi, si può presentare come un meraviglioso, straordinario giardino
dove fioriscono la bellezza, l'amicizia, la fantasia, la felicità, la creatività. E questa mia convinzione mi procura tanta gioia che, anche se si dimostrasse erronea dal punto di vista storico o sociale, rimarrebbe sempre per me un tesoro superiore a qualsiasi calcolo, dal punto di vista individuale dell'arricchimento del mio spirito e della creazione di amicizia. Sì, il nostro emisfero destro contiene, nella sua parte incantevole, un grande potenziale di energia e di piacere. Quanto desidererei che tutti gli esperantisti potessero passeggiare piacevolmente in questo giardino ! E che tutti gli uomini potessero seguirli su questi sentieri ! Allora finalmente “la bela songho de l' homaro / por eterna ben' efektivighos “. (*)

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(*)Ultimi due versi della poesia di L.L.Zamenhof
“La espero” (“La speranza”):
“Il bel sogno dell'umanità
Si realizzerà per un'eterna armonia”.

Questo messaggio è stato modificato da: oltremare, 08 Dic 2005 – 15:30 [addsig]

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