Esperantisti romani

Anniversari In un saggio di Carlo Sarandrea la storia della lingua universale

creata dal medico polacco Zamenhof

Esperanto, cento anni nella capitale

Tra i suoi cultori anche Migliorini. Nel 1925 il gruppo si riuniva nel Caffè Greco

di Paolo Petroni

Pare che le cronache esperantiste non abbiano dubbi: Daniele Marignoni, di Crema ma laureato a Parigi, fu il primo italiano a mettersi a studiare l’esperanto, di cui scrisse la prima grammatica nella nostra lingua nel 1890. Erano passati solo tre anni da quando il medico polacco Zamenhof creò questa lingua puntando sulla semplicità fonetica e grammaticale, oltre che su una base lessicale il più condivisa possibile e pensandola come strumento di comunicazione universale. Un’idea semplice e legata all’entusiasmo e la fiducia nella cultura positivista di quegli anni, che poi la prima guerra mondiale e le tragedie del Novecento avrebbero in gran parte disilluso. Ma le utopie hanno un fascino che le porta a sopravvivere specie se il mondo si dimostra sempre più una Babele in cui gli uomini fanno fatica o proprio non riescono a comprendersi.

Così in questi giorni si celebrano i 100 anni del gruppo esperantista romano e, anche seguendo il filo di un saggio che ne ricorda le origini, a firma di Carlo Sarandrea, si scoprono curiosità e riferimenti interessanti. Chi, per esempio, dei tanti che hanno studiato la Storia della lingua italiana sulle pagine di Bruno Migliorini o la geografia sui libri del fratello Elio, sa che i due sono stati convinti studiosi e cultori dell’esperanto? E il primo è anche l’autore della migliore (come non si fa fatica a credere) grammatica italiana dell’esperanto. Ce lo ricorda un altro linguista, Tullio De Mauro, aggiungendo che come studioso questi fu influenzato dalla sua passione, dimostrando una particolare attenzione per gli interventi di tipo normativo e la coerenza dei casi grammaticali. Ma prima di loro, il gruppo aveva già preso vita, se la sua attività si può far risalire al 1902, quando monsignor Luigi Giambene, ben introdotto nella Curia pontificia e docente di ebraico all’Università Urbaniana, comincia a dedicarvisi, riunisce simpatizzanti, pubblica documenti e il 21 aprile del 1905 riunisce un gruppo di cultori che il 14 dicembre di quell’anno fondarono ufficialmente la Società esperantista romana col nome latino di “Imperiosa Civitas”. Ne è nominato presidente Francesco Barberi, impiegato statale e fondatore dell’impresa “Lux perpetua”, che dal 1915 cominciò a portare luci votive elettriche al Verano.

Di quel primo gruppo, ci ricorda Sarandrea (che personalmente cura le trasmissioni trisettimanali in esperanto di radio Vaticana ed è segretario dell’Associazione cattolica esperantista internazionale), fanno parte, oltre al Giambene che viene eletto segretario, Alfonso Serafini (vicepresidente), Gioacchino Laurenti (vicesegretario e, nel dopoguerra, soprintendente alle Belle Arti a Roma), Italo Bonacelli (bibliotecario), e risultano soci fondatori anche Primo Dottarelli (fotografo, che imparò anche l’arabo, con studio in via Belsiana), con la moglie Rosa Selvaggi e Alpino Tenedini, alcuni dei quali, più altri, ritroviamo in una bella fotografia color seppia del 1908, scattata sulla salita del Pincio.

Il gruppo cresce costantemente e nel 1925 ha bisogno di una sede per le proprie riunioni: viene scelto il caffè Greco di via Condotti, con appuntamento la sera del primo e terzo giovedì di ogni mese. E’ lì che fa la sua comparsa Luigi Minnaja, allievo esperantista di Migliorini, traduttore in esperanto di tanti classici della letteratura italiana e legato alla storia delle trasmissioni in quella lingua di Radio Roma, iniziata nel 1935, interrotte per la guerra, e riprese nel 1950.

Non sarà quindi un caso che l’Italia ospiterà nel 2006 a Firenze il 91° Congresso Universale di Esperanto (29 luglio – 5 agosto). E solo nell’ultima legislatura sono stati depositati due disegni di legge che riguardano questa lingua: il 5714 firmato da Emerenzio Barbieri dell’Udc per l’accesso e lo studio della lingua internazionale esperanto, e il 6064 di Andrea Colasio della Margherita in difesa, sempre attraverso l’esperanto, “delle diversità linguistico – culturale per l’affermazione dei valori di pace, democrazia e progresso”.

Sono i valori in cui crede anche Sarandrea, che ricorda a chi critica il sogno esperantista, come “a inizio Novecento si dicesse che ormai la lingua internazionale c’era ed era il francese, non diversamente da quel che si dice oggi dell’inglese. Senza contare che l’esperanto è una lingua neutra, priva di connotati politici e ideologici e non mette alcun popolo linguisticamente in vantaggio rispetto ad altri, anzi vi mette alla pari tutte le letterature nelle sue traduzioni, che vanno dai classici di ogni tempo alle opere dei premi Nobel odierni, passando, visto che si parla di gruppo romano, per il Belli”.

(Da Corriere della Sera (cronaca romana), 31/12/2005).

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