EQUATORE: L’ULTIMO SCIAMANO ZAPARA

Equatore: l’ultimo sciamano zapara

Di Carlos Andrade
Per il centinaio d’Indiani Zaparas che vivono ancora in Amazzonia equatoriale, è cominciata una vera corsa contro il tempo: come salvare la loro lingua, la loro cultura e il loro territorio?
“Mi chiamo Manari, il che nella mia lingua Zaparo, è il nome d’una lucertola della foresta. Ma i funzionari hanno preteso che portassimo dei nomi Spagnoli per iscriverci allo Stato civile. Allora, nella tua lingua, mi chiamo Bartolo Ushigua. (…) Noi, gli Zaparas, eravamo uno dei più grandi popoli d’Amazzonia. Avevamo anche i più potenti sciamani: conoscevano i segreti di più di 500 piante medicinali.”
Manari ha 25 anni. E’ il figlio dell’ultimo degli sciamani, deceduto tre anni fa. E’ anche il presidente dei 115 Zaparas che vivono oggi nella provincia amazzonica di Pastaza in Equatore, a 240 chilometri a sud di Quito, sulle rive del fiume Conambo. E’ attraverso questo fiume che sono arrivate le disgrazie che hanno accelerato la loro decadenza: i colonizzatori, le malattie, il boom di caucciù, lo schiavismo, le guerre, lo sfruttamento petrolifero, la “modernità”. “Quando i Bianchi, piantatori di caucciù, sono arrivati nella nostra foresta, racconta Manari, hanno preso i nostri fratelli, ne hanno fatto degli schiavi e li hanno venduti come mercanzie. Con sé, hanno portato delle malattie che non conoscevamo e che i nostri sciamani non sapevano guarire. E’ cosi che la maggioranza del nostro popolo è stata decimata.”
“In questo Paese, i Zaparas sono ufficialmente scomparsi.”, affermava anche un testo pubblicato all’Equatore al principio degli anni 90. Ma gli Zaparas sono determinati a sopravvivere, anche se le minacce che pesano su di essi sono più numerose di quante ne possano contare: il loro sistema numerico non va al di là della cifra tre.
Con l’appoggio dell’Organizzazione dei popoli indigeni del Pastaza (OPIP), i giovani Zaparas ed il loro capo Manari si battono principalmente per la sopravvivenza della loro lingua, la delimitazione definitiva del loro territorio e il ravvicinamento con gli Zaparas che vivono dall’altro lato della frontiera, in Perù. L’obiettivo di questa lotta, lanciata nel 1997, è di salvare una cultura ed un modo di vita tradizionale basato sulla coltivazione e la caccia. Il bilancio è lungi dall’essere incoraggiante.
Cinque parlatori solamente
Il ricongiungimento con i loro fratelli Peruviani, dai quali sono separati da quasi 60 anni a causa d’un conflitto territoriale tra i due Paesi, non ha ancora avuto luogo. Occorre un mese per scendere il fiume e tre per rimontarlo. I Zaparas hanno il loro primo motore di fuori-bordo (un dono) da due mesi solamente. Inoltre occorrono delle autorizzazioni diplomatiche per penetrare in questa zona altamente contesa. “Siamo Equatoriani ma un tempo, i Zaparas formavano un solo ed unico popolo nel seno d’una sola foresta, ricorda Manari. Non si sa granché come fare per ottenere un permesso e come contattare i nostri fratelli.”
Hanno previsto d’inviare quattro bambini all’incontro tra sciamani che vivono sul versante Peruviano affinchè li istruiscano. Da quando l’ultimo sciamano è morto, i Zaparas Equatoriani hanno perso la loro unica fonte di sapere sui poteri curativi delle piante e sui segreti della foresta vergine. “Da quando mio padre è morto, insiste Manari, non siamo più protetti. Molti dei nostri fratelli si ammalano e agonizzano.” La trasmissione del sapere tradizionale e dei trattamenti degli sciamani è indissociabile dalla lingua. La sopravvivenza dello Zaparo supera dunque le semplici poste culturali. E’ la sopravvivenza fisica della comunità che è in gioco.
Ora, ritrovare l’uso dello Zaparo è una corsa contro il tempo: solo cinque persone molto anziane lo praticano ancora ma vivono a più giorni di cammino le une dalle altre. Tra queste, Sasiko Takiauri ha una sessantina d’anni. Nato sul bordo del Conambo, si ricorda che tutti parlavano Zaparo quando era bambino. “Non ho appreso il quetchua che all’età di 18 anni”, dice.
Come lo Zaparo, altre lingue della regione, che appartengono alla stessa famiglia linguistica, sono minacciate. E’ il caso dell’Arabela, dell’Iquito e di Taushiro in Perù. Altre lingue imparentate sono già sparite, come il Konambo, il Gae e l’Andoa. Di fronte al Quetchua, lo Zaparo ha ceduto terreno, relativamente, solo di recente. All’incirca 60 anni fa, racconta Sasiko, i Zaparas hanno iniziato a identificarsi con la cultura Quetchua man mano che aumentavano gli scambi commerciali con il villaggio di Sarayacu. Oggi, nelle scuole dei villaggi Zaparos di Llanchama Cocha, Jandia Yacu e Mazaramu, dove vivono i nipotini e pronipoti di Sasiko, le lezioni vengono tenute in Quetchua e in Spagnolo, conformemente alle direttive del governo Equatoriano sul bilinguismo. Gli insegnanti delle elementari non hanno che il baccalauréat (diploma di maturità, Ndr), non sono originari delle comunità nelle quali insegnano, non guadagnano che quattro dollari al mese e non fanno mistero del loro desiderio di partire non appena ne avranno la possibilità. I loro alunni non imparano che un pò di spagnolo e, se conoscono il Quetchua, non ne hanno che una pratica orale.
“Non ci piace chiedere aiuto, ammette Manari. Ma adesso, abbiamo veramente paura di sparire: siamo così pochi.” Tuttavia, Sasiko e gli altri anziani hanno ricominciato a dare dei nomi Zaparos ai bambini. Li chiamano Newa, Toaro o Mukúltzagua (pernice, pappagalo, rigogolo). Per mostrare al mondo intero che i zaparas non sono scomparsi.

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