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Politica e lingue

Eco: la cultura corre on line chi non si adegua è perduto

Eco: la cultura corre on line
chi non si adegua è perduto
"Come evitare che Internet divida il mondo in caste"
Il computer ha cambiato la nostra vita. Ma le sue potenzialità vanno sfruttate da tutti

di FLORENT LATRIVE e ANNICK RIVOIRE
La Repubblica 8/1/2000

In occasione dell’apertura del sito Internet sull’educazione
all’accettazione della diversità (academie-universelle.asso.fr)
"Liberation" ha posto a Umberto Eco, che dirige il sito insieme a Jacques Le Goff e Furio Colombo, una serie di domande. Per "Repubblica" Eco ha rivisto e integrato in alcuni punti la versione francese.

L’Accademia universale delle culture ha scelto Internet per realizzare il suo "Manuale interattivo del sapere". Lo ha fatto in omaggio alla moda?
"Anzitutto, non è un manuale del sapere in generale. Mira a educare all’accettazione delle differenze. La Carta costitutiva dell’Accademia si propone di affrontare il grande meticciato del terzo millennio. Per stimolare e ridistribuire esperienze in paesi diversi, Internet era l’unica via. Il computer e Internet sono la vera rivoluzione del secolo, che può modificare, come a suo tempo la stampa, il nostro modo di pensare e di apprendere. L’invenzione della stampa ha prodotto la libera interpretazione della Bibbia, e ha fatto sorgere una nuova pedagogia fondata su libri illustrati che insegnavano l’ alfabeto (vedi Comenio). Prima che esistesse la stampa, un bambino non poteva aver accesso a un manoscritto. Oggi, grazie a Internet, possiamo sapere cose che i nostri antenati impiegavano una vita a conoscere.
Ma Internet non è una biblioteca, e il sapere vi si trova alla rinfusa. Questa profusione non è fonte di confusione?
"Internet è un equivalente virtuale dell’universo. Come nell’universo, dove vi sono foreste e città, gli Stati Uniti e il Burkina Faso, su Internet si trova di tutto: i siti nazisti, quelli che vogliono vendervi qualsiasi cosa, il porno, ma anche tutti gli atti dei primi concili dei padri della Chiesa! E’ incredibile: ci sono anche quelli, mentre un tempo erano consultati solo da pochissimi dotti nelle biblioteche specializzate. Però sono in inglese e non in greco, e in una versione superata. C’è anche "La critica della ragion pura" di Kant in inglese, ma si tratta di un’edizione del XIX, esente da diritti. Per Internet, il grande problema è il filtro. Io so distinguere una edizione attendibile da un’altra che lo è meno, e – almeno nel mio ambito di studio – un sito serio da uno che è opera di un pazzo. Ma un giovane impreparato corre qualche rischio".
Dunque, Internet manca di mediatori per valutare e selezionare i contenuti disponibili?
"Finora, le chiese o le istituzioni scientifiche avevano la funzione di filtrare e di organizzare la conoscenza e l’informazione. Certo, questi intermediari restringevano la nostra libertà intellettuale, ma garantivano che una certa comunità (nella quale riponevamo fiducia) avesse filtrato l’essenziale. Senza filtri, si rischia l’anarchia del sapere. Nessuno di noi, da solo, può ricostruire ex novo un insieme di conoscenze. Le conoscenze si ricevono filtrate da una istituzione. Per esempio, quand’ero bambino, la scuola mi ha detto: "Ecco, la struttura del sistema solare è questa, gli elementi chimici sono questi e questi altri". La Rete rischia di privarci di questi filtri. E’ ovvio che molte volte le istituzioni filtrassero in maniera sbagliata. Per secoli e secoli, tutti vedevano l’universo secondo Tolomeo. Poi è arrivato Galileo, e il filtro è cambiato. Eppure anche prima era sempre meglio che tutti si accordassero sul sistema tolemaico, in base al quale si potevano pur sempre prevedere le eclissi, o dividere la terra in meridiani e paralleli, piuttosto che ciascuno si costruisse da solo la propria astronomia".
Il sapere comunitario starebbe allora per essere soppiantato da un sapere parcellizzato?
"Esattamente. Allora sarebbe veramente il New Age. Ciascuno si fa la propria religione, usa il suo filtro personale. C’è ovviamente un correttivo: ogni sito diventa il filtro del proprio argomento. Sul sito del nostro manuale interattivo offriamo il collegamento con i materiali dell’Unesco, per esempio, e non con quelli di un gruppo antisemita. Ma un sito diverso potrebbe fare l’opposto. Quindi il problema è: come riconoscere da solo i siti a cui bisogna dare fiducia?. Poniamo che una istituzione scientifica proponga un bollettino dei diversi siti scientifici, discriminando tra quelli attendibili e quelli no. Il problema rimane quello di riconoscere quella istituzione come una a cui dare fiducia. Una soluzione è intensificare filtri esterni alla Rete, come la scuola, i libri, i giornali. Queste istituzioni non possono essere soppiantate dalla Rete, sono anzi la condizione per un suo uso ragionevole. Non credo a un mondo in cui non si farà altro che navigare su Internet, così come non si può credere a un mondo in cui ci si sposti soltanto in macchina. Si passeggia anche a piedi, guardando i negozi; e a volte si prende l’aereo o il treno".
Qual è il suo giudizio su questi sconvolgimenti della trasmissione
della conoscenza?
"Non sono né‚ ottimista né‚ pessimista. Bisogna prepararsi ad affrontarli. E non sono hegeliano, nel senso di credere che il progresso sia sempre positivo. Sono realista. Penso che nessun capo di Stato, nessuna organizzazione possa abolire Internet, così come nessuno l’ha potuta imporre. Per esempio, Internet porta a una snazionalizzazione del sapere. Si può pensare che gli stati nazionali nati nel secolo scorso siano destinati a scomparire a vantaggio di collegamenti virtuali tra città con interessi comuni. In Francia temete il vento della globalizzazione, che imporrebbe l’uso dell’inglese. Ma forse, al contrario, il modello del cittadino della società globale sarà San Paolo. Nato in Turchia da una famiglia ebrea di lingua greca, leggeva la Torah in ebraico; poi è vissuto a Gerusalemme, dove parlava l’aramaico. A chi gli chiedeva il passaporto, rispondeva in latino civis romanus sum. Un esempio interessante di globalizzazione, quello dell’impero romano, che ha imposto una lingua ufficiale sul suo territorio, ma lasciando sopravvivere lingue e culture diverse, ciascuna buona per una certa funzione. D’altra parte, Internet ormai non parla più soltanto inglese, sta diventando poliglotta".
I frutti di questa commistione culturale saranno accessibili a tutti?
"Esiste il rischio di un universo alla Orwell, fondato su tre classi, non però in senso marxiano: la classe di coloro che interagiscono attivamente con la rete, che ricevono messaggi e ne emettono; la piccola borghesia degli utenti passivi (l’impiegato di una compagnia aerea che usa lo schermo per conoscere gli orari dei voli) e i prolet, che si limitano a vedere quello che passa la televisione. Ma dato che un bambino nato in una famiglia povera può imparare molto presto a usare Internet, la divisione tra le classi non sarà più fondata sul censo. Può darsi che il figlio di un miliardario diventi intellettualmente prolet, mentre Bezos, che ha creato dal nulla Amazon (la prima libreria on line, ndr) è già classe dirigente. Bill Gates, cinquant’anni fa, sarebbe forse diventato un impiegato qualsiasi.
Che fare per evitare la "tecno- esclusione"?
"Ripeto, la soluzione va ricercata fuori da Internet, nella scuola. Per consentire a ogni bambino di arrivare a quest’aristocrazia di massa, la scuola deve insegnare a programmare, e non soltanto a utilizzare i programmi. Ho incominciato a fare avvicinare i miei studenti al computer nel 1983. Allora bisognava programmare, e dunque pensare con la logica del computer. I miei studenti di allora oggi inventano software. Mentre quelli che sono venuti dopo, con ambienti operativi certamente più amichevoli (come Windows), si limitano spesso a rispondere sì o no, e a cliccare sulle icone. Mangiano, ma non sanno che cosa c’è nel cibo… Se si insegna a un bambino a programmare in qualche linguaggio informatico, questo esercizio logico lo renderà padrone e non schiavo del computer".
Ma insegnare ai bambini a programmare non è ancora più utopistico che voler educare alla diversità culturale attraverso un manuale interattivo?
"No, è la cosa più facile del mondo, perché‚ questa generazione nasce con il pollice verde del computer. Ricordo che quando ho messo in casa il primo, ho cercato di mostrare a mio figlio come funzionava e quello, forse per sottrarsi a un insegnamento paterno, guardava distrattamente quel che accadeva sullo schermo. Dopo qualche settimana il computer sembrava andato in tilt. Mio figlio ha mosso le mani sulla tastiera e l’ha rimesso in funzione. Il fatto è che la sua generazione premeva bottoni fin dalla nascita, mentre la mia era stata educata a girare interruttori o manopole. Il linguaggio informatico può essere il più difficile del mondo, ma per i bambini è come la bicicletta. Uno che la inforca per la prima volta a cinquant’ anni casca, ma se si è imparato da piccoli non si casca più. Se si impara da piccoli".
(traduzione di Elisabetta Horvat)

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