Europa e oltrePartito dell'Italiano

Ecco TUTTO quel che ha veramente detto Conte al PE

Le sfide del tempo presente sono nuove, complesse; richiedono visione e, se mi permettete, una qualche dose di creatività. Ma soprattutto, presuppongono consapevolezza della nostra missione nel mondo.

Onorevole Presidente Tajani, onorevole Vice Presidente Katainen, onorevoli deputate e deputati al Parlamento Europeo, Signore e Signori, è davvero un onore per me essere qui oggi, e lo dico con sentimento sincero, davanti a Voi per delineare gli aspetti principali del futuro dell’Europa, secondo gli indirizzi del Governo italiano. Pensando all’impegno per l’avvenire del nostro continente, desidero innanzitutto esprimere un commosso ricordo in memoria di Antonio Megalizzi, un Italiano che si definiva “innamorato dell’Unione Europea”, caduto vittima, come ben sapete, qui a Strasburgo due mesi fa, della barbarie del terrorismo. In un mondo globalizzato, nel quale l’economia sembra avere preso il sopravvento sulla politica e sul diritto e dove il peso di una scelta economica assunta a molte longitudini di distanza può avere stringenti ripercussioni sui nostri cittadini, dobbiamo interrogarci sulla funzione di cui è investita l’Unione Europea, sul ruolo che essa può svolgere, tenuto conto che gli Stati nazionali e, quindi, i medesimi Stati membri, da soli, non sono in grado di rispondere alle complesse sfide globali. Il comune edificio europeo sta attraversando, dobbiamo riconoscerlo tutti, una fase particolarmente critica. Il progetto europeo sembra avere perso la sua forza propulsiva. La complessa congiuntura storica pone davanti a noi, rappresentanti delle Istituzioni, ci sfida nell’ambito dei rispettivi ruoli e delle diverse responsabilità, ad affrontare temi di cruciale rilievo. Come già in passato altri che ci hanno preceduto in corrispondenza di altrettante fasi critiche, siamo chiamati a operare uno sforzo comune, alimentato da grande senso di responsabilità: abbiamo il compito di rilanciare il progetto europeo, facendogli riacquistare credibilità e coesione, in modo da accrescerne la sostenibilità, l’efficacia, la plausibilità. Le sfide del tempo presente sono nuove, complesse; richiedono visione e, se mi permettete, una qualche dose di creatività. Ma soprattutto, presuppongono consapevolezza della nostra missione nel mondo. Le grande domandi alla quale siamo tutti chiamati a rispondere sono domande di senso: quale Europa vogliamo, di quale Europa abbiamo bisogno, come ci percepiamo e rappresentiamo noi stessi? Sono domande che interpellano le nostre coscienze e meritano la massima considerazione e autenticità di risposte del Parlamento Europeo, eletto direttamente dai cittadini dell’Unione, depositario sostanziale, autentico della sovranità europea. Siamo – dovremmo essere – innanzitutto un popolo, il popolo europeo. Il progressivo avanzamento nel percorso di integrazione ci ha reso realmente popolo, comunità di destino, al di là di ogni finctio giuridica? Certamente, il percorso di definizione e di costruzione di un “popolo europeo” ha vissuto momenti significativi di avanzamento. La storia dell’Europa moderna e contemporanea è stata segnata da profonde divisioni, da lacerazioni e contrasti, che hanno definito e forgiato un pluralismo articolato e ricchissimo, di lingue, di identità culturali, di tradizioni. Pur tuttavia, quelle società hanno conosciuto una irreversibile, feconda contaminazione culturale, giuridica e sociale. Abbiamo sempre più integrato i nostri sistemi economici, i nostri modelli educativi, le nostre legislazioni sociali, cedendo spazi di sovranità e trasferendo competenze via via sempre più importanti dagli Stati all’Unione. Abbiamo consentito ai cittadini dei diversi Stati membri di poter circolare liberamente nel territorio europeo, concepito come uno spazio giuridico unitario. La libera circolazione delle persone, più ancora della libera circolazione delle merci e dei capitali, è stata una delle più significative conquiste nel processo di integrazione europea, se solo si considera il carico di odio nazionalista e di ripiegamento identitario che aveva attraversato il continente tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX secolo e che era drammaticamente deflagrato nei due conflitti mondiali. Gli europei, soprattutto i più giovani, non intendono rinunciare a questa libertà fondamentale di movimento, grazie alla quale – in misura così significativa e con una naturalezza sconosciuta alle generazioni passate – hanno potuto accrescere il proprio patrimonio di esperienze umane, culturali e professionali, accogliendo le specificità nazionali sempre più come declinazioni di una stessa sensibilità, come diverse modalità di partecipare a un “comune sentire”. Il processo di creazione di un popolo europeo è stato anche fortemente alimentato dalla dimensione giuridica. Frutto maturo di un secolare processo di civilizzazione, la cultura giuridica ha assunto, in questi anni, un ruolo decisivo nella creazione di un idem sentire sino a favorire la formazione di un demos europeo. Al riguardo, è stata fondamentale l’azione svolta, ciascuna nel proprio ambito di competenza, dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e dalla Corte di Giustizia, in stretto raccordo anche con le Corti costituzionali nazionali. Per questa via si è realizzato uno spazio giuridico europeo, nel quale il cittadino potesse riconoscersi e trovare protezione, attraverso un sistema raffinato e compiuto di tutela multilivello dei diritti fondamentali della persona, fondata su un patrimonio condiviso di tradizioni costituzionali. Questo sistema avanzato e articolato di tutela giurisdizionale, ormai, direi, iscritto con caratteri indelebili nel patrimonio giuridico dell’Unione, rappresenta una conquista di civiltà da difendere e preservare, proprio per gli effetti virtuosi che è suscettibile di produrre nell’immaginario collettivo del cittadino europeo, alimentando la consapevolezza di essere parte di un destino condiviso, di essere popolo nel senso di comunità partecipe di uno stesso fecondo processo di civilizzazione. Nonostante tutto questo, però, non siamo riusciti ancora a diventare veramente e compiutamente un “popolo”, non abbiamo avuto il coraggio di costruire un modello inclusivo che, realisticamente, al di là di ogni retorica, favorisse la creazione di un demos europeo. Soprattutto a partire dal 1989, è mancata – salvo alcune isolate eccezioni – una visione autenticamente “politica” dell’Unione europea, una prospettiva di lungo periodo, orientata al futuro, senza la quale ogni progetto si arena, ogni sogno scolora, sopraffatto dalla ordinaria amministrazione. È mancato lo slancio “profetico”, che invece conobbero i grandi statisti del secondo dopoguerra. Ad aggravare questa assenza di visione prospettica, negli ultimi trent’anni, la governance europea si è fortemente ancorata alla pura dimensione economica, in una prospettiva univocamente orientata all’attuazione di indirizzi liberisti, tesi a favorire privatizzazione di servizi e beni essenziali, riduzione della regolamentazione in settori economici vitali, contrazione del sostegno sociale e delle politiche di Welfare, che hanno accresciuto le diseguaglianze nella ricchezza e nelle opportunità. Soprattutto con l’acuirsi della crisi economica, la governance europea ha sostenuto politiche di rigore, tese esclusivamente a contenere i debiti sovrani entro precisi parametri e a mantenere il tasso di inflazione della moneta comune quanto più possibile contenuto, anche a fronte di una fortissima contrazione dei consumi, con effetti devastanti sul piano sociale. La politica europea, di fronte a una crisi economica senza precedenti, si è ritratta impaurita al di qua della fredda grammatica delle procedure, finendo col perdere progressivamente il contatto con il suo popolo e rendendo sempre più incolmabile la distanza, che non è solo geografica, tra Bruxelles e le tante periferie del Continente. Progressivamente e inesorabilmente la politica ha rinunciato alla sua funzione legittimante e rappresentativa, apparendo – agli occhi dei cittadini – distante e “oligarchica”, incapace di comprendere i reali bisogni della collettività. È divenuta, come è stato acutamente osservato dal politologo Jan Zielonka, “un parametro cerimoniale a copertura di operazioni globali molto complesse, largamente incomprensibili, se non segrete”. La potente carica oppositiva che il popolo europeo – nelle sue diverse declinazioni – sta manifestando nei confronti delle élites parla alle nostre coscienze, ci ricorda che la politica, asservita alle ragioni dell’economia, ha mancato il suo compito, ha abdicato alla sua missione. Siamo di fronte a un tornante decisivo della storia dell’Europa unita, ci attendono decisioni fondamentali per il nostro futuro. Questo popolo europeo riaffacciatosi prepotentemente sul palcoscenico della Storia chiede con urgenza di essere finalmente ascoltato, chiede un decisivo cambiamento di metodo e di prospettiva. È un’occasione preziosa per recuperare il tempo perduto, per invertire il processo di progressivo distacco tra governanti e governati che – se ulteriormente alimentato con il silenzio, l’indifferenza o anche solo il tentativo di minimizzarne la portata – può determinare l’implosione del mondo che avevamo conosciuto. Non dobbiamo avere paura del conflitto, dobbiamo mostrarci capaci di governarlo. Non dobbiamo reagire al cambiamento, opponendo un conservatorismo sterile e deteriore, tutto proteso a difendere la “cittadella assediata”. Al contrario, dobbiamo consentire al conflitto di emergere, di manifestare – nelle forme della democrazia – la sua forza propulsiva, di sprigionare la sua carica innovativa, anche assumendo il rischio di abbandonare alcune sicurezze, di riconsiderare rapporti di forza, modelli di sviluppo e di crescita rivelatisi inadeguati di fronte alle nuove sfide, non più idonei a reggere l’urto di società impoverite, attraversate da precarietà e solitudine, da delusione e rancore, sentimenti che – se ancora pervicacemente negletti – possono alimentare ribellismo e contestazioni dagli esiti imprevedibili, come dimostrano vari fenomeni in atto in alcuni Paesi europei. L’europeismo del XXI secolo, a mio avviso, presuppone inevitabilmente un ripensamento radicale delle forme e degli istituti che hanno caratterizzato la storia dell’integrazione degli ultimi trent’anni, richiede, urgentemente, una autentica “conversione”, che è anche – per alcuni aspetti – un ritorno alle origini, alle ragioni fondative del sogno europeo. L’Europa che immaginiamo sarà capace di esprimere una forza propulsiva, non semplicemente stabilizzatrice, nell’interesse dei suoi cittadini, degli Stati membri, degli interessi comuni? La geopolitica è in rapido e continuo mutamento. I nuovi equilibri strategici sono caratterizzati da estrema fluidità, anche considerando che alcune importanti potenze, pur non riuscendo a costituire dei veri e propri “poli” di attrazione internazionale, vedono crescere costantemente la loro capacità d’influenza. In questo contesto, nessuno Stato membro europeo può da solo giocare un ruolo significativo. Di qui l’auspicio che una voce europea unita trovi spazio anche al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. È una battaglia, questa, su cui l’Unione europea deve muoversi in modo coordinato, deve parlare con una sola voce. L’Unione europea deve saper parlare al mondo. Un’Europa più forte, ambiziosa e coesa è innanzitutto necessaria per migliorare la sua capacità d’interlocuzione con gli Stati Uniti. Come ho affermato sin dal mio primo discorso al Parlamento Italiano, crediamo fortemente nel rapporto transatlantico. Con Washington dobbiamo dunque continuare a operare per preservare il valore strategico delle nostre relazioni, in cui prevalgono di gran lunga le cose che ci uniscono, prima di tutto valori e principi, rispetto ad ogni possibile differenza e incomprensione. Al tempo stesso, un’Europa forte è necessaria per accreditarci nel dialogo con i principali stakeholder globali. La Russia e la Cina sono parte di ogni soluzione alle principali crisi internazionali, a cominciare da quelle più vicine ai confini e agli interessi europei. Non saprei ravvisare vantaggi per l’Unione europea nel rinunciare al dialogo con la Russia, con la Cina o nell’illudersi di poter promuovere nei loro confronti politiche isolazioniste. Dovremmo piuttosto promuovere un loro “engagement” a tutto campo. Ma come si realizza quest’Europa forte di cui condividiamo tutti l’esigenza? Certamente dobbiamo proseguire nel percorso di integrazione della Difesa Europea, sfruttando tutte le potenzialità racchiuse nell’attuazione della Cooperazione Permanente Strutturata (PESCO) e del Fondo di Difesa Europea. Una Difesa Europea Comune non solo non è antitetica all’appartenenza alla NATO, ma può rappresentarne un utile complemento, dando così la dimostrazione concreta che l’Unione europea rimane efficace e capace di progredire, anche per dare più sicurezza ai suoi cittadini. Senza dimenticare che un’Unione europea che aspiri ad essere un attore globale non può prescindere dal mantenere stretti legami nel settore Difesa e Sicurezza con il Regno Unito, anche dopo la Brexit. Ma il presupposto essenziale per garantire un’Europa forte nel mondo è quello di assicurarne innanzitutto la solidarietà e la coesione, attraverso la responsabilità collettiva degli Stati membri. La migrazione e la “governance” economico-finanziaria sono due sfide emblematiche dell’urgenza di ripristinare fiducia e solidarietà in Europa. È improcrastinabile un cambio di prospettiva sostanziale e questi principi non devono diventare preda di dinamiche divisive tra Stati Membri sui grandi temi che dovrebbero essere parte integrante del quotidiano dibattito europeo. I dissidi anche sul piano bilaterale – e in questi giorni ne abbiamo la chiara conferma – rappresentano più l’effetto che la causa di una incapacità dell’Europa di proporre soluzioni. È questa incapacità e non i dissidi ad affievolire la forza propulsiva del progetto europeo. Alla migrazione l’Europa ha iniziato a guardare tardi. È grazie all’Italia che la questione migratoria è arrivata al centro dell’agenda dell’Unione Europea. L’Europa non può continuare ad affrontare i flussi migratori in una prospettiva emergenziale, bensì deve affidarsi a un approccio strutturale in modo da pervenire a soluzioni stabili ed efficaci Rivolgo anche in quest’autorevolissima Aula un appello, che ho rinnovato in ogni Consiglio Europeo e in ogni Vertice informale a cui ho preso parte: non si può più rinviare la piena attuazione delle Conclusioni del Consiglio Europeo del 28 giugno 2018. Senza una strategia di gestione europea multilivello dei flussi migratori, risulta compromessa la stessa tenuta dell’Europa unita. Una strategia europea deve affrontare con la giusta priorità, con approccio multilivello, i movimenti primari. In caso contrario, i movimenti secondari non saranno mai davvero sotto controllo. Chi arriva in un Paese di sbarco arriva in Europa. Aldo Moro sosteneva che “nessuno è chiamato a scegliere tra essere in Europa e essere nel Mediterraneo, poiché l’Europa intera è nel Mediterraneo”. Questo principio deve essere sempre ricordato, non solo per affrontare nella giusta prospettiva il tema della migrazione, ma anche nel momento in cui è in gioco la stessa sicurezza europea, dal sostegno al processo politico in Libia al supporto europeo all’Africa e alla stabilizzazione dello scacchiere medio-orientale. L’Italia è convinta promotrice della centralità del Mediterraneo per il futuro dell’Europa. Lo testimoniano le mie visite in Algeria e Tunisia a novembre scorso, la Conferenza di Palermo del 12 novembre scorso, le mie visite in Libano ed Iraq la settimana scorsa. Presto visiterò il Marocco. Questa azione è parte della strategia complessiva dell’Italia, che punta a offrire un consistente e dinamico contributo alla stabilizzazione dei principali teatri di crisi, in coerenza con l’impegno dell’ONU e dell’Unione Europea, nell’interesse non solo del nostro Paese, ma di tutta l’Europa. L’Europa, guardando oltre il Mediterraneo, deve investire sul piano politico e finanziario sulla collaborazione con l’Africa e per l’Africa; altrimenti, la migrazione illegale potrà essere ridotta temporaneamente, ma mai debellata, né potranno essere migliorati i rimpatri, che necessitano di un’azione coordinata dell’Europa e degli Stati membri, anche attraverso l’incentivo della cooperazione allo sviluppo e con un mutuo riconoscimento europeo delle decisioni in materia. L’impegno del Governo italiano in Africa si inquadra in questo approccio, che io stesso personalmente sto perseguendo con convinzione perseguito. Per questo, mi sono recato nel Corno d’Africa, una regione che auspichiamo si appresti a vivere la sua primavera, e in Niger e Ciad a metà gennaio. Se l’Europa ambisce a essere un punto di riferimento sul piano dei valori, deve farsi promotrice di un nuovo approccio ai problemi dell’Africa. Deve perseguire un nuovo modello di cooperazione, ispirato al partenariato fra eguali, in uno spirito che vuole accrescere le opportunità e al contempo le responsabilità da entrambe le parti. Non possiamo rimanere indifferenti al fatto che la maggioranza della popolazione africana, uomini, donne, bambini, vivono in condizioni disumane di povertà, nonostante le incredibili risorse naturali di cui dispongono i rispettivi territori. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte al fatto che buona parte della ricchezza generata dall’economia africana si disperda tra migliaia di società offshore, dislocate in “paradisi fiscali” oppure vada a beneficio di società straniere. Sono lieto che la priorità della collaborazione con l’Africa sia stata riconosciuta dalla stessa Commissione Europea; ringrazio Jean-Claude Juncker per il convinto impulso verso questo obiettivo, così importante per il nostro futuro comune. Ma al riconoscimento di questa priorità deve accompagnarsi lo stanziamento di adeguate risorse finanziarie e l’elaborazione di nuove modalità di intervento. L’Europa deve impegnarsi a redigere un catalogo di best practice, al fine di pervenire a un modello di cooperazione realmente paritario e sostenibile. Governare la migrazione, fenomeno strutturale destinato a durare nell’Europa di domani, richiede anche una riflessione nella prospettiva del prossimo Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027. L’Europa deve dotarsi di strumenti e meccanismi finanziari stabili e duraturi per governare i flussi migratori dai Paesi di origine e transito. È altresì urgente che le tre rotte mediterranee ricevano attenzione politica ed economica di pari intensità e consistenza. L’Unione europea ha destinato 6 miliardi di euro all’Accordo con la Turchia. Il Trust Fund dell’Unione per l’Africa è alla perenne ricerca di rifinanziamenti e ha un gap di almeno 500 milioni di euro rispetto agli impegni assunti. Non meno complessa è la gestione europea della dimensione interna del fenomeno migratorio. Essa va sganciata dall’illusione che possa essere risolutiva una protezione del confine esterno marittimo europeo, con un’ingente spesa per migliaia di agenti della cosiddetta “Frontex” rafforzata e con un onere aggiuntivo sui Paesi di primo arrivo, che avrebbe un impatto anche in termini di sicurezza. I flussi migratori non si governano da soli. Occorrono sforzi condivisi. Come stabilito al Consiglio Europeo di giugno, devono riguardare tutti e 28 gli Stati Membri, seppure – inevitabilmente – con modalità differenti. La proposta di riforma del Regolamento di Dublino, approvata dal Parlamento Europeo a novembre del 2017, non è sostenibile nell’attuale Unione Europea. Prevale, purtroppo, l’indisponibilità della maggioranza degli Stati membri a partecipare ad una solidarietà automatica e obbligatoria. Pur tuttavia, l’attuazione delle Conclusioni del Consiglio Europeo del 28 giugno 2018, che si ispirano ai principi di solidarietà e di equa ripartizione delle responsabilità, richiamati nell’articolo 80 del Trattato per il Funzionamento dell’Unione Europea, non può essere rinviata oltre. Di fronte allo scempio di vite umane abusate, vendute, spezzate, dobbiamo combattere tutti insieme una lotta senza quartiere ai trafficanti e agli aguzzini, che rappresentano una minaccia per la nostra sicurezza e un affronto all’umanità oltre che una minaccia alla nostra sicurezza. Smettiamo di rimanere divisi, cedendo a logiche nazionalistiche o regionalistiche, e cerchiamo di mettere in pratica un’autentica solidarietà, così da ripristinare un’Europa rispettosa delle vite umane e della propria sicurezza. L’esigenza di vera solidarietà e condivisione fra Stati membri, senza divisioni fra aree e regioni dell’Unione, si applica anche alla sfida, non meno prioritaria, del completamento dell’Unione Economica e Monetaria, soprattutto in una fase in cui le tensioni commerciali globali mettono a rischio la congiuntura economica europea, come confermato dalle recenti stime della Commissione Europea sul PIL degli Stati membri. Auspico che sia dato maggior ascolto alla rivendicazione, da parte italiana e di altri Stati membri dell’Europa del Sud, per un urgente riequilibrio fra riduzione e condivisione dei rischi, in favore di un’effettiva convergenza che non lasci indietro la crescita in nome del rigorismo. L’impegno riformatore – penso a quello avviato dal Governo italiano con la legge di bilancio 2019 – è sostenibile sul piano sociale, prima ancora che su quello economico, se le riforme strutturali non diventano una “fatica di Sisifo”, che soffoca la crescita e mortifica la coesione sociale. Con la legge di bilancio l’Italia ha intrapreso un percorso di crescita nella stabilità. Pur “tenendo i conti in ordine”, ci siamo adoperati per garantire un presente e un futuro migliori a cittadini lasciati indietro e la cui urgente aspettativa di cambiamento il Governo italiano ha inteso rappresentare. Allo stesso tempo, l’impulso agli investimenti pubblici, anche attraverso riforme volte a semplificare il quadro giuridico, testimonia l’intenzione di imprimere dinamismo ad un’economia che gioca un ruolo centrale per il nostro continente. La “governance” economica dell’Unione europea deve tenere conto dell’esigenza di bilanciare crescita e stabilità. Rischia altrimenti di essere insufficiente anche un impulso prezioso per la crescita, rappresentato dal “piano Juncker”, che rappresenta comunque un segnale concreto di riconoscimento europeo della centralità dell’intervento pubblico in favore degli investimenti. Ma cosa significa “superare l’austerity”? Non significa certo disconoscere il valore della stabilità finanziaria. Significa, più complessivamente, impegnarsi a perseguire anche il valore della stabilità sociale e dello sviluppo sostenibile. Mi fa piacere che Jean-Claude Juncker abbia fatto in tempi recenti un riferimento al fatto che nel caso della crisi greca “l’austerity è stata forse avventata”. Molti di noi ne erano convinti fin da allora. Ciò che va evitato è che qualcuno, fra tre anni, si scusi per una mancata gestione europea della migrazione e per una mancata Europa sociale. L’Europa deve guardare al futuro di chi già oggi rischia di non avere opportunità nell’Europa di domani. È essenziale che l’Unione europea investa con più coraggio sui giovani, sull’istruzione, sull’innovazione. Essa non deve inoltre disincentivare gli investimenti pubblici orientati verso questi obiettivi, considerandoli come un fattore di deficit e di instabilità, anziché come un volano per il futuro del nostro continente. D’altra parte, il lavoro, il progresso economico e sociale equilibrato e sostenibile sono obiettivi che, sulla scia del Trattato di Maastricht, il Trattato di Lisbona ha confermato ma che, a dieci anni dalla sua entrata in vigore (dicembre 2009), appaiono ancora lungi dall’essere attuati. Le critiche all’incompletezza dell’architettura istituzionale europea, provenienti ormai anche da Autorità degli Stati membri, la Commissione Europea e la BCE le hanno in parte accolte. Esse hanno preso opportune iniziative, fra cui la decisione dell’Eurogruppo del 21 gennaio che, in attuazione dell’Euro-Summit del 14 dicembre scorso, ha costituito un Gruppo ad alto livello per esaminare la realizzazione di EDIS (Schema Europeo di Assicurazione sui Depositi) e il completamento dell’Unione Bancaria europea. Per quanto riguarda le crisi bancarie sono stati fatti passi avanti, anche se la strumentazione richiede una messa a punto di cui è sperabile si faccia carico il Gruppo ad alto livello. Il cambiamento delle regole di risoluzione delle crisi bancarie ha comportato un passo indietro nella dotazione di strumenti, che va colmato prima che una nuova possibile recessione porti indietro l’orologio della stabilità finanziaria e bancaria italiana ed europea. Col Trattato di Maastricht, il compito di garantire la credibilità dei debiti sovrani fu affidato agli impegni di convergenza verso il 60% del rapporto di debito pubblico/PIL dei singoli Paesi, a politiche di rigore del bilancio pubblico e all’attuazione delle riforme a livello nazionale. Nonostante l’occhio vigile della Commissione, la situazione ha palesato – come dimostra il caso italiano – significative criticità, dopo lo scoppio della crisi finanziaria negli USA nel 2008 e la conseguente grande recessione mondiale. Per poter affrontare questi problemi con un approccio più efficace, occorre anche procedere con decisione verso la creazione di strumenti di finanziamento comuni a livello europeo, che consentano di affrontare insieme le sfide che abbiamo di fronte coniugando in maniera equilibrata responsabilità e solidarietà, l’inadeguata e insufficiente solidarietà all’interno dell’Unione europea spiega anche perché l’Europa fatichi e tardi a essere più equa, più sociale. La nuova legislatura europea deve perseguire con maggiore decisione e come urgente priorità la lotta contro la disoccupazione e il sostegno alla crescita. Un impulso europeo su queste priorità, anche con formule coraggiose come un’assicurazione europea contro la disoccupazione, è il miglior antidoto contro le derive nazionalistiche, oltre che contro la mancanza di lavoro. Il divario nella disoccupazione, soprattutto giovanile, fra alcune aree europee svantaggiate ed altre con eccellenti tassi di occupazione, aumenta, fino a favorire chiusure nazionalistiche, se esso deve essere affrontato solo con politiche nazionali. Le aree avvantaggiate cercheranno di assicurarsi contro politiche europee percepite come un costo, mentre le aree svantaggiate su base nazionale non riusciranno, se non in minima parte, a reperire risorse per compiere effettivi progressi. Un’Europa più equa e più solidale dev’essere un obiettivo anche per il prossimo Quadro Finanziario Pluriennale. La complessità connaturata a questo tipo di negoziato non deve vedere persa questa priorità, soprattutto di fronte alle sfide esistenziali che l’Unione Europea ha di fronte. È dunque decisivo un adeguato equilibrio fra le “nuove priorità”, come migrazione, crescita, investimenti, sicurezza, e politiche tradizionali, la Coesione e la Politica Agricola Comune, che devono continuare a ricevere un sostegno pieno, in quanto centrali per la coesione socio-economica del continente. Molte altre sono le sfide alle quali siamo chiamati: dobbiamo impegnarci nella promozione di un commercio mondiale più equo, più capace di tutelare i consumatori, dobbiamo porre in essere ogni iniziativa utile per concorrere, con ambiziosa determinazione, all’impegno internazionale sui cambiamenti climatici: più in generale, dobbiamo continuare a esercitare un ruolo di guida nella protezione dei “vecchi” e dei “nuovi” diritti, tanto più meritevoli di protezione nell’era digitale, anche a dispetto del fatto che i diritti “costano”. Penso, in particolare, al ruolo decisivo che l’Europa può svolgere quale “security provider”, con specifico riguardo alle nuove minacce ibride e, segnatamente, cibernetiche. Onorevole Presidente, Onorevoli Deputati, torna preponderante la domanda di senso con la quale ha preso avvio il mio intervento: “quale Europa vogliamo?” Di quale Europa abbiamo bisogno per garantire ai cittadini europei un futuro all’altezza dei sessant’anni di pace e di prosperità che l’Unione ha assicurato? La mia risposta è ancora una volta la stessa: l’Europa dev’essere vicina ai suoi popoli. L’Unione Europea, nel XXI secolo, deve perseguire il suo progetto “dal popolo” e “per il popolo”, a partire – mi fa piacere affermarlo qui, oggi – da un Parlamento europeo con ruolo e poteri rafforzati, con particolare riguardo al potere di iniziativa legislativa e di inchiesta, in quanto unica istituzione che gode di diretta legittimazione democratica, sarebbe importante anche riconoscere in capo al Parlamento un potere di generale accountability rispetto alle altre istituzioni europee. Il Parlamento europeo potrà svolgere un ruolo decisivo di fronte alla domanda di cambiamento che attraversa l’Europa, dopo un decennio segnato da eventi di portata storica, che hanno mutato l’assetto geopolitico del continente. Allo stesso tempo, un adeguato rafforzamento degli istituti di democrazia diretta rappresenta, anche e soprattutto in chiave europea, un’evoluzione essenziale per il recupero di credibilità delle istituzioni nei confronti dei cittadini. Lo scenario europeo è esplicito nell’indicare una diffusa sfiducia e disillusione dei cittadini. Il Governo che ho l’onore di presiedere nasce dalla volontà di venire incontro, con priorità, alla urgente domanda di cambiamento dei cittadini italiani, con risposte che – per troppo tempo – la politica non è riuscita a offrire. Anche a livello europeo, come ho detto all’inizio, questa istanza di cambiamento deve essere compresa e trovare adeguata rappresentanza. Se servisse un’ulteriore conferma dell’urgenza di mettere in pratica questi principi, basta pensare a Brexit, tema centrale per l’Unione europea per i prossimi anni. Davanti a questa sfida, l’Unione europea ha dimostrato di saper reagire con spirito unitario e solidale e di riuscire a proteggere i risultati di oltre sessant’anni di integrazione europea, senza cedere ad atteggiamenti punitivi verso un membro della famiglia che non intende più esserne parte. È un processo epocale e senza precedenti, che va gestito in maniera ordinata, avendo sempre al primo posto l’obiettivo di garantire i diritti dei cittadini e di proteggere il tessuto sociale ed economico dalle conseguenze negative della “Brexit”. Onorevole Presidente, Onorevoli Deputati, con coraggio e con rigore dobbiamo impegnarci affinché si riveda quel che non ha funzionato, anche nell’attuazione dei Trattati, e si contrastino le tendenze centrifughe e alla disintegrazione europea, figlie talvolta – come accade anche nel mio Paese – della disillusione europea. Se vogliamo che l’Europa rimanga il nostro futuro comune, è il momento di far seguire alle parole i fatti, avviando insieme un percorso per una nuova Europa, un’Europa del popolo, più solidale, più inclusiva, più equa, in definitiva più democratica. L’unica in cui i cittadini di oggi e di domani meritano di vivere. Grazie.

]]>

0:00
0:00