ECCO IL NUOVO LATINO BREVE, VELOCE, DRASTICO

STORIA DI DUE LINGUE CHE HANNO PRESO IL SOPRAVVENTO

ECCO IL NUOVO LATINO BREVE,
VELOCE, DRASTICO

Il globish è solo la fase finale di un processo che era in corso da un pezzo.

L'inglese non ha
aspettato la globalizzazione: a diventare lingua del pianeta si stava

allentando da tempo,in si1enzio' mettendo a frutto sia alcune cruciali trasfonnazioni della
sua struttura sia una varietà
di eventi storici.

Per una loro spinta interna le parole inglesi sono diventate nel tempo monosillabiche.

Nel Medioevo la lingua era del tutto diversa: le parole erano lunghe e avevano una

complessamorfologia.

Gradualmente si accorciarono, il loro ordine si stabilizzò, la loro morfologia si

semplificò, ad
esempio rinunciando alla struttura dei casi. Inoltre, diventarono estrema

mente plastiche dal punto di

vista lessicaIe: una stessa parola può essere nome, verbo e aggettivo senza cambiar

forma.


Il linguista danese Otto Jespersen – uno dei maggiori conoscitori della lingua – ha os

servato che
delle 500 parole più frequenti circa 400 sono monosillabichee solo le

restanti sono monosillabiche.



E che l'inglese ha un “meccanismo grammaticale silenzioso”, cioè ridotto all' osso e

quasi
inavvertibile


Non si conoscono al mondo altre lingue che abbiano avuto un processo di evoluzione

uguaJmente
veloce e drastico. Al momento attuale, a guardarlo a distanza, !'inglese è

(secondo molti
specialisti, ai quali aggiungo me stesso) una lingua che si va “

cinesizzando”, cioè diventa
somigliante al cinese: poca informazione morfologica, parole
brevi in posizioni stabili nella frase.

Una geniale convergenza di struttura, che forse prelude a qualcosa di ancora più

importante sul
piano dei fatti storici.


Ma non basta. Per un altro singolare accidente della storia, !'inglese ha assorbito alle

sue origini
una quantità di elementi di origine latina e francese, che costituiscono la parte
polisillabica del
suo vocabolario. Per questo è spesso possibile dire la stessa cosa in

due modi diversi: con le
parole monosillabiche del fondo originario o con quelle

polisillabiche di trafila romanza


Questo tratto non piace a tutti: George Orwell ad esempio (nel suo Politics and the

English
language,1946) considerava una degradazione l'eccesso di parole di origine

latina


Ma costituisce una formidabile risorsa.

Messi insieme, questi caratteri danno l’impressione che !'inglese sia una lingua “facile”

che si i
mpara senza troppe storie. Dal punto di vista esterno, poi, l'inglese si è avvalso

di talune
eccezionali spinte che la storia gli ha fornito senza rispar mio.

Ha potuto contare su un impero sterminato, dall'India all'Australia agli Stati Uniti, per

non parlare
del Sudafrica e di una varietà di aree secondarie. È stato al centro di due

guerre mondiali e di
varie guerre locali, che lo hanno diffuso in Europa e in Oriente e

accreditato nella sua variante
americana, oggi la più nota. Infine, da almeno cin

quant'anni vola sulle ali di una cultura di massa
alla quale nulla neanche l'

antiamericanismoè riuscito a opporsi: divertimento, vita quotidiana,
finanza, aeronautica,

alberghi e aeroporti, banca, medicina, infonnatica e web, scienza… sembra che tuttal a

modernità
origini dal mondo che parla questa lingua


L'intreccio di questi fattori ha fatto dell'inglese una delle lingue più infiltranti del pianeta.

L'italiano ad esempio ha ceduto le armi senza difendersi: a causa della notoriamente

scarsa “fe
deltà” dei suo parlanti alla propria lingua, ha rinunciato (con il pronto supporto

deimedia) a
parole di tradizione secolare a vantaggio di futili equivalenti inglesi. Ma

anche lingue ben più fiere e riottose hanno
alzato bandiera bianca: il francese, benché

protetto da un'Accademia che non arretra neanche din
nanzi a gesti estremi, dice oggi

cool, fioul (che rifà jùel “carburante”) o perfino speedé (da
speedy” difretta”).

L'inglese – si dice spesso – è il latino del Duemila. C'è però una differenza. Il latino a un

certo
punto perdette il sostegno di una madrepatria che potesse controllarne la

legittimità. È proprio
questo che favorì il suo dissolversi nelle lingue figlie (italiano, fran

ce se, spagnolo, ecc.).


Continuò ad essere parlato (e scritto) tra i dotti, gli scienziati e gli eruditi fino ai primi

del
l'Ottocento, e dalla Chiesa cattolica ancora oggi, ma come lingua “artificiale” e

senza terra.
L'inglese ha invece madripatrie multiple (Regno Unito, Stati Uniti,

Australia) che – sia pure senza
fare assolutamente nulla assicurano che si conservi in

una certa misura omogeneo in tutto il
mondo.

Ho detto prima che, malgrado le apparenze, l'inglese non è per niente “facile”come

appare.


I
n tutto il mondo c'è gente che anche dopo anni di studio non riesce a tirar fuori un

discorso
fluente o non capisce una domanda elementare. La struttura monosillabica,la

grammatica
“silenziosa” e la virtuale scomparsa della morfologia non sono bastate a

cancellare infatti due
difficoltà monumentali:l'impenetrabilità di gran parte delle parole

monosillabiche (quelle come
dog e come box, ma non ugualmente frequenti), che

bisogna imparare una per una con gran
rischio di confondersi; e la dia bolica quantità

di timbri vocalici, con cui anche i nativi spesso lottano invano.

Proprietà come queste hanno imposto nei fatti una distorsione tipica: più che parlato e

capito
nell'uso reale, nel mondo l'inglese viene “riconosciuto” in forma seri tta. Ciò si

nota perfettamente
in Italia: tutti sanno dire gossip, bond e voucher (lasciamo perdere

con quale pronuncia),
rinunciando agli equivalenti locali, ma la conoscenza effettiva

della lingua èpovera. In ciò
l'inglese è ancora come il latino: molti (come imonaci

medievali) lo leggevano (o decifravano)
senza neanche supporre come si pronunciasse.

Diverso tempo fa Anthony Burgess faceva perciò una sorta di profezia: come il latino,

negli anni
avvenire tutti parleranno inglese ugualmente male ma si riuscirà lo stesso a

capirsi. però molto
difficile dire cosa accadrà nel futuro. Bisognerà forse fare i conti

con altre egemonie. Gli studenti
di varie facoltàuniversitarie, per una loro oscura

percezione, si sono “buttati” da alcuni anni a
studiare cinese.


Sanno qualcosa che noi non sappiamo ancora? Si stanno preparando a un cambio della
guardia?

Raffaele Simone La Repubblica 13-04-2007

[addsig]

1 commento

  • STORIA DI DUE LINGUE CHE HANNO PRESO IL SOPRAVVENTO

    ECCO IL NUOVO LATINO BREVE,
    VELOCE, DRASTICO

    Il globish è solo la fase finale di un processo che era in corso da un pezzo.

    L'inglese non ha aspettato la globalizzazione: a diventare lingua del pianeta si stava

    allentando da tempo,in si1enzio' mettendo a frutto sia alcune cruciali trasfonnazioni della
    sua struttura sia una varietà
    di eventi storici.

    Per una loro spinta interna le parole inglesi sono diventate nel tempo monosillabiche.

    Nel Medioevo la lingua era del tutto diversa: le parole erano lunghe e avevano una

    complessamorfologia.

    Gradualmente si accorciarono, il loro ordine si stabilizzò, la loro morfologia si

    semplificò, ad esempio rinunciando alla struttura dei casi. Inoltre, diventarono estrema

    mente plastiche dal punto di

    vista lessicaIe: una stessa parola può essere nome, verbo e aggettivo senza cambiar

    forma.


    Il linguista danese Otto Jespersen – uno dei maggiori conoscitori della lingua – ha os

    servato che delle 500 parole più frequenti circa 400 sono monosillabichee solo le

    restanti sono monosillabiche.

    E che l'inglese ha un “meccanismo grammaticale silenzioso”, cioè ridotto all' osso e

    quasi inavvertibile


    Non si conoscono al mondo altre lingue che abbiano avuto un processo di evoluzione

    uguaJmente veloce e drastico. Al momento attuale, a guardarlo a distanza, !'inglese è

    (secondo molti specialisti, ai quali aggiungo me stesso) una lingua che si va “

    cinesizzando”, cioè diventa somigliante al cinese: poca informazione morfologica, parole
    brevi in posizioni stabili nella frase.

    Una geniale convergenza di struttura, che forse prelude a qualcosa di ancora più

    importante sul piano dei fatti storici.


    Ma non basta. Per un altro singolare accidente della storia, !'inglese ha assorbito alle

    sue origini una quantità di elementi di origine latina e francese, che costituiscono la parte
    polisillabica del
    suo vocabolario. Per questo è spesso possibile dire la stessa cosa in

    due modi diversi: con le parole monosillabiche del fondo originario o con quelle

    polisillabiche di trafila romanza


    Questo tratto non piace a tutti: George Orwell ad esempio (nel suo Politics and the

    English language,1946) considerava una degradazione l'eccesso di parole di origine

    latina


    Ma costituisce una formidabile risorsa.

    Messi insieme, questi caratteri danno l’impressione che !'inglese sia una lingua “facile”

    che si impara senza troppe storie. Dal punto di vista esterno, poi, l'inglese si è avvalso

    di talune eccezionali spinte che la storia gli ha fornito senza rispar mio.

    Ha potuto contare su un impero sterminato, dall'India all'Australia agli Stati Uniti, per

    non parlare del Sudafrica e di una varietà di aree secondarie. È stato al centro di due

    guerre mondiali e di varie guerre locali, che lo hanno diffuso in Europa e in Oriente e

    accreditato nella sua variante americana, oggi la più nota. Infine, da almeno cin

    quant'anni vola sulle ali di una cultura di massa alla quale nulla neanche l'

    antiamericanismoè riuscito a opporsi: divertimento, vita quotidiana, finanza, aeronautica,

    alberghi e aeroporti, banca, medicina, infonnatica e web, scienza… sembra che tuttal a

    modernità origini dal mondo che parla questa lingua


    L'intreccio di questi fattori ha fatto dell'inglese una delle lingue più infiltranti del pianeta.

    L'italiano ad esempio ha ceduto le armi senza difendersi: a causa della notoriamente

    scarsa “fedeltà” dei suo parlanti alla propria lingua, ha rinunciato (con il pronto supporto

    deimedia) a parole di tradizione secolare a vantaggio di futili equivalenti inglesi. Ma

    anche lingue ben più fiere e riottose hanno alzato bandiera bianca: il francese, benché

    protetto da un'Accademia che non arretra neanche dinnanzi a gesti estremi, dice oggi

    cool, fioul (che rifà jùel “carburante”) o perfino speedé (da speedy” difretta”).

    L'inglese – si dice spesso – è il latino del Duemila. C'è però una differenza. Il latino a un

    certo punto perdette il sostegno di una madrepatria che potesse controllarne la

    legittimità. È proprio questo che favorì il suo dissolversi nelle lingue figlie (italiano, fran

    ce se, spagnolo, ecc.).


    Continuò ad essere parlato (e scritto) tra i dotti, gli scienziati e gli eruditi fino ai primi

    del l'Ottocento, e dalla Chiesa cattolica ancora oggi, ma come lingua “artificiale” e

    senza terra. L'inglese ha invece madripatrie multiple (Regno Unito, Stati Uniti,

    Australia) che – sia pure senza fare assolutamente nulla assicurano che si conservi in

    una certa misura omogeneo in tutto il mondo.

    Ho detto prima che, malgrado le apparenze, l'inglese non è per niente “facile”come

    appare.


    I
    n tutto il mondo c'è gente che anche dopo anni di studio non riesce a tirar fuori un

    discorso fluente o non capisce una domanda elementare. La struttura monosillabica,la

    grammatica “silenziosa” e la virtuale scomparsa della morfologia non sono bastate a

    cancellare infatti due difficoltà monumentali:l'impenetrabilità di gran parte delle parole

    monosillabiche (quelle come dog e come box, ma non ugualmente frequenti), che

    bisogna imparare una per una con gran rischio di confondersi; e la dia bolica quantità

    di timbri vocalici, con cui anche i nativi spesso lottano invano.

    Proprietà come queste hanno imposto nei fatti una distorsione tipica: più che parlato e

    capito nell'uso reale, nel mondo l'inglese viene “riconosciuto” in forma seri tta. Ciò si

    nota perfettamente in Italia: tutti sanno dire gossip, bond e voucher (lasciamo perdere

    con quale pronuncia), rinunciando agli equivalenti locali, ma la conoscenza effettiva

    della lingua èpovera. In ciò l'inglese è ancora come il latino: molti (come imonaci

    medievali) lo leggevano (o decifravano) senza neanche supporre come si pronunciasse.

    Diverso tempo fa Anthony Burgess faceva perciò una sorta di profezia: come il latino,

    negli anni avvenire tutti parleranno inglese ugualmente male ma si riuscirà lo stesso a

    capirsi. però molto difficile dire cosa accadrà nel futuro. Bisognerà forse fare i conti

    con altre egemonie. Gli studenti di varie facoltàuniversitarie, per una loro oscura

    percezione, si sono “buttati” da alcuni anni a studiare cinese.


    Sanno qualcosa che noi non sappiamo ancora? Si stanno preparando a un cambio della
    guardia?

    Raffaele Simone La Repubblica 13-04-2007

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