È proprio necessario usare tutte queste parole in inglese su …

Sergio Romano fa chiacchiere oggi sul corriere in risposta a una lettera di un lettore sull’abouso di parole inglesi. Parla di com’erano le cose 100 anni fa, si sofferma sull’intraducibilità della parola “bidet”, conclude con una bella dose di cerchiobottismo.

Romano dice tutto tranne che la verità: l’afflusso massiccio di parole da una lingua straniera altro non è che il riflesso di un’egemonia politica e culturale. Sono che non ne ricava le debite conclusioni…

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Lettere al Corriere: Sergio Romano

È proprio necessario usare tutte queste parole in inglese su …

È proprio necessario usare tutte queste parole in inglese su tutti i nostri giornali? In Inghilterra fanno altrettanto uso dei nostri vocaboli? Ho fatto questa considerazione perché

ci sono tanti lettori che

la pensano come me,

perché tutto questo mi fa sentire più ignorante

di quello che sono. Gradirei gentilmente una risposta.

San Giuliano Milanese

Caro Folino,

nel 1932 un quotidiano torinese, la Gazzetta del Popolo , cominciò a pubblicare una rubrica intitolata «Una parola al giorno» che si proponeva di «ripulire il linguaggio dagli esotismi». Il direttore del giornale era Ermanno Amicucci, un giornalista destinato a una tempestosa carriera: fu direttore del Corriere fra l’ottobre 1943 e l’aprile 1945, venne condannato a morte per collaborazionismo, poi a trent’anni e finalmente amnistiato grazie al decreto Togliatti del 1946. Il redattore della rubrica era Paolo Monelli, un giornalista-letterato di grande talento, autore di libri che ebbero un notevole successo fra cui «Scarpe al sole» sulla vita degli alpini durante la Grande guerra, «Roma 1943» sulla caduta del regime e una biografia aneddotica del capo del fascismo intitolata «Mussolini piccolo borghese». Lo conobbi nel 1949 a Vienna dove fu inviato da La Stampa per una serie di corrispondenze sull’unico Paese in cui i quattro vincitori della Seconda guerra mondiale sembravano avere trovato un modus vivendi e continuavano a perlustrare insieme, sulla stessa jeep, il centro della città. Era piccolo, piuttosto tozzo, ma vestiva elegantemente e ostentava un monocolo dietro il quale guardava il suo giovane interlocutore con ironica benevolenza.

Ogni giorno, sulla Gazzetta del Popolo , Monelli sceglieva una parola straniera, ne ricercava l’origine, prendeva in giro quelli che se ne servivano e dimostrava che esisteva quasi sempre una parola italiana equivalente a cui era meglio ricorrere. Era inutile dire «abat-jour»; bastava paralume. Era inutile dire «affiche» o «placard»; bastavano manifesto, avviso, targa. Perché dire «apprendissaggio» (orrendo francesismo) quando noi avevamo tirocinio, noviziato? Perché dire «atelier» quando la parola giusta in italiano era, a seconda delle circostanze, studio o laboratorio? Perché dire «gaffe» quando un’azione goffa si chiama, soprattutto nell’Italia settentrionale, tópica? Per la verità anche Monelli, ogni tanto, si imbatteva in parole difficilmente traducibili. Quando dovette parlare del «bidet» spiegò che la parola significava, in origine, «piccolo cavallo da sella» e che Alfredo Panzini nel suo «Dizionario moderno» (un libro che occorrerebbe ristampare) lo aveva descritto come un cavalluccio che «non corre, benché posi su quattro piedi». Ma anziché suggerire una traduzione si limitò a osservare che l’oggetto stava «scomparendo con la maggiore diffusione del gabinetto da bagno e con la pratica quotidiana delle abluzioni e della doccia». Non è vero. Mentre la Gran Bretagna e gli Stati Uniti non l’hanno mai adottato, l’Europa continentale lo considera sempre utile.

Dopo avere tenuto la rubrica per più di un anno, Monelli raccolse gli articoli in un volume, «Barbaro dominio», che apparve presso l’editore Hoepli nel 1933. Mise in epigrafe, per spiegare il titolo, una famosa frase di Machiavelli («A ognuno puzza questo barbaro dominio») e lo dedicò a Ermanno Amicucci scrivendo tra l’altro, a lode del giornale, queste parole: «La Gazzetta del Popolo ha mostrato che si può fare questa opera di pulizia senza pedanterie, senza vecchiumi, senza purismi, senza il terrore dei neologismi (…). Tale campagna è stata lodata per la chiarezza fascista che l’ha animata: più bella lode non le si poteva fare».

Questa citazione spiega in parte, caro Folino, perché sia stato così difficile, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, fare il bucato della lingua italiana e ripulirla dalle molte parole straniere (un tempo prevalentemente francesi, oggi soprattutto inglesi), spesso inutili o superflue, che si sono introdotte nel nostro modo di parlare e di scrivere. Mentre i francesi dedicano a questo compito una seduta settimanale dell’Académie, noi abbiamo il timore di apparire troppo nazionalisti, troppo provinciali, se non addirittura un po’ fascisti.

Mario Folino[addsig]

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