E il Cavaliere finì a bagnomaria tra i riti della Prima Repubblica
Addio predellini, torna di moda l’appoggio esterno
di FILIPPO CECCARELLI
Non di rado la cronaca politica è crudele, e la consolazione sta nel fatto
che tale crudeltà si esercita nei riguardi dei suoi più illustri protagonisti con le forme e le procedure del contrappasso. Il presidentissimo Berlusconi, ad esempio, che fattosi acclamare capo assoluto e leader a vita del Pdl, nonché uomo del fare e alfiere dell’amore, si ritrova oggi vittima del più inestricabile groviglio di teorie e pratiche da vecchia e inconcludente politicaccia.
Per offrire un`idea della sua attuale sofferenza basta sapere che il Cavaliere si è sempre vantato di aver scoperto e reso operanti, con sua massima gioia e utilità, le riunioni all’impiedi; quando cioè convocava i manager della Fininvest in una grande stanza priva di sedie, e a quel punto per forza le riunioni duravano pochissimo. Ecco, con tali premesse ieri il premier si è dovuto sorbire due ore e mezzo con Bossi e i leghisti, e neanche a dire che era la cena del lunedì, con distribuzione di storielle e orologetti del Milan, ma il più classico caminetto, quali se ne tenevano frequentemente ai tempi della Dc, a villa Madama; per non dire che l’incontro di ieri che assomigliava parecchio a una «verifica», parola anch’essa capace di far venire le convulsioni a chi abitualmente e con indubbia perizia forgia l’evoluto messaggio berlusconiano.
In altre parole: il deprecato «teatrino» è all’ordine del giorno. La scorsa settimana Berlusconi si era sorpreso a paventare 1’«appoggio esterno», già materia di sketch in bianco e nero di Noschese, travestito da Ugo La Malfa che si appoggiava, appunto, alla parete esterna di una casa. Ecco, ora è alle prese con la crisi «al buio», incubo di ogni rispettabile presidente della Prima Repubblica, oppure – ed è un poco meglio – si ritrova a considerare l’ipotesi di una crisi «pilotata», anche se poi occorre sempre vedere, come si poteva leggere tra le più sapide veline di Orefice, chi era il pilota.
Fermo restando che nell’uno e nell’altro caso non sarebbe affatto esclusa la figura
dell’«esploratore», che giammai scende in campo, ma scorre lievemente lungo l’orizzonte rituale dei passaggi previsti dalla Costituzione, pura e irritante misteriosofia per la cultura istituzionale di un premier tendenzialmente autocrate per vocazione d’azienda e sovrano carismatico, nel frattempo, per volontà dell’elettorato.
Povero Cavaliere a bagnomaria!… Bossi dietro il cespuglio, ambiguo rifugio, può preparare di tutto; Casini tornato su piazza, con le suggestioni del moderatismo biforcuto; e poi l’ultimatum di Fini che pone Berlusconi dinanzi a un esito anch’esso dal saporedi polveroso deja-vu, si dimetta che poi facciamo insieme un altro governo, e anche qui le variabili si intrecciano e si confondono secondo moduli ormai vecchiotti, il «governicchio» di Goria, «il governo fotocopia» di Spadolini, o addirittura «la minestra riscaldata» che Rino Formica, l’immaginifico, evocò nella prima metà degli anni ottanta a proposito di qualche Forlani o Cossiga bis.. Pochi vi hanno fatto caso, ma nel suo discorso a Bastia Fini è arrivato a tirar fuori dal cassetto delle citazioni in naftalina un dilemma che vent’anni orsono mise a dura prova la proverbiale e puntutissima sagacia di due grandi democristiani che si detestavano, Ciriaco De Mita e Giulio Andreotti, se fosse cioè preferibile che un governo «tirasse a campare» o se invece tale incerta e sterile passività equivaleva a «tirare le cuoia».
Ebbene: chi anche solo un anno fa avrebbe mai potuto immaginare che il destino di Berlusconi, con quei po’ po’ di sventolatissimi auto-gradimenti demoscopici, si sarebbe allineato al momento storico in cui stava pervenire giù, e malamente, un intero sistema di potere. Ecco invece che dietro l’angolo, o dal cespuglio, nell’aula, o lungo i corridoi degli intrighi di Palazzo, ecco dunque affacciarsi il rimpasto, o addirittura, il suo fratello più vano e innocuo, il «rimpastino». Ce n’è per tutti, come al solito, e per nessuno. E se pure la cronaca politica, a volte, è spietata, beh, in genere lo è proprio con chi della pietà troppe volte si è preso gioco nella terribile partita del potere.
(Da La Repubblica, 9/11/2010).
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Moto fra partiti
di GIORGIO DE RIENZO
Guelfo non son, né ghibellin m’appello a chi mi dà rivolterò il mantello.
(Dal Corriere della Sera, 4/11/2010).
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LE PAROLE PIU’ USATE DA FINI: UN PERCORSO VERSO LA ROTTURA
È possibile analizzare il percorso di Gianfranco Fini nei due mesi trascorsi dal discorso di Alirabello (5 settembre) a quello di Bastia Umbra (6 novembre) attraverso le parole che ha usato?
Panorama lo ha chiesto a Claudio Velardi, nel 1998 capo della segreteria politica di Massimo D"Alema a Palazzo Chigi, oggi consulente politico ed elettorale di esponenti della destra e della sinistra.
di CLAUDIO VELARDI
«Ma come parli!?! Le parole sono importanti!» urlava Nanni Moretti in Palombella rossa. A maggior ragione le parole contano quando un leader chiama a raccolta il suo popolo. Nel caso di Gianfranco Fini, a Mirabello e poi a Bastia Umbra, un popolo di militanti, simpatizzanti, politici in carriera o aspiranti tali, sbandati, incerti sul futuro, in cerca di rassicurazioni e prospettive. A Mitabella Fini deve spiegare al suo popolo le ragioni della rottura con Berlusconi. Insiste su parole legate alla contingenza politica (Pdl, partito, governare, opposizione, democrazia, federalismo). Si sforza quasi di giustificare l’accaduto, usando toni forti ma preoccupati, come a dire «c’è ancora una possibilità, non tutto è perduto».
Due mesi dopo, a Bastia Umbra, le possibilità di ricucitura sono consumate e le parole dominanti sono quelle che fondano un’identità: coraggio, coscienza, futuro, idea, legalità, progetto, valori. Messaggi evocativi di un disegno di lungo respiro che ha come fondamento la nazione (54 citazioni per Italia-Paese) e come chiaro nemico politico la Lega, citata 22 volte contro le 7 di Mirabello. Non è un caso che in entrambi i discorsi sia usata 27 volte la parola «politica», marchio di fabbrica indelebile dell’uomo di partito. Ma è soprattutto la parola «agenda» (11 volte a Bastia Umbra, 0 a Mirabello) a fare la differenza. In politica (e nella comunicazione politica) decidere l’agenda è cruciale. Vince chi se ne impossessa, perché riesce a dettare i tempi del dibattito, imponendo temi e ritmo al racconto politico e mediatico, costringendo sempre l’avversario a inseguire.
Silvio Berlusconi, capace di impossibili rimonte anche quando è dato per spacciato (come nel 2006), la usa (e non la nomina) con maestria. Fini, per ora, mostra di comprendere quanto sia importante. Dovrà imparare a gestirla e stare attento: perché in tanti, nei prossimi mesi, vorranno strappargliela dalle mani.
(Da Panorama, 18/11/2010).















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