E Londra abbandona l`Europa‏

RICHARD NEWBURY

L`estero è terribile.
Lo so. Ci sono stato», diceva il re imperatore Giorgio V, l`adorato Nonno Inghilterra di Elisabetta II.
Non aveva una sola goccia di sangue inglese nelle sue vene e come cugini primi annoverava il kaiser Guglielmo e lo zar Nicola, ma in questo tagliente giudizio reale rifletteva una convinzione profonda dei suoi sudditi.

L`«estero» era «il Continente».
Come recitava il titolo di un giornale:
«Nebbia sul Canale, il Continente isolato».

~ SEGUE DALLA PRIMA PAGINA

Suo figlio Giorgio VI ha espresso questo umore nel giugno 1940, dichiarando: «Finalmente soli. Non siamo più costretti a essere gentili con nessun maledetto straniero».
Come diceva il portiere al club Whites di St. James: «Bene, siamo in finale, e giochiamo in casa».

Ma più recentemente la vignetta di un giornale recitava: «Finalmente soli. Tutti noi, 500 milioni».
L`Impero e il Commonwealth che comprendevano un quarto del territorio e della popolazione del globo erano i benedetti territori d`Oltremare. Quando recentemente i miei tre figli e i loro amici inglesi, tutti ragazzi, andarono in campi di lavoro in Zimbabwe, Kenya e Singapore, nessun genitore ne fu preoccupato, perché i loro bambini restavano a casa. Ma quando il gruppo si spostò «all`estero», in Francia e in Italia, le famiglie si preoccuparono perla loro incolumità.

La perdita di Calais, ultima proprietà continentale inglese nel 1558, come risultato del matrimonio di Maria I la Sanguinaria con Filippo II di Spagna, aveva chiuso un`epoca, mentre di lì a poco la circumnavigazione di Francis Drake del 1577-80 ne avrebbe aperta un`altra. Il profitto del 4700% ricavato dalla Regina e dalla Corte venne considerato da John Maynard Keynes il capitale di avviamento dell`Impero Britannico, usato per le navi che sconfissero l`Armada spagnola e poi per fondare la Compagnia delle Indie Orientali. L`Inghilterra volse le spalle al Continente e pagò Federico il Grande per tenere occupata la Francia mentre al culmine della guerra dei Cento Anni (1690-1815) con Parigi si prendeva l`India, il Canada e salvava le 13 colonie inglesi in perdita.

L`identità prima inglese e poi anglo-scozzese, o britannica, venne forgiata nell`opposizione alla Spagna e alla Francia, la cui ideologia veniva percepita e temuta come l`assolutismo cattolico. I confini – ancora abbastanza attuali – vennero tracciati in economia tra Colbert e Adam Smith, e tra la rivoluzione industriale e quella francese. L`idea commerciale che nessuna potenza doveva dominare l`accesso ai porti continentali portò l`Inghilterra a farsi coinvolgere, a costi disastrosi in termini di sangue e denaro, nelle avventure imperiali della Germania, militarmente riuscite e politicamente inette. L`incidente non fece che confermare l`allergia britannica verso l`Europa e convinse gli inglesi nel 1941 a rendere l`Impero e la City a Washington e a NewYork, piuttosto che a Berlino.

L`élite politica degli Anni 70 riteneva invece che la Germania avesse in fondo vinto la guerra e perciò scelse di aderire – nonostante un dissenso che riguardò tutti i partiti – al Mercato comune europeo. Fu la svolta storica più importante della politica estera inglese dal 1558. Venne spacciata per adesione a un libero mercato e non come «un`unione ancora più stretta», e l`opinione pubblica britannica di tutti gli schieramenti politici se ne risente ancora. Ogni decisione di Bruxelles (ormai un insulto nell`inglese contemporaneo) o di Strasburgo non fa che confermare, agli occhi dei britannici, che qualunque «unione più stretta» non può che venire praticata alle spese della «Common law», della sovranità parlamentare e dell`economia di libero mercato. Dai sondaggi appare che per i giovani la «Fortezza Europa» appare troppo provinciale per un`economia globale. Gli inglesi possono comprarsi case nel Continente per farci le vacanze, ma si sentono a casa in Australia o negli Usa, e infatti spesso emigrano in questi Paesi con i quali condividono il sistema giuridico, politico ed economico. Il referendum sull`Ue promesso da Cameron
oggi non è praticabile in quanto l`unico partito pro Europa, i LibDem, è anche partner della coalizione di governo.

E la crisi europea? L`unica cosa per la quale viene oggi ringraziato Gordon Brown è l`aver bloccato l`ambizione politica di Blair di entrare nell`euro. Nel 2002 un rapporto della Banca d`Inghilterra sconsigliò l`adesione alla moneta unica se non accompagnata da un`unione fiscale o politica. E prevedeva per la fine del ciclo economico nel 2010 due varianti, la G o la I. La G come Germania prevedeva che Berlino avrebbe sfondato il tetto del sistema euro, la I voleva che l`Italia o un altro dei Paesi dei PIIGS ne sarebbe stato catapultato fuori attraverso un buco nel pavimento.

A dirlo è stata Londra, capitale finanziaria del mondo per 300 anni, con tutta l`ambiguità che questa reputazione comporta. Se il Regno Unito avesse aderito all`euro oggi sarebbe in bancarotta e probabilmente il crac delle sue banche avrebbe provocato una depressione globale. Invece ha fatto quello che ora dovrebbe venire permesso di fare alla Grecia, al Portogallo e all`Irlanda. Abbiamo svalutato la nostra moneta del 20%. Sovvenzionare banche – o Stati – in bancarotta significa mettere tutti a rischio di un «azzardo morale». Il capitalismo mette a rischio i vostri soldi per guadagnare (o perdere). La mobilità sociale di individui e nazioni è il risultato del principio «il denaro si separa presto dagli imbecilli». «Non puoi imbrigliare il mercato»: è una convinzione profonda molto anglosassone, che il Continente non condivide fino in fondo.

La Stampa, pag. 1

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