E con i "messaggini" torna il gusto di scrivere

Linguaggi

Caro italiano Tvtb

Anche se scrivo sms

I messaggini all’esame della Crusca

di Francesco Sabatini

(Presidente dell’Accademia della Crusca)

Stavamo dimenticando la capacità e il gusto di scrivere, ma l’arrivo del computer, della posta elettronica e soprattutto dei cellulari e dei “messaggini” ci hanno salvati. Un ottimista non può che ragionare così e bisogna riconoscere che ha una buona parte di ragione. Non tutta, s’intende, e vedremo dove non basta la visione dell’ottimista a tutto tondo. Ma una discreta parte di ragione gliela dobbiamo dare.

Ogni innovazione tecnologica ci trova impreparati e sulle prime crea due schiere nettamente separate: quella dei filoneisti e quella dei neofobi. Poi le schiere si mescolano, e da una parte e dall’altra ci si ritrova a scambiarci “messaggini”, o sms che dir si voglia. Parliamo subito di questi. Sono stati condannati ed esecrati per molti anni come se fossero la mina dell’antica arte della scrittura. Le parole smozzicate, l’intreccio di lettere e cifre, l’uso di simboli e altre alchimie grafico-foniche come il C6? sono sembrate tante offese alla lingua nella pienezza e normalità delle sue forme. Mai che qualcuno si fosse ricordato di come si scriveva per tutto il Medioevo, quando i costi altissimi della pergamena e del lavoro dei copisti avevano prodotto pressappoco lo stesso tipo di scrittura: “aia” con una lineetta sopra per scrivere anima, una “p” con la gamba tagliata per scrivere “per”, e “qdo” per scrivere “quando”. In questo modo ci sono stati tramandati i classici della latinità e la lettura cristiana! E mai che venisse in mente una delle tante epigrafi latine piene di abbreviazioni, davanti alle quali si esclama di ammirazione. O ancora nessuno che si ricordasse che il disegnino di un pesce era, attraverso il suo nome greco interpretato come acronimo, il richiamo al nome di Cristo per i primi cristiani.

Tutto questo solo per dire che la memoria corta o l’ignoranza della lunghissima storia della tecnologia della scrittura fanno sorgere dispute in gran parte inutili. Ma c’è dell’altro della parte dell’ottimista. La brevità spaziale del testo, la velocità di composizione, l’esigenza di contenere il costo del messaggio, e anche la situazione – simile a quella della telefonata e del dialogo – di scambio comunicativo in sincronia e tra persone reciprocamente note e informate dei fatti, sono tutte condizioni di realtà che impongono regole, abituano a un esercizio, producono una “abilità” propriamente linguistica. E precisamente, spingono ad analizzare la struttura grafica, fonologica, sillabica, morfologica delle parole, e a concentrarsi sul loro significato, spesso per trovare sinonimi più brevi o più specifici, magari più adatti a un’abbreviazione.

Dov’è il danno di questa nuova pratica scrittoria, per di più volontaria e, di solito, fortemente motivata? Come per ogni altra innovazione tecnologica (di questo si tratta: e il discorso si estende alla posta elettronica) il “male” non è nella macchina, ma nell’uso distorto che se ne fa. Saper scrivere messaggini è un’opportunità notevole per l’ “homo digitalis”. Il male sarebbe ridursi a questa sola forma di scrittura. E qui entra in campo l’azione della scuola, che dovrebbe (deve) guidare l’educazione linguistica degli alunni tra le novità a getto continuo e le pratiche consolidate, adatte a dare ben altro spessore al pensiero strutturato in discorsi, parlati e scritti, più complessi (ma non per amore di complessità pregiudiziale, nostra tentazione permanente). Insomma, tra la formulazione istantanea di un pensiero fortemente concentrato, o l’espressione di un’emozione improvvisa, che di lì a poco il nostro dito picchiettante farà già viaggiare verso il ricevente e che, a lettura avvenuta, svanirà al semplice tocco di un altro dito, e l’elaborazione più attenta di un pensiero che viene depositato gradualmente su una pagina, dove può durare più a lungo e può generare altri pensieri stabili ed emozioni più profonde, non c’è scontro, non c’è incompatibilità. L’immediatezza attuabile nell’un caso, con quel tanto di sicurezza di sé che ne deriva all’emittente, può ben alimentare il desiderio dell’altro tipo di comunicazione, può far venire il gusto di possedere più parole, di provarle e modularle in costruzioni diverse, di allargare, attraverso la più ampia forma linguistica, la propria visione delle cose. Purché ci sia, specie negli anni dell’educazione all’espressione, chi ci guidi a questa seconda scoperta.

Da ultimo, un avvertimento utile senz’altro per frenare la libidine di (soli) messaggini: il loro invio costa molto alle nostre tasche. Prima dell’uso, valutarne attentamente la necessità e il rendimento.

(Da La Nazione, 11/5/2007).

Questo messaggio è stato modificato da: Daniela_Giglioli, 13 Mag 2007 – 11:33 [addsig]

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