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Europa e oltre

Donne in cerca di Europa

09/07/04 LA STAMPA, PAG. 24

A BERLINO UN DIBATTITO SULLA FILOSOFIA FEMMINISTA IN ITALIA

DONNE IN CERCA DI EUROPA

Francesca Sforza

“Non sono cattiva, mi disegnano così”, si lamentava Jessica Rabbit stretta nel suo tubino rosso fuoco, tratteggiando, nella perfezione della battuta, un dilemma molto umano e allo stesso tempo molto femminile. Di donne, di fratture generazionali e di prospettive per la tradizione femminista si è parlato a Berlino nel corso di un incontro all’Istituto di Cultura fra giovani studiose italiane e tedesche. L’occasione, che ha visto la partecipazione di un pubblico numeroso e interessato, è stata la presentazione dell’ultimo numero della prestigiosa rivista tedesca Die Philosophin, per la prima volta interamente dedicata alla filosofia femminista in Italia.
“C’era molta curiosità da parte delle colleghe tedesche per òla situazione del femminismo in Italia – ci spiega Sara Fortuna, curatrice del numero insieme alla scrittrice Katrin Heinau, che ha aperto il suo intervento proprio sulla battuta di Jessica Rabbit -. In Germania il femminismo è una realtà molto più istituzionalizzata, sia nel senso che ci sono insegnamenti e cattedre dedicate a questi argomenti, sia perchè c’è una maggiore partecipazione delle donne alla vita pubblica”. Se in Germania dunque è tempo di bilanci – ci si chiede cioè quanto positivi siano stati gli effetti dell’istituzionalizzazione di questioni femministe -, in Italia c’è ancora molto da fare. “Forse per questo la nostra esperienza è per le colleghe tedesche particolarmente interessante”.
In questo numero della rivista convivono anime diverse del dibattito italiano su genere e differenza: sono ripercorse, in forma di interventi, recensioni e interviste, le esperienze di Luisa Muraro e Adriana Cavarero, di Rosi Braidotti e di Serena Sapegno, Franca D’Agostini, Roberta De Monticelli e Pierangelo Berrettoni. E allo stesso tempo si è configurata una nuova generazione di studiose, come Sara Fortuna e Fabrizia Giuliani, Paloma Brook e Federica Giardini.
“La cosa che è emersa nell’incontro di berlino – ci dice Fabrizia Giuliani – è stato un essenziale riconoscimento della tradizione femminista che ci ha preceduto, ma anche la volontà di andare oltre le differenze di scuola, di coinvolgere gli outsider, di lavorare insieme anche se su tante cose non siamo d’accordo”. Quella suscettibilità che caratterizzava il dibattito negli anni Settanta, quella tendenza ad utilizzare le divisioni teoriche come pretesto per definire la propria identità, senza spesso riuscire a dar vita a progetti più ampi, sembra appartenere al passato. “Da qui, ad esempio, – dice Paloma Brook -, la volontà di coinvolgere, nella composizione della rivista, studiose e filosofe come Franca D’Agostini e Roberta De Monticelli, che a rigore si situano fuori del discorso femminista in senso stretto, ma che proprio nel partecipare a questo lavoro hanno dato prova di volersi confrontare, nei fatti, sui temi della differenza sessuale e sul femminile”.
Dai tempi dei “Baby Boomers” sono cambiate molt cose, la stessa Rosi Braidotti, in un’intervista con Sara Fortuna, lo riconosce: “C’è in generale un nuovo contesto sociale e un nuovo modo di affrontare i problemi, quindi anche un diverso rapporto ai media e alle nuove tecnologie e a un contesto globale in cui è centrale il discorso dei razzismi e delle esclusioni da cui ormai il nostro sociale non può prescindere e che perlomeno cambia l’ordine di priorità dei problemi. E’ chiaro che per le trentenni, le venticinquenni d’oggi i problemi di guerra e di pace e di razzismi sono perlomeno altrettanto importanti quanto al violenza e la prepotenza maschili. E ciò riguarda anche i maschi più giovani, che hanno anch’essi i loro problemi con il patriarcato e con i più anziani. Il patriarcato è una gerontocrazia, è il regno dei vecchi”.
La nuova generazione di femministe italiane ha un sogno: contribuire a far nascere una soggettività femminile europea che si traduca anche in un impegno politico. “Uno dei nostri difetti è che non riusciamo a fare società – dice Fabrizia Giuliani -, mentre credo che l’idea di cittadinanza vada interpretata in modo più attivo, e che le donne europee abbiano un patrimonio comune in grado di imporsi nelle poleis contemporanee. A differenza delle americane, che in fondo il pensiero della differenza non l’hanno capito, le donne europee hanno gli strumenti per gettare nella società nuovi elementi di riflessione e nuovi modi di fare politica”. Non significa essere d’accordo su tutto o smettere di discutere sugli infiniti modi di relazionarsi con il mondo. Significa cominciare a camminare senza lasciare indietro nessuno. Neanche Jessica.
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