Dizionario dei sinonimi e contrari

ELZEVIRO Dizionario dei sinonimi

La Parola e il suo Doppio

di Giorgio De Rienzo

In polemica con Tommaseo, Manzoni era convinto che la povertà di una lingua stesse nel possedere tanti sinonimi. Sostenitore fino all’ossessione della «proprietà» del linguaggio, Manzoni vedeva in questa abbondanza un pericolo espressivo (e comunicativo) della parola che portava a confusioni e a manipolazioni. Perciò oggi accoglierebbe con gioia la terza edizione, riveduta da Marina Stoppelli, del dizionario dei Sinonimi e contrari di Giuseppe Pittano (Zanichelli, pagine 1008, 54), che si è trasformato in un repertorio «fraseologico delle parole equivalenti, analoghe e contrarie», attento alle «sfumature di significato». Questo strumento mancava e diventa determinante per un uso non solo più diligente, ma anche più inventivo della lingua: perché se è vero che esistono parole sostituibili, è anche vero che lo diventano in contesti che cambiano. Con «padre» fa coppia «papà» (o «babbo»): ma il secondo è specifico del linguaggio infantile o familiare. «Rifiutare» e «ripudiare» non sono sinonimi in senso stretto: si rifiuta un invito, si ripudia un’idea. La «morte» è una realtà fisica, di cui il «decesso» è un discutibile eufemismo, mentre il «trapasso» contiene in sé un’idea trascendentale. Il nuovo dizionario dunque insegna a riflettere sulle parole. Non solo. Propone schede dedicate alle «sfumature di significato» che permettono un buon orientamento. Per dire che una cosa è «banale» si usano in alternativa – tra gli altri – gli aggettivi «ovvio», «trito», oltre il più volgare «rifritto». «Banale» è ciò che è privo di originalità, nonché di valore o di un interesse particolare. «Ovvio» è ciò che si presenta con immediatezza alla mente o, in senso negativo, designa una cosa così tanto evidente da risultar scontata; «trito» indica meglio un’idea o un argomento tanto abusati da non risultare efficaci in nessun modo; «rifritto» infine suggerisce il senso di un concetto riproposto con spocchiose pretese di originalità, mentre in realtà è vecchio, risaputo e logoro. In luogo di «fuggire» si possono usare «svignarsela», «scappare» e – a catena – «scampare» e «dileguarsi». Il gioco si fa sottile, pur restando di sostanza. Per allontanarsi da un posto con la maggior rapidità possibile, per sottrarsi a un pericolo, a un danno o a un semplice fastidio, si dice «fuggire». «Svignarsela» ha lo stesso significato, con un che di più familiare che suggerisce l’idea di una fuga alla chetichella per evitarsi anche piccoli impicci. «Scappare» è più impegnativo: rappresenta quasi una fuga a precipizio. Il risultato di tale fuga è «scampare»: cioè trovar rifugio o riparo da qualcosa di sgradevole; mentre «dileguarsi» indica l’effetto della fuga: chi si dilegua si rende infatti irreperibile. Ma c’ è di più. Il campo di ricerca di questo vocabolario si allarga alla fraseologia più corrente. «Essere in discussione» vuol dire diventare oggetto di dubbio; «mettere in discussione» sta per avanzare delle riserve; «essere fuori discussione» dà l’idea di un che di certo e stabilito. In senso figurato, «di pietra» (un cuore di pietra) sta per insensibile o duro; «metterci una pietra sopra» significa decidere di non parlare o discutere più di qualche cosa; la «pietra dello scandalo» è causa di un turbamento rispetto alle convenzioni; la «pietra miliare» è un fatto decisivo, un punto fermo da cui partire; «posare la prima pietra» sta per dare inizio a un’opera; «cavare sangue dalle pietre» vuole dire fare qualcosa che è all’apparenza impossibile realizzare. Il lettore è invitato a continuare questo gioco affascinante nell’universo mutevole della parola. C’ è da imparare e divertirsi.

(Dal Corriere della Sera, 18/12/2006).

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