Politica e lingue

Dialetti e polemiche al Festival di Sanremo

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L’INTERVISTA IL CANTAUTORE DIALETTALE ANNUNCIA CHE SARÀ IN GARA: MI HA INVITATO MORANDI, CHE SA TUTTO DELLA MIA MUSICA, UN COLLEGA SINCERO

Van De Sfroos: porto il comasco a Sanremo ma non per dividere

di Andrea Laffranchi

«Sarìs tropp bell»: in dialetto «laghée», quello delle valli del lago di Como, significa «sarebbe troppo bello». «Ma è proprio quello che mi dicono in paese da quando faccio musica: "Sarebbe troppo bello vederti a Sanremo". A esaudire i desideri dei compaesani di Van De Sfroos – all’anagrafe Davide Bernasconi, 45 anni – ha pensato Gianni Morandi che ha invitato il cantautore al Festival di Sanremo 2011. «Mi sono esibito in tutti i luoghi: carceri, miniere, chiese, comunità, piazze, palazzetti, Rotary e Lions… adesso vado a curiosare anche là dopo aver visto il clima che si respira per essere stato giudice di Area Sanremo il concorso che porta i giovani in gara, ndr». Dall’anno scorso il regolamento di Sanremo ha aperto alle canzoni in dialetto: il primo ad approfittarne è stato Nino D’Angelo, ma il napoletano è, nella musica, quasi lingua nazionale. La rivoluzione sarà ascoltare il lombardo. Davide, ci racconta la sua canzone, «Yanez»? «Per una volta non è una canzone di acqua dolce. Al posto del lago c’è il mare di Cesenatico, dove andavo in vacanza da piccolo». Ma di che cosa parla il testo? «Mi immagino gli eroi di Salgari che da vecchi si ritrovano sulla riviera romagnola. Sandokan col riporto che beve il mojito e sogna di raggiungere Mompracem in pedalò, Tremal-Naik che gira con la moto… Ai tempi della serie di tv per Carnevale mi vestivo da Sandokan, ma il vero protagonista è Yanez, il galantuomo dei mari, l’eroe romantico che papà mi ha fatto amare e che gli assomigliava un po’ ». Ci sarà bisogno dei sottotitoli? «So quanto possa essere ostico un dialetto diverso dal proprio, ma il testo è pieno di riferimenti facilmente comprensibili. Ai sottotitoli stiamo pensando. A me non darebbe problemi e non mi sentirei ghettizzato». Nemmeno se torneranno a definirla «cantautore leghista»? «In tutti questi anni ho sentito tutto e il contrario di tutto. Sono sereno e vado a Sanremo a vedere cosa succede. Le polemiche fanno parte della gara. È vero che dalle mie parti tutti fanno il tifo per me, ma non vado a rappresentare un popolo, non sono il paladino di chissà cosa. Sarò su quel palco come cantante, ci vado a sguinzagliare le mie canzoni. Spero che la mia presenza porti allegria e che non si trasformi il Dopofestival nel processo di Norimberga». Pochi giorni fa c’è stata polemica per gli spot della Rai in dialetto. Lei che ne pensa? «Che la cosa più ovvia, il fatto che la gente parli il dialetto, sia diventata, in questo reticolato politico confuso, un tema da polemica. L’Italia rimane unita anche grazie all’identità dei dialetti. Mi preoccuperò il giorno in cui parleremo tutti un italiano commerciale misto all’inglese. Cancellare i dialetti è come limare gli Appennini e abbattere la torre di Pisa». Dalle polemiche politiche a quelle musicali. Teme che i duri e puri del folk le rinfacceranno la ribalta nazionalpopolare? «Ci sarà qualche fan talebano che si lamenterà, ma gli dico di non avere paura perché non cambierà nulla nel mio stile. "Yanez" non è una canzone sanremese, sarebbe comunque entrata nel disco a cui sto lavorando». Come sarà? «Romantico e intimo nei temi. Nei suoni ci sono molti strumenti acustici che sto registrando da solo, e il resto della band sarà registrato in presa diretta». Torniamo a Sanremo. Lei Davide seguiva il Festival in tv? «I miei nonni erano affezionati spettatori. Di quegli anni mi ricordo "L’arca di Noè" di Endrigo, Ranieri di cui ero grande fan, gli urlatori e il reuccio Villa, Milva…». Più di recente? «Del periodo in cui ho iniziato ad appassionarmi alla musica ricordo gli ospiti stranieri straordinari come Dire Straits e Peter Gabriel». Guardiamo al 2011. Come se lo immagina? «Non mi sembra il solito Sanremo a base di fiori, luci e smoking. Leggendo nomi come Battiato, Vecchioni e Giovanardi dei La Crus ho la sensazione che ci sarà qualcosa di più». Un suo giudizio su Gianni Morandi? «Mi è sempre piaciuto: scatenato giovinastro, nel periodo beat, la tenacia da maratoneta che ha avuto quando la sua popolarità era sfumata, le cose raffinate fatte con Dalla…». E come conduttore? «Non è falso, mai sciocco, informale, sa mettere tutti a proprio agio con una pacca sulla spalla come uno zio che non vedi da tempo. Quando ci siamo incontrati sapeva tutto della mia musica e mi piace pensare che l’invito sia venuto dal Morandi collega e non dal presentatore».
(Dal Corriere della Sera, 17/12/ 2010).

6 commenti

  • Van De Sfroos, il più italiano dei cantautori

    di Paolo Giordano

    Se poi, ta ta ta!, la rullata di batteria di El carneval de Schignan ti porta dentro una festa fatta di racconti e vita, di dolori inarrestabili ma anche eroici e di quelle storie che tutti ci portiamo dentro nella memoria ma non ci pensiamo mai perché c’è la tv, ci sono le bollette e il week end, ecco allora questo è nuovo cd di Davide Van De Sfroos, che solo per caso si intitola Yanez come la canzone che l’ha portato a Sanremo («L’avrei chiamato così anche se non ci fossi andato») perché con la caciara festivaliera questo quarantenne c’entra minga, come dicono da queste parti. Lui, che parla una lingua farcita di passato e di fascino, dice che è il suo album "più romantico, e non sto parlando di cioccolatini o di San Valentino". Macché, sta parlando con le spalle girate al Lago di Como, in una villa che sembra dell’Ottocento e che è l’immagine di questa gente asciutta e laboriosa. E sta parlando come il più italiano dei nostri cantautori anche se canta in dialetto, in laghèe per la precisione, quella lingua che è più o meno la stessa di Renzo e Lucia e che dannatamente si piega al racconto della vita di tutti dovunque, da Trieste in giù, dove ciascuno ha il suo Camionista Ghost rider che racconta di aver dato un passaggio ai grandi della musica, persino a Woody Guthrie, oppure ricorda l’amore storto di una Figlia del tenente e la bocca di rosa di una Maria disgraziata che ha accompagnato una generazione di ragazzi vogliosi di diventare uomini.
    Se ci pensate, tanto che gli intellettuali e i giornalisti si accapigliavano sul presunto leghismo di Davide Bernasconi diventato Van De Sfroos in omaggio ai contrabbandieri del lago che "van de sfroos", che andavano di nascosto da una parte all’altra della frontiera, ecco mentre lo accusavano di essere un leghista duro e puro, di quelli che viva Bossi e viva Alberto da Giussano, lui girava l’Italia dappertutto scoprendo di essere davvero quella roba lì, italiano che parla di cose italiane, i valori e gli amori, la famiglia, gli amici, "entrando nudo sul palco o in sala d’incisione" come dice con accento comasco e rotondo ma essendo lucidamente comprensibile da tutti, anche solo per intuizione.
    A Sanremo lì per lì la sua Yanez ha spiazzato chi non s’aspettava di sentir parlare di Sandokan che "canta Romagna mia" ma ora eccola qua che è trasmessa da tante e tante radio ovunque, persino in Sardegna o nel più alto dei paesini valdostani. Per diana, lui è "italiano, figlio e discendente di gente che ha combattuto per l’Italia, nessuno, né la Lega o Cl o la Festa dell’Unità ha mai potuto mettere il marchio sui miei concerti: e dopodomani sarò a Torino per la Festa nazionale perché la mia bandiera è il tricolore". Quando suona però, con la sua band di gente con le palle, la sua bandiera ha più colori, quello del folk naturalmente ma pure country, rock timido, suoni provenzali e zingari, persino Caraibi prima che arrivassero gli americani in vacanza. E allora questo cd Yanez è una bella enciclopedia di musicale – e per giunta personale come poche -, oltre che un diario dal passato della "cedrata Tassoni" di Setembra fino alle angosce tutte di oggi di Long John Xanax "con un plettro e una pastiglia" e capite di quale pastiglia si parli. Ansia. Incubi. Inadeguatezza. Progetti. Molto ma molto raramente un cantautore che non si sia autopromosso a maitre â penser, che non abbia l’applauso incondizionato della gente che piace, è riuscito con tanta intensità a parlare la lingua di tutti. Cronista per forza. Poeta per vocazione. E politico perché inevitabilmente lo è anche chi non ha tessere e si può permettere di riunire in "Dove non basta il mare" le voci friulana di Luigi Maleron, siciliana di Patrizia Laquidara, calabra di Peppe Voltarelli e persino greca di Roberta Carreri, giusto per dire che cambiano solo gli accenti o le declinazioni ma siamo tutti la stessa cosa, con le storie che nascono sempre nuove dal ceppo vecchio, quello della memoria. E quindi lui è passato da Sanremo solo per confermare all’universo mondo un’italianità che le beghe politiche spesso minimizzano. E non sa neppure se ci tornerà perché "non è che ogni cinque minuti mi viene voglia di andare al Festival e comunque è molto difficile che canti in italiano", dice enfatizzando le pause, quasi per far capire finalmente che non è così importante che canti in italiano perché queste canzoni sono Italia pura, vera, che ciascuno si ritrova sotto casa, basta solo volerlo.
    (Da ilgiornale.it, 15/3/2011).

  • Gaffe, ovvietà e neo-lingua
    Tutte le perle dell’Ariston

    di Piero Degli Antoni

    … Parole, parole, parole. E’ stato il festival dei neologismi. Ha cominciato Gianni Morandi ostinandosi a declinare almeno dieci volte al giorno gli “highlight” dello spettacolo (“Momenti salienti” era troppo banale?). Dopo un paio di giorni qualcuno deve averlo avvisato che si trattava di inglese e non di bolognese, quindi è disciplinatamente passato a un più scolastico “Highlights”. In conferenza stampa Elisabetta Canalis ha definitivamente sdoganato la locuzione “briffare” che, come aveva già spiegato in una lectio magistralis Nicole Minetti, deriva da “briefing” in inglese e quindi significa “riunirsi” (stesso numero di lettere ma minor fascino). Sempre la Canalis ci ha regalato un “la realtà viene contorta”. Splendido il direttore di Raduno Mauro Mazza quando ha detto che la canzone “Io ti sputtanerò” era stata vista un milione di volte su “You Tunes”, magnifica crasi di Youtube e iTunes, un’idea che passiamo volentieri a Zuckerberg per eventuali sfruttamenti commerciali. Infine Paolo Kessisoglu, con quell’aria e quegli occhiali un po’ così da raffinato intellettuale, ha insistito più volte a sottolineare che il suo era un lavoro “infièri”, con l’accento sulla “e”, qualcosa che sembrava il contrario della parola dell’aggettivo “fieri”. Qualcuno gli spieghi sottovoce, tra una lettura di Gramsci e un’altra di Gaber, che si tratta di latino e che va pronunciato “in fieri”, con l’accento sulla “i”. Approssimativi…
    (Da La Nazione, 20/2/2011).

  • MIRACOLO IN DIALETTO

    Van De Sfroos: non sono più l’alieno del lago

    di Andrea Laffranchi

    «Lumbard» batte napoletano: l’anno scorso Nino D’Angelo si era incagliato al primo ostacolo. Davide Van De Sfroos, cantautore «laghee», ha superato lo scoglio delle prime due serate. «Sono arrivato qui come l’alieno, il diverso, quello che i bookmaker avevano messo in fondo alla classifica. La mia vittoria era esserci, invece ho fatto una partenza da pirata. Si vede che "Yanez" è arrivata come era piaciuta agli amici», dice. Come se lo spiega? «Da un brano in dialetto ti aspetti del folklore o un approccio cantautorale pesante, e il tutto in una lingua sconosciuta. Io cerco di restituire la dignità odierna al dialetto, farne qualcosa al passo coi tempi. È arrivato il ritmo, lo stile poco sanremese fra Springsteen e Los Lobos, l’ironia e il sound delle parole: "Yanez de Gomera" non è molto diverso da "Waka Waka" e anche nel caso di Shakira non si capisce tutto il testo». Votava la giuria demoscopica: 120 persone del Nord, 120 del Centro e 120 del Sud. Aveva timori? «Ero consapevole che potesse essere un fallimento, ma avevo fiducia perché nei giorni precedenti radio e giornali di tutta Italia mi avevano mostrato entusiasmo e nessuna diffidenza». Anche il Vaticano con l’«Osservatore Romano» la elogia dicendo che è «l’unico originale». Linea gotica sfondata? «A marzo parte il tour: suono anche in Sicilia e Sardegna. Non ho mai avuto coinvolgimenti politici, ma finalmente nessuno pensa più che sia leghista. In questi anni sono stato garibaldino con incontri musicali con colleghi di popoli diversi». In Lombardia lo share di Sanremo è cresciuto del 9,21% rispetto allo scorso anno. Merito suo? «Gli amici sul lago mi hanno detto che durante la diretta non si vedevano macchine in strada, come quando gioca la nazionale. Ho sentito un tifo forte attorno a me e ho capito che c’è un popolo che è tornato a sentire una forma di appartenenza». Ha distribuito in sala un foglio con la traduzione di «Yanez» in altri dieci dialetti. Perché? «Una carezza per rassicurare e per dimostrare che non si tratta di mettere l’italiano contro dialetto, ma che quel brano potrebbe avere una sua forza in ogni dialetto». Le canzoni più belle? «La Crus, vintage e raffinati; Vecchioni, carico senza essere chiuso nella torre d’avorio del cantautore; Modà, li sentiremo all’inverosimile; Madonia e Battiato, eleganti». E lo show? «Non mi è piaciuta l’idea della bimba della Clerici, io i miei figli li tengo fuori dalla vita artistica. Per il resto tutto fluido, Morandi capitano dolce, abiti belli e non supponenti. Ho perso Luca e Paolo: ero a cena, ma li ho ammirati al Festival Gaber». Belén o Canalis? «Mi avevano detto che in prova facevano fatica a pronunciare il mio nome, invece sono state bravissime. Sono due facce di un’ipotetica medaglia perfetta». Non vale. Scelga. «Con la Canalis siamo quasi vicini visto che Clooney sta sul Lago di Como. Ma ho visto Belén cantare e ballare in prova… tanto di cappello. È figlia di una terra di cose forti, una che se c’ è qualcosa da dire lo dice, limpida e onesta».
    (Dal Corriere della Sera, 17/2/2011).

  • NON SOLO MUSICA UN LIBRO SULLA FUNZIONE «ISTITUZIONALE» DELL’ARISTON

    Così Sanremo «svela» le inquietudini dell’Italia

    di Aldo Grasso

    «Lungi dall’essere specchio della società e del costume, Sanremo ha assunto precocemente e ha conservato le caratteristiche di un più modesto, ma anche più interessante discorso sullo stato di salute della nazione che, uscita ferita dalle lusinghe del nazionalismo, privilegiava il parlare di sé stessa entro le forme lievi di un linguaggio tuttavia profondamente depositato quale quello musicale». Con questa premessa in minore, l’etnomusicologa Serena Facci e lo storico Paolo Soddu hanno affrontato una delle grandi cerimonie mediatiche del nostro Paese, quel rito collettivo che ogni anno si celebra fra entusiasmi e polemiche, nato da una manifestazione di canzoni che, dal 1951, tra alti e bassi, svolge una funzione istituzionale unica in tutta Europa. Giustamente i due autori de «Il Festival di Sanremo. Parole e suoni raccontano la nazione» (Carocci editore; il libro uscirà in libreria a fine mese) non cadono nel tranello di considerare il Festival come il riflesso immediato degli stati d’animo della nazione ma, unendo le loro competenze, e partendo quindi da un’attenta e preziosa analisi musicale e testuale delle canzoni (il che fa piazza pulita di quella vasta e un po’ corriva letteratura sui retroscena di Sanremo), preferiscono puntare l’attenzione sul Festival come celebrazione del sentire comune del Paese, attraverso cui si manifestano permanenze, innovazioni, sofferenze e aspirazioni della nostra collettività. Il Festival è una sorta di archetipo delle comunicazioni di massa, una cerimonia pubblica che ogni febbraio stringe una platea che lo attende con timore e voluttà: pubblico, giornalisti, tv. Ogni anno si consuma un rito: mezza nazione incollata al video, canzoni più o meno insensate, la grande occasione per parlare – per liberarsi? – di Sanremo, delle canzoni, della tv. Come quella volta che Adriano Celentano, era il 1961, intonò «24 mila baci»: «Celentano inizia immediatamente a cantare "Amami ti voglio bene". Un incipit mesto, ma perentorio. Prende il posto del verse, la strofa introduttiva in semi-recitativo del song classico, che aveva un ruolo narrativo ed era preceduta dall’introduzione orchestrale. In questo caso si tratta di un solo verso, senza introduzione strumentale, che comincia con un verbo all’imperativo, con lo spirito di chi spalanca una porta senza chiedere permesso». Il libro alterna osservazioni storiche e di costume con vere e proprie analisi musicali in una costruzione che mescola saperi diversi ma ben armonizzati. Ne esce fuori un ritrattone storico di Sanremo che si dispiega, al contempo, in un grandioso affresco dei gusti musicali degli italiani. «Per me è uno stage – sostiene Renzo Arbore – un corso accelerato di interpretazione dello spirito nazionale». Promossa agli inizi degli anni Cinquanta dall’industriale Pier Busseti, gestore del Casinò di Sanremo, l’idea di un Festival della canzone italiana attira subito l’interesse della Rai che, secondo le iniziali intenzioni, interviene nel progetto per valorizzare ed elevare i presupposti popolari della musica leggera. Le prime edizioni vengono trasmesse solo dalla radio, con una certa indifferenza anche della stampa, ma nel 1955, la manifestazione canora è divenuta ormai popolare e la tv decide di appropriarsene. Da allora, infatti la storia del Festival di Sanremo prosegue di pari passo, spesso sovrapponendosi, alla storia della tv italiana. La messa in scena televisiva della canzonetta porta notevoli trasformazioni nella comunicazione musicale legata fino a quel momento alle sole doti vocali dell’interprete che non può più permettersi di mostrare impaccio di fronte a una telecamera ma si vede costretto a imparare a usare la tv in modo sempre più disinvolto. Gli autori propongono una singolare periodizzazione del Festival attraverso titoli e ritornelli celebri. «Vola colomba» è la canzone simbolo dei vari materiali per ricostruire la nazione (1951-60); l arco di tempo che va da «Le mille bolle blu» a «Ciao, amore ciao» (1961-67) mette in scena speranze e delusioni di un Paese in ascesa; «La festa appena cominciata è già finita» è il luogo del disincanto tra centro-sinistra e un «lungo Sessantotto» (1968-80); «E vola vola si va» racconta di un nuovo boom (1981-95); «La terra dei cachi» risulta infine l’amaro approdo di un’Italia frantumata (1996-2010). Anche se, negli ultimi anni, l’aspetto televisivo (conduttore, vallette, stilisti, ospiti internazionali, comici, ecc.) prevale su quello musicale. Capita di rado che una trasmissione televisiva e una parata di «canzonette» mobilitino la coscienza critica del Paese. Ma Sanremo è così: una scarica di adrenalina per chi ne parla, per chi la descrive, per chi la vede. Sanremo accende grandi polemiche, sparge veleni, abusa di metafore e fa in modo che tutti si prendano maledettamente sul serio. Come l’idea, per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia, di dedicare una serata speciale del prossimo Festival a questo tema. Si chiamerà «Nata per unire». E dire che, leggendo il libro di Facci e Soddu, Sanremo sembra nata apposta per disunire, per dividere, per suscitare polemiche.
    (Dal Corriere della Sera, 23/1/2011).

  • IL CASO UN MISTERO INNESCATO DA «DOMENICA IN»

    Tricarico e il «giallo» del brano antileghista cambiato per Sanremo

    di Andrea Laffranchi

    Censura (o autocensura) politica a Sanremo? C’ è il sospetto che per non dispiacere alla Lega sia stato cambiato il testo di «3 colori», la canzone che Tricarico porterà in gara al Festival (su Raiuno dal 15 al 19 febbraio). A far nascere il caso la puntata di ieri di «Domenica In – L’arena». «La canzone si chiamava "La nebbia" e il testo recitava "quelli nella nebbia hanno la bandiera verde", parole tipicamente legate alla Padania, mentre nel testo finale c’è anche questa frase "quelli nei confini hanno la bandiera rossa, quelli sul monte hanno la bandiera bianca"», ha detto il conduttore Massimo Giletti. La canzone, una specie di filastrocca, racconta di un padre che gioca con i figlio a soldatini, i militari sono divisi in tre posizioni, una bianca, una rossa e una verde (cattolici, sinistra e Lega?) che alla fine si riuniscono. Questa versione, che si sentirà all’Ariston, non sarebbe però quella pensata dall’autore del testo, il chitarrista degli Avion Travel, Fausto Mesolella. Da brano antileghista a canzone patriottica? Tricarico, intervistato dalla trasmissione, si è limitato a dire che «il verde è uno dei colori della bandiera italiana, noi abbiamo anche il bianco e rosso: meglio tre che uno». Le precisazioni arrivano da Mesolella: «È una canzone d’amore, che inizialmente avevo pensato per lo Zecchino d’oro. Non ho subito nessun tipo di pressione». Nessuna pressione, ma un confronto c’ è stato. Lo conferma un comunicato della Sugar di Caterina Caselli, la discografica che ha fatto nascere l’incontro artistico fra Mesolella e Tricarico: «Tutte le modifiche apportate al testo di "3 colori" sono state esclusivamente di carattere artistico e realizzate, in accordo tra l’autore e l’editore, la Sugar di Caterina Caselli, precedentemente alla presentazione del brano al Festival». Aggiunge la Caselli al telefono: «A una prima lettura il testo poteva dare adito a polemiche, poteva sembrare qualcosa contro. Ne ho parlato con Mesolella, come faccio normalmente con i nostri autori, e capito quello che voleva dire abbiamo redistribuito i pesi di alcune parole». Mesolella: «Nella prima versione c’era solo il primo ritornello, quello coi riferimenti al verde, gli altri erano canticchiati senza parole. Caterina mi ha aiutato a rendere più chiaro il tutto». Dietro le quinte non si esclude un intervento di Raiuno e del Festival, preoccupati dagli equilibri politici. È il meccanismo di selezione del cast a lasciare spazio al giallo: i cantanti partecipano su invito della direzione artistica (Gianni Morandi e Gianmarco Mazzi) che ascolta i brani in versioni demo. Se ci sono dubbi o perplessità ci si può mettere mano. Mesolella, che sarà sul palco con Tricarico come pianista e seconda voce, punta l’attenzione su un altro passaggio: «Se c’ è una riflessione è quando dico ai soldati di pensare alle madri a casa, è un no alla guerra». E conclude con una riflessione lontana dalle idee della Lega: «Ho un mio vissuto storico-politico, ho voluto scrivere una canzone non contro qualcosa, ma a favore dell’unità. È un invito a tenere tutto assieme e una tiratina d’orecchie a quel qualcosa di spaccato che si sente in Italia».
    (Dal Corriere della Sera, 17/1/2011).

  • LE RIFORME IL FEDERALISMO IL CASO

    Canterà «Viva l’Italia» La Padania attacca il «suo» Van De Sfroos

    di Elsa Muschella

    Mitizzato quanto basta. Per La Padania, il colmo della venerazione tributata a Davide Van De Sfroos traboccherà sul palco dell’Ariston. Il cantautore di Mezzegra, laghée impegnato a restituire la voce dialettale ai comaschi che «van di frodo», canterà Viva l’Italia di Francesco De Gregori a Sanremo. Conoscendosi da tempo i due artisti e tenendo conto – nel repertorio nostrano – della strepitosa tradizione di canzoni in prestito, di per sé questa non sarebbe una notizia. Succede però che il quotidiano leghista, sin dalla fine degli anni 90 prodigo di elogi nel salutare la «rivoluzione culturale di un poeta» capace di magnificare la ricchezza locale, adesso ha mutato parere. Sostiene il giornalista Massimiliano Capitanio: «È chiaro che quel Viva l’Italia suona né più né meno come il Forza Italia della celebre discesa in campo. È un tirare la bandiera da una parte. Ed è chiaro il contrappasso: canta pure nella tua lingua, ma per evitare l’odioso sospetto che il dialetto sia una bandiera leghista beccati De Gregori. Peccato che, così facendo, Van De Sfroos sia passato dalle simpatie leghiste alla voracità militante della sinistra». L’avversione profonda per il testo è presto scritta: «Quando De Gregori canta Viva l’Italia canta una parte della storia che divide e non certo unisce. E quel doloroso 12 dicembre, messo lì come se il ghigno bastardo di Cesare Battisti fosse altra cosa, è l’icona dell’unica vera cosa che resiste: una militanza menzognera». Colpa della gauche italienne, in sintesi, dentro e fuori i vertici di viale Mazzini, e di quella «pretesa superiorità intellettuale» trascritta su libri «politicamente schierati». Anche i lumbard di partito si riservano un appunto a quel brano del ’79 che cavalca i fatti del Paese dal Ventennio a piazza Fontana: non è con Van De Sfroos che ce l’ hanno. «Lui mi piace moltissimo, trasmettiamo sempre le sue canzoni, così come quelle di De Gregori, Guccini e De André: il bello è bello – dice il direttore di Radio Padania Matteo Salvini -. Van De Sfroos ha il merito di portare a Sanremo l’atmosfera di Lombardia, è chiaro che gli fanno pagar dazio: lo invitano perché vende, ma poi gli mettono in bocca una canzone militante. Conoscendolo, voglio pensare che quando canterà la strofa "Viva l’Italia, l’Italia che resiste" avrà in mente, più che la Resistenza, l’Italia che si oppone a un’omologazione culturale dedita a cancellare i dialetti». Per Davide Caparini, uomo del Carroccio in Vigilanza, «i media l’ hanno sempre etichettato come leghista ma Van De Sfroos non lo è mai stato. La qualità dell’artista è indiscutibile, peccato che rischi di rendersi ridicolo. Di sicuro in Rai gongoleranno». Originario di Cantù, l’onorevole Nicola Molteni ha «nel cuore Davide e vederlo su quel palco sarà motivo d’orgoglio. Però Viva l’Italia è di parte e al suo posto avrei evitato strumentalizzazioni». Il cantautore comasco, in ogni caso, non cambierà scaletta: «È una canzone perfetta che ha al centro gli italiani. E io non ho paura di essere italiano».
    (Dal Corriere della Sera, 10/1/2011).

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