Dialetti e lingua nazionale italiana

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Dialetti la nobiltà delle radici

Il rapporto con l’italiano. I poeti non riconoscono alla lingua nazionale un superiore prestigio, anzi la mettono a confronto con il loro idioma, che «suona» come nuovo. Dante fu il primo a capire la forza di un modo espressivo che nasce dal senso del corpo e della natura

di Cesare Segre

Italia, secolo scorso. La fioritura di poeti che usano, invece della lingua nazionale, il dialetto, suscita, oltre che ammirazione, stupore. Si parte dal triestino Giotti, si riparte da Pasolini, che scrive stupende poesie in friulano, prima di passare alla lingua e, nei romanzi, a un italiano impregnato di romanesco. Poi si creano vere scuole: i romagnoli di Santarcangelo (Pedretti, Guerra, Baldini), i friulani (Giacomini, Agnul di Spere), i veneti (Marin, Noventa, Calzavara, Tomiolo), i lombardi (Loi, Consonni), e via via, attraverso le Marche di Scataglini, sino al lucano Pierro. Senza dubbio c’ erano precedenti eccezionali, da Porta a Belli a Di Giacomo a Tessa, ma le spinte erano diverse, come vedremo. I dialetti, si sa, nascono dalla rammentazione medievale e dall’evoluzione del latino. Nell’Italia del Duecento i dialetti sono già ben caratterizzati, anche se non tutti ebbero applicazioni letterarie. Dal Trecento sino al Cinquecento, quello toscano, grazie alla spinta fornita da Dante e Petrarca, si afferma sugli altri, diventando, con Bembo e Ariosto, lingua nazionale tre secoli prima che l’Italia esista. E inizia l’opposizione, o concorrenza, tra lingua e dialetti. Questi più vicini alla naturalità, al gusto popolare, alla corporeità, ai bisogni immediati, all’espressione istintiva, al parlato, quella alla cultura, all’idealizzazione, all’organizzazione amministrativa, all’impegno stilistico, alla scrittura. E infatti per secoli in famiglia e al mercato si usò il dialetto, mentre nelle occasioni più formali e al livello medio-alto la lingua non aveva alternative. Almeno per i pochissimi che sapevano leggere e scrivere, in una società popolata da analfabeti. L’italiano rimase perciò un po’ ingessato, quasi monumentale, anche se gli scrittori seppero spesso combinarne efficacemente i livelli e le stratificazioni storiche. Ancor più minacciata la lingua letteraria, chiusa nel suo orizzonte e poco portata ad attingere alla realtà, alla quotidianità. Insomma, il mondo della letteratura appariva un mondo a sé, autoreferenziale, esangue. Anche per questo il romanzo nacque così tardi, da noi. E per questo non vi fu teatro sino al Goldoni. Ma quando Goldoni irrompe sulla scena, che lingua usa? Il dialetto veneziano; così come il Ruzante aveva usato, già nel sec. XVI, il padovano, ma senza conseguenze tanto decisive. Il problema linguistico era bypassato genialmente. E l’equazione parlato-dialetto fu valorizzata con intelligenza da Porta e Belli, con testi fortemente mimetici e dialogici. L’italiano della tradizione poetica resse ancora sino a Pascoli, che però seppe immettervi le voci del dialetto; poi l’ermetismo ne segnò la fine. Ormai è sentito come un vecchiume. Ed è proprio qui che s’inseriscono i «poeti in dialetto», che invece di recuperare la naturalezza (e la naturalità) nella lingua nazionale d’uso, le sostituiscono in blocco il dialetto, con tutti i valori che esso implica: senso del corpo, del paese, della natura, dell’oralità; lingua dell’infanzia come lingua in assoluto, secondo le acute intuizioni di Luigi Meneghello. Insomma, «lingua della poesia». Tutt’altra cosa dalla «poesia dialettale», che è sempre esistita, col suo orizzonte chiuso tra le occupazioni e le frequentazioni d’ogni giorno, il suo tradizionalismo malinconico, già esaurito dal qualunquismo dei proverbi. I poeti in dialetto non riconoscono alla lingua nazionale un superiore prestigio, anzi la mettono a confronto con il loro idioma, che «suona» come nuovo. E nel suonare è compresa l’esaltazione dei valori acustici del dialetto, capace dunque di un’espressività negata alla lingua, mentre della lingua sono rifiutate le acquiescenze al linguaggio tecnologico e pubblicitario, gli automatismi delle idee correnti, tutti gli elementi convenzionali. È come imparare di nuovo a parlare. Poi naturalmente c’ è grande varietà d’impianto fra i poeti: chi ritorna all’infanzia, persino a fasi prelinguistiche della vita, chi evoca il ritmo di un parlare libero e creativo, chi cerca di salvare con la parola il paesaggio, la natura, i colori del mondo. Ma l’esperienza straordinaria qui descritta potrà sopravvivere solo se rimarrà sufficientemente forte e condivisa la memoria dei nostri dialetti.

(Dal Corriere della Sera, 28/2/2009).

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    di Cesare Segre

    Italia, secolo scorso. La fioritura di poeti che usano, invece della lingua nazionale, il dialetto, suscita, oltre che ammirazione, stupore. Si parte dal triestino Giotti, si riparte da Pasolini, che scrive stupende poesie in friulano, prima di passare alla lingua e, nei romanzi, a un italiano impregnato di romanesco. Poi si creano vere scuole: i romagnoli di Santarcangelo (Pedretti, Guerra, Baldini), i friulani (Giacomini, Agnul di Spere), i veneti (Marin, Noventa, Calzavara, Tomiolo), i lombardi (Loi, Consonni), e via via, attraverso le Marche di Scataglini, sino al lucano Pierro. Senza dubbio c’ erano precedenti eccezionali, da Porta a Belli a Di Giacomo a Tessa, ma le spinte erano diverse, come vedremo. I dialetti, si sa, nascono dalla rammentazione medievale e dall’evoluzione del latino. Nell’Italia del Duecento i dialetti sono già ben caratterizzati, anche se non tutti ebbero applicazioni letterarie. Dal Trecento sino al Cinquecento, quello toscano, grazie alla spinta fornita da Dante e Petrarca, si afferma sugli altri, diventando, con Bembo e Ariosto, lingua nazionale tre secoli prima che l’Italia esista. E inizia l’opposizione, o concorrenza, tra lingua e dialetti. Questi più vicini alla naturalità, al gusto popolare, alla corporeità, ai bisogni immediati, all’espressione istintiva, al parlato, quella alla cultura, all’idealizzazione, all’organizzazione amministrativa, all’impegno stilistico, alla scrittura. E infatti per secoli in famiglia e al mercato si usò il dialetto, mentre nelle occasioni più formali e al livello medio-alto la lingua non aveva alternative. Almeno per i pochissimi che sapevano leggere e scrivere, in una società popolata da analfabeti. L’italiano rimase perciò un po’ ingessato, quasi monumentale, anche se gli scrittori seppero spesso combinarne efficacemente i livelli e le stratificazioni storiche. Ancor più minacciata la lingua letteraria, chiusa nel suo orizzonte e poco portata ad attingere alla realtà, alla quotidianità. Insomma, il mondo della letteratura appariva un mondo a sé, autoreferenziale, esangue. Anche per questo il romanzo nacque così tardi, da noi. E per questo non vi fu teatro sino al Goldoni. Ma quando Goldoni irrompe sulla scena, che lingua usa? Il dialetto veneziano; così come il Ruzante aveva usato, già nel sec. XVI, il padovano, ma senza conseguenze tanto decisive. Il problema linguistico era bypassato genialmente. E l’equazione parlato-dialetto fu valorizzata con intelligenza da Porta e Belli, con testi fortemente mimetici e dialogici. L’italiano della tradizione poetica resse ancora sino a Pascoli, che però seppe immettervi le voci del dialetto; poi l’ermetismo ne segnò la fine. Ormai è sentito come un vecchiume. Ed è proprio qui che s’inseriscono i «poeti in dialetto», che invece di recuperare la naturalezza (e la naturalità) nella lingua nazionale d’uso, le sostituiscono in blocco il dialetto, con tutti i valori che esso implica: senso del corpo, del paese, della natura, dell’oralità; lingua dell’infanzia come lingua in assoluto, secondo le acute intuizioni di Luigi Meneghello. Insomma, «lingua della poesia». Tutt’altra cosa dalla «poesia dialettale», che è sempre esistita, col suo orizzonte chiuso tra le occupazioni e le frequentazioni d’ogni giorno, il suo tradizionalismo malinconico, già esaurito dal qualunquismo dei proverbi. I poeti in dialetto non riconoscono alla lingua nazionale un superiore prestigio, anzi la mettono a confronto con il loro idioma, che «suona» come nuovo. E nel suonare è compresa l’esaltazione dei valori acustici del dialetto, capace dunque di un’espressività negata alla lingua, mentre della lingua sono rifiutate le acquiescenze al linguaggio tecnologico e pubblicitario, gli automatismi delle idee correnti, tutti gli elementi convenzionali. È come imparare di nuovo a parlare. Poi naturalmente c’ è grande varietà d’impianto fra i poeti: chi ritorna all’infanzia, persino a fasi prelinguistiche della vita, chi evoca il ritmo di un parlare libero e creativo, chi cerca di salvare con la parola il paesaggio, la natura, i colori del mondo. Ma l’esperienza straordinaria qui descritta potrà sopravvivere solo se rimarrà sufficientemente forte e condivisa la memoria dei nostri dialetti.

    (Dal Corriere della Sera, 28/2/2009).

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    Italia, secolo scorso. La fioritura di poeti che usano, invece della lingua nazionale, il dialetto, suscita, oltre che ammirazione, stupore. Si parte dal triestino Giotti, si riparte da Pasolini, che scrive stupende poesie in friulano, prima di passare alla lingua e, nei romanzi, a un italiano impregnato di romanesco. Poi si creano vere scuole: i romagnoli di Santarcangelo (Pedretti, Guerra, Baldini), i friulani (Giacomini, Agnul di Spere), i veneti (Marin, Noventa, Calzavara, Tomiolo), i lombardi (Loi, Consonni), e via via, attraverso le Marche di Scataglini, sino al lucano Pierro. Senza dubbio c’ erano precedenti eccezionali, da Porta a Belli a Di Giacomo a Tessa, ma le spinte erano diverse, come vedremo. I dialetti, si sa, nascono dalla rammentazione medievale e dall’evoluzione del latino. Nell’Italia del Duecento i dialetti sono già ben caratterizzati, anche se non tutti ebbero applicazioni letterarie. Dal Trecento sino al Cinquecento, quello toscano, grazie alla spinta fornita da Dante e Petrarca, si afferma sugli altri, diventando, con Bembo e Ariosto, lingua nazionale tre secoli prima che l’Italia esista. E inizia l’opposizione, o concorrenza, tra lingua e dialetti. Questi più vicini alla naturalità, al gusto popolare, alla corporeità, ai bisogni immediati, all’espressione istintiva, al parlato, quella alla cultura, all’idealizzazione, all’organizzazione amministrativa, all’impegno stilistico, alla scrittura. E infatti per secoli in famiglia e al mercato si usò il dialetto, mentre nelle occasioni più formali e al livello medio-alto la lingua non aveva alternative. Almeno per i pochissimi che sapevano leggere e scrivere, in una società popolata da analfabeti. L’italiano rimase perciò un po’ ingessato, quasi monumentale, anche se gli scrittori seppero spesso combinarne efficacemente i livelli e le stratificazioni storiche. Ancor più minacciata la lingua letteraria, chiusa nel suo orizzonte e poco portata ad attingere alla realtà, alla quotidianità. Insomma, il mondo della letteratura appariva un mondo a sé, autoreferenziale, esangue. Anche per questo il romanzo nacque così tardi, da noi. E per questo non vi fu teatro sino al Goldoni. Ma quando Goldoni irrompe sulla scena, che lingua usa? Il dialetto veneziano; così come il Ruzante aveva usato, già nel sec. XVI, il padovano, ma senza conseguenze tanto decisive. Il problema linguistico era bypassato genialmente. E l’equazione parlato-dialetto fu valorizzata con intelligenza da Porta e Belli, con testi fortemente mimetici e dialogici. L’italiano della tradizione poetica resse ancora sino a Pascoli, che però seppe immettervi le voci del dialetto; poi l’ermetismo ne segnò la fine. Ormai è sentito come un vecchiume. Ed è proprio qui che s’inseriscono i «poeti in dialetto», che invece di recuperare la naturalezza (e la naturalità) nella lingua nazionale d’uso, le sostituiscono in blocco il dialetto, con tutti i valori che esso implica: senso del corpo, del paese, della natura, dell’oralità; lingua dell’infanzia come lingua in assoluto, secondo le acute intuizioni di Luigi Meneghello. Insomma, «lingua della poesia». Tutt’altra cosa dalla «poesia dialettale», che è sempre esistita, col suo orizzonte chiuso tra le occupazioni e le frequentazioni d’ogni giorno, il suo tradizionalismo malinconico, già esaurito dal qualunquismo dei proverbi. I poeti in dialetto non riconoscono alla lingua nazionale un superiore prestigio, anzi la mettono a confronto con il loro idioma, che «suona» come nuovo. E nel suonare è compresa l’esaltazione dei valori acustici del dialetto, capace dunque di un’espressività negata alla lingua, mentre della lingua sono rifiutate le acquiescenze al linguaggio tecnologico e pubblicitario, gli automatismi delle idee correnti, tutti gli elementi convenzionali. È come imparare di nuovo a parlare. Poi naturalmente c’ è grande varietà d’impianto fra i poeti: chi ritorna all’infanzia, persino a fasi prelinguistiche della vita, chi evoca il ritmo di un parlare libero e creativo, chi cerca di salvare con la parola il paesaggio, la natura, i colori del mondo. Ma l’esperienza straordinaria qui descritta potrà sopravvivere solo se rimarrà sufficientemente forte e condivisa la memoria dei nostri dialetti.

    (Dal Corriere della Sera, 28/2/2009).

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    Dialetti la nobiltà delle radici

    Il rapporto con l’italiano. I poeti non riconoscono alla lingua nazionale un superiore prestigio, anzi la mettono a confronto con il loro idioma, che «suona» come nuovo. Dante fu il primo a capire la forza di un modo espressivo che nasce dal senso del corpo e della natura

    di Cesare Segre

    Italia, secolo scorso. La fioritura di poeti che usano, invece della lingua nazionale, il dialetto, suscita, oltre che ammirazione, stupore. Si parte dal triestino Giotti, si riparte da Pasolini, che scrive stupende poesie in friulano, prima di passare alla lingua e, nei romanzi, a un italiano impregnato di romanesco. Poi si creano vere scuole: i romagnoli di Santarcangelo (Pedretti, Guerra, Baldini), i friulani (Giacomini, Agnul di Spere), i veneti (Marin, Noventa, Calzavara, Tomiolo), i lombardi (Loi, Consonni), e via via, attraverso le Marche di Scataglini, sino al lucano Pierro. Senza dubbio c’ erano precedenti eccezionali, da Porta a Belli a Di Giacomo a Tessa, ma le spinte erano diverse, come vedremo. I dialetti, si sa, nascono dalla rammentazione medievale e dall’evoluzione del latino. Nell’Italia del Duecento i dialetti sono già ben caratterizzati, anche se non tutti ebbero applicazioni letterarie. Dal Trecento sino al Cinquecento, quello toscano, grazie alla spinta fornita da Dante e Petrarca, si afferma sugli altri, diventando, con Bembo e Ariosto, lingua nazionale tre secoli prima che l’Italia esista. E inizia l’opposizione, o concorrenza, tra lingua e dialetti. Questi più vicini alla naturalità, al gusto popolare, alla corporeità, ai bisogni immediati, all’espressione istintiva, al parlato, quella alla cultura, all’idealizzazione, all’organizzazione amministrativa, all’impegno stilistico, alla scrittura. E infatti per secoli in famiglia e al mercato si usò il dialetto, mentre nelle occasioni più formali e al livello medio-alto la lingua non aveva alternative. Almeno per i pochissimi che sapevano leggere e scrivere, in una società popolata da analfabeti. L’italiano rimase perciò un po’ ingessato, quasi monumentale, anche se gli scrittori seppero spesso combinarne efficacemente i livelli e le stratificazioni storiche. Ancor più minacciata la lingua letteraria, chiusa nel suo orizzonte e poco portata ad attingere alla realtà, alla quotidianità. Insomma, il mondo della letteratura appariva un mondo a sé, autoreferenziale, esangue. Anche per questo il romanzo nacque così tardi, da noi. E per questo non vi fu teatro sino al Goldoni. Ma quando Goldoni irrompe sulla scena, che lingua usa? Il dialetto veneziano; così come il Ruzante aveva usato, già nel sec. XVI, il padovano, ma senza conseguenze tanto decisive. Il problema linguistico era bypassato genialmente. E l’equazione parlato-dialetto fu valorizzata con intelligenza da Porta e Belli, con testi fortemente mimetici e dialogici. L’italiano della tradizione poetica resse ancora sino a Pascoli, che però seppe immettervi le voci del dialetto; poi l’ermetismo ne segnò la fine. Ormai è sentito come un vecchiume. Ed è proprio qui che s’inseriscono i «poeti in dialetto», che invece di recuperare la naturalezza (e la naturalità) nella lingua nazionale d’uso, le sostituiscono in blocco il dialetto, con tutti i valori che esso implica: senso del corpo, del paese, della natura, dell’oralità; lingua dell’infanzia come lingua in assoluto, secondo le acute intuizioni di Luigi Meneghello. Insomma, «lingua della poesia». Tutt’altra cosa dalla «poesia dialettale», che è sempre esistita, col suo orizzonte chiuso tra le occupazioni e le frequentazioni d’ogni giorno, il suo tradizionalismo malinconico, già esaurito dal qualunquismo dei proverbi. I poeti in dialetto non riconoscono alla lingua nazionale un superiore prestigio, anzi la mettono a confronto con il loro idioma, che «suona» come nuovo. E nel suonare è compresa l’esaltazione dei valori acustici del dialetto, capace dunque di un’espressività negata alla lingua, mentre della lingua sono rifiutate le acquiescenze al linguaggio tecnologico e pubblicitario, gli automatismi delle idee correnti, tutti gli elementi convenzionali. È come imparare di nuovo a parlare. Poi naturalmente c’ è grande varietà d’impianto fra i poeti: chi ritorna all’infanzia, persino a fasi prelinguistiche della vita, chi evoca il ritmo di un parlare libero e creativo, chi cerca di salvare con la parola il paesaggio, la natura, i colori del mondo. Ma l’esperienza straordinaria qui descritta potrà sopravvivere solo se rimarrà sufficientemente forte e condivisa la memoria dei nostri dialetti.

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    di Cesare Segre

    Italia, secolo scorso. La fioritura di poeti che usano, invece della lingua nazionale, il dialetto, suscita, oltre che ammirazione, stupore. Si parte dal triestino Giotti, si riparte da Pasolini, che scrive stupende poesie in friulano, prima di passare alla lingua e, nei romanzi, a un italiano impregnato di romanesco. Poi si creano vere scuole: i romagnoli di Santarcangelo (Pedretti, Guerra, Baldini), i friulani (Giacomini, Agnul di Spere), i veneti (Marin, Noventa, Calzavara, Tomiolo), i lombardi (Loi, Consonni), e via via, attraverso le Marche di Scataglini, sino al lucano Pierro. Senza dubbio c’ erano precedenti eccezionali, da Porta a Belli a Di Giacomo a Tessa, ma le spinte erano diverse, come vedremo. I dialetti, si sa, nascono dalla rammentazione medievale e dall’evoluzione del latino. Nell’Italia del Duecento i dialetti sono già ben caratterizzati, anche se non tutti ebbero applicazioni letterarie. Dal Trecento sino al Cinquecento, quello toscano, grazie alla spinta fornita da Dante e Petrarca, si afferma sugli altri, diventando, con Bembo e Ariosto, lingua nazionale tre secoli prima che l’Italia esista. E inizia l’opposizione, o concorrenza, tra lingua e dialetti. Questi più vicini alla naturalità, al gusto popolare, alla corporeità, ai bisogni immediati, all’espressione istintiva, al parlato, quella alla cultura, all’idealizzazione, all’organizzazione amministrativa, all’impegno stilistico, alla scrittura. E infatti per secoli in famiglia e al mercato si usò il dialetto, mentre nelle occasioni più formali e al livello medio-alto la lingua non aveva alternative. Almeno per i pochissimi che sapevano leggere e scrivere, in una società popolata da analfabeti. L’italiano rimase perciò un po’ ingessato, quasi monumentale, anche se gli scrittori seppero spesso combinarne efficacemente i livelli e le stratificazioni storiche. Ancor più minacciata la lingua letteraria, chiusa nel suo orizzonte e poco portata ad attingere alla realtà, alla quotidianità. Insomma, il mondo della letteratura appariva un mondo a sé, autoreferenziale, esangue. Anche per questo il romanzo nacque così tardi, da noi. E per questo non vi fu teatro sino al Goldoni. Ma quando Goldoni irrompe sulla scena, che lingua usa? Il dialetto veneziano; così come il Ruzante aveva usato, già nel sec. XVI, il padovano, ma senza conseguenze tanto decisive. Il problema linguistico era bypassato genialmente. E l’equazione parlato-dialetto fu valorizzata con intelligenza da Porta e Belli, con testi fortemente mimetici e dialogici. L’italiano della tradizione poetica resse ancora sino a Pascoli, che però seppe immettervi le voci del dialetto; poi l’ermetismo ne segnò la fine. Ormai è sentito come un vecchiume. Ed è proprio qui che s’inseriscono i «poeti in dialetto», che invece di recuperare la naturalezza (e la naturalità) nella lingua nazionale d’uso, le sostituiscono in blocco il dialetto, con tutti i valori che esso implica: senso del corpo, del paese, della natura, dell’oralità; lingua dell’infanzia come lingua in assoluto, secondo le acute intuizioni di Luigi Meneghello. Insomma, «lingua della poesia». Tutt’altra cosa dalla «poesia dialettale», che è sempre esistita, col suo orizzonte chiuso tra le occupazioni e le frequentazioni d’ogni giorno, il suo tradizionalismo malinconico, già esaurito dal qualunquismo dei proverbi. I poeti in dialetto non riconoscono alla lingua nazionale un superiore prestigio, anzi la mettono a confronto con il loro idioma, che «suona» come nuovo. E nel suonare è compresa l’esaltazione dei valori acustici del dialetto, capace dunque di un’espressività negata alla lingua, mentre della lingua sono rifiutate le acquiescenze al linguaggio tecnologico e pubblicitario, gli automatismi delle idee correnti, tutti gli elementi convenzionali. È come imparare di nuovo a parlare. Poi naturalmente c’ è grande varietà d’impianto fra i poeti: chi ritorna all’infanzia, persino a fasi prelinguistiche della vita, chi evoca il ritmo di un parlare libero e creativo, chi cerca di salvare con la parola il paesaggio, la natura, i colori del mondo. Ma l’esperienza straordinaria qui descritta potrà sopravvivere solo se rimarrà sufficientemente forte e condivisa la memoria dei nostri dialetti.

    (Dal Corriere della Sera, 28/2/2009).

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    Il rapporto con l’italiano. I poeti non riconoscono alla lingua nazionale un superiore prestigio, anzi la mettono a confronto con il loro idioma, che «suona» come nuovo. Dante fu il primo a capire la forza di un modo espressivo che nasce dal senso del corpo e della natura

    di Cesare Segre

    Italia, secolo scorso. La fioritura di poeti che usano, invece della lingua nazionale, il dialetto, suscita, oltre che ammirazione, stupore. Si parte dal triestino Giotti, si riparte da Pasolini, che scrive stupende poesie in friulano, prima di passare alla lingua e, nei romanzi, a un italiano impregnato di romanesco. Poi si creano vere scuole: i romagnoli di Santarcangelo (Pedretti, Guerra, Baldini), i friulani (Giacomini, Agnul di Spere), i veneti (Marin, Noventa, Calzavara, Tomiolo), i lombardi (Loi, Consonni), e via via, attraverso le Marche di Scataglini, sino al lucano Pierro. Senza dubbio c’ erano precedenti eccezionali, da Porta a Belli a Di Giacomo a Tessa, ma le spinte erano diverse, come vedremo. I dialetti, si sa, nascono dalla rammentazione medievale e dall’evoluzione del latino. Nell’Italia del Duecento i dialetti sono già ben caratterizzati, anche se non tutti ebbero applicazioni letterarie. Dal Trecento sino al Cinquecento, quello toscano, grazie alla spinta fornita da Dante e Petrarca, si afferma sugli altri, diventando, con Bembo e Ariosto, lingua nazionale tre secoli prima che l’Italia esista. E inizia l’opposizione, o concorrenza, tra lingua e dialetti. Questi più vicini alla naturalità, al gusto popolare, alla corporeità, ai bisogni immediati, all’espressione istintiva, al parlato, quella alla cultura, all’idealizzazione, all’organizzazione amministrativa, all’impegno stilistico, alla scrittura. E infatti per secoli in famiglia e al mercato si usò il dialetto, mentre nelle occasioni più formali e al livello medio-alto la lingua non aveva alternative. Almeno per i pochissimi che sapevano leggere e scrivere, in una società popolata da analfabeti. L’italiano rimase perciò un po’ ingessato, quasi monumentale, anche se gli scrittori seppero spesso combinarne efficacemente i livelli e le stratificazioni storiche. Ancor più minacciata la lingua letteraria, chiusa nel suo orizzonte e poco portata ad attingere alla realtà, alla quotidianità. Insomma, il mondo della letteratura appariva un mondo a sé, autoreferenziale, esangue. Anche per questo il romanzo nacque così tardi, da noi. E per questo non vi fu teatro sino al Goldoni. Ma quando Goldoni irrompe sulla scena, che lingua usa? Il dialetto veneziano; così come il Ruzante aveva usato, già nel sec. XVI, il padovano, ma senza conseguenze tanto decisive. Il problema linguistico era bypassato genialmente. E l’equazione parlato-dialetto fu valorizzata con intelligenza da Porta e Belli, con testi fortemente mimetici e dialogici. L’italiano della tradizione poetica resse ancora sino a Pascoli, che però seppe immettervi le voci del dialetto; poi l’ermetismo ne segnò la fine. Ormai è sentito come un vecchiume. Ed è proprio qui che s’inseriscono i «poeti in dialetto», che invece di recuperare la naturalezza (e la naturalità) nella lingua nazionale d’uso, le sostituiscono in blocco il dialetto, con tutti i valori che esso implica: senso del corpo, del paese, della natura, dell’oralità; lingua dell’infanzia come lingua in assoluto, secondo le acute intuizioni di Luigi Meneghello. Insomma, «lingua della poesia». Tutt’altra cosa dalla «poesia dialettale», che è sempre esistita, col suo orizzonte chiuso tra le occupazioni e le frequentazioni d’ogni giorno, il suo tradizionalismo malinconico, già esaurito dal qualunquismo dei proverbi. I poeti in dialetto non riconoscono alla lingua nazionale un superiore prestigio, anzi la mettono a confronto con il loro idioma, che «suona» come nuovo. E nel suonare è compresa l’esaltazione dei valori acustici del dialetto, capace dunque di un’espressività negata alla lingua, mentre della lingua sono rifiutate le acquiescenze al linguaggio tecnologico e pubblicitario, gli automatismi delle idee correnti, tutti gli elementi convenzionali. È come imparare di nuovo a parlare. Poi naturalmente c’ è grande varietà d’impianto fra i poeti: chi ritorna all’infanzia, persino a fasi prelinguistiche della vita, chi evoca il ritmo di un parlare libero e creativo, chi cerca di salvare con la parola il paesaggio, la natura, i colori del mondo. Ma l’esperienza straordinaria qui descritta potrà sopravvivere solo se rimarrà sufficientemente forte e condivisa la memoria dei nostri dialetti.

    (Dal Corriere della Sera, 28/2/2009).

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  • EVENTI

    A Milano «Volgar’Eloquio»

    Dialetti la nobiltà delle radici

    Il rapporto con l’italiano. I poeti non riconoscono alla lingua nazionale un superiore prestigio, anzi la mettono a confronto con il loro idioma, che «suona» come nuovo. Dante fu il primo a capire la forza di un modo espressivo che nasce dal senso del corpo e della natura

    di Cesare Segre

    Italia, secolo scorso. La fioritura di poeti che usano, invece della lingua nazionale, il dialetto, suscita, oltre che ammirazione, stupore. Si parte dal triestino Giotti, si riparte da Pasolini, che scrive stupende poesie in friulano, prima di passare alla lingua e, nei romanzi, a un italiano impregnato di romanesco. Poi si creano vere scuole: i romagnoli di Santarcangelo (Pedretti, Guerra, Baldini), i friulani (Giacomini, Agnul di Spere), i veneti (Marin, Noventa, Calzavara, Tomiolo), i lombardi (Loi, Consonni), e via via, attraverso le Marche di Scataglini, sino al lucano Pierro. Senza dubbio c’ erano precedenti eccezionali, da Porta a Belli a Di Giacomo a Tessa, ma le spinte erano diverse, come vedremo. I dialetti, si sa, nascono dalla rammentazione medievale e dall’evoluzione del latino. Nell’Italia del Duecento i dialetti sono già ben caratterizzati, anche se non tutti ebbero applicazioni letterarie. Dal Trecento sino al Cinquecento, quello toscano, grazie alla spinta fornita da Dante e Petrarca, si afferma sugli altri, diventando, con Bembo e Ariosto, lingua nazionale tre secoli prima che l’Italia esista. E inizia l’opposizione, o concorrenza, tra lingua e dialetti. Questi più vicini alla naturalità, al gusto popolare, alla corporeità, ai bisogni immediati, all’espressione istintiva, al parlato, quella alla cultura, all’idealizzazione, all’organizzazione amministrativa, all’impegno stilistico, alla scrittura. E infatti per secoli in famiglia e al mercato si usò il dialetto, mentre nelle occasioni più formali e al livello medio-alto la lingua non aveva alternative. Almeno per i pochissimi che sapevano leggere e scrivere, in una società popolata da analfabeti. L’italiano rimase perciò un po’ ingessato, quasi monumentale, anche se gli scrittori seppero spesso combinarne efficacemente i livelli e le stratificazioni storiche. Ancor più minacciata la lingua letteraria, chiusa nel suo orizzonte e poco portata ad attingere alla realtà, alla quotidianità. Insomma, il mondo della letteratura appariva un mondo a sé, autoreferenziale, esangue. Anche per questo il romanzo nacque così tardi, da noi. E per questo non vi fu teatro sino al Goldoni. Ma quando Goldoni irrompe sulla scena, che lingua usa? Il dialetto veneziano; così come il Ruzante aveva usato, già nel sec. XVI, il padovano, ma senza conseguenze tanto decisive. Il problema linguistico era bypassato genialmente. E l’equazione parlato-dialetto fu valorizzata con intelligenza da Porta e Belli, con testi fortemente mimetici e dialogici. L’italiano della tradizione poetica resse ancora sino a Pascoli, che però seppe immettervi le voci del dialetto; poi l’ermetismo ne segnò la fine. Ormai è sentito come un vecchiume. Ed è proprio qui che s’inseriscono i «poeti in dialetto», che invece di recuperare la naturalezza (e la naturalità) nella lingua nazionale d’uso, le sostituiscono in blocco il dialetto, con tutti i valori che esso implica: senso del corpo, del paese, della natura, dell’oralità; lingua dell’infanzia come lingua in assoluto, secondo le acute intuizioni di Luigi Meneghello. Insomma, «lingua della poesia». Tutt’altra cosa dalla «poesia dialettale», che è sempre esistita, col suo orizzonte chiuso tra le occupazioni e le frequentazioni d’ogni giorno, il suo tradizionalismo malinconico, già esaurito dal qualunquismo dei proverbi. I poeti in dialetto non riconoscono alla lingua nazionale un superiore prestigio, anzi la mettono a confronto con il loro idioma, che «suona» come nuovo. E nel suonare è compresa l’esaltazione dei valori acustici del dialetto, capace dunque di un’espressività negata alla lingua, mentre della lingua sono rifiutate le acquiescenze al linguaggio tecnologico e pubblicitario, gli automatismi delle idee correnti, tutti gli elementi convenzionali. È come imparare di nuovo a parlare. Poi naturalmente c’ è grande varietà d’impianto fra i poeti: chi ritorna all’infanzia, persino a fasi prelinguistiche della vita, chi evoca il ritmo di un parlare libero e creativo, chi cerca di salvare con la parola il paesaggio, la natura, i colori del mondo. Ma l’esperienza straordinaria qui descritta potrà sopravvivere solo se rimarrà sufficientemente forte e condivisa la memoria dei nostri dialetti.

    (Dal Corriere della Sera, 28/2/2009).

    [addsig]

  • EVENTI

    A Milano «Volgar’Eloquio»

    Dialetti la nobiltà delle radici

    Il rapporto con l’italiano. I poeti non riconoscono alla lingua nazionale un superiore prestigio, anzi la mettono a confronto con il loro idioma, che «suona» come nuovo. Dante fu il primo a capire la forza di un modo espressivo che nasce dal senso del corpo e della natura

    di Cesare Segre

    Italia, secolo scorso. La fioritura di poeti che usano, invece della lingua nazionale, il dialetto, suscita, oltre che ammirazione, stupore. Si parte dal triestino Giotti, si riparte da Pasolini, che scrive stupende poesie in friulano, prima di passare alla lingua e, nei romanzi, a un italiano impregnato di romanesco. Poi si creano vere scuole: i romagnoli di Santarcangelo (Pedretti, Guerra, Baldini), i friulani (Giacomini, Agnul di Spere), i veneti (Marin, Noventa, Calzavara, Tomiolo), i lombardi (Loi, Consonni), e via via, attraverso le Marche di Scataglini, sino al lucano Pierro. Senza dubbio c’ erano precedenti eccezionali, da Porta a Belli a Di Giacomo a Tessa, ma le spinte erano diverse, come vedremo. I dialetti, si sa, nascono dalla rammentazione medievale e dall’evoluzione del latino. Nell’Italia del Duecento i dialetti sono già ben caratterizzati, anche se non tutti ebbero applicazioni letterarie. Dal Trecento sino al Cinquecento, quello toscano, grazie alla spinta fornita da Dante e Petrarca, si afferma sugli altri, diventando, con Bembo e Ariosto, lingua nazionale tre secoli prima che l’Italia esista. E inizia l’opposizione, o concorrenza, tra lingua e dialetti. Questi più vicini alla naturalità, al gusto popolare, alla corporeità, ai bisogni immediati, all’espressione istintiva, al parlato, quella alla cultura, all’idealizzazione, all’organizzazione amministrativa, all’impegno stilistico, alla scrittura. E infatti per secoli in famiglia e al mercato si usò il dialetto, mentre nelle occasioni più formali e al livello medio-alto la lingua non aveva alternative. Almeno per i pochissimi che sapevano leggere e scrivere, in una società popolata da analfabeti. L’italiano rimase perciò un po’ ingessato, quasi monumentale, anche se gli scrittori seppero spesso combinarne efficacemente i livelli e le stratificazioni storiche. Ancor più minacciata la lingua letteraria, chiusa nel suo orizzonte e poco portata ad attingere alla realtà, alla quotidianità. Insomma, il mondo della letteratura appariva un mondo a sé, autoreferenziale, esangue. Anche per questo il romanzo nacque così tardi, da noi. E per questo non vi fu teatro sino al Goldoni. Ma quando Goldoni irrompe sulla scena, che lingua usa? Il dialetto veneziano; così come il Ruzante aveva usato, già nel sec. XVI, il padovano, ma senza conseguenze tanto decisive. Il problema linguistico era bypassato genialmente. E l’equazione parlato-dialetto fu valorizzata con intelligenza da Porta e Belli, con testi fortemente mimetici e dialogici. L’italiano della tradizione poetica resse ancora sino a Pascoli, che però seppe immettervi le voci del dialetto; poi l’ermetismo ne segnò la fine. Ormai è sentito come un vecchiume. Ed è proprio qui che s’inseriscono i «poeti in dialetto», che invece di recuperare la naturalezza (e la naturalità) nella lingua nazionale d’uso, le sostituiscono in blocco il dialetto, con tutti i valori che esso implica: senso del corpo, del paese, della natura, dell’oralità; lingua dell’infanzia come lingua in assoluto, secondo le acute intuizioni di Luigi Meneghello. Insomma, «lingua della poesia». Tutt’altra cosa dalla «poesia dialettale», che è sempre esistita, col suo orizzonte chiuso tra le occupazioni e le frequentazioni d’ogni giorno, il suo tradizionalismo malinconico, già esaurito dal qualunquismo dei proverbi. I poeti in dialetto non riconoscono alla lingua nazionale un superiore prestigio, anzi la mettono a confronto con il loro idioma, che «suona» come nuovo. E nel suonare è compresa l’esaltazione dei valori acustici del dialetto, capace dunque di un’espressività negata alla lingua, mentre della lingua sono rifiutate le acquiescenze al linguaggio tecnologico e pubblicitario, gli automatismi delle idee correnti, tutti gli elementi convenzionali. È come imparare di nuovo a parlare. Poi naturalmente c’ è grande varietà d’impianto fra i poeti: chi ritorna all’infanzia, persino a fasi prelinguistiche della vita, chi evoca il ritmo di un parlare libero e creativo, chi cerca di salvare con la parola il paesaggio, la natura, i colori del mondo. Ma l’esperienza straordinaria qui descritta potrà sopravvivere solo se rimarrà sufficientemente forte e condivisa la memoria dei nostri dialetti.

    (Dal Corriere della Sera, 28/2/2009).

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    A Milano «Volgar’Eloquio»

    Dialetti la nobiltà delle radici

    Il rapporto con l’italiano. I poeti non riconoscono alla lingua nazionale un superiore prestigio, anzi la mettono a confronto con il loro idioma, che «suona» come nuovo. Dante fu il primo a capire la forza di un modo espressivo che nasce dal senso del corpo e della natura

    di Cesare Segre

    Italia, secolo scorso. La fioritura di poeti che usano, invece della lingua nazionale, il dialetto, suscita, oltre che ammirazione, stupore. Si parte dal triestino Giotti, si riparte da Pasolini, che scrive stupende poesie in friulano, prima di passare alla lingua e, nei romanzi, a un italiano impregnato di romanesco. Poi si creano vere scuole: i romagnoli di Santarcangelo (Pedretti, Guerra, Baldini), i friulani (Giacomini, Agnul di Spere), i veneti (Marin, Noventa, Calzavara, Tomiolo), i lombardi (Loi, Consonni), e via via, attraverso le Marche di Scataglini, sino al lucano Pierro. Senza dubbio c’ erano precedenti eccezionali, da Porta a Belli a Di Giacomo a Tessa, ma le spinte erano diverse, come vedremo. I dialetti, si sa, nascono dalla rammentazione medievale e dall’evoluzione del latino. Nell’Italia del Duecento i dialetti sono già ben caratterizzati, anche se non tutti ebbero applicazioni letterarie. Dal Trecento sino al Cinquecento, quello toscano, grazie alla spinta fornita da Dante e Petrarca, si afferma sugli altri, diventando, con Bembo e Ariosto, lingua nazionale tre secoli prima che l’Italia esista. E inizia l’opposizione, o concorrenza, tra lingua e dialetti. Questi più vicini alla naturalità, al gusto popolare, alla corporeità, ai bisogni immediati, all’espressione istintiva, al parlato, quella alla cultura, all’idealizzazione, all’organizzazione amministrativa, all’impegno stilistico, alla scrittura. E infatti per secoli in famiglia e al mercato si usò il dialetto, mentre nelle occasioni più formali e al livello medio-alto la lingua non aveva alternative. Almeno per i pochissimi che sapevano leggere e scrivere, in una società popolata da analfabeti. L’italiano rimase perciò un po’ ingessato, quasi monumentale, anche se gli scrittori seppero spesso combinarne efficacemente i livelli e le stratificazioni storiche. Ancor più minacciata la lingua letteraria, chiusa nel suo orizzonte e poco portata ad attingere alla realtà, alla quotidianità. Insomma, il mondo della letteratura appariva un mondo a sé, autoreferenziale, esangue. Anche per questo il romanzo nacque così tardi, da noi. E per questo non vi fu teatro sino al Goldoni. Ma quando Goldoni irrompe sulla scena, che lingua usa? Il dialetto veneziano; così come il Ruzante aveva usato, già nel sec. XVI, il padovano, ma senza conseguenze tanto decisive. Il problema linguistico era bypassato genialmente. E l’equazione parlato-dialetto fu valorizzata con intelligenza da Porta e Belli, con testi fortemente mimetici e dialogici. L’italiano della tradizione poetica resse ancora sino a Pascoli, che però seppe immettervi le voci del dialetto; poi l’ermetismo ne segnò la fine. Ormai è sentito come un vecchiume. Ed è proprio qui che s’inseriscono i «poeti in dialetto», che invece di recuperare la naturalezza (e la naturalità) nella lingua nazionale d’uso, le sostituiscono in blocco il dialetto, con tutti i valori che esso implica: senso del corpo, del paese, della natura, dell’oralità; lingua dell’infanzia come lingua in assoluto, secondo le acute intuizioni di Luigi Meneghello. Insomma, «lingua della poesia». Tutt’altra cosa dalla «poesia dialettale», che è sempre esistita, col suo orizzonte chiuso tra le occupazioni e le frequentazioni d’ogni giorno, il suo tradizionalismo malinconico, già esaurito dal qualunquismo dei proverbi. I poeti in dialetto non riconoscono alla lingua nazionale un superiore prestigio, anzi la mettono a confronto con il loro idioma, che «suona» come nuovo. E nel suonare è compresa l’esaltazione dei valori acustici del dialetto, capace dunque di un’espressività negata alla lingua, mentre della lingua sono rifiutate le acquiescenze al linguaggio tecnologico e pubblicitario, gli automatismi delle idee correnti, tutti gli elementi convenzionali. È come imparare di nuovo a parlare. Poi naturalmente c’ è grande varietà d’impianto fra i poeti: chi ritorna all’infanzia, persino a fasi prelinguistiche della vita, chi evoca il ritmo di un parlare libero e creativo, chi cerca di salvare con la parola il paesaggio, la natura, i colori del mondo. Ma l’esperienza straordinaria qui descritta potrà sopravvivere solo se rimarrà sufficientemente forte e condivisa la memoria dei nostri dialetti.

    (Dal Corriere della Sera, 28/2/2009).

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    A Milano «Volgar’Eloquio»

    Dialetti la nobiltà delle radici

    Il rapporto con l’italiano. I poeti non riconoscono alla lingua nazionale un superiore prestigio, anzi la mettono a confronto con il loro idioma, che «suona» come nuovo. Dante fu il primo a capire la forza di un modo espressivo che nasce dal senso del corpo e della natura

    di Cesare Segre

    Italia, secolo scorso. La fioritura di poeti che usano, invece della lingua nazionale, il dialetto, suscita, oltre che ammirazione, stupore. Si parte dal triestino Giotti, si riparte da Pasolini, che scrive stupende poesie in friulano, prima di passare alla lingua e, nei romanzi, a un italiano impregnato di romanesco. Poi si creano vere scuole: i romagnoli di Santarcangelo (Pedretti, Guerra, Baldini), i friulani (Giacomini, Agnul di Spere), i veneti (Marin, Noventa, Calzavara, Tomiolo), i lombardi (Loi, Consonni), e via via, attraverso le Marche di Scataglini, sino al lucano Pierro. Senza dubbio c’ erano precedenti eccezionali, da Porta a Belli a Di Giacomo a Tessa, ma le spinte erano diverse, come vedremo. I dialetti, si sa, nascono dalla rammentazione medievale e dall’evoluzione del latino. Nell’Italia del Duecento i dialetti sono già ben caratterizzati, anche se non tutti ebbero applicazioni letterarie. Dal Trecento sino al Cinquecento, quello toscano, grazie alla spinta fornita da Dante e Petrarca, si afferma sugli altri, diventando, con Bembo e Ariosto, lingua nazionale tre secoli prima che l’Italia esista. E inizia l’opposizione, o concorrenza, tra lingua e dialetti. Questi più vicini alla naturalità, al gusto popolare, alla corporeità, ai bisogni immediati, all’espressione istintiva, al parlato, quella alla cultura, all’idealizzazione, all’organizzazione amministrativa, all’impegno stilistico, alla scrittura. E infatti per secoli in famiglia e al mercato si usò il dialetto, mentre nelle occasioni più formali e al livello medio-alto la lingua non aveva alternative. Almeno per i pochissimi che sapevano leggere e scrivere, in una società popolata da analfabeti. L’italiano rimase perciò un po’ ingessato, quasi monumentale, anche se gli scrittori seppero spesso combinarne efficacemente i livelli e le stratificazioni storiche. Ancor più minacciata la lingua letteraria, chiusa nel suo orizzonte e poco portata ad attingere alla realtà, alla quotidianità. Insomma, il mondo della letteratura appariva un mondo a sé, autoreferenziale, esangue. Anche per questo il romanzo nacque così tardi, da noi. E per questo non vi fu teatro sino al Goldoni. Ma quando Goldoni irrompe sulla scena, che lingua usa? Il dialetto veneziano; così come il Ruzante aveva usato, già nel sec. XVI, il padovano, ma senza conseguenze tanto decisive. Il problema linguistico era bypassato genialmente. E l’equazione parlato-dialetto fu valorizzata con intelligenza da Porta e Belli, con testi fortemente mimetici e dialogici. L’italiano della tradizione poetica resse ancora sino a Pascoli, che però seppe immettervi le voci del dialetto; poi l’ermetismo ne segnò la fine. Ormai è sentito come un vecchiume. Ed è proprio qui che s’inseriscono i «poeti in dialetto», che invece di recuperare la naturalezza (e la naturalità) nella lingua nazionale d’uso, le sostituiscono in blocco il dialetto, con tutti i valori che esso implica: senso del corpo, del paese, della natura, dell’oralità; lingua dell’infanzia come lingua in assoluto, secondo le acute intuizioni di Luigi Meneghello. Insomma, «lingua della poesia». Tutt’altra cosa dalla «poesia dialettale», che è sempre esistita, col suo orizzonte chiuso tra le occupazioni e le frequentazioni d’ogni giorno, il suo tradizionalismo malinconico, già esaurito dal qualunquismo dei proverbi. I poeti in dialetto non riconoscono alla lingua nazionale un superiore prestigio, anzi la mettono a confronto con il loro idioma, che «suona» come nuovo. E nel suonare è compresa l’esaltazione dei valori acustici del dialetto, capace dunque di un’espressività negata alla lingua, mentre della lingua sono rifiutate le acquiescenze al linguaggio tecnologico e pubblicitario, gli automatismi delle idee correnti, tutti gli elementi convenzionali. È come imparare di nuovo a parlare. Poi naturalmente c’ è grande varietà d’impianto fra i poeti: chi ritorna all’infanzia, persino a fasi prelinguistiche della vita, chi evoca il ritmo di un parlare libero e creativo, chi cerca di salvare con la parola il paesaggio, la natura, i colori del mondo. Ma l’esperienza straordinaria qui descritta potrà sopravvivere solo se rimarrà sufficientemente forte e condivisa la memoria dei nostri dialetti.

    (Dal Corriere della Sera, 28/2/2009).

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