Di quei termini morenti potremmo ancora aver bisogno

Scompaiono parole, e intere lingue, come si sciolgono i ghiacciaiIl problema non sono le parole già morte ma le parole in disuso

C'E'
un personaggio, in quell'enciclopedia di tipi umani inusuali che è “La Vita Istruzioni per l'uso” di Georges Perec, che di mestiere cancella le parole dai vocabolari. A differenza di quei suoi colleghi più briosi, forse più fortunati, che sono incaricati di selezionare i neologismi meritevoli di menzione, lui rilegge il vocabolario alla caccia dei termini che non lo sono più: perché sono caduti dall'uso, perché sono troppo difficili, perché nominano oggetti e azioni che non si compiono più. O anche perché sono troppo precisi per un'epoca in cui non si bada troppo alle sottigliezze. I nomi degli attrezzi del maniscalco, i dettagli più minuti delle armature, il nome di colui che dava il ritmo con il tamburo alla remata degli schiavi sulle navi antiche, che era il celeuste. A qualcuno serve saperlo? Càpita più di dover nominare l'ardiglione, il ferretto che chiude la fibbia delle cinture? O il flabello, il ventaglio di piume delle odalische? O il purillo, il pezzo di stoffa sulla sommità del basco? Qualcuno dirà più, quando la stagione si fa mite, che il tempo si è messo al dolco? I dizionari pietosamente ricoverano ancora alcune di queste voci, giusto nel caso che qualcuno le incontri in qualche vecchio libro o voglia incarognire un suo cruciverba: ma loro, le parole, ne ricavano solo un'appendice vegetativa alla loro esistenza, già condannata. Chissà cosa ne avrebbe pensato, allora, quel personaggio, dell'iniziativa spagnola: quell'adozione di parole che ricorda le fantasie di Ray Bradbury sui libri condannati all'estinzione e imparati a memoria dai protagonisti del racconto da cui François Truffaut avrebbe tratto il suo Fahrenheit 451. Un padrinaggio per le parole: quelle invecchiate troppo o quelle invecchiate troppo rapidamente, come è accaduto per esempio in pochi decenni al mangiadischi e al mangianastri. Già il lessico favoloso dei dialetti, in Italia, pare remoto come un bestiario esotico quando si leggono scrittori nostri contemporanei, come Luigi Meneghello. Di altri scrittori si è sentito dire che avevano deciso segretamente di usare con una certa frequenza modi di dire dell'italiano parlato nella loro regione, per tentare una piccola colonizzazione dal basso della lingua nazionale. Tacitamente ma non segretamente ogni scrittore finisce per essere un padrino di molte parole, che si ostina a usare anche quando l'uso comune le sta dimenticando perché le ritiene più espressive, e non gli sarebbe possibile sostituirle o tralasciarle. Ci scherzò Tommaso Landolfi, che scrisse un racconto, La passeggiata, in cui usava termini che furono creduti inventati dai critici: erano invece parole italianissime, e desuete, come murcido (scarsamente virile, svogliato) e dropace (nome di un intruglio usato per depilarsi). Esiste una fisiologia del lessico: un ricambio naturale che rende più che sufficienti per l'utente medio della lingua le duemila pagine di un vocabolario comune, mentre solo specialisti e curiosi sanno cosa farsene dei venti volumi del Battaglia. Ma la nostra epoca ci lascia a pensare che la fisiologia della lingua, come molte altre fisiologie, abbia accelerato e oltrepassato il suo naturale andamento ecologico. Scompaiono parole, e intere lingue, come si sciolgono i ghiacciai. Si reagisce con riflessi che a volte appaiono poco più che simbolici: dietro al colore (dolco, lo avrebbe definito Giorgio Manganelli) della nostalgia c'è anche il rischio di qualche ipocrita desiderio di scaricarsi la coscienza con il solo gesto di farsi carico di un problema immane. Ma certo, il problema c'è. Non è quello delle parole che sono già morte, scrupolosamente registrate nei dizionari storici e nella memoria culturale di ogni lingua, ma quello delle parole morenti: quelle che potrebbero servirci ancora, anche se non lo sappiamo più.


(26 aprile 2007)

di STEFANO BARTEZZAGHI

(La Repubblica)

Questo messaggio è stato modificato da: Arianna_Screpanti, 26 Apr 2007 – 21:04 [addsig]

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