DEMOCRAZIA LINGUISTICA

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Democrazia linguistica

Sembrano passati da secoli quei tempi in cui le maestre “piantonavano” gli scolari per non far esprimere loro sardismi linguistici. Spesso le “correzioni” per fare entrare in “zucca” ai bambini che la parlata sarda era proibita si applicavano punizioni varie, come il castigo dietro la lavagna, fuori dalla classe, note sul quaderno… brutti voti e bocciature.
Sassari.
Sembrano passati da secoli quei tempi in cui le maestre “piantonavano” gli scolari per non far esprimere loro sardismi linguistici. Spesso le “correzioni” per fare entrare in “zucca” ai bambini che la parlata sarda era proibita si applicavano punizioni varie, come il castigo dietro la lavagna, fuori dalla classe, note sul quaderno… brutti voti e bocciature.

Altri tempi! Certo.
Storie del genere non si registrano più, ma solo perché oggi non ci sono quasi più bambini sardofoni. Figli di genitori che sono stati vittime di quel “genocidio bianco”, tanto per usare i termini di Sergio Salvi esperto di minoranze nazionali negate, che li ha investiti capillarmente e che li ha convinti che il sardo era una lingua da mettere, appunto, alla porta. Se si considera il fatto che neppure taluni dei cosiddetti nazionalisti della lingua sarda parlano in sardo ai propri figli, possiamo immaginare la portata di quel processo di sradicamento linguistico-culturale di cui stiamo parlando.

Altri tempi! Si dirà ancora.
La pedagogia e la psicopedagogia hanno fatto passi da gigante, gli insegnanti sono più sensibili e coscienziosi… Tutte balle! La scuola in Sardegna è italiana e, in quanto tale, continua a colpire la lingua sarda e la persona che ancora “osa” parlarla. Nel nostro giornale del 15 marzo 2009 pubblicavamo la notizia della maestra Maria Teresa Caravati che prodigava un alto esempio pedagogico assolvendo il desiderio di un bambino bilingue di scrivere in sassarese. Quel bambino senza dubbio si è sentito rispettato dall’insegnante ma anche dall’istituzione che questa rappresentava.

Il bambino oggi ha cambiato maestre ma gli viene detto che la sua lingua è l’italiano (la legge dice che il sardo ha pari dignità rispetto all’italiano) e che è quella che deve parlare (anche tra se e se) e che non può scrivere in sardo in classe. Una supplente addirittura gli intimò che se avesse scritto in sassarese gli avrebbe strappato il foglio dal quaderno (per la cronaca: VIII circolo – Via Civitavecchia, Sassari).

Altri tempi? Niente affatto!
Viviamo in un’Italia di democrazia linguistica scolastica? Di libertà? No! Perché sia la democrazia sia la libertà sono condizioni umane nelle quali un bambino può sostenere che la lingua con la quale si riconosce non è quella egemone, ma la propria e dalla misura in cui gli è consentito l’esercizio del diritto a usarla.

La situazione del sardo è allarmante e nonostante ci sia una legislazione in materia di tutela e valorizzazione linguistica, i bambini che parlano o capiscono il sardo sono sempre di meno. Un problema gravissimo per l’identità nazionale del popolo sardo, che va oltre la contestata riforma Gelmini, ma quasi completamente trascurato dal corpo docente “sardo”.

Da Il Sassarese del 15 aprile 2011

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