In questo articolo si sostiene che imporre a tutti l’inglese è necessario alla creazione di una società civile europea democratica.
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QUEL DIRITTO UNIVERSALE ALLA BUONA VITA
Giuliano Battiston
Di fronte alla crisi economica, mentre cresce progressivamente il numero di quanti reclamano
una riflessione rigorosa su forme di protezioni su scala europea, che oltrepassino l’origine
«lavorista» della cittadinanza sociale che lega reddito e contributo produttivo e favoriscano un
ripensamento delle funzioni dello Stato sociale, diventa un’ipotesi plausibile anche quel che fino
a poco tempo fa era «soltanto un’assurda chimera, economicamente impraticabile ed
eticamente ripugnante»: l’introduzione di un reddito minimo garantito, versato da una
comunità politica a tutti i suoi membri, su base individuale, senza controllo delle risorse né
contropartite. Non è un caso che della questione non si occupino più soltanto quei movimenti
sociali che da anni ragionano sulle trasformazioni del capitalismo, ma anche i quotidiani
italiani. Lo dimostra la Repubblica, che qualche settimana fa ha ospitato un articolo di Luciano
Gallino in cui si auspica «un’ampia discussione in sede politica» sul reddito minimo garantito.
Per ora, la discussione politica è ancora superficiale e circoscritta agli ambiti locali, come
testimonia la legge del 20 marzo 2009 con cui la regione Lazio ha decretato l’istituzione del
reddito minimo garantito «in favore dei disoccupati, inoccupati o precariamente occupati». Per
sollecitare una riflessione più articolata su questi temi, diventati ineludibili, abbiamo
intervistato Philippe Van Parijs, tra i fondatori del Basic Income European Network (Bien), il
network di attivisti e studiosi che promuove l’introduzione del reddito universale, ampliatosi nel
2004 a livello planetario diventando Basic Income Earth Network. Economista e, come lui
stesso si è definito, filosofo «real-libertario» – perché coniuga il pensiero libertario americano
con l’egualitarismo liberale à la Rawls -, da vent’anni a questa parte Philippe Van Parijs
promuove il basic income come uno strumento con cui rafforzare «gli elementi universalistici,
non selettivi dello Stato sociale» e «offrire un’alternativa radicale e innovatrice al neoliberismo,
raccogliendo le sfide della mondializzazione».
Come nasce il movimento «politico-culturale» del Bien?
Alla fine del 1982 il problema era come risolvere il problema della disoccupazione. Tutti gli
economisti sostenevano che fosse necessaria una maggiore crescita, ma per me e per molti
altri che come me facevano parte del movimento ecologista era assurdo ricorrere ancora una
volta a una politica simile. L’idea di un sussidio universale soddisfaceva quella parte del
movimento ecologista di sinistra che voleva salvaguardare l’ambiente e risolvere anche i
problemi sociali, e rispondeva a quanti reclamavano un nuovo progetto per la sinistra europea
di fine Novecento. Così abbiamo formato un piccolo gruppo di sindacalisti e accademici, e lo
abbiamo chiamato «collective Charles Fourier», elaborando uno scenario sul futuro del lavoro
per un premio organizzato da un’organizzazione di Bruxelles. Con i soldi del premio vinto
abbiamo organizzato un convegno a Lovanio, durante il quale abbiamo fondato il Bien.
Lei sostiene che gli argomenti a favore del reddito minimo universale «fanno immancabilmente
appello a una concezione della società giusta». Ma se ci limitassimo alla plausibilità e alla
convenienza economica, ci spiega in che termini un provvedimento simile sarebbe ispirato dalla
«preoccupazione di sradicare non solo la povertà strettamente e staticamente definita, ma
anche l’esclusione»?
Adottando una definizione semplicistica della povertà, qualcuno è povero quando il suo reddito
è inferiore a una certa soglia, arbitraria, di povertà, definita come livello di reddito reale. E qual
è il modo più efficace per eliminare la povertà? Tassare i ricchi senza renderli poveri, senza
cioè che finiscano al di sotto della soglia di povertà, e usare i soldi ricavati per darli ai poveri,
in modo che possano oltrepassarla. Nel vocabolario degli specialisti questo metodo si chiama
della target efficiency, ed è volta ad abolire il poverty gap, la differenza che passa tra il reddito
e la soglia della povertà. La target efficiency massimale, però, crea necessariamente una
tassazione marginale sui ricchi, mentre incide al cento per cento sui poveri. Quando una
persona povera tenta di uscire da una situazione di povertà o di disoccupazione, guadagnando
qualcosa grazie a un lavoro dichiarato, viene punita per il suo sforzo con la soppressione di una
percentuale proporzionale del sussidio. Per i ricchi il tasso marginale è del 50 per cento al
massimo, mentre per i poveri è del 100 per cento, visto che perdono tutto quello che
guadagnano. Il solo modo per evitare questo meccanismo perverso è quello di assicurare il
trasferimento di reddito anche a quanti hanno un reddito primario che non equivale a zero, e
che attraverso questi trasferimenti di reddito alzerebbero il livello di reddito netto al di là della
soglia di povertà.
Sono in molti a sostenere che il reddito minimo universale sia deresponsabilizzante, o che
possa incentivare comportamenti irresponsabili. John Rawls, per esempio, sosteneva che quelli
che fanno surf tutto il giorno sulle spiagge di Malibu devono trovare un modo per provvedere ai
propri bisogni, e non dovrebbero beneficiare dei fondi pubblici. Mentre per i «comunitaristi» il
reddito universale rischia di allentare ulteriormente i legami sociali, riducendo il sentimento di
responsabilità e di solidarietà verso gli altri. Come risponde?
Sono convinto che il carattere strettamente individuale del sussidio universale costituisca una
forma di promozione sistematica della vita comunitaria. I sistemi attuali che differenziano il
livello di sussidio in base alla composizione del nucleo familiare tendono a concedere più
reddito e benefici a due individui che vivano separati piuttosto che insieme.
L’individualizzazione del sussidio universale, invece, si tradurrebbe nell’incoraggiamento
all’unione, visto che laddove questi due individui dovessero mettersi insieme, non verrebbero
penalizzati. In questo senso il sussidio universale costituirebbe un incoraggiamento sistematico
alla vita comunitaria e familiare. Inoltre, contrariamente a quanti obiettano che sia
irragionevole concedere il sussidio senza alcuna contropartita, il sussidio potrebbe funzionare
come sostegno sistematico alle attività non salariate: qualcuno potrebbe decidere di
consacrare più tempo a una certa attività nella comunità locale, in senso politico ma non solo,
nelle associazioni, nei coordinamenti cittadini, e con il sussidio potrebbe farlo molto più
liberamente.
Riprendendo i termini che adotta nel saggio su «I fondamenti morali del Welfare State»,
sembrerebbe di poter dire che alla base del suo ragionamento ci sia l’idea che occorra
ripensare radicalmente le componenti fondamentali dei nostri sistemi di welfare, trasformandoli
da una rete che cattura, e dunque immobilizza gli individui, in un terreno sul quale possano
poggiarsi per esercitare effettivamente la propria libertà. Ma come dare luogo a quello che ha
definito come «il secondo matrimonio tra giustizia ed efficienza», un nuovo contratto sociale
che coniughi maggiore sicurezza e maggiore flessibilità?
La giustizia non è solo una questione di reddito, ma di potere, ovvero della possibilità di
scegliere cosa fare della propria vita, che si tratti della scelta di dedicare meno ore al lavoro
retribuito o della possibilità di avere un più facile accesso al lavoro. In altri termini, si tratta di
quello che definisco come libertà reale di fare. Di fare nel lavoro e al di fuori del lavoro. Anche
se parliamo di reddito, dunque di una risorsa monetizzabile, i benefici non si limitano a
considerazioni sul benessere materiale degli individui, ma investono l’uso che possiamo fare
del nostro tempo. Il reddito minimo universale ci consente di accedere al lavoro, di svolgere
attività fuori dal lavoro, ci dà maggior potere di consumo: essendo universale contribuisce a
combattere l’esclusione dal lavoro, in quanto incondizionato ci permette di scegliere tra lavori e
attività non lavorative differenti.
In «Salvare la solidarietà» sollecita la creazione di meccanismi di redistribuzione massiccia a
livello europeo. Ma come sciogliere il dilemma, che lei stesso riconosce, tra l’insostenibilità
economica di un generoso welfare state nazionale e l’insostenibilità politica di un generoso
welfare state transnazionale? In altri termini, come ovviare al fatto che quanto più si amplia la
cornice tanto più le maggiori possibilità economiche si pagano in minori possibilità politiche?
Non credo esista alcuna speranza di restaurare la capacità economica degli Stati-nazione;
esiste però la speranza di promuovere e creare le capacità politiche su un livello più elevato.
Ma i meccanismi di redistribuzioni macroregionali non cadranno dal cielo, dalla mente
illuminata di un filosofo né dai computer dei burocrati di Bruxelles. Saranno piuttosto il
risultato di una forte mobilitazione da parte delle associazioni e dei movimento sociali. Il guaio
è che manca un movimento paneuropeo, transnazionale coeso e forte, mentre la lotta dei
sindacati è spesso frammentaria e i partiti politici di sinistra sono deboli. Come rimediare?
Agendo sul livello delle «pre-condizioni», favorendo la capacità di mobilitazione e
coordinamento delle lobby che rappresentano le associazioni dei più deboli. Dovremmo
reclamare l’istituzione di un’unica capitale politica europea, visto che la doppia sede facilita le
lobby più potenti e ostacola quelle minori. Operare per una democratizzazione radicale e
accelerata della lingua franca, l’inglese, uno strumento di potere importantissimo. E alimentare
il grande serbatoio di Internet con informazioni affidabili, esigendone la trasparenza.
FONTE: Il Manifesto 22.10.2009
http://www.uclouvain.be/cps/ucl/doc/etes/documents/2009zb.intervista_Van_Parijsilmanifesto.pdf[addsig]










