Dell’unità della lingua e dei mezzi per diffonderla

Il vocabolario della libertà

di Maria Luisa Altieri Biagi

Fatta l’unità si pensò alla lingua comune. Manzoni consigliò il fiorentino e testi dialettali ‘comparativi’

“Osanna, finalmente ci siamo contati! Non più scuse, non più sconce finzioni, non più insinuazioni maligne. I due partiti si sono divisi l’uno dall’altro, come si divide l’acqua dall’olio; di qua gl’italiani, di là i separatisti!” (‘La Nazione’, 18 marzo 1860). Così il Collodi commentava il plebiscito che aveva deciso l’unione della Toscana al Piemonte: 366.571 i votanti desiderosi di diventare “italiani”; 14.000 i “separatisti”, favorevoli al ritorno del Granduca Leopoldo. Maturavano così – per volontà popolare, oltre che per accordi diplomatici e azioni militari – le condizioni che permisero a Vittorio Emanuele II di proclamare il “Regno d’Italia” (17 marzo 1861).
Raggiunta l’unità politica, si pensa alla lingua e il ministro dell’istruzione chiede a un Manzoni più che ottantenne, come “rendere più universale in tutti gli ordini del popolo la notizia della buona lingua e della buona pronunzia”. E il Manzoni risponde con una relazione (‘Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla’) che conferma la sensibilità sociale da lui mostrata con le continue correzioni ai ‘Promessi Sposi’, a creare una “lingua dell’uso che fosse “bene comune” del popolo italiano; parole di livello letterario (frequenti nell’edizione del 1827) vengono sostituite da parole quotidiane nell’edizione del 1840: “accorata”/ “mesta”, “affranta”/ “stanca”, “conquisa”/ “vinta”, “fievole” / “debole”, “immoto”/ “immobile”, “occultato”/ “nascosto”, “sùbita”/ “improvvisa”, “tacito”/ “zitto”, “tapina”/ “misera”, ecc. Per diffondere “la buona lingua” il Manzoni consiglia un “vocabolario italiano” basato sull’uso fiorentino e “vocaboli dialettali” “comparativi” che facilitino il passaggio dai dialetti alla lingua. Meno attuabile la proposta di trasferire maestri toscani in altre regioni, a formare o aggiornare insegnanti locali.
Quale era, realmente, la situazione linguistica della neonata “nazione”? Nel 1861 i cittadini italiani erano circa 22 milioni; diventeranno 26 milioni dopo l’annessione del Veneto (1866) e la conquista di Roma (1870). Incerto invece il numero degli “italofoni”: la percentuale proposta dai linguisti oscilla dal 2,5% a più del 12% /dai 630.000 ai 3 milioni di individui). Più che scegliere in una “forbice” così ampia, dovremmo ammettere un numero molto più alto di cittadini forniti di “conoscenza passiva” dell’italiano: quelli che parlando un dialetto, erano in grado di “capire” (e quindi facilitati a imparare) l’italiano parlato da altri con cui avevano rapporti sociali o lavorativi. Un numero destinato a crescere rapidamente per il forte aumento della popolazione che, a fine secolo, superava i 50 milioni (più che raddoppiata, dunque, rispetto al 1861). E certamente più secolarizzati dei nati nella prima metà, grazie alla migliorata organizzazione scolastica postunitaria.
Aumentano i lettori, e quindi gli scrittori e le tirature di giornali, romanzi d’appendice, novelle, segretari galanti, libri per ragazzi, per signorine… Di un romanzo di Jolanda (Maria Majocchi Plattis, 1864-1917), ‘Le tre Marie’, furono vendute più di centomila copie. Tanta crescita era accompagnata da un appiattimento linguistico che un critico fine come Renato Serra così descriveva, nel 1913: “Quello che sembrava un mito, un ideale favoloso, l’unità della lingua e del tipo letterario, oggi comincia ad essere un fatto compiuto e pacifico, tanto naturale che la gente quasi non se ne accorge: non si sente più oggi, a leggere, se l’autore sia lombardo o piemontese o siciliano. Oggi tutti scrivono in modi diversi, press’a poco la stessa lingua; con una certa pulizia, più che proprietà, e scelta e ricchezza di vocabolario comune…”. E’ lo “stampo unico”, il “tipo unico”, di cui Serra un po’ si “rallegra” e un po’ si “lamenta” perché “l’uniformità dello stampo finisce presto a uguagliar tutto”.
Saranno le avanguardie letterarie e i pochi ma grandi scrittori del Novecento a rinnovare la lingua. Saranno i molti e grandi poeti dello stesso secolo a restituire colori alle sbiadite parole di tutti: “le tue parole iridavano come le scaglie/ della triglia moribonda”. (E. Montale).
(Da La Nazione, 2/2/2011).

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