Genocidio culturale italiano

De Giovanni spiegato a Della Loggia

Luigi Di Maio, in visita a Washington come vicepresidente della Camera e candidato premier M5S, con l’ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti, Armando Varricchio, davanti a Capitol Hill (Ansa)

Per essere un movimento eversivo non serve il fucile. Basta un clic

Qualche giorno fa abbiamo polemizzato con Ernesto Galli della Loggia che, sul giornale della borghesia per antonomasia, ha espresso la sua convinzione sul fatto che un partito come il Movimento cinque stelle, che si propone di mandare a casa un intero Parlamento, di sostituire la democrazia rappresentativa con quella del clic e altre amenità del genere, non sia in fin dei conti eversivo. In fondo, è solo un programma politico, no? Eversivo è chi prende il fucile, è il sottotesto di un ragionamento che, a ogni buon conto, non è soltanto di Galli della Loggia. Non c`è che da essere grati, perciò, al professor Biagio de Giovanni che sul Mattino di ieri in un lungo editoriale riprende, seppure indirettamente, il tema dell`editorialista del Corriere e ne dà una spiegazione ben diversa. “Che cosa significa oggi, per un movimento politico, essere eversivo?”, inizia. “Per definirlo tale non aspettiamoci la ripetizione della marcia su Roma del 1922 o gruppi di energumeni con i manganelli nelle strade”. Ma l`eversione esiste, anche nella parvenza del gioco democratico: “Eversivo, in una situazione democratica, è chi immagina se stesso, il movimento di cui è parte, come protagonista di una palingenesi. Il protagonista dice: opero in una situazione lontana da questo incomposto magma corruttivo che mi sta dinanzi… guardo tutti da una postazione dalla quale tutti gli `altri` sono coinvolti… Tutto questo va superato, distrutto”. Ideale per questa eversione sono “le nuove forme della comunicazione”. “Eversiva può diventare, sta diventando un`opinione pubblica che si forma così, con questi canoni, con la `violenza` di una sola parola che vale metaforicamente, s`intende, un colpo di pistola”. Dice altre cose, De Giovanni. Ma chi vuol capire ha capito. Anche GdL.

Redazione | Il Foglio | 30.11.2017

La violenza segreta ​delle parole

Che cosa significa oggi, per un movimento politico, essere eversivo? Per definirlo tale non aspettiamoci la ripetizione della marcia su Roma del 1922 o gruppi di energumeni con i manganelli nelle strade. Non siamo più negli anni venti-trenta del Novecento di ferro e di fuoco, siamo nella società contemporanea e non ho bisogno di delinearne sommariamente i tratti per far comprendere la lontananza da quel passato. Eversione non ha più a che fare con la violenza diretta, oggi essenzialmente individuale e assente perfino nel conflitto sociale che non esiste più come tale. Ma siccome in quella parola -eversione- qualcosa di violento c’è sempre, lo dice il vocabolario che la definisce come “distruzione, abolizione”, il compito dell’analista può stare nel misurare il significato di questa parola non sull’assolutizzazione di un modello del passato, ma piuttosto sul vorticoso mutamento dei significati in società dove tutto cambia in modo accelerato. Non è un esercizio semplice, ma bisogna provarci.
Eversivo, in una situazione democratica, è chi immagina se stesso, il movimento di cui è parte, come protagonista di una palingenesi. Il protagonista dice: opero in una situazione lontana da questo incomposto magma corruttivo che mi sta dinanzi, sono e resto solo, guardo tutti da una postazione dalla quale tutti gli “altri” sono coinvolti o nel malaffare o nel traffico di influenze o nel voto di scambio o addirittura nella mafiosità del potere. Tutto questo va superato, distrutto, e per poterlo fare io devo essere solo, non posso riconoscere nulla di diverso da me, al diverso da me è appiccicato il male di quelle cose.

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