Dante ci salverà dai kamikaze

I musulmani del nostro paese sono convinti che il modello vincente sia:

cittadinanza ma anche scuole pubbliche e laiche

“Sarà Dante a proteggerci dai kamikaze”

di Francesca Pad

Non basta ricordare che anche Hanif Kureishi è cittadino britannico d’origini pakistane e anziché progettare la distruzione del suo Pese gli ha dato lustro con romanzi come “My Beutiful Laundrette” e “Love in a blue time”. L’identikit dei ventuno arrestati a Londra, musulmani fisicamente residenti nel Regno Unito ma spiritualmente legati alle “madrasse” della patria Karachi, riporta l’Italia di fronte al rebus che dall’ 11 settembre 2001 tormenta la coscienza occidentale: l’integrazione è la cifra della società globale o il cavallo di Troia del terrorismo? Perché ancora una volta, dopo i blitz seguiti agli attentati del 7 luglio 2005, gli agenti di Scootland Yard hanno fatto irruzione in villette stile “working class” dove vivevano giovani, uomini in tutto simili ai loro connazionali inglesi se non per il desiderio in sonno di farsi esplodere a bordo di un aereo in partenza da Heathrow recitando “sure” del Corano.

“Ogni Paese fa storia a sé”, replica all’unisono l’Islam italiano, eccezionalmente unito nel distinguere il modello multiculturale made in Britain dalle nostre balbettanti prove di dialogo con l’immigrazione. Una precisazione che pare quasi un’autocritica per la risposta di una parte della comunità musulmana alla fiducia del governo di Downing Street. Pare, perché poi le sfumature sono molte, lievi variazioni di tono in cui può insinuarsi la zona grigia e infida del giustificazionismo”.

“Saranno Dante e Petrarca a proteggere l’Italia dalla mina impazzita del multiculturalismo all’inglese” sostiene Osama al Saghir, ventitreenne d’origine tunisina e presidente dei Giovani musulmani in Italia (Gmi). Un’affermazione solo in apparenza bizzarra: “La cittadinanza è condizione necessaria ma non sufficiente per l’integrazione. Avete visto la biografia di Mohamed Atta, il kamikaze del 11 settembre, o di quelli del 7 luglio? Gente che magari andava in discoteca, ma ignorava Shakespeare, la Magna Carta, la storia del Paese ospite”. Lui, che sogna d’invitare il rapper Carapezza a uno dei congressi del Gmi, ritiene “salvifica” la mescolanza: “Tutto parte dalla scuola. I musulmani devono frequentare le scuole pubbliche e imparare a sentirsi orgogliosi di ricorrenze tipo 2 giugno o il 25 aprile. Altro che quanto avviene nei ghetti di Londra dove i pakistani studiano come a Islamabad, i sauditi come a Riad, gli egiziani come al Cairo”.

L’educazione. Parola chiave anche per il marocchino Khalid Chaouki, redattore di Ansamed, autore del saggio “Salaam, Italia” e musulmano under 30 come, drammaticamente, la maggior parte degli aspiranti suicidi. “Ho pensato tante volte che quei ragazzi hanno la mia età”, osserva Chaouki “Potrebbero coltivare ambizioni future e invece aspirano al martirio. Sono spesso ignoranti, impreparati, facili vittime della propaganda dei media arabi che soffiano sul fuoco delle guerre accese dall’Occidente e dalla malia dei predicatori di ‘jihad’”. Secondo lui la Gran Bretagna “liberal” e gli intellettuali come Tariq Ramadan, che finora si sono concentrati sull’islamofobia degli inglesi, non dovrebbero trascurare il rischio dell’ “occidentalofobia autoalimentata ad arte dai musulmani”…

(Da La Stampa, 11/8/2006).

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