Così Londra sta aggirando Brexit: accordi bilaterali senza Bruxelles.

Inchiesta.

Così Londra sta aggirando Brexit: accordi bilaterali senza Bruxelles.

La premier May ha avviato contatti (informali) per intese commerciali
Punta a dividere gli Stati. Il fastidio della Commissione e dei leader
dell’Unione.

di Francesca Basso.

Forse è una strategia per rompere il fronte comune europeo in vista dei
negoziati o forse è davvero «confusione» politica, come osservano
alcuni. Londra si è messa in moto per la Brexit anche se ancora non in
modo ufficiale: ha intrapreso una serie di colloqui con alcune
capitali, in perfetto stile british — raccontano a Bruxelles —
lasciando trapelare la possibilità di accordi commerciali bilaterali,
creando più di qualche imbarazzo nelle controparti nazionali.

Le mosse di Londra

I rumors sono arrivati ovviamente anche in Commissione, dove più di
qualcuno ai massimi livelli si è infastidito. Tanto più che Londra ha
detto di voler attivare solo agli inizi del 2017 l’articolo 50 del
Trattato, la clausola di recesso dalla Ue vincolante per l’avvio dei
negoziati che porteranno al «leave». I colloqui informali delle scorse
settimane non rappresentano certo un comportamento sanzionabile, ma la
percezione che Londra sia in movimento è chiara e la strategia scelta
non molto gradita. C’è chi vi vede un modo per sondare il terreno e per
cercare consensi con trattative individuali, strumentali al negoziato
con la Ue, quando comincerà il confronto vero. La premier britannica
Theresa May sa bene che nella Ue convivono 27 interessi nazionali, che
peseranno quando il Consiglio europeo dovrà formulare le linee guida
della posizione dell’Unione. Venerdì prossimo a Bratislava si terrà il
primo vertice Ue dei capi di Stato e di governo senza Londra, e sarà l’
occasione per un confronto tra gli Stati membri.

Il fattore tempo

La linea ufficiale al momento è che «serve tempo a noi e all’Ue per
preparare i negoziati per la Brexit» (così due giorni fa la portavoce
di May al termine di un incontro di oltre un’ora a Downing Street con
il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk). Una delle prime mosse
della Gran Bretagna è stata istituire il ministero del Trade. Proprio
mentre le discussioni sul Ttip, il trattato di liberalizzazione
commerciale tra Stati Uniti e Ue, sembrano arenarsi, la premier Theresa
May ha detto che vuole fare della Gran Bretagna un «leader mondiale del
libero scambio». Su questo non ha perso tempo e a margine del G20 in
Cina ha intavolato discussioni su possibili accordi commerciali
bilaterali con Australia, India e Corea del Sud. Con Sidney è già stato
lanciato il Trade Working Group che lavorerà a un accordo per quando la
Brexit sarà effettiva. Una mossa così plateale che Steffen Seibert,
portavoce della cancelliera Angela Merkel, mercoledì scorso spiegava
durante il consueto appuntamento con la stampa che «la situazione è
chiara: un Paese membro dell’Ue non può, finché ne fa parte, negoziare
accordi di libero scambio bilaterali al di fuori della Ue». Insomma,
Londra è avvertita. E data l’impostazione scelta dalla Gran Bretagna
anche solo per attivare la clausola di uscita, per il «leave» ci
vorranno diversi anni, probabilmente più dei due indicati dal
Trattato.

Migranti e commercio

Il dicastero per la Brexit affidato a David Davis, che dovrà sedersi al
tavolo con Michel Barnier, non è ancora al completo. Raccontano a
Bruxelles che i britannici siano a caccia di esperti di affari
comunitari anche tra gli stessi funzionari della Commissione, perché
sanno che la trattativa si giocherà sui dettagli e chi meglio conosce i
meccanismi comunitari sarà più in vantaggio. May non ha intenzione di
scoprire subito tutte le proprie carte prima del negoziato, nemmeno in
patria. Qualcuno dice perché in mano ancora non ha molto. Comunque ai
deputati di Sua Maestà che le chiedevano aggiornamenti, May ha spiegato
che non farà la «cronaca» del processo di uscita dalla Ue. Davis aveva
definito come «molto improbabile» una permanenza del Paese nel mercato
unico. Aprendo uno scenario interessante. May si è rifiutata di
esprimersi su questo, quasi smentendo il suo ministro, e spiegando di
voler ottenere dalla Ue il controllo sugli ingressi degli immigrati
comunitari nel Regno Unito e «un accordo giusto» per gli scambi
commerciali (nel 2015 il valore delle esportazioni di Londra verso la
Ue è stato di circa 184 miliardi di euro e le importazioni dall’Europa
di circa 303 miliardi, dati Sace). Londra vuole che «l’uscita sia
soft». Sul come è tutto da vedere. Bruxelles aspetta le mosse della
Gran Bretagna. Il presidente del Consiglio Ue Tusk ha spiegato, dopo
aver visto May, che «la palla è nel campo del Regno Unito» e «l’
obiettivo» dell’Ue è di «stabilire la relazione più stretta
possibile».

I modelli di accordo

Gli esperti di diritto comunitario sono al lavoro e non solo a
Bruxelles. Ipotesi circolano tra le banche d’affari ma anche nelle
università. I punti di partenza sono gli accordi già in essere tra l’
Unione europea e altri Paesi, come la Svizzera, la Norvegia o il
Canada, che hanno specificità differenti. Ma potrebbe essere percorsa
anche la strada di un accordo speciale proprio per la Gran Bretagna,
tutto da definire e quindi molto complicato da costruire. Sul Corriere,
poche settimane dopo il referendum sulla Brexit, l’ex ministro per gli
Affari europei Enzo Moavero Milanesi aveva proposto di usare come base
il trattato istitutivo dello «Spazio economico europeo» (See), perché
garantisce un contesto di mercato senza barriere, in cui merci, servizi
e capitali (quindi investimenti) e lavoratori circolano liberamente. Lo
See recepisce oltre l’80% della legislazione Ue e lega i Paesi Ue a
quelli Efta (l ’Associazione europea di libero scambio). Però i
meccanismi See impongono le normative Ue e dunque la Gran Bretagna si
troverebbe destinataria passiva delle regole dell’Unione da cui ha
deciso di andarsene. Moavero metteva anche in evidenza i punti critici
di una soluzione simile dal punto di vista britannico, problemi più
politici che reali ma comunque presenti. Dal punto di vista comunitario
rappresenterebbe però un messaggio chiaro per il futuro: chi lascia la
Ue può unicamente accedere allo «Spazio economico europeo» e muoversi
in un unico mercato con gli ex partner. Del resto tutti i modelli
esistenti presentano pro e contro. Ad esempio se il punto d’arrivo
fosse un accordo tipo quelli che la Ue ha con un qualsiasi Paese
appartenente al Wto o con il Canada, Londra avrebbe certo il pieno
controllo sull’immigrazione (uno dei cavalli di battaglia di chi ha
sostenuto il «leave»), ma perderebbe il «passaporto» per i prodotti
finanziari (una sorta di Schengen della finanza). Il «passaporto»
finanziario è salvo, invece, se il modello è quello norvegese, che però
non consente limiti al libero movimento delle persone. C’è anche chi
ipotizza varianti «à la carte». È chiaro che negoziare i singoli punti
richiederà tempo.
(Da Corriere.it, 9/9/2016).

{donate}

 

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

0:00
0:00