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Politica e lingue

Corsera 9 maggio 2001

Corsera 9 maggio 2001

INTERVISTA Incontro con Viviane Reding, commissario europeo all’Istruzione e alla Cultura: il vostro Paese ha parecchi deficit da colmare
ITALIANI rimandati in lingue e informatica

dal nostro corrispondente ANDREA BONANNI

BRUXELLES – Rifiuta di parlare di una "Maastricht della scuola", ma in realtà il processo di raffronto e di omogeneizzazione dei sistemi educativi europei è cominciato proprio sotto la sua guida, rompendo un tabù che durava da quarant’anni. E non si fermerà tanto presto. Viviane Reding, lussemburghese, commissario europeo alla Cultura e all’Istruzione, è al centro di una gigantesca operazione che coinvolge i ministri dei quindici Paesi e che ha lo scopo di migliorare la qualità dell’ istruzione in Europa stabilendo una serie di parametri e di raffronti tra i vari sistemi scolastici. Un primo rapporto, pubblicato dalla Commissione l’anno scorso, non è stato certo lusinghiero per l’Italia. Siamo poco sotto la media come capacità di lettura. Molto al di sotto per quanto riguarda padronanza delle lingue e utilizzo delle tecnologie informatiche. Siamo il solo paese dell’Ue che non ha fornito dati sulla qualità di insegnamento di matematica e scienze. Andiamo male in educazione civica. Abbiamo pessimi risultati perquanto riguarda l’abbandono degli studi. Insomma: un disastro. Un secondo rapporto è atteso per l’autunno.
"Commissario, ma l’Italia è messa proprio tanto male?"
Quello che è chiaro è che in Italia ci sono parecchi deficit da colmare.Che occorre un’azione politica per andare avanti. Ho visto con molto piacere che il governo si muove. Vuol dire che ha capito che c’è un ritardo, ha capito che occorrono sforzi particolari in questo settore. Per esempio, inmateria di insegnamento delle lingue, ho discusso a lungo con il ministro De Mauro sul fatto che bisogna cominciare prima possibile, e non aspettare chei bambini abbiano dieci o dodici anni. Credo che la riforma appena varata, che avvia lo studio delle lingue all’età di sette anni, vada nella buona direzione. Non bisogna dimenticare che, in materia di istruzione, dal momento in cui una decisione politica è presa al momento in cui comincia adare risultati, passa parecchio tempo. Non si può certo pensare di fare la riforma e avere riscontri immediati. Certe lacune richiedono tempo per essere colmate. Non si può insegnare le lingue a tutti i bambini di sei anni se non si hanno gli insegnanti preparati per farlo. In questo possono veniredi aiuto le nuove tecnologie, i programmi di insegnamento via computer.Nel caso dell’Italia, però, a quanto sembra non abbiamo gli insegnanti di lingue‚ le nuove tecnologie per sostituirli, i formatori che preparino all’uso delle nuove tecnologie.
"L’Italia sta mettendo in piedi le strutture per colmare questo deficit. E’ evidente che, quando si parte da una situazione molto catastrofica, occorrefare sforzi maggiori rispetto a quelli necessari nei Paesi che si trovano già in una situazione media. E mi sembra chiaro che l’Italia dovrà fare enormi sforzi per colmare questo deficit".
Vuol dire che in Italia l’educazione dovrebbe essere la priorità di qualsiasi governo?
"Penso che abbiamo problemi dovunque in Europa, tranne forse nei Paesi nordici. Dunque l’istruzione deve essere la priorità in tutti i Paesi. Certo è più difficile risolvere il problema in Grecia che in Germania, che ha più mezzi a disposizione".
Peraltro, se si guardano gli indicatori di spesa per studente, l’Italia spende per le scuole primarie e secondarie quanto e più degli altri. E allora, che cos’è che non va?
"E vero. E non sono in grado di dare una risposta. Ma le cifre assolute nonsono sempre indicative. Evidentemente si tratta anche di un problema di qualità della spesa. Di come i fondi vengono utilizzati".
Ci sono forti discrepanze tra i vari Paesi?
"L’insegnamento in Europa non sarà mai omogeneo. Non vogliamo armonizzarlo, per esempio, i Paesi scandinavi hanno una attenzione particolare all’ insegnamento delle lingue e allo studio della matematica. In altri Paesi, invece, il deficit in matematica comincia davvero a farsi sentire. Gli scandinavi inoltre praticano già da tempo il lifelong learning , l’educazione permanente, che è essenziale nella nostra società".
Dal punto di vista della competitività, quali sono gli studenti europei messi meglio?
"Impossibile rispondere. Possiamo dire che quelli che sfruttano la mobilità,che riescono a studiare in un altro Paese, sono coloro che hanno una buona padronanza delle lingue. Noi vorremmo creare un nuovo sistema, anzi, ricreare un sistema antichissimo, quello del Medioevo: andare a cercare l’eccellenza nei poli di eccellenza che ci sono ovunque. Il mio sogno è che uno cominci gli studi a Bologna, li continui a Parigi e li finisca a Berlino. Ma per questo evidentemente occorre padroneggiare le lingue".
Rispetto al resto del mondo, come definirebbe la situazione complessiva dell’Europa?
"Direi che siamo in una situazione privilegiata. Perchè‚ in Europa esiste una forte dimensione sociale dell’educazione. L’insegnamento è aperto a tutti, non solo per qualche eletto o per i figli dei ricchi. Ed è una dimensione che vogliamo salvaguardare. Certo, occorre formare un’élite, ma occorre anche che il complesso della società sia ben preparato. Per questo ci preoccupa tanto l’ e-learning , l’utilizzo delle nuove tecnologie nell’insegnamento. Non dobbiamo creare un nuovo fossato in Europa tra i Paesi nordici che utilizzano queste tecnologie e quelli che ancora non lo fanno".
E in confronto alle altre grandi potenze economiche, come Giappone o StatiUniti?
"I giovani giapponesi sono molto deboli nelle lingue, mentre hanno una buona preparazione scientifica. Negli Usa ci sono enormi differenze sociali. Non c’è pressione perchè‚ i giovani proseguano gli studi. Credo che gli Stati Uniti abbiano molto da imparare da noi".
Ma non considera un fallimento il fatto che l’Europa si trovi a dove rimportare centinaia di migliaia di tecnici informatici da Paesi in via disviluppo, come l’India o il Pakistan?
"Certo, è un fallimento. Non abbiamo saputo individuare in tempoun’evoluzione che è arrivata molto in fretta. C’è un deficit di 1,7 milionidi posti di lavoro nelle nuove tecnologie che non riusciamo a riempire. Ma credo che sia stato uno shock salutare in che senso? Fino a qualche anno fa l’ idea di stabilire raffronti qualitativi tra i sistemi scolastici era semplicemente improponibile. Credo che la svolta sia stata provocata proprio dall’ emergere del deficit enorme di specialisti in tecnologie informatiche, che ci costringe a importare personale qualificato lasciando in dietro cittadini europei che non hanno la preparazione necessaria. In termini umani è uno spreco incredibile. Se vogliamo un’Europa competitiva occorre davvero fare le cose in fretta, meglio e in modo coordinato. Non proponiamo una Maastricht dell’ istruzione perchè, come ho detto, non cerchiamo di unificare i sistemi educativi. Però occorre trovare soluzioni analoghe e compatibili dappertutto in Europa. E fare le riforme necessarie in ogni Paese sarà indubbiamente più facile se ciascun governo si troverà confrontato a una forte pressione a livello europeo.

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