IL CASO
Lauree e dottorati in inglese è rivoluzione al Politecnico
Svolta internazionale: i corsi degli ultimi due anni abbandoneranno la lingua italiana
di LUCA DE VITO
Tutto in inglese. È una piccola rivoluzione quella in arrivo al Politecnico, dove dal 2014 i corsi delle lauree magistrali (ovvero i due anni dopo la triennale) e dei dottorati saranno interamente in lingua straniera. Per architetti, ingegneri e designer che vorranno completare il percorso di studi quinquennale nell’ateneo di piazza Leonardo da Vinci, l’inglese non sarà più un optional. Lezioni, libri di testo e dispense, esami: l’italiano verrà abbandonato in tutti gli aspetti della formazione.
È una netta accelerata verso l’internazionalizzazione quella voluta dal rettore Giovanni Azzone. Già oggi sono 17 le lauree magistrali, due quelle triennali e 24 i dottorati di ricerca dove l’italiano è off limits. La nuova iniziativa riguarderà tutti i 34 corsi specialistici. Non solo. Dalle casse dell’ateneo usciranno 3,2 milioni di euro di investimento per attrarre docenti di livello internazionale: 15 professori, 30-35 post dottorati e 120 visiting professor. «Il nostro primo obbiettivo è quello di formare capitale umano di qualità — ha spiegato il rettore durante la presentazione insieme al ministro dell’istruzione Francesco Profumo — per rispondere sia alle esigenze delle imprese che degli studenti i quali vogliono essere sempre più spendibili sul mercato del lavoro mondiale». Non a caso, la proposta è stata accolta con favore da tutte le rappresentanze studentesche.
Con la nuova iniziativa il Politecnico si pone davanti a tutte le altre università milanesi sul piano dell’internazionalizzazione, dividendo il primo posto con la Bocconi. In via Sarfatti si parla la lingua di Shakespeare già dal 1999 — anno del primo corso di laurea interamente in inglese — e oggi è la regola in sette magistrali su dieci e in una triennale. Le altre sono più indietro. In Cattolica si contano tre magistrali nella sede di Milano (tutte economiche), mentre alla Bicocca solo una parte di alcuni corsi di laurea è in lingua e allo Iulm ci sono soltanto tre master.
Alla Statale infine — dove adesso ci sono solo due magistrali in inglese — per attirare gli studenti dal resto del mondo hanno deciso di percorrere un’altra strada, quella dei “pacchetti d’ingresso”. «Dal prossimo anno accademico — ha spiegato il prorettore all’internazionalizzazione Mario Regini — agli studenti stranieri offriremo un anno di lezioni in inglese e contemporaneamente un corso intensivo in italiano, in sette triennali e cinque magistrali di area economica e matematica. Così, dopo il primo anno, il resto del corso potranno seguirlo nella nostra lingua».
(Da http://milano.repubblica.it 14/2/2012).













Dal Politecnico di Milano a Bolzano, quando l’università parla inglese
di Alberto Magnani
Bilingui sì. Del tutto anglofoni no. O non ancora. Nel solo 2012, 57 degli 81 atenei associati al Crui (Conferenza rettori universitari italiani) hanno incluso corsi in inglese nell’offerta formativa. Il 70%. Un esperimento che funziona, a giudicare dal buon feedback di laureati e mercato del lavoro. Ma fatica a decollare del tutto. Sia per i ritardi nella preparazione linguistica di docenti e matricole, sia per l’incompatibilità di alcuni corsi con un idioma diverso dall’italiano. E se in Bocconi sette lauree magistrali su 10 sono integralmente «English taught», c’è chi resiste. Come i 234 docenti del Politecnico di Milano che hanno respinto l’ipotesi di escludere l’italiano dall’offerta didattica delle ex specialistiche, i bienni di magistrale.
Quanti sono, dove sono
In totale, i corsi in inglese erogati raggiungevano nell’anno accademico 2011/2012 le 671 unità. Con percentuali sbilanciate sulla specializzazione: i corsi di laurea triennale non incidono per più del 3%, lauree magistrali e dottorati sfiorano il 60%. A riprova di target distinti tra i titoli di primo livello, orientati alla formazione, e i bienni magistrali. Che rappresentano, sempre più spesso, il biglietto di sola andata per il mercato internazionale.
Quanto a diffusione geografica, gli atenei del nord scalzano nettamente i colleghi di centro e sud. Merito di colossi come Milano, Torino o Bologna. E di eccellenze più recenti: la Libera Università di Bolzano, fondata nel 1997, è il primo ateneo su scala europea ad offrire corsi trilingui in italiano, inglese e tedesco.
Ingegneria, finanza, medicina. Chi parla straniero (e chi no)
Tra le aree disciplinari, il predominio va agli studi ingegneristici ed economici, dove i corsi impartiti in inglese rappresentano il 25% e il 20% dell’offerta totale. Le lauree in "economics" e corsi associati sono 8 a livello triennale e quasi 50 al giro di boa del biennio specialistico. Per le facoltà di ingegneria, includendo anche il settore di ingegneria civile e architettura, il totale sale rispettivamente a 10 e 58.
Sempre più orientate sull’inglese le "scienze mediche", cioè Medicina e discipline di area sanitaria. L’Università Cattolica del Sacro Cuore inaugura proprio nel 2013 un corso di laurea in Medicine and Surgery, con 52 posizioni disponibili. A Pavia la stessa offerta è attiva da anni, per un totale di 100 ammissioni: 60 per cittadini Ue, i restanti per matricole da tutti i continenti.
In fondo alla classifica compaiono le discipline di impronta umanistica (come storia, filosofia e lettere a indirizzo antico o moderno) con nessun corso di laurea in inglese al triennio e solo due nell’offerta didattica magistrale. Più sorprendente il vuoto assoluto di corsi in inglese fra lauree di primo livello in biologia, chimica e fisica: offerta pari a zero nel corso triennale, con una media di 6-8 alternative nel biennio.
Il caso del Politecnico
E a proposito di sorprese. Aveva fatto scalpore il no di più di 200 docenti del Politecnico di Milano alla conversione in inglese delle lauree magistrali. Con tanto di ricorso al Tar, vinto, per salvaguardare l’italiano nell’insegnamento. Scalpore perché il "Poli" è un caso scuola di internazionalizzazione, con un’offerta in lingua inglese che include 2 lauree triennali, 19 corsi magistrali e 18 corsi di dottorato di ricerca. Numeri che pagano nell’attrattività europea e mondiale dell’ateneo.
Nel solo 2012/2013, gli iscritti stranieri hanno sfiorato il 10%, rappresentando 113 paesi tra i corridoi di piazza Leonardo da Vinci, della Bovisa e delle sedi staccate tra Lombardia ed Emilia-Romagna. Una fetta divisa tra il 6% dei triennalisti (1.565), il 16% di chi studia in magistrale (2.080) e addirittura i 20 e 26% dei perfezionando all’Alta Scuola Politecnica e dei corsi di dottorato (54 e 290, su un totale di iscritti ovviamente più esiguo).
(Da ilsole24ore.com, 31/7/2013).
LIBERTA’ DI EDUCAZIONE
SCUOLA/ Inglese vs. italiano, ecco perché il Tar ha bocciato i "talebani"
di Fulvio Cortese
Fa ancora discutere la sentenza (n. 1348 del 2013) con cui il Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia (Sez. III) ha annullato, il 23 maggio scorso, la delibera del Senato accademico del Politecnico di Milano, a mezzo della quale si era stabilita, a decorrere dall’anno 2014, l’attivazione "esclusivamente in inglese" delle lauree magistrali e dei dottorati di ricerca.
L’esito del giudizio – che ora si trova in grado d’appello, dinanzi al Consiglio di Stato, e che quindi non può dirsi definitivo – ha suscitato moltissime reazioni, della più varia natura. Alcune sono state apertamente favorevoli, e hanno evidenziato la giusta difesa della lingua italiana come fondamentale veicolo del patrimonio culturale nazionale. Altre sono state scettiche, e non sono mancati coloro che hanno enfatizzato tutti i pericoli di un atteggiamento pigro e municipale, capace soltanto di accreditare visioni eccessivamente ristrette della ricerca e della cultura: il rischio che è stato paventato, e che non è certo ignoto, è quello di aggravare il gap che relega ancora verso il basso il ranking medio dell’accademia italiana e dei suoi pur brillanti risultati, ponendo così anche la maggioranza degli studenti, e degli studiosi, che si formano nel nostro Paese in una condizione scarsamente competitiva.
Nel merito, si può subito osservare che, come sempre accade nel nostro dibattito pubblico, un tema davvero importante – l’italiano e il suo ruolo nel contesto di un’educazione che è sempre più proiettata oltre i confini – viene stracciato nella contesa di fazioni che, alla fine, riescono solo nell’obiettivo di anteporre ragioni astratte ad emergenze molto più concrete. Sicché sono pienamente condivisibili le opinioni di chi, come Claudio Giunta (Domenicale del Sole 24 ore, 14 luglio 2013), ha invitato tutti i protagonisti di questa surreale baruffa ad un bagno di più sano realismo.
Del resto, è proprio ad un atteggiamento serenamente consapevole che la vicenda processuale del Politecnico dovrebbe stimolarci. Perché le pronunce vanno lette integralmente, tanto più nel caso di specie, nel quale il giudice amministrativo non ha dato alcun credito ad interpretazioni totalmente unilaterali, ma ha cercato, anzi, di proporre una ricostruzione il più possibile equilibrata. È a questo equilibrio, allora, che occorre guardare per comporre le ampie, e forse poco utili, polemiche di questo periodo.
Il provvedimento del Politecnico era stato impugnato da un nutrito numero di docenti dello stesso Ateneo, che, oltre ad aver prospettato la violazione della libertà di insegnamento e l’effetto discriminante a carico degli studenti, avevano anche invocato la necessità di rispettare la normativa vigente. In particolare, era venuto in gioco l’art. 271 del regio decreto n. 1592 del 1933, nella parte in cui stabilisce tuttora che la lingua italiana è la lingua ufficiale dell’insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari.
(Da ilsussidiario.net, 28/7/2013).
ITALIANO VS INGLESE / 1
Ricchi di molte lingue
Il convegno promosso dalla Crusca e la recente sentenza del Tar pongono nuovi problemi sul plurilinguismo
di Nicoletta Maraschio
A conclusione del convegno «Città d’Italia: ruolo e funzioni dei centri urbani nel processo postunitario di italianizzazione» (Firenze, Accademia della Crusca, 18-19 aprile 2013, per i cinquant’anni della Storia linguistica dell’Italia unita di De Mauro), è stato elaborato un documento, Conoscere e usare più lingue è fattore di ricchezza che, sottoscritto da tutte le associazioni partecipanti e da molti altri linguisti, è stato inviato al presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio e ad alcuni Ministri (lo si può leggere nel sito della Crusca: http://www.accademiadellacrusca.it).
I firmatari – per lo più studiosi impegnati in vari campi della Linguistica italiana, delle Scienze del linguaggio e, in particolare, in quello della Linguistica educativa – ribadiscono l’importanza del plurilinguismo, non solo quale elemento fisiologico della specie umana, ma, anche quale comprovato fattore di crescita psicocognitiva, sociale e culturale. Chiedono quindi alle istituzioni della Repubblica iniziative concrete di formazione e di aggiornamento degli insegnanti nel campo della Linguistica italiana e delle Scienze del linguaggio, da estendere agli operatori socioculturali che agiscono nel delicato e complesso mondo dell’immigrazione. La ministra per l’integrazione, Cécile Kyenge ha immediatamente risposto, dimostrando grande sensibilità verso i complessi problemi linguistici attuali.
L’Italia attraversa una fase delicata di trasformazioni che riguardano non solo gli assetti socio-economici e politici, ma anche e soprattutto quelli linguistici e culturali. Rispetto a cinquant’anni fa e al quadro tratteggiato in modo magistrale da De Mauro nella sua Storia linguistica dell’Italia unita (1963), molto è cambiato. La globalizzazione, internet, i flussi migratori hanno inciso sull’architettura generale del nostro spazio linguistico, in cui ora si confrontano, accanto all’italiano, finalmente lingua di tutti, molte più lingue, tra le quali l’inglese, che occupa una posizione rilevante come lingua «franca», soprattutto in alcuni ambiti settoriali.
La dimensione europea ha inoltre assunto un’importanza impensabile fino a qualche decennio fa: l’Unione chiede a ogni suo cittadino di conoscere, oltre alla propria, almeno altre due lingue, in conformità con il multilinguismo/multiculturalismo che è uno dei cardini della coscienza europea (tutte le lingue sono «patrimonio comune»).
L’Italia è molto lontana da tale obiettivo. In particolare, per quanto riguarda l’italiano, restano drammatiche le diseguaglianze, da più parti evidenziate, nella capacità del suo uso effettivo. Si ripropone dunque oggi una delicata «questione linguistica», da affrontare con strumenti metodologicamente e politicamente adeguati, soprattutto necessari in un Paese come il nostro nel quale alla corretta visione/interpretazione di tali fenomeni si frappongono dà sempre pesanti lenti oscuranti: una debole coscienza linguistica nazionale, molti equivoci sull’idea stessa di politica della lingua/delle lingue e sui modi per modernizzare e internazionalizzare la formazione e la ricerca.
Di assoluta rilevanza in questo quadro è la politica linguistica delle Università. L’Accademia della Crusca, ha organizzato l’anno scorso una «Tavola rotonda sull’inglese come lingua veicolare» (Fuori l’italiano dall’università? Inglese, internazionalizzazione e politica linguistica, Accademia della Crusca-Laterza, 2012) per suscitare una riflessione larga e approfondita sul valore della lingua materna e del plurilinguismo/multilinguismo come strumento fondamentale di dialogo interculturale.
La posizione decisamente prevalente, tra oltre cento pareri di linguisti, giuristi, economisti e scienziati e scrittori, è stata quella contraria al monolinguismo anglofono nell’insegnamento universitario. L’occasione è stata la scelta del Politecnico di Milano di avviare, dal 2014-2015, i corsi magistrali esclusivamente in inglese. Una recente sentenza del Tar Lombardia ha dichiarato illegittimo tale provvedimento, sulla base di motivazioni diverse, ma soprattutto per la violazione del principio di eguaglianza, con conseguente discriminazione di docenti e studenti di un’Università pubblica italiana che non accettino di svolgere o di frequentare un intero corso di laurea solo in inglese.
Le strade dell’internazionalizzazione, ritenuta ovviamente fondamentale da tutti quelli che hanno a cuore l’Università, paiono altre, a cominciare da maggiori risorse da destinare alla scuola, all’alta formazione, alla ricerca e alla cultura, ambiti che ci vedono purtroppo nelle ultime posizioni in Europa. Come ha scritto Maria Luisa Villa, nota e attenta scienziata milanese, nel suo bel libro L’inglese non basta: una lingua per la società (Bruno Mondadori), l’inglese è assolutamente necessario, ma non è affatto sufficiente per rendere internazionali i nostri Atenei. L’abbandono delle lingue nazionali nell’alta formazione, a cominciare dall’ambito scientifico, può avere conseguenze gravi su piani diversi, da quello economico a quello culturale, e innanzi tutto nel delicato processo di circolazione sociale dei saperi.
In questi giorni è stato presentato ricorso in appello contro la sentenza del Tar Lombardia.
Senza entrare nelle argomentazioni formali, importa mettere in evidenza in quel testo un’affermazione che potrebbe
avere conseguenze determinanti sul futuro della nostra lingua. Preso atto della mancanza della indicazione esplicita in Costituzione dell’ufficialità della lingua italiana, si sostiene che l’ufficialità, peraltro affermata chiaramente in leggi e in sentenze della Corte costituzionale, non può essere utilizzata in relazione all’utilizzo della lingua inglese, il che semplicemente significa disconoscere che l’italiano sia la lingua ufficiale della Repubblica e consentire un’applicazione generalizzata del modello educativo monolingue e anglofono adottato dal Politecnico milanese.
Appare insomma quanto mai urgente impostare nel nostro Paese una nuova politica linguistica, capace di portare i giovani a un saldo e diffuso possesso della lingua nazionale e di almeno due lingue europee (una delle quali sarà l’inglese), di valorizzare la crescente ricchezza linguistica presente sul territorio e di promuovere maggiormente, sul piano internazionale, la nostra lingua e la nostra cultura, che continuano ad avere una forte attrattività soprattutto nell’Europa orientale, nel Mediterraneo e nell’America del Sud. Solo favorendo la consapevolezza che il plurilinguismo/multilinguismo è un valore individuale e collettivo da tutelare e promuovere, potremmo guardare al futuro con la speranza di riuscire a proporre modelli innovativi. Lo potremo fare se saremo capaci di valorizzare la nostra lunga storia di coesistenza di tante lingue diverse e se non ci appiattiremo sul monolinguismo/monoculturalismo anglofono da cui, per altro, alcuni dei Paesi europei più avanti di noi sulla strada della modernizzazione e internazionalizzazione, come la Germania, prendono ormai le distanze.
Presidente Accademia della Crusca
(Da Domenica (Il Sole 24 Ore), 14/7/2013).
Il PoliMI, il TAR e il senato accademico
“…Ricorrere al TAR, scavalcando il VOSTRO Senato accademico, mi sembra un’iniziativa poco elegante, e piuttosto grave…. Se ogni volta che qualcosa non ci garba tiriamo in ballo i tribunali amministrativi, buonanotte” (“Inglese al PoliMI: cito la sentenza del TAR” – ). Vero. E infatti il Senato Accademico, invece di rimboccarsi le maniche e proseguire con l’internazionalizzazione nei limiti esistenti, e magari muovendosi a livello ministeriale per promuovere nuove leggi, cosa fa? Fa ricorso al Consiglio di Stato. Buonanotte bis? Ovvio che in una nazione normale, se il Consiglio di Stato si pronunciasse (pronuncerà) concorde la TAR, i favorevoli del Senato Accademico si dimetterebbero per evidente incapacità di dirigere seguendo le norme vigenti. Ma siamo in Italia, hanno già dichiarando che il ricorso “è un passo indispensabile per chiarire l’interpretazione delle norme vigenti”. Chiedere un’interpretazione e basta? Buonanotte ter. In tutto questo, la saggezza appare solamente nel messaggio dei rappresentanti degli studenti in Senato Accademico, che sul ricorso si sono astenuti proprio in quanto perplessi da questa burocratica litigiosità. Parentesi: come è limitata la lingua italiana. Se solo potessi scrivere in spagnolo, dove esiste il congiuntivo futuro! Il periodo ipotetico al futuro in questa lettera sarebbe utilissimo. Cito Maddalena Capasso R. English, the language of business. Francais, la langue de la diplomatie. Deutsche, das techniksprache. Italiano, la lingua dell’amore. Espanol, el idioma para hablar con Dios.
Lucio Araneo, Velistapercaso@hotmail.com
(Da italians.corriere.it, 1/7/2013).
Tenetevi stretta la vostra lingua
Cari Italians e spettabile Severgnini, sono uno studente francese in Italia da due anni e frequento un master al Politecnico di Torino. Da studente straniero vi dico:tenete stretta la vostra lingua! In altri paesi ormai non è più possibile seguire le lezioni nella lingua nazionale. Perché? Perché c’è sempre uno studente inglese o irlandese pigro che non conosce e vuole imparare altre lingue, che alza la mano per dire “English, please”. Così, tutti gli altri si devono adattare. È una forma di ricatto che incentiva la pigrizia degli stranieri. In Italia invece uno è obbligato a seguire le lezioni in italiano e quindi impara velocemente la lingua. Ho altri amici dalla Francia che studiano in inglese qui a Torino e dopo un anno non sanno dire nulla (ma proprio nulla!) in italiano perché usano solo l’inglese. Così perdono la possibilità di imparare l’italiano.
Jean-Pierre Chassot, chassot.jeanpierre@yahoo.fr
Quello “studente inglese o irlandese pigro” pensa di avere un vantaggio – e non sarà così. Tu conoscerai due lingue – anzi tre, considerato come usi l’italiano. Lui una sola; e probabilmente male. Credimi JPC: l’inglese non è solo la lingua degli inglesi, degli irlandesi, degli australiani o degli americani. E’ la lingua di lavoro del mondo: uno strumento, non un’ideologia. Sii pratico. Limitandoti al francese o all’italiano, nel campo dell’ingegneria, ti precludi molte possibilità di lavoro: sei sicuro di volerlo fare? La nostre due bellissime lingue avrai mille altre occasioni di parlarle, vedrai.
(Da italians.corriere.it, 1/7/2013).
Inglese al PoliMI: cito la sentenza del TAR
Caro Dr. Severgnini, nella rubrica “Italians” online è apparsa una lettera (“PoliMI: il TAR appoggia una minoranza retriva” – ) offensiva nei confronti dei docenti del Politecnico di Milano, che hanno vinto il ricorso al TAR contro l’obbligo della lingua inglese. Si deve dire, a onore dei giudici, che il TAR non “appoggia” una “minoranza rumorosa e retriva”, ma parla in nome del Popolo Italiano. Ma se per “retriva” si intende “reazionaria”, allora siamo “reazionari”, perché abbiamo reagito all’esclusione dell’italiano nei corsi universitari, contro ogni diritto costituzione e contro le leggi della Repubblica Italiana, come ha osservato il TAR (Sentenza N. 01348/2013 del TAR Lombardia), una sentenza da leggere. Cito: «Insomma, l’uso della lingua straniera deve essere tale da affiancare, in particolari materie, quello della lingua italiana, nei limiti in cui sia necessario per favorire il processo di internazionalizzazione (….) Ne consegue che la disciplina gravata [l’obbligo dalla lingua inglese] contrasta con il principio del primato della lingua italiana sia per l’ampiezza riconosciuta all’impiego della lingua inglese, sia per la diversa incidenza riconosciuta all’italiano e all’inglese rispetto alla formazione specialistica.»
Emilio Matricciani, Emilio.Matricciani@polimi.it
Caro Prof. Matricciani, online ho pubblicato la sua lettera per esteso e le ho risposto in maniera esauriente (spero!). Qui mi limito a ricordare due cose. La prima: gli aggettivi “rumorosa e retriva” sono acqua fresca, considerato cosa gira nei blog di questi tempi! La seconda: ricorrere al TAR, scavalcando il VOSTRO Senato accademico, mi sembra un’iniziativa poco elegante, e piuttosto grave. In America la comunità accademica nazionale avrebbe stigmatizzato la cosa; in Italia non mi sembra sia avvenuto (non sono sorpreso, chissà perché). Se ogni volta che qualcosa non ci garba tiriamo in ballo i tribunali amministrativi, buonanotte. Non vi va più da nessuna parte: come accade, del resto.
(Da http://italians.corriere.it, 29/6/2013).
ARCHITETTURA E LINGUA FRANCA
RIPARLIAMO DELL’INGLESE
di Angelo Torricelli
La formazione dell’architetto si compie entro una rete di relazioni molteplici: con i luoghi dove si abita, si studia e si viaggia; con la cultura dell’architettura, il suo radicamento e il suo posizionamento nella rete internazionale dei riferimenti; con i modi di produrre, le pratiche e i rapporti sociali, attualmente interessati da un rapido processo di diffusione del «sistema architettura» a livello planetario. Di conseguenza l’obiettivo di collocare l’insegnamento nel contesto internazionale è un compito che non può oggi essere eluso o posticipato. Già da alcuni anni le Scuole di Architettura del Politecnico di Milano offrono percorsi in lingua inglese rivolti a studenti italiani e stranieri, inseriti in programmi di scambio internazionale che vedono coinvolti docenti e ricercatori, anche per costruire occasioni di formazione all’estero, quali workshop e tirocini. Guardando al futuro, il compito dell’Ateneo è quello di definire la programmazione didattica dei prossimi anni in riferimento ai problemi attuali della formazione politecnica, alle richieste del mondo del lavoro e alle aspettative dei giovani e delle loro famiglie. L’obiettivo dichiarato è quello di dar vita a un’università internazionale radicata nella cultura italiana. L’innesto della lingua inglese è indispensabile per valorizzare la stessa tradizione che contraddistingue l’alto profilo degli studi: costituisce un vantaggio innegabile sia per gli studenti, sia per i docenti. Per i primi si tratta del requisito per essere in grado di esprimere le proprie capacità anche all’estero, per i secondi incrementa la possibilità di partecipare ai convegni e ai concorsi di progettazione che si svolgono in inglese, la lingua oggi prevalente delle pubblicazioni, soprattutto in ordine alla loro diffusione e valutazione nella comunità scientifica. Comunque la qualità della didattica e della ricerca nel contesto internazionale presuppone un processo di revisione dei contenuti degli insegnamenti che non coincide con la semplice traduzione dall’italiano all’inglese. Va anche detto, per inciso, che esprimersi in inglese obbliga alla ricerca in termini di logica e di chiarezza concettuale. Altra questione di rilievo è, tuttavia, la salvaguardia di quegli ambiti disciplinari nei quali la letteratura scientifica è fondata in maniera preponderante sulla lingua italiana, che pure determina l’attrattività dei nostri corsi per studenti e docenti stranieri. Nelle Scuole di Architettura, in particolare, il percorso didattico si articola in due momenti tra loro correlati: al centro le attività di laboratorio per la progettazione e la ricerca operativa; di fronte lo studio delle discipline dell’architettura e di quelle che ne possono arricchire gli ambiti di conoscenza. L’utilizzo di una «lingua franca» quale è l’inglese è impegno coerente con le finalità di una attività didattica che sia capace di sintetizzare gli apporti di diverse competenze specialistiche e che, tra l’altro, coinvolga studenti italiani e stranieri quali attori e non semplici fruitori. *preside della Scuoladi Architettura Civile Politecnico di Milano
(Dal Corriere della Sera, 27/6/2013).
E’ inevitabile che l’inglese diventi la lingua universale
Ciao Beppe, vorrei dire la mia sulla questione dei corsi in inglese al PoliMi, e piu’ in generale sul problema della “difesa” dell’italiano. Fra le lettere che voi pubblicate, direi che prevalgano gli interventi che difendono la “nobile” lingua italiana contro i soprusi dell’inglese. Il mio pensiero e’ l’opposto, c’e’ ancora troppo poco inglese in Italia, piu’ se ne puo’ aggiungere, meglio sara’ per tutti. 1) La lingua serve per capirsi: con l’Italiano, comunico solo in Italia, con l’inglese, comunico col mondo. 50 anni fa, limitarsi all’Italia era sufficiente ad una larga maggioranza, oggi e’ un limite inaccettabile – cosi’ come il non saper usare email, Internet, etc. Viste le prospettive economiche dell’Italia, questo sara’ probabilmente sempre piu’ vero anche in futuro. 2) Che la diffusione dell’inglese danneggi la lingua italiana e’ un falso mito. Ci sono popoli (per esempio, l’India, o i paesi scandinavi) dove l’inglese e’ diffuso tanto quanto la lingua nazionale (in India, anche di piu’) e la lingua nazionale sta benissimo, senza nessun danno. Nelle Filippine, tutte le scuole, dalle elementari in poi, insegnano tutte le materie in inglese, salvo le ore di lingua e cultura filippina. I filippini che incontro negli USA parlano tutti un ottimo inglese, mentre gli italiani – io compreso – sono quasi tutti condannati ad un accento ineliminabile. 3) Gli scienziati hanno dimostrato che parlare piu’ lingue sviluppa l’intelligenza, allarga la conoscenza ed educa alla pluralita’ delle fonti e delle idee. 4) Tutte le parole nuove – per esempio, quelle legate alle nuove tecnologie – esisteranno solo in inglese, checche’ ne pensino i nostalgici dell’italiano. Nessuno riuscira’ ad imporre l’uso della traduzione di parole come “mouse” o “forward” o “router”, rassegnatevi. 5) L’inglese e’ piu’ facile di tutte le altre lingue di cui capisco qualcosa. E’ inevitabile che diventi la lingua universale. Meglio accettarlo che combattere una masochistica battaglia di retroguardia. Lorenzo De Ferrari, larrydefe@gmail.com
(Da italians.corriere.it, 16/6/2013).
Se l’inglese è il nuovo “latinorum”
Caro Severgnini, sono ingegnere elettronico, ho sessantacinque anni, e quando frequentavo l’università era impossibile trovare testi aggiornati in italiano. Così ho studiato in inglese, ho avuto e continuo ad avere – direi naturalmente – contatti, professionali e non, con colleghi madrelingua, parlo e scrivo un inglese più che accettabile (così mi dicono), partecipo alla redazione di articoli e norme internazionali – naturalmente in inglese – e però, me lo lasci dire, la mia più grande soddisfazione è quella di poter esprimere lo stesso concetto, con la stessa concisione e la stessa precisione, non solo in italiano, ma addirittura, in siciliano, quale io sono. Perché solo in questo caso sono sicuro di aver compreso appieno quello che ho “pensato” in inglese. Credo francamente che tutto questo parlare in inglese nasconda non solo e non tanto un po’ di provincialismo, ma una spocchia e una voglia di “latinorum” (direbbe Manzoni) dei nostri tempi: un modo, in poche parole di distinguersi, dicendo parole incomprensibili, dal volgo. Qualcuno mi dovrà spiegare un giorno perché si debba dire “performance” e non “prestazioni”, “bond” e non “obbligazioni”, e così via elencando. Lei ha preso meritevole posizione tante volte in questo senso, e francamente non capisco questa idea dell’insegnamento in inglese, fermo restando che se un professore di madrelingua svolgesse in inglese le sue lezioni, gli studenti non dovrebbero sentire la necessità di ricorrere ad alcun ausilio (traduzione simultanea o simili). L’obbligatorietà dell’insegnamento in inglese mi pare un’immotivata resa senza condizioni ad una lingua peraltro insostituibile. Giuseppe Chimento, giuseppe.chimento@gmail.com
(Da italians.corriere.it, 13/6/2013).
I miei 2 cents sulla questione dell’inglese
Caro Beppe, volevo solo metter i miei 2 cents sulla questione inglese dell’inglese nei corsi universitari. Durante la mia triennale in legge a Cagliari ho fatto un anno di Erasmus in Francia. Trovare esami per raggiungere i 45 crediti necessari per i giurisprudenti non è semplice. Dopo 8 esami sul diritto UE, economia etc, ho chiesto alla mia responsabile, prof di diritto internazionale, se potessi studiare anche Spagnolo. Mi disse, “Ma se studi legge, a che ti servono le lingue?”. Mi caddero le braccia, la ignorai, e andai avanti. La mia specialistica l’ho fatta a Trento, alla meravigliosa School of International Studies: tutta in inglese. Con un bel corso di supporto, Academic English, che ti dá un mano non solo a scrivere, dibattere e negoziare in inglese, ma anche a scrivere essays e tesi in maniera corretta (thank you prof.Riley!). Sono entrata in quella specialistica con il mio inglese autodidatta. Mai studiato inglese a scuola: avevo iniziato con francese a 9 anni e ci rimasi intrappolata fino ai 15, quando la mia scuola superiore decise che si poteva smettere di studiare le lingue. Un fidanzato irlandese ha aiutato molto, assieme alle serie televisive in lingua originale. Ma il nostro master degree a Trento era intenso, pensato per immergerci nella lingua. I professori che insegnano nella scuola lo fanno con grande sacrificio e credendoci moltissimo, con miracoli organizzativi e amministrativi. Non ci è mai venuto il dubbio che non saremmo riusciti a passare quegli esami, a sostenere quella negoziazione, a leggere quell’ammasso di libri in inglese. “Just do it!” era il mantra, e ce l’abbiamo fatta, con discreti risultati. In seguito al Collegio d’Europa, le mie 3 misere lingue (italiano a parte) erano ben poco rispetto a certi colleghi nordici o dell’est, ma se al prestigioso Collegio sono entrata, lo devo a quella che ormai considero la mia alma mater, la SIS di Trento. C’é molto da imparare dalla SIS, e spero che molti capiscano che si, si puó fare.
Ilenia Ventroni, ilenia.ventroni@hotmail.it
(Da italians.corriere.it, 12/6/2013).
Inglese al PoliMI? Una bega condominiale
Caro Beppe, ma con tutto il rispetto: il problema più grande di questo Paese è la lingua d’insegnamento al Politecnico di Milano? Ma basta, sono due anni che pubblicate lettere su questa bega condominiale che interessa, a dir tanto, lo 0.3% della popolazione. Che insegnino anche in sloveno, purché la finiscano. Saluti e complimenti per i tuoi libri, Andrea Prati, Prati.andrea1973@yahoo.com
È simbolico, oltre che importante. Il tuo, caro Andrea, mi sembra un caso classico di «benaltrismo». Lo so, i problemi sono ben altri. Ma, ragionando così, non si discute piú. E’ quello che vuoi?
(Da italians.corriere.it, 12/6/2013).
Corsi in inglese: chi li terrà con la padronanza necessaria?
Caro Beppe, cari Italians, Vedo ancora parecchio dibattito sugli insegnamenti in Inglese al Politecnico, sicuramente una bella innovazione, ma che genera comprensibilmente delle perplessità che vanno aldilà delle baronie varie. Sono d’accordo che le lingue vadano in primo luogo insegnate bene a scuola, e/o nei centri linguistici. Posto che si abbia imparato l’inglese ad un livello sufficiente per seguire un intero corso di laurea in inglese, la mia domanda è: chi terrà questi corsi? Gente che tiene “lectciurs in manàgemént”, che parla di “démand plenninghe”, che dice “tenkiù” a fine lezione? Per carità, nessuno straniero sarà mai perfetto in un’altra lingua, come nella propria, ma se i ragazzi devono essere esposti a un inglese maccheronico penoso, forse è meglio continuare a parlare come si mangia. Se la proposta serve a far fuori i baroni, può essere un buon movente, ma se si tratta solamente di esporre i ragazzi al know how tecnico, quello lo imparano semplicemente studiando su libri in inglese. Ai miei tempi è stato cosí, c’era gente che passava giornate intere a tradurre capitolo su capitolo, e poi se li scambiavano. Immagino che questo esercizio sia servito molto più di quanto fatto a scuola! Per i corsi in inglese ci sono sempre i seminari dei visiting professors stranieri. Sia chiaro che io sono a favore dell’insegnamento delle lingue, personalmente mi hanno non aperto, ma spalancato le porte del mondo del lavoro, e della vita, ma sinceramente non so se una laurea in inglese, in un’università italiana, per italiani, e qualche straniero, avrebbe fatto una differenza sostanziale. Propendo per la TV e cinema in lingua originale, molto più efficace nel lungo periodo. Saluti da Londra! Christina Beza Carr, bezakis_uk@yahoo.co.uk
(Da italians.corriere.it, 11/6//2013).
Inglese sì inglese no: siamo indietro di vent’anni
Caro Beppe e cari Italians, il dibattito su “inglese si’, inglese no” apparso negli ultimi giorni su questo forum, e’ la dimostrazione di quanto questo Paese sia indietro rispetto al resto del mondo, di quanto la globalizzazione, internet, e tutto quello che e’ accaduto negli ultimi venti anni, sono stati vissuti ma non perfettamente compresi, salvo naturalmente usare facebook per chattare col vicino di casa. Se l’Italia fosse un Paese al passo coi tempi, o piu’ semplicemente “normale”, adesso dovremmo discutere sul blog se inserire o no il cinese o l’arabo come seconda lingua obbligatoria almeno dalle scuole medie, perche’ naturalmente dalle scuole elementari tutte le lezioni sono fatte sia in inglese che in italiano. Un ragazzo di 18 anni in Italia dovrebbe essere tranquillamente bilingue, come lo sono i coetanei olandesi e svedesi. Chi ha lavorato e viaggiato un po’ in giro per il mondo, come te Beppe e tanti altri lettori di “Italians”, sa perfettamente che “sapere l’inglese” non e’ piu’ nemmeno un requisito per lavorare, non si mette certo in un CV la conoscenza della lingua, perche’ il curriculum e’ scritto in inglese, e si da’ per scontato che conosci la lingua del Bardo come la tua lingua madre. Conoscere la lingua di Dickens non e’ uno “skill” da almeno venti anni, e qui siamo ancora a discutere “inglese si’ o inglese no”, quando a scuola dovrebbero insegnare il mandarino o il russo (facendo lezione in inglese ovviamente). Saluti,
Roberto Diomede, rdiomede@yahoo.it
(Da italians.corriere.it, 11/6//2013).
Sapere l’inglese non è un optional naif
Caro Severgnini, le scrivo dal Belgio. In questo periodo abbiamo tre stagisti italiani: ragazzi in gamba, con lauree tecnico-scientifiche, volenterosi e preparati. Il problema è che il loro inglese è molto scarso e quindi hanno enormi difficoltà. Si sono resi immediatamente conto della cosa e si sono iscritti a un corso intensivo, i cui benefici ricadranno però solo parzialmente nel breve periodo di stage (3 mesi). La domanda a lei e agli Italians è: come far capire ai ragazzi (e anche a chi ha il compito di formarli) che questo non è un optional naif, ma una competenza che va acquisita il prima possibile?
Carlo Polidori, polidori.carlo@telenet.be
Scrivere lettere come questa, e pubblicarle. La goccia scava la roccia: forse anche quella di tante teste dure.
(Da italians.corriere.it, 10/6//2013).
Lezioni in inglese all’università: meglio partire dalla scuola
Buogiorno Beppe e Italians. Risiedo nella Svizzera tedesca e lavoro nell’ambito della ricerca scientifica all’università. Ho seguito il dibattito sull’uso dell’inglese come unica lingua di insegnamento al politecnico di Milano, e sono perplessa di fronte sia alla decisione che alle argomentazioni usate per giustificarne l’adozione. In Svizzera le lingue straniere – nella Svizzera tedesca il francese, l’italiano e l’inglese – sono insegnate, bene, da insegnanti per lo più non di lingua madre (soprattutto quelli di inglese) eppure, alla fine degli studi secondari, le lingua vengono parlate. All’università sia a medicina che a scienze i corsi sono in tedesco, alcuni sono in inglese – soprattutto post graduate, tipo PhD per intendersi. Ho guardato sul sito dell’ETH, il glorioso poiltecnico di Zurigo fra i primi al mondo. I corsi base sono in tedesco, alcuni in inglese e alcuni in entrambi. Per arruolarsi all’ETH gli stranieri devono produrre un certificato di “proficienza” in inglese (alto livello) e tedesco (livello C del Goethe Institute). Stesso vale per il politecnico di Losanna (francese e inglese) e, da quel che vedo sul website, per il politecnico di Parigi. Non è che per sprovincializzarci noi italiani finiamo nel provincialismo più acuto e autolesionista? Secondo me, Il problema delle lingue straniere in Italia sta nella mancanza di un adeguato insegnamento della lingua – e di insegnanti che la parlino – nelle scuole primarie e secondarie. Ne sarebbero tutti avvantaggiati, non solo i futuri ingegneri o scienziati. Cordiali saluti, Chiara Tyndall, chiaratyndall@gmail.com
(Da italians.corriere.it, 9/6/2013).
Queste famose lezioni in “Inglisc”
Caro Beppe e cari Italians, intervengo da estranea sulla questione Inglese si/Inglese no al Poli. Con una banale verità: “Italian pipol spic Inglisc laic dis”. Gli italiani studiano Inglese a scuola per tanti anni, e a mio modesto parere sanno abbastanza bene la grammatica. Il problema è che imparano la pronuncia da insegnanti non madrelingua, i quali per una strana perversione italiota “spic Inglisc laic dis tuu”. Un circolo vizioso, e se ogni tanto in classe c’è il figlio di un madrelingua inglese, questo verrà preso in giro dai compagni per la pronuncia (perfetta). Storia vera. Il corollario ridicolo e allo stesso tempo spaventoso? Quando parlano inglese, li capiscono sono gli altri italiani! Mi sembra di vederle queste lezioni universitarie in “Inglisc”: professore italiano che spiega in meno-che-pidgin sotto al quale si sente benissimo il dialetto bergamasco, studenti italiani che prendono appunti annuendo convinti, studenti stranieri che si guardano intorno confusi… ” ma che lingua è?” Io attaccherei la faccenda alla radice, piuttosto. Con lettori madrelingua dalle elementari in poi. E tra qualche anno potremo tenere i benedetti corsi universitari in inglese senza renderci ridicoli. Saluti da Vienna,
Monica Mel, monica.mel@gmx.at
(Da italians.corriere.it, 9/6/2013).
PRIMATO
Sì all’inglese per attirare nuovi talenti
di Alberto Mantovani
Caro direttore, tornano alla ribalta delle cronache le polemiche sull’insegnamento in inglese. La decisione di alcuni atenei di tenere corsi in questa lingua, infatti, ha aperto un acceso dibattito. Sollevando una levata di scudi che ha perfino avuto riflessi giudiziari: il Senato accademico del Politecnico di Milano ha fatto ricorso contro la recente decisione del Tar che ha detto «no» all’insegnamento esclusivo in inglese nelle lauree specialistiche e nei dottorati, accogliendo la richiesta di diversi docenti secondo cui va difeso il primato della lingua italiana sancito dalla Costituzione. Una decisione, quella del Tar – peraltro presa sulla base di una legge del 1933 – ancora più sorprendente se consideriamo che arriva in un momento in cui persino la Francia, il Paese in cui il computer viene chiamato ordinateur, si apre all’uso dell’inglese nell’insegnamento, per essere competitiva a livello internazionale in quella che è la «corsa all’oro» del terzo millennio. L’oro grigio, i cervelli. I corsi in inglese, altamente qualificati e capaci di attirare gli studenti più talentuosi, sono uno degli strumenti di questa war for brains (guerra dei cervelli), cui il nostro Paese purtroppo partecipa da «fanalino di coda». L’Italia è potenzialmente attrattiva per giovani studenti qualificati. Ad esempio per l’International medical school (Mimed), il corso di laurea internazionale in Medicina dell’Università degli Studi di Milano che ha sede in Humanitas, per l’anno accademico 2013/2014 le richieste sono state più di 1.500, di cui oltre 600 da parte di studenti stranieri, che hanno effettuato un test di ingresso di Cambridge per accedere ai 60 posti disponibili. E per l’anno accademico in corso (2012/13), quasi la metà dei nuovi iscritti (il 44%) non sono italiani e provengono da Paesi diversi, sia dell’Unione Europea sia extra Ue. L’utilizzo della lingua inglese – che, piaccia o no, rappresenta la lingua della scienza – è un elemento imprescindibile nei corsi di studio cui partecipano studenti provenienti da tutto il mondo. Opporsi all’insegnamento in lingua inglese per preservare la nostra lingua e difendere la cultura italiana è profondamente sbagliato. Anzi, è vero il contrario. Accogliere giovani talenti da tutto il mondo, che studiano nel nostro Paese restandovi per anni, è in assoluto il modo migliore per promuovere la nostra cultura. Questi ragazzi, infatti, mentre studiano in inglese vivono in Italia, accanto agli italiani. Quando, per loro, sarà il momento di mettere in pratica le nozioni acquisite ? ad esempio per gli studenti di Medicina di passare dalle aule alla clinica, a contatto con i pazienti ? saranno comunque stati guidati nell’apprendimento dell’italiano, che usano nella vita di tutti i giorni. Infatti passano nel nostro Paese i momenti liberi andando al cinema, a teatro, ai concerti. Mangiano il nostro cibo. Fanno qui conoscenze e amicizie, costruiscono legami organici con l’Italia. Respirano in tutto e per tutto la nostra cultura e i nostri valori, per anni, e quando ritornano nei rispettivi Paesi d’origine contribuiscono a diffonderli. Non dimentichiamo, poi, che avere una forte componente internazionale a livello dei corsi universitari è un valore aggiunto anche per i nostri stessi studenti, perché li abitua a vivere in un ambiente più stimolante, aperto al confronto con coetanei di culture diverse, ampliando i propri orizzonti. La cultura italiana, quindi, non si difende chiudendo le porte al mondo. Al contrario. Si difende aprendole e attirando i migliori talenti, che arricchiscono il Paese che li ospita e favoriscono la crescita scientifica di quello da cui provengono. E l’insegnamento di alta qualità in inglese è il modo migliore in cui possiamo fare questa operazione. Direttore Scientifico istituto clinico Humanitas e docente Università degli Studi di Milano
(Dal Corriere della Sera, 8/6/2013).
Inglese al PoliMI: non siamo retrivi
Caro Dr. Severgnini nella rubrica “Italians “è apparsa una lettera (“PoliMI: il TAR appoggia una minoranza retriva” – Gianluca Spina) offensiva nei confronti dei docenti del Politecnico di Milano che hanno vinto il ricorso al TAR contro l’obbligo della lingua inglese.
Si deve dire, a onore dei giudici, che il TAR non “appoggia” una “minoranza rumorosa e retriva”, ma parla in nome del popolo italiano. Non siamo minoranza, né al Politecnico, né in Italia, né “retriva”. Ma se per “retriva” si intende “reazionaria”, allora siamo “reazionari”, perché abbiamo reagito all’esclusione dell’italiano nei corsi universitari, contro ogni diritto costituzionale e contro le leggi della repubblica, come ha osservato il TAR (Sentenza N. 01348/2013 del TAR Lombardia), una sentenza da leggere. Il TAR afferma che «insomma, l’uso della lingua straniera deve essere tale da affiancare, in particolari materie, quello della lingua italiana, nei limiti in cui sia necessario per favorire il processo di internazionalizzazione.»
E ancora: «Ne consegue che la disciplina gravata (l’obbligo dalla lingua inglese) contrasta con il principio del primato della lingua italiana sia per l’ampiezza riconosciuta all’impiego della lingua inglese, sia per la diversa incidenza riconosciuta all’italiano e all’inglese rispetto alla formazione specialistica.» E ancora: «Vale precisare che ciò non esclude l’attivabilità di corsi di laurea anche in lingua straniera, ma significa che il rispetto del ruolo che l’ordinamento assegna alla lingua italiana impone che sia consentita la scelta tra l’apprendimento in italiano o in lingua straniera….». È anche la nostra posizione: non siamo contro l’inglese, ma contro l’abolizione dell’italiano, non solo per i diritti costituzionali allo studio dei nostri connazionali e della libertà di insegnamento di tutti, ma anche per i numerosi danni alla formazione degli allievi che ciò comporterebbe, pericoli sollevati non solo da noi.
Emilio Matricciani, Emilio.Matricciani@polimi.it
Caro Matricciani, la lettera di Gianluca Spina è un po’ enfatica, forse, ma non è offensiva. Gli aggettivi “rumorosa e retriva” sono acqua fresca, considerato cosa gira nei blog di questi tempi! Non sto a ripetere le mie argomentazione a favore della scelta dell’inglese nella laurea magistrale al Politecnico. Comunque, la può trovare qui.
Aggiungo una cosa: ricorrere al TAR, scavalcando il VOSTRO Senato accademico, mi sembra un’iniziativa poco elegante, e piuttosto grave. In America la stessa comunità accademica avrebbe stigmatizzato la cosa. Se ogni volta che qualcosa non ci garba tiriamo in mezzo i tribunali amministrativi, buonanotte. Non vi va più da nessuna parte, in questo benedetto Paese.
(Da italians.corriere.it, 8/6/2013).
Politecnico: senza inglese, impreparati al lavoro e alla vita
Mi sono laureato al Politecnico di Milano nel lontano 1992. Amavo la matematica, la fisica, ero appassionato di motori e volevo una laurea che mi garantisse un lavoro. A dirla tutta, ero anche convinto che fare ingegneria al Poli fosse molto fico, salvo poi accorgermi che all’epoca i bocconiani, ingellati e allampadati come solo negli anni ’80 si poteva essere, erano molto più fichi di noi. Uscii dal Poli che ero un mago con le equazioni differenziali, ed ero convinto che questo facesse di me una persona di un certo livello nonché un ingegnere dal futuro professionale luminosissimo. Subito dopo il militare trovai lavoro, ed iniziai la mia (ir)resistibile ascesa professionale. Dopo pochi giorni mi resi conto che per 5 anni ero vissuto sulla luna. Non sapevo nulla di organizzazione aziendale, non capivo le logiche di mercato e non avevo (quasi) mai visto un PC. E non sapevo l’inglese. Oggi, pur lavorando in Italia, lo uso più della mia lingua madre. Certo, l’università mi ha dato una ottima base di partenza su cui costruire le competenze che mi servono ora, ma uscito dal Poli ero impreparato al lavoro ed alla vita. Oggi quando sento parlare di difesa della “italianità” del Politecnico, sorrido. Il mondo oggi è globalizzato e, che ci piaccia o no, chi non si adegua resta indietro. Opporsi all’insegnamento in inglese significa fare un pessimo servizio agli studenti, che prima si abituano ad padroneggiare la (perfida) lingua di Albione e meglio è, ed all’università, che perde l’occasione di diventare internazionale. Non credo che agli studenti del Poli si debba per forza insegnare in italiano per far cogliere le fantasmagoriche sfumature insite nella “trasformata di Fourier”. Una volta che sanno di matematica, fisica e meccanica, impiegano meglio il loro tempo leggendo un libro di Primo Levi o facendo un viaggio on the road (trad.: sulla strada). Per godersi un ponderoso trattato sulla viscosità dell’olio (in italiano, naturalmente) c’è sempre tempo. Per imparare a vivere, no.
Lorenzo Vigliano, Lviglia@excite.com
(Da italians.corriere.it, 8/6/2013).
Inglese al Politecnico: sono decisamente contro
Dott. Severgnini, confesso che non riesco proprio ad condividere le sue opinioni sui corsi in inglese al Politecnico. La sua è una posizione, almeno mi sembra, ideologica. La sentenza del TAR è giusta e di buon senso. Perché si fa confusione fra cose che devono restare separate? Primo, nessuno (nemmeno i coraggiosi docenti dissidenti del Politecnico) è contro il fatto di avere alcuni (alcuni!) programmi in inglese. Il Politecnico vuole anglificare tutta l’offerta formativa a livello magistrale. Questo è inaccettabile perché viola la libertà di scelta e la possibilità di studiare in italiano in Italia, e apre la porta alla dialettizzazione della lingua italiana, ridotta a lingua buona solo per la formazione di base (triennale). Secondo, la maggior parte degli studenti (anche gli stranieri) lavorerà in Italia e in italiano, e i ragazzi devono acquisire la terminologia specialistica avanzata – in – italiano per trasmettere il sapere alle generazioni future. Chi insegnerà in italiano nel futuro, se i professori di domani oggi studiano in inglese? Terzo, l’inglese lo si può imparare nei centri linguistici, non è necessario anglificare tutta l’offerta formativa. Un professore di architettura non è un prof. di inglese. Quarto, lei confonde insegnamento e ricerca: una cosa è la conoscere l’inglese per leggere la letteratura specialistica, scrivere un articolo di 10 pagine o per parlare 20 minuti in una conferenza internazionale. Altro è insegnare un corso intero in inglese. Ma che senso ha che i prof. italofoni siano obbligati a insegnare in inglese a classi dove l’80% degli studenti sono italiani? Ultimo, non si compete con le università anglosassoni con i corsi in inglese: è una scorciatoia e una battaglia persa; loro vinceranno sempre perché è la loro lingua. Si compete con la qualità della formazione, con investimenti e con programmi bilingui. Insegnare in italiano aumenta la qualità della trasmissione del sapere, che è poi quello che conta all’università. Franca Antonini, antonini.franca@libero.it
(Da italians.corriere.it, 7/6/2013).
UNIVERSITÀ
L’inglese non è tutto
Sono la madre di una studentessa di architettura. Mia figlia frequenta il terzo anno al Politecnico, in Bovisa. (E ha superato l’esame di inglese per accedere alla laurea magistrale). Vorrei far presente che il problema dell’insegnamento in lingua inglese alla laurea magistrale, su cui tanto si discute in questo periodo, non dovrebbe essere la prima preoccupazione del Politecnico… Infatti i ragazzi si lamentano parecchio per la didattica: i professori a contratto, che sono la maggioranza, seguono poco gli alunni, che vengono per lo più lasciati in balia di giovani «tutor» che sanno poco più degli studenti che devono assistere, anche se pieni di buona volontà. Nell’ambito della stessa disciplina, varia il numero degli appelli (chi ne fa due, chi tre, che fa preappelli, chi non ne fa, eccetera), in alcuni casi varia addirittura la metodologia di valutazione all’interno del medesimo insegnamento (compiti scritti per il gruppo A-L, orale per gli M-Z, o altre variazioni), in altri persino il programma. Insomma: ogni docente fa quello che vuole!Credo che la qualità di una Università non si debba misurare su operazioni di «facciata», quale può essere appunto l’insegnamento in inglese, ma su una offerta formativa che sia davvero «formativa». A partire dall’organizzazione didattica, in italiano! Giuseppina Bertino
(Dal Corriere della Sera, 6/6/2013).
Università: un anno di specializzazione in paesi anglofoni
Caro BSev, i sostenitori del “pidgin english” all’università accampano alcune buone ragioni ma non mi convincono. In trent’anni di convegni aziendali e congressi scientifici a cavallo dell’Atlantico, l’inglese più ridicolo e incomprensibile l’ho quasi sempre sentito pronunciare da professori, dirigenti, consulenti italiani (e francesi), anche delle migliori università o aziende. Neppure i tuoi colleghi, del resto, che pure spesso hanno fatto studi umanistici, brillano. Abbiamo inviati in Usa che non lasciano l’ufficio senza l’interprete; e i giornalisti basati in Italia si dibattono da sempre dietro cortine fatte di «pèrformans», «menègment», «ínternet», «ímport», «èsport» e «occoupai»: la stessa lingua (impenetrabile, di primo acchito, a un britannico) che si parla al Politecnico di Milano e, a maggior ragione, in scuole meno prestigiose. Gli italiani, come altre nazionalità europee, hanno un problema con l’inglese anche perché da piccoli gli vengono somministrati cartoni, videogame e film doppiati. Poi, da grandi, è difficile raddrizzarli, a meno che (A) non vivano un po’ all’estero e (B) non abbiano studiato la grammatica. Senza la condizione B, cari entusiasti del «conta solo la pratica», si può parlare confusamente di ristorazione o di moda, ma non rigorosamente di scienze esatte, diritto o medicina: è difficile dire cose attendibili, se si hanno dubbi tra “which?” e “what?”, non si apprezzano congiuntivi e condizionali, si ignora la consecutio, si confondono determinato e indeterminato, si bisticcia con “eventually” e “actually”, e così via. Non potremmo, semmai, facilitare un anno di specializzazione in paesi anglofoni, magari in occasione della tesi di laurea? E, per attirare invece gli stranieri (il vero problema), non dovremmo favorire la partecipazione di ricercatori e professori internazionali ai concorsi a ruolo, con quote obbligate come si fa con le “quote rosa” in altri campi, e agevolarne l’apprendimento dell’italiano per vivere qui? Paolo Magrassi, proprio@magrassi.net
(Da italians.corriere.it, 5/6/2013).
PoliMI: l’inglese è garanzia di futuro
Salve Severgnini, PoliMI vs TAR: noto come sulla vicenda abbiano scritto solo ricercatori, professori ed esterni. Ancora nessuno studente si è espresso al riguardo. Io sono uno studente del Politecnico di Milano, fiero di aver scelto la miglior istituzione sul territorio italiano, con una fama mondiale riconosciuta che lo pone tra le migliori università tecniche. Sono tornato recentemente da un Erasmus: ho trascorso il primo semestre del terzo anno a Lisbona, all’Istituto Superior Tecnico, considerato, come il Poli, la miglior università nazionale e tra le più valide anche al di fuori. Lì la lingua della triennale è il portoghese, mentre nei corsi della magistrale è l’ inglese a “richiesta”. Chiarisco il concetto: all’inizio della lezione il docente chiede se è necessario l’uso della lingua inglese, e se qualcuno alza la mano, portoghese o straniero che sia, la lezione viene tenuta in inglese. Questo succede anche se a metà della lezione uno studente internazionale entra in aula. Semplicemente stupendo! La lingua inglese è ormai un aspetto dato per scontato da tutte le grandi imprese, l’obbiettivo ora è saperne una terza: mi riferisco alle grandi società di consulenza per esempio, che il prof. Spina, con cui mi trovo pienamente d’accordo (“PoliMI: il TAR appoggia una minoranza retriva” – ) conoscerà certamente. Io, da buon ingegnere gestionale, non posso ignorare il fatto che necessito di imparare, avere confidenza anche con termini tecnici in lingua anglosassone. Il cambiamento è obbligato, serve un rinnovamento continuo, strutturato; serve per formarci, per competere su più fronti, per aprirsi e crescere. La didattica, soprattutto quella teorica, al Poli è squisita. Amici e conoscenti all’estero non trovano un insegnamento simile: su quello il Poli è fin troppo forte! Necessitiamo di un sacrificio su quel fronte per favorire l’internazionalizzazione, la progettualità dei corsi, il contatto con le aziende. Cari professori, l’inglese era garanzia del nostro futuro, non fatecene aver paura! Paolo Fracassi, paolodavide.fracassi@gmail.com
(Da italians.corriere.it, 5/672013).
Quello che distrugge e impoverisce la lingua italiana
Caro Severgnini, quello che distrugge e impoverisce la lingua italiana non sono (o meglio non sarebbero) le lezioni universitarie in inglese. Sono le parole inglesi che si infilano e scalzano quelle italiane, sono i “cretini” che dicono “news” invece di “notizie”. E’ il governo italiano che fa la “social card” e indice l’”election day”. E’ quando una lingua non riesce più a esprimere le cose normali della vita, che inaridisce, s’impoverisce, e muore. Facciamo l’esempio Svezia. In Svezia tutti (ma tutti!) parlano inglese benissimo, inclusi gli ottantenni. Alla TV e al cinema non doppiano niente, tutto in inglese. I corsi di master e dottorato sono insegnati quasi esclusivamente in inglese. In molte aziende si lavora in inglese (inclusa la mia, il che mi ha permesso di venire a lavorare qui senza sapere una parola di svedese). Ebbene, la lingua svedese gode di salute MOLTO migliore di quella italiana, perché quando gli autoctoni parlano svedese, parlano veramente svedese. Traducono tutto, computer, mouse, software, hardware, marketing, budget, tutto. La letteratura svedese sta benissimo e sforna best-sellers (bästsäljare) mondiali. Le persone vivono, amano, parlano di filosofia, di tecnologia, di informatica in svedese. E questo, secondo me, non succede *nonostante* l’invasione dell’inglese, ma succede *a causa* dell’invasione dell’inglese. Se l’inglese invade un Paese come lingua straniera, percepito come tale, non distrugge la lingua autoctona. La distrugge se (come in Italia) invade il Paese per mezzo di ignoranti che non la sanno parlare e per sentirsi fichi infarciscono la loro lingua di parole inglesi capite male, e pronunciate peggio. Questo finisce per minare l’italiano, al punto che tanti italiani madre-lingua non riescono a fare un discorso in italiano senza metterci parole inglesi, finte o vere. Se l’inglese si sa davvero, si percepisce come lingua straniera e si parla come tale. E quando si parla italiano, si parla italiano, e l’italiano prospera. Giulia Tonelli, latonella@yahoo.com
(Da italians.corriere.it, 5/6/2013).
DOCENTI DIVISI IL SENATO ACCADEMICO DECIDE A MAGGIORANZA DI RESISTERE ALLA SENTENZA. GLI OPPOSITORI: UN ERRORE
Laurea in inglese, il Politecnico sfida il Tar
Ricorso al Consiglio di Stato contro la bocciatura. «Migliore formazione» Il rettore Giovanni Azzone «Giusto anche chiarire qual è l’autonomia di un ateneo, visto che già eroghiamo numerosi corsi esclusivamente in inglese»
di Federica Cavadini
Il Politecnico è sempre pronto a partire dal 2014 con i corsi di laurea magistrali e i dottorati esclusivamente in inglese. Nessun cambiamento di rotta, anche se il Tar due settimane fa aveva bocciato questa decisione accogliendo il ricorso presentato da un centinaio di professori contro il provvedimento approvato a maggio 2012 dal senato accademico. Il piano non cambia. «L’ateneo impugnerà la sentenza presso il Consiglio di Stato». Così è stato deciso ieri «a larga maggioranza» da cda e senato accademico riuniti in seduta congiunta. Al termine dell’incontro il rettore Giovanni Azzone, fatta la premessa ? «rispettiamo naturalmente la sentenza del Tar» ? ha ribadito che «come università scientifico?tecnologica riteniamo che sia nostro dovere adottare tutti gli atti previsti dall’ordinamento vigente per chiarire il quadro entro cui si può esercitare l’autonomia universitaria e per assicurare il diritto dei nostri studenti alla migliore formazione possibile».Posizione ferme, opposte. Il rettore, con docenti e studenti, è deciso a compiere questo passo «verso l’internazionalizzazione». Anche se c’è un fronte contrario in ateneo, da ingegneria ad architettura. E c’è la sentenza avversa del Tar. Per i giudici amministrativi la svolta del Politecnico sull’inglese esclusivo nei corsi di secondo livello «incide in modo esorbitante sulla libertà di insegnamento e sul diritto allo studio». «Nella sentenza è difeso anche il primato della lingua italiana sancito dalla Costituzione, anche per l’insegnamento nelle nostre università», hanno sottolineato i ricorrenti. «Si fa riferimento all’articolo 6 della Costituzione e ad altre leggi che sottolineano la centralità e l’ufficialità della lingua italiana in ogni settore dello Stato». «La decisione dei giudici è una vittoria non soltanto nostra, ma della ragione della cultura», era stato il commento dopo la pubblicazione della sentenza. Ieri però docenti e studenti nel senato accademico, così come il cda, erano ancora con il rettore Azzone. «Giusto anche chiarire qual è l’autonomia di un ateneo, visto che già eroghiamo numerosi corsi esclusivamente in inglese», ha detto uno dei professori. In particolare. Oggi al Politecnico sono proposti in inglese i corsi di 19 lauree magistrali su 34 e tutti i ventiquattro dottorati (oltre a tre corsi triennali, ma la svolta in programma dal 2014 sarebbe soltanto sul secondo livello). Il dibattito era stato acceso sin dall’inizio, dentro e fuori l’università. Si era pronunciata contro anche l’Accademia della Crusca. E prima del ricorso al Tar era stato presentato un appello firmato da trecento professori del Politecnico. Dopo la sentenza del Tar, Maria Agostina Cabiddu, docente dell’ateneo e promotrice del ricorso aveva dichiarato: «Spero per l’ateneo cui mi onoro di appartenere che i suoi organi di governo decidano di non presentare ricorso in appello». Invece il Politecnico va avanti, prossima puntata il Consiglio di Stato.
(Dal Corriere della Sera, 4/6/2013).
POLITECNICO E DIBATTITO SULL’INGLESE
PARLARE AL MONDO
di Francesco Bertolini
Il Politecnico è pronto a sostituire la lingua italiana con l’inglese e a fare ricorso anche al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar che aveva bloccato la novità linguistica. La Lombardia da tre mesi ha un nuovo presidente, espressione di un movimento, che, nelle scorse settimane, a Genova, aveva proposto che le sedute del consiglio provinciale fossero con traduzione simultanea e doppia stesura, ma non in inglese, in genovese. Non so quale sia l’orientamento del presidente lombardo e attuale segretario riconfermato della Lega nei confronti di questa iniziativa, ma, vista da fuori, qualche riflessione su dove stiamo andando è forse utile farla. Siamo sempre più globali, in un sistema che ormai ha evidenziato tutti i suoi limiti, le nazioni perdono di significato in favore delle macro aree del mondo e contemporaneamente esplodono istanze di autonomia e tutela delle identità culturali anche in Paesi dove si pensava consolidata la struttura dello stato. Cosa fare in una situazione così schizofrenica? Che tipo di educazione scegliere in una città come Milano, che da sempre si sente inserita nella globalità internazionale?La globalizzazione fa rima con omologazione, e per alcuni anni è stata vista come la panacea di tutti i problemi del mondo, ricetta per accrescere la ricchezza all’infinito. Così non è stato e soprattutto così non è, non lo è per il mondo, per il nostro Paese e per la nostra regione. Ma tutelare le tradizioni locali e i dialetti evitando che diventino cimeli da museo ha senso o è un illusorio tentativo di perpetuare lo status quo? Milano è forse l’unica città italiana dove si sentono ovunque lingue diverse, dove gli immigrati di provenienza diversa utilizzano l’italiano per parlare tra di loro, e dove ormai i milanesi doc sono veramente una piccolissima minoranza. È da sempre punto di incontro di culture e popoli diversi; non essendo meravigliosa come molte altre città italiane, è divenuta il luogo dove tutti passano, alcuni si fermano, molti lasciano qui parte delle loro tradizioni e ne acquisiscono di nuove. Ostacolare tali fenomeni, non solo è impossibile, ma è soprattutto inutile; la lingua è qualcosa di vivo, in continuo mutamento, pur avendo una ricchezza lessicale e una rigorosità grammaticale che invece i dialetti non hanno, essendo utilizzati in situazioni informali. A Milano vi sono ambienti in cui si lavora in inglese, dalla moda, alla finanza, alla ricerca accademica. Non sono comparti eticamente superiori ai commercianti o agli artigiani che quotidianamente realizzano e distribuiscono beni e servizi forse molto più utili al nostro benessere quotidiano, sono solo settori più esposti a un mondo più globale e quindi di conseguenza più omologato. La nuova Lombardia, così attenta alle tradizioni e alle lingue del passato, alcune, tra l’altro, ormai quasi estinte, non può pensare di penalizzare il globale a favore del locale, in tutte le sue declinazioni; la sfida che ci attende sta proprio nella capacità di cogliere il meglio dal mondo e adattarlo alla nostra realtà. Negli ultimi tempi Milano e la Lombardia sono stati un po’ più lenti rispetto al passato. È ora di ripartire.
(Dal Corriere della Sera, 4/6/2013).
In terza elementare, il “Bilingual Education Italy”
Buongiorno Beppe, leggo con interesse gli interventi in merito all’insegnamento in inglese al Politecnico di Milano, e vorrei aggiungere un contributo ed una riflessione, nati dalla mia esperienza personale. Mio figlio frequenta la terza elementare in una scuola che come altre 5 in Lombardia ha aderito al BEI (Bilingual Education Italy). Si tratta di un progetto ministeriale che prevede l’insegnamento in lingua inglese di materie del normale curriculum scolastico, nel nostro caso scienze, geografia ed arte. Per aderire al progetto, gli insegnanti devono avere qualifiche predefinite e frequentare corsi di preparazione, nonché preparare il lavoro in autonomia, non essendoci libri di testo, ed impostare un nuovo modo di approcciarsi agli studenti. Non è stato un percorso senza difficoltà: i bambini sicuramente fanno più fatica, per la mancanza delle basi semantiche e grammaticali (studiano “inglese” come da programma scolastico, ma nelle materie BEI ovviamente vanno ben oltre le competenze attese per una classe di scuola primaria), e anche noi genitori siamo maggiormente coinvolti nel supportare lo studio, soprattutto in questo anno di terza. Nonostante tutto la ritengo un’esperienza valida, ed apprezzo gli sforzi degli insegnanti che si sono messi in gioco in un modo nuovo e “scomodo”. Chiudo con una riflessione: a confronto di altri paesi europei, in Italia non abbiamo facile accesso alla lingua inglese parlata, di tutti i giorni, che potremmo sentire alla televisione o al cinema. Con tutti i canali di digitale terrestre che abbiamo, possibile che non se possa dedicare uno alla programmazione in lingua originale di film, telefilm e magari cartoni animati? Non credo sarebbe uno sforzo economicamente impossibile. Invece degli onnipresenti cuochi e venditori, un po’ di Dr. House o Pretty Woman con voci originali ci farebbe bene.
Chiara Teruzzi, chiara.t@iol.it
(Da italians.corriere.it, 4/6/2013).
Inglese all’università: c’è ancora molto da fare
Caro Beppe e cari Italians, vorrei aggiungere anch’io qualcosa sulle lauree in inglese di cui si parla tanto in questo forum. E’ fuori discussione che oggi l’inglese è fondamentale nel mondo del lavoro, ed è giusto esporre le giovani generazioni a questa lingua assicurandosi che alla fine del corso di studi la sappiano padroneggiare veramente e non per finta. Detto questo, in un paese dove i corsi di lingua inglese alle medie e superiori permetterebbero al primo della classe di cavarsela bene come turista a Londra (e questo sarebbe già un buon risultato!) mentre il resto della comitiva sarebbe in difficoltà, mi chiedo come si possano istituire corsi universitari che richiedono già in partenza una padronanza della lingua a livello elevato. E perché si suppone che docenti italiani non madre lingua inglese, che insegnano ben altro, si trovino a dover impostare il corso di studio in una lingua che non gli appartiene. Nessuno considera l’aspetto del “listening” e della pronuncia, che verrebbe molto penalizzato dal tipo di insegnamento non madre lingua. Se i ragazzi avessero corsi alle superiori di intere discipline già in inglese tenuti da docenti madrelingua, ecco che le lauree in inglese avrebbero perfettamente senso. Se uno la fisica la fa direttamente in inglese alle superiori, all’università si risparmierebbe di imparare tutto il vocabolario per non parlare della comprensione, che sarebbe accelerata di molto. La televisione italiana dovrebbe trasmettere film in madre lingua di modo che i ragazzini si abituerebbero ad usare la lingua inglese “normale”, e si abituerebbero a capire i vari accenti. La lingua si impara solo dai madrelingua, non sui libri e con la pratica, tutto il resto è aria fritta. Ragazzi, continuate ad andare all’estero per i corsi di lingua e continuate a frequentare seminari e quant’altro vi offre l’ università. L’inglese lo si impara sul campo, direttamente a contatto con amici, colleghi, soggiorni più o meno prolungati. Good luck!
Laura Sironi, laura.sironi@btinternet.com
(Da italians.corriere.it, 3/6/2013).
Avanti così, l’italiano diverrà un dialetto
Cari Italians, gentile Severgnini, la discussione infinita sul ruolo dell’inglese nella società e nelle università italiane mostra che noi linguisti abbiamo ancora molto lavoro per fare capire alle persone come stanno le cose. Leggendo la lettera della signora Sironi, per esempio (“Inglese all’università: c’è ancora molto da fare” – ), mi viene da dire: ma ci rendiamo conto o no che se continuiamo così la nostra lingua diventerà, nell’arco di qualche generazione, un dialetto? Insegnare in inglese alle superiori, imporre l’inglese alla TV, estromettere l’italiano dall’università, sono tutte iniziative che alla lunga rendono l’italiano una lingua buona solo per le canzonette, per parlare con gli amici al bar e con la fidanzata al ristorante. Certo, non accadrebbe domani, ma nell’arco di qualche decina di anni. Andate a leggere in che condizione versavano, prima che si reagisse con opportune politiche linguistiche, il catalano, il francese in Québec e altre lingue dominate gradualmente, ma inesorabilmente, da lingue maggiori. Siamo d’accordo o no che debba esistere un luogo sulla terra dove la lingua italiana sia “completa”, cioè un posto dove le persone abbiano la libertà di vivere, lavorare, studiare in italiano? Ebbene, se lo siamo, allora dobbiamo dotarci di politiche linguistiche che smorzino gli effetti erosivi dell’inglese, e che diano primato alla lingua italiana in tutti i settori della società (primato non vuol dire esclusiva). Non è nazionalismo, è sopravvivenza. Oppure, come prevedeva Montanelli, finiremo annacquati e diluiti nel calderone globale. Non è ammissibile, ad esempio, che non si chieda ai docenti stranieri assunti all’università italiana di non sapere insegnare in italiano dopo 3 anni che lavorano in un ambiente italofono, ed è sbagliato non esigere (entro la fine degli studi) un C1 in italiano dagli studenti stranieri che studiano da noi. Oppure vogliamo diventare una Singapore nel Mediterraneo? La globalizzazione è un fenomeno umano, non naturale, e come tale va governato, non accettato da rassegnati.
Stefano Castelli, s.castelli@infinito.it
(Da italians.corriere.it, 4/6/2013).
Lezioni universitarie in inglese: sono indispensabili
Cari Italians, a proposito del dibattito sull’opportunità dell’insegnamento in inglese in alcuni corsi universitari italiani, sono perfettamente in linea con quanto sostenuto dal dr. Severgnini. Secondo me è fondamentale parlare inglese, studiare in inglese, perché il mercato del lavoro è ormai globale, e non conoscere questa lingua spesso fa perdere grandi opportunità a livello mondiale. Grande è stata la mia soddisfazione nel sentire discutere la tesi di specializzazione di mio figlio (laurea in Biotecnologie) interamente in inglese, con successiva discussione. Mio figlio inoltre e’ in collegamento con altre università (olandesi, tedesche, statunitensi etc) con le quali c’e’ un fitto scambio di dati, informazioni e molto altro. Io, laureato in medicina, avendo a mio tempo studiato francese, tutto questo non avrei saputo farlo. Un caro saluto,
Giuseppe Laera, laeragiuseppe1950@alice.it
(Da italians.corriere.it, 2/6/2013).
Università in inglese: docenti impreparati
Buongiorno Beppe, leggo sempre il Suo blog – ma il dibattito sull’inglese nelle università mi colpisce al cuore. I ragazzi italiani imparano qualche filastrocca nelle scuole elementare – i genitori osservano orgogliosi – ma la pronuncia da chi è controllata? (escludiamo genitori madrelingua!), la grammatica – importante senza dubbio – prende sopravvento sulle conversazione nelle medie e superiori; Shakespeare è studiato a sé, non con la presentazione dell’opera come spettacolo di fine anno. Molti insegnanti e professori non hanno mai visitato un paese anglosassone tranne con la gita scolastica estiva – i ragazzi vanno a scuola tutti i giorni, ma gli insegnanti? La paura del controllo delle capacità che potrebbe avere ripercussioni sul posto di lavoro è – nella mia opinione – una barriera alla proposto delle lezioni in inglese. Mi dispiace dirlo, ma la classe di insegnanti di inglese – esclusi pochi esempi illuminati – non è all’altezza. Lo sappiamo tutti, noi madri con figli (fortunatamente) bi- oppure tri-lingua. Dalle nostre esperienze, gli insegnanti si sentono a disagio con un ragazzo/a che di sicuro sa più di loro. Fiona Johnston, Fiona@libero.it
(Da italians.corriere.it, 2/6/2013).
Inglese come lingua esclusiva Politecnico fa ricorso contro decisione del Tar
Milano, 3 giugno 2013 – Guerra dell’inglese al Politecnico di Milano. Oggi il Senato accademico e il Consiglio di amministrazione del Politecnico di Milano, riuniti in seduta congiunta, hanno deciso a larga maggioranza di impugnare presso il Consiglio di Stato la sentenza con la quale il TAR Lombardia ha annullato la delibera di attivazione in lingua inglese dei Corsi di laurea magistrale e di Dottorato a partire dall’anno accademico 2014-2015.
“Rispettiamo naturalmente la sentenza del TAR – ha detto il Rettore, Giovanni Azzone – ma, come Università scientifico – tecnologica riteniamo che sia nostro dovere adottare tutti gli atti previsti dall’ordinamento vigente per chiarire il quadro entro cui si può esercitare l’autonomia universitaria e per assicurare il diritto dei nostri studenti alla migliore formazione possibile”.
(Da ilgiorno.it, milano/cronaca, 3/6/2013).
Lezioni in inglese all’università: gli studenti non sono preparati
Caro Beppe, vorrei dire due parole sul dibattito a proposito dell’insegnamento in inglese di materie tecnico-scientifiche a livello di laurea magistrale. In linea di principio, quello che dici a suo sostegno è sacrosanto e giustissimo. Poi però ci si deve scontrare con la realtà, che non è rose e fiori come dici tu. Ho insegnato e insegno bioinformatica in diversi atenei italiani (ora insegno in una laurea magistrale). La mia materia, così come molte altre materie scientifiche, è infarcita di termini in inglese, eppure io so che se facessi lezione in inglese, più della metà degli studenti che frequentano il corso non capirebbe quasi niente. I miei studenti sono ragazzi bravi e intelligenti, ma hanno lacune spaventose in inglese. Può darsi che, come dici tu: “tutti gli studenti del Politecnico che conosco sono in grado di seguire un corso magistrale in inglese”: ma i miei ragazzi, no. I miei libri di testo sono gli articoli (in inglese) che trattano degli argomenti che insegno: ebbene, i ragazzi mi dicono di essere molto in difficoltà, e sentendoli compitare in inglese, non ho dubbi che sia così. Con questo non dico che l’idea sia da seppellire, anzi, sicuramente vale la pena di provare, ma non facciamoci troppe illusioni: se può essere vero che insegnare in inglese spaventa i docenti, per la mia esperienza mi sento di affermare in sicurezza che, almeno finché questa è la preparazione linguistica che i ragazzi si portano dalle scuole, insegnare in inglese terrorizzerebbe gli studenti. Forse un primo passo potrebbe essere quello di insegnare in italiano su diapositive in inglese (io già l’ho fatto in qualche caso), e costringere i ragazzi a seguire seminari in inglese tenuti da docenti esteri, ma pensare che siano solo i docenti ad essere spaventati e in malafede mentre tutti gli universitari magistrali muoiono dalla voglia di sentire lezioni in inglese, questo è sicuramente sbagliato. Cari saluti,
Anna Marabotti, anna.marabotti@libero.it
Da italians.corriere.it, 1/6/2013).
UNIVERSITÀ IN INGLESE, FUGA IN AVANTI CHE FORSE VALE LA PENA DI TENTARE
La lettera
di Isabella Bossi Fedrigotti
Gentile signora Bossi Fedrigotti, il Tar ha bocciato la decisione del Politecnico di Milano di tenere i corsi di laurea per magistrali e dottorati solo in lingua inglese, accogliendo il ricorso presentato da un folto gruppo di docenti. Come sottolineato da Stefano Blanco sul «Corriere-Milano» di qualche giorno fa, si tratta di un’opportunità persa, e concordo. Tuttavia secondo me era anche una pretesa assurda e supponente, una fuga in avanti. Mi soffermo solo sulle esigenze degli studenti, per me più importanti di quelle dei docenti. I ragazzi sono in gran parte impreparati a seguire i corsi in inglese; i motivi vanno ricercati soprattutto nella scuola, non adeguata. Si pongono varie considerazioni ed interrogativi. È giusto insegnare anche una seconda lingua, sottraendo tempo alla prima, che è quasi sempre l`inglese? Anche contro i principi di libertà, la scuola può obbligare come unica lingua straniera solo l’insegnamento dell’inglese? Ci sono anche molti docenti abilitati per altre lingue, può la scuola finalmente badare soprattutto alle esigenze degli studenti, trovando altre soluzioni per quei docenti? Possibile che al costo, già alto, delle tasse universitarie bisogna aggiungere quello di corsi di inglese per avere la certificazione necessaria all’iscrizione? I principi della Costituzione invocati dal Tar sono reali e ragionevoli, ma nell’Unione europea, nel mercato globale deve essere possibile lasciare la-scelta agli studenti se seguire corsi in inglese. Con l’attuale crisi del lavoro, gli studenti
italiani, i nostri figli, non hanno certo bisogno di altre penalizzazioni. L’argomento è vasto e delicato, gli interrogativi molti; che ne pensa? Costantino Truppi
Io penso, come lei ha scritto in apertura della sua lettera, che si è persa un’occasione. E sono d’accordo con lei che non sia giusto imporre nelle scuole soltanto lo studio dell’inglese e che responsabili delle scarse conoscenze linguistiche dei giovani italiani siano i metodi di insegnamento e le poche ore dedicate alla materia, ma considerare una penalizzazione per un ingegnere conoscere bene l’inglese mi pare sorprendente: al contrario, direi che nell’attuale crisi occupazionale il fatto costituirebbe un notevole vantaggio. Tuttavia, anche secondo me, dovrebbe esserci possibilità di scelta, opzione, però, probabilmente troppo costosa.
Quanto al fatto che l’iniziativa del Politecnico sia una fuga in avanti, penso che senza queste fughe i cambiamenti arriverebbero sempre troppo tardi. E all’estero, un po’ dappertutto, ci sono università nelle quali l’insegnamento è soltanto in inglese, da molti anni ormai, con generale soddisfazione, così sembra.
(Dal Corriere della Sera, ed Milano, 1/6/2013).
IL PROGRAMMA CAMBIA L’APPROCCIO ALLA RICERCA: «PROGETTI INTERDISCIPLINARI E COLLEGAMENTI TRA DIPARTIMENTI COME AL CNR»
Bicocca, il nuovo rettore «Sì al modello campus»
L’insegnamento solo in inglese non è adatto ad un ateneo generalista come il nostro
di Federica Cavadini
Prima. La formazione, fra Università Statale, Bicocca e Cnr, fra Milano, Ucla di Los Angeles e Londra (e la scelta di non essere un cervello in fuga). Ora. Il traguardo di un’università che assomigli un po’ a quelle conosciute all’estero ma in pieno spirito lombardo. Gli spunti fuori, le radici qui, nella sua Milano, dove è medico, ricercatore, professore, e moglie (di medico) e mamma (di un adolescente e di una liceale). Professore in Bicocca dal 2001, Cristina Messa, 52 anni, mercoledì è stata eletta alla guida dell’ateneo. «La prima donna rettore per Milano e la quarta in Italia», ripete lei guardando i titoli dei giornali, abito grigio perla e capelli corti, sorriso radioso e piglio milanese. «Quando non farà più notizia sarà raggiunto il traguardo».Anche il ministro dell’Università ed ex rettore Maria Chiara Carrozza le ha appena twittato i complimenti («Non sono su Twitter. E Facebook no, non lo governo», dice a bassa voce). «Nel mondo accademico le donne ai vertici sono poche anche negli altri Paesi. Qui ci sono realtà diverse, abbiamo molte primarie negli ospedali e una prevalenza di donne fra i futuri medici, in Bicocca sono il 65% delle matricole di Medicina. Il problema delle pari opportunità tocca più il mondo delle imprese».Eletta con voto trasversale, con preferenze raccolte non soltanto a Medicina, guiderà l’ateneo per sei anni, dopo il rettorato di Marcello Fontanesi. Primi obiettivi da raggiungere? «Semplificazione: meno burocrazia, paralizza gli atenei. E per rilanciare la ricerca, progetti interdisciplinari, più collegamenti fra i dipartimenti per obiettivi comuni, sul modello del Cnr (di cui è vicepresidente). E anche: grande attenzione a chi lavora in università, adesso che reclutamento e carriere sono fermi, facilitando la ricerca, anche con fondi esterni. L’università non deve essere un’isola».Impegno con gli studenti?«Rinforzare i servizi. Sostenere il diritto allo studio. E offrire una formazione rinnovata: alcuni corsi saranno riformulati sulle necessità degli studenti, per favorire l’occupazione».Primo intervento concreto?«Gli studenti del polo di Monza non hanno una mensa, gli alloggi per adesso sono isolati, i trasporti scomodi. Realizzeremo un campus come in America, anche se non è nella nostra cultura: fa comunità, favorisce uno spirito di appartenenza che da noi c’è in pochi atenei, come quello di Bologna, alla Bocconi, al Politecnico».Condivide la linea del rettore del Politecnico sull’inglese come lingua esclusiva per lauree magistrali e dottorati? «Non in un ateneo generalista come il nostro. Ma è la soluzione giusta per alcuni corsi. Medicina in inglese qui in Bicocca? Non adesso. Funziona bene alla Statale, ma noi per ora abbiamo un solo polo universitario all’ospedale San Gerardo».Milano ha quattro nuovi rettori, una nuova generazione di «magnifici» nettamente più giovani dei predecessori e pronti a lavorare in rete. «È anche il mio auspicio. Condividere servizi e obiettivi sarà un vantaggio per tutti. La collaborazione sarà stretta anche con Regione, Provincia e Comune. E continueremo il lavoro di collegamento con le imprese avviato da Marcello Fontanesi e di apertura sul territorio».
(Dal Corriere della Sera, 31/5/2013).
PoliMI: il TAR appoggia una minoranza retriva
Caro Severgnini, sono un professore di quel Politecnico oggi al centro dell’attenzione dei media per la decisione del TAR che blocca di fatto la modernizzazione e l’apertura internazionale dell’Ateneo. Appartengo alla maggioranza silenziosa dei docenti favorevoli all’inglese che, complice il TAR, è ostaggio di una minoranza rumorosa e retriva. Aggiungo un paio di considerazioni. 1) La sentenza lede profondamente l’autonomia dell’Università e del Senato Accademico democraticamente eletto. Ci immaginiamo Harvard o Cambridge che dipendono per il loro sviluppo da un giudice della contea locale? Siamo seri! Questa triste vicenda riflette peraltro la tendenza della magistratura italiana a intervenire su tutto, talvolta a sproposito come in questo caso. “Summum Ius Summa Iniuria” è vero, ahimè! (latino, lingua franca nell’università medioevale, come l’inglese in quella di oggi). 2) L’argomento secondo il quale insegnare in una lingua diversa dalla propria è meno efficace apparentemente sembra sensato. Ma è del tutto ovvio che se non si insegna in inglese non si attraggono studenti stranieri, e per i giovani italiani studiare in un contesto multiculturale, certamente più che compensa la minore efficacia dialettica. Del resto i migliori atenei americani ed europei sono zeppi di docenti non di madrelingua inglese, che insegnano ovviamente in inglese. Se sono reclutati è perché sono bravi, anche se non hanno l’accento di Shakespeare. Dieci anni fa il MIP, la Business School del Politecnico, iniziò a fare i master in inglese. Dopo poco chiudemmo i corsi in italiano perché gli italiani brillanti frequentavano solo i corsi in inglese, e nei corsi in italiano c’erano pochi studenti e mediocri. Per fortuna allora non ci fu alcun TAR!
Gianluca Spina, Presidente MIP – Politecnico di Milano, gianluca.spina@polimi.it
(Da italians.corriere.it, 31/5/2013).
I rischi di non volere insegnare in lingua inglese
Caro Severgnini,
le scrivo dopo la sentenza del Tar che blocca il progetto del Politecnico di Milano d’istituire dal 2014 corsi magistrali esclusivamente in lingua inglese. Il ricorso, come sa, era stato presentato da un centinaio di docenti.
Io sono ricercatore al PoliMi, parlo a titolo personale, con alle spalle solo 15 anni di carriera universitaria post dottorato, di cui due in Germania, uno in Spagna. Prima, la laurea in Francia. Potrei insegnare in inglese, all’estero lo facevo. Son sicuro che se lo facessi qui, la qualità della didattica diminuirebbe. I concetti che esprimo devono arrivare direttamente alla mente dello studente, se invece passano attraverso il filtro della traduzione, chissà cosa arriva. E ci impiegherei il doppio.
Mi pongo le seguenti domande: ai miei studenti devo insegnare la fisica o l’inglese? Se formo ingegneri che invece della fisica sanno l’inglese, saranno davvero più avvantaggiati rispetto a chi saprà la fisica come o meglio di loro, ed è magari inglese madrelingua? Se all’esame uno conosce la mia materia, ma non sa esprimersi in inglese, lo boccio?
Conosco di persona studenti che scelgono il corso in italiano «perché a quello in inglese ti insegnano metà delle cose». Hanno capito che l’inglese si impara ovunque, le materie tecniche no. Per alcune lauree, tipo ingegneria civile e architettura, la seconda lingua di lavoro è nell’ordine: bergamasco, arabo, lingue slave. Cosa se ne fanno dell’inglese se in cantiere non sanno i termini tecnici?
Lucio Araneo
Caro Araneo, tutti gli studenti del Politecnico che conosco sono in grado di seguire un corso magistrale in inglese (per fortuna). E tutti i docenti – a quel livello – dovrebbero essere in grado di insegnarlo. Altrimenti mi chiederei: dove avete pubblicato, cosa avete letto, in quali congressi siete intervenuti per tanti anni? Le vostre materie funzionano in inglese: finalmente una lingua comune, per competere ad armi pari nel mondo. E voi volete rinunciare? Auguri. A me sembra un modo sicuro per restare nella periferia delle cose, ma posso sbagliarmi.
I termini tecnici in italiano, i ragazzi li hanno imparati nel triennio, si spera. Il bergamasco – fondamentale nell’edilizia, vero! – lo impareranno in cantiere, ammesso e non concesso che ne trovino uno aperto per loro in Italia. Non solo: uno dei grandi problemi dell’università italiana è non riuscire ad attrarre studenti stranieri.
Una laurea magistrale in inglese – al Politecnico, non a lettere classiche andava in questa direzione: ma l’avete bloccata. E la storia d’Italia: un passo avanti, un gruppo si spaventa e fa muro, un passo indietro. In quanto al timore di perdere identità: infondato. Ne ho parlato con Gian Luigi Beccaria durante «Biennale Democrazia» a Torino, in aprile. Ho provato a spiegargli che gli studenti del corso magistrale al Politecnico non sbagliano un congiuntivo, parlano italiano tutto il giorno, sono ragazzi svegli e intelligenti. Non hanno alcuna difficoltà a studiare un paio d’anni in inglese e vivere in italiano. L’ansia è vostra, caro Lucio. Non loro. Dei docenti, non degli studenti.
Claudio Magris ha detto bene, tempo fa, qui sul Corriere: «L’idea di fare, nell’università italiana, dell’inglese la lingua unica e obbligatoria dell’insegnamento» sarebbe degna del personaggio di Alberto Sordi, che voleva fare l’americano ma era «nato in Italy». Nessuno, però, l’ha proposto.
Al Politecnico non insegnate letteratura, e la novità introdotta del rettore Giovanni Azzone ripetiamolo
– riguarda solo le lauree magistrali. I ragazzi studiano già su testi inglesi (troppo complicato e costoso tradurli) e, appena andranno nel mondo a lavorare, lavoreranno in inglese. Se durante un progetto in Brasile gli italiani parlassero italiano, i tedeschi in tedesco, i coreani in coreano e i locali in portoghese, il gruppo non riuscirebbe mai a costruire un ponte. Al massimo, la torre di Babele. Che però, alla fine, casca giù.
Beppe Severgnini
(Dal Corriere della Sera, 29/5/2013).
Il TAR, il PoliMI e l’inglese
Caro Beppe, leggo sul Corriere () la notizia che i giudici del Tar hanno accolto il ricorso dei professori del Politecnico di Milano: l’inglese non sarà la lingua esclusiva d’insegnamento. L’italiano non ha una parola che descrive “le persone che persone che preferiscono mantenere lo status quo invece di affrontare il cambiamento, anche se se questo vuol dire dare meno speranza alle generazioni future” – ma dovrebbe, visto che mi pare siano esemplari diffusi. Personalmente, questa decisione non mi tange in alcun modo: come tanti Italians, non vivo in Italia da anni. Ciononostante, provo una decisa frustrazione al pensiero della prossima generazione di studenti del Politecnico, i quali avrebbero potuto avuto una chance in più una volta laureati, ma no, sarebbe stato troppo bello per essere vero. Spero solo che siano i ragazzi stessi a darsi una chance in più imparando l’inglese per conto proprio. Bisogna essere ottimisti, no? Robert Ricciardi, suppo88@hotmail.it
I ragazzi del Politecnico l’inglese lo sanno già, e hanno capito dove va il mondo. Mi chiedo se si possa dire lo stesso di alcuni docenti.
(Da http://italians.corriere.it, 26/5/2013).
IL TAR E IL POLITECNICO
Dove va a finire la libertà didattica?
Mi piacerebbe sapere dove va a finire la libertà della didattica se deve esserci un Tar che si occupa di promuovere o bocciare le lezioni in inglese al politecnico, questa volta in quello di Milano, un domani a Torino. Come al solito è solo una questione di buonsenso.
Comprendo che l’inglese sia fondamentale ma occorre sempre considerare dove il futuro ingegnere andrà a lavorare. Se il suo posto sarà quello del burocrate di Stato sarà ben difficile che possa avere a che fare con testi stranieri, al contrario se avrà a che fare con il mondo globalizzato potrebbe scordare la lingua madre.
Quando ero su quei banchi, l’incipit del corso di elettronica applicata I del professor Giordana era molto chiaro. Il testo che viene utilizzato è in inglese e non me ne frega nulla se avete fatto francese o tedesco o qualsiasi altra lingua. Qui si parla inglese. Punto e basta. E non c’era alcun giudice a sindacare una decisione simile. I testi solo in inglese erano già presenti al secondo anno, ma per molti quello non rappresentava un ostacolo. Le difficoltà sono di tipo concettuale dal momento che i termini dell’inglese tecnico alla fine sono sempre gli stessi, molto meno variegati rispetto a un’opera letteraria. Una questione che in ogni caso rischia di finire in una bolla di sapone come molti processi che intasano le aule di giustizia. Fino ad oggi gli allievi ingegneri hanno frequentato corsi in italiano e ai miei tempi l’esame di lingua straniera non era neppure previsto. Eppure gli ingegneri italiani all’estero non sfigurano affatto e i cervelli in fuga si trovano perfettamente a proprio agio, specialmente nei Paesi di lingua anglosassone.
Andrea Bucci Torino
(Da Libero, 26/5/2013).
MI UNIVERSITÀ
Bene lo stop all’inglese
Sono contento che il Tar abbia fermato il Politecnico dal far partire, l’anno prossimo, i corsi di laurea specialistica e i dottorati solo in lingua inglese. Una mossa del tutto fuori luogo, irrispettosa delle radici dell’Italia, un tentativo di internazionalizzarsi inutile, visto che il Politecnico è già un’università con studenti da ogni dove. Costringere chiunque a studiare in inglese non avrebbe fatto altro che rendere il Politecnico un’università straniera, e non internazionale. E il tutto per cosa? Per soddisfare il vizio moderno di sentirsi aperti al mondo solo perché si parla inglese? La qualità di un’università dipende da ben altro. Giovanni Arduino e.mail
(Da Libero, 25/5/2013).
CORPORATIVISMO
Milano, paradosso al Politecnico
La lingua inglese è una minaccia
di Caterina Soffici
Dicono di voler difendere la libertà di insegnamento e il diritto allo studio. In verità la battaglia contro l’inglese al Politecnico di Milano ha molto più l’aria di essere una difesa corporativa portata avanti da un manipolo di professori in difesa di rendite di posizione e interessati piuttosto a difendere il loro piccolo feudo universitario. E ieri il Tar ha messo il sigillo su questa battaglia di retroguardia, accogliendo il ricorso di 234 professori (su 1386) del Politecnico di Milano contro la decisione del rettore di tenere, a partire dal 2014, i corsi delle lauree specialistiche solo in inglese. Congratulazioni.
Mettiamolo per scritto, addirittura per legge, che l’Italia deve diventare una Cenerentola del mondo, un piccolo paese provinciale, rinchiuso nella difesa dei propri assurdi privilegi e vecchi schemi mentali. "Insegnare in inglese sarebbe un impoverimento della lingua" dicono i firmatari di un appello prima e
poi del ricorso.
IL RETTORE Giovanni Azzone è forse un fanatico della lingua di Albione? Non credo, voleva semplicemente rendere la facoltà più moderna, dargli un respiro internazionale.
Parliamo di lauree specialistiche, di ingegneri e architetti, che dovrebbero anzi pretendere di ricevere una educazione in inglese. Per essere competitivi in questo mondo globalizzato non basta sapere l’inglese posticcio del liceo. Era anche una decisione per cercare di attrarre studenti da tutto il mondo, dire a quella marea migrante di persone che usano l’inglese come lingua franca per comunicare, scambiare idee, lavorare; ehi ragazzi, ci siamo anche noi. Invece di andare in Inghilterra o in America o in Canada, venite a studiare a Milano. Gente abituata a parlare la propria lingua a casa, che sia cinese, turco, indiano, spagnolo o norvegese. Ma a studiare in inglese, perché i testi scientifici sono in inglese. Perché se vuoi pubblicare una ricerca su una rivista e farlo sapere al mondo, lo devi fare in inglese. E perché l’inglese è la lingua dei congressi internazionali, di internet, di twitter, di google, dell’informazione globale che corre sulla rete. Lo hanno capito perfino i francesi. Il paese dell’eccezione culturale, il paese campione dello sciovinismo linguistico, dove si ostinano ancora con il ridicolo "ordinateur" al posto del computer. Martedì la prima pagina del quotidiano gauchista Libération titolava a lettere cubitali "Teaching in English. LET’S DO IT”, con un articolo di fuoco contro i francesi "che si comportano come gli ultimi rappresentanti di un villaggio gallico sotto assedio". Una entrata a piè pari nel dibattito sul discusso disegno di legge per introdurre l’insegnamento di alcune materie in inglese all’università che dovrebbe essere votato in questi giorni. In Francia sì, in Italia no. Unici ancora in Europa a doppiare i film in lingua invece di sottotitolarli.
È anche questa una difesa della diversità linguistica?
SIAMO AL PARADOSSO che sono proprio gli accademici a vedere nell’inglese una minaccia, quando dovrebbero essere loro a promuoverlo. Una difesa di casta mascherata da nobile battaglia in difesa della lingua di Dante. "Una vittoria della ragione e della cultura" ha dichiarato Agostina Cubiddu, docente di Diritto amministrativo al Politecnico nonché avvocato dei ricorrenti.
Un conto è conoscere una lingua straniera, un altro tenere lezioni ed esami, la tesi dei ricorrenti. Si capisce fosse in discussione l’abolizione dell’italiano dalle scuole elementari. O che si parlasse di insegnare letteratura italiana in inglese. Ma qui non c’è nessuna minaccia alla lingua madre: l’elettronica e l’ingegneria hanno bisogno dei sottotitoli? Si obietta che gli studenti che non sanno l’inglese sarebbero discriminati. Sono lauree specialistiche. Lo imparino, finché saranno in tempo. Perché sennò sarà la vita a discriminarli. E il mercato del lavoro. E la fame dei cinesi, che l’inglese lo imparano eccome. Ma allora sarà troppo tardi e non ci sarà nessun Tar in grado di trovargli un lavoro.
(Da Il Fatto Quotidiano, 25/5/2013).
Accolto il ricorso dei prof dissidenti
Il Tar boccia il Politecnico che parla inglese
Secondo i giudici amministrativi, i corsi in lingua straniera incidono «sulla libertà e sul diritto allo studio»
di ANTONELLA LUPPOLI
Il Tar dice no. Niente corsi solo in inglese al Politecnico di Milano. L’«apertura internazionale»
promossa nel maggio 2012 dal rettore Giovanni Azzone non troverà dunque concretezza. Almeno
per ora. «Incide in modo esorbitante sulla libertà e sul diritto allo studio», si legge tra le motivazioni
addotte dal Tribunale Amministrativo Regionale, che mercoledì ha accolto il ricorso presentato nel luglio scorso da 150 docenti dell’ateneo milanese capitanati da Maria Agostina Cabiddu, docente di diritto amministrativo e legale dei «professori dissidenti».
«Accoglie in pieno le nostre ragioni. Dimostra tutta la lesività della decisione impugnata. È una vittoria non soltanto nostra, è una vittoria della ragione e della cultura» ha fatto sapere la Cabiddu.
LA DELIBERA
Il primato della lingua italiana, sancito dalla Costituzione, ha dunque avuto la meglio, anche nell’ambito dell’insegnamento universitario. Ma procediamo con ordine. Circa un anno fa, il rettore dell’università di Via Leonardo da Vinci ha emanato una delibera approvata dal Senato Accademico – con la quale dà il via, a partire dal 2014, a corsi esclusivamente in inglese per lauree di secondo livello e i dottorati di ricerca. La decisione è annunciata in conferenza stampa alla presenza dell’allora ministro Francesco Profumo.
La specializzazione si tinge di cosmopolitismo. Un respiro globale in uno degli atenei più importanti d’Italia per offrire al mercato del lavoro giovani nostrani qualificati e pronti al confronto con i coetanei
europei. Sono queste le ragioni per cui il rettore Azzone si è tanto speso a favore dell’iniziativa.
Attualmente, al Politecnico sono 17 le lauree magistrali, due quelle triennali e 24 i dottorati di ricerca dove l’italiano è off limits, mentre la nuova iniziativa avrebbe dovuto riguardare tutti i 34 corsi specialistici.
La reazione alla proposta del rettore fu immediata. Non tutti i docenti del Politecnico si sono trovati d’accordo. Bandire totalmente i corsi in lingua italiana è come perdere un pezzo della propria identità.
Così tre mesi dopo arriva l’ufficiale ricorso. E il braccio di ferro tra «conservatori» e «innovatori»
si protrae anche a mezzo stampa. Pure tra gli studenti le reazioni sono diversificate.
C’è chi sarebbe favorevole alle lezioni in inglese, e chi invece sostiene che questo possa in qualche modo rendere inutilmente più complesso il proprio percorso accademico.
Al di là della diatriba, al momento è tutto bloccato.
L’ISTITUTO
Il Tar ha detto la sua, rendendo inefficace il documento firmato dal Magnifico Rettore.
In una nota emanata dal Politecnico si legge: «Preso atto della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia per l’erogazione dell’offerta formativa nei corsi di Dottorato e di Laurea Magistrale in lingua inglese dall’anno accademico 2014/15, il Rettore Giovanni Azzone ha deciso
di convocare Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione in seduta straordinaria congiunta il prossimo 3 giugno per analizzare la sentenza e decidere gli atti conseguenti.
In assenza di una posizione ufficiale dell’Ateneo che sarà presa in quella seduta, il Rettore non rilascerà dichiarazioni».
La presidente dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio, ha invece sostenuto che “l’internazionalizzazione e la tutela della lingua nazionale non devono essere poste in contrasto. Occorre mantenere saldo il principio del bilinguismo».
(Da Libero, 25/5/2013).
Il Ministero: sì all’inglese al Politecnico
Gli studenti del Poli vogliono l’inglese
Dopo la sentenza del Tar, il rettore riceve l’appoggio della Carrozza
di LUCA DE VITO
VENTIQUATTR’ORE dopo la sentenza del Tar che annulla la decisione del Politecnico di estendere l’inglese obbligatorio a tutti i corsi di laurea specialistica e ai dottorati, è il momento del dibattito e delle polemiche.
Se da una parte i ricorrenti esultano per la vittoria nella prima battaglia legale, dall’altra il rettore Giovanni Azzone incassa l’appoggio del ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza:
«Si presuppone che la lingua italiana sia già ben conosciuta all’università, offrire corsi in inglese significa consentire agli studenti di entrare nel mondo del lavoro – ha detto ieri mattina in un’intervista a radio24 – Le sentenze si rispettano, però capisco molto bene il rettore del Politecnico: il dibattito sull’importanza della lingua italiana dovrebbe essere affrontato a livello di scuola primaria».
I vertici dell’ateneo non commentano la sentenza, ma gli studenti in prima fila – insieme a molti docenti – si schierano contro la decisione del tribunale amministrativo regionale: «In nord Europa l’insegnamento in inglese è cosa normale anche per iPaesi non anglofoni, come la Scandinavia- dice Fabio Frassini del gruppo Svolta Studenti – Mi chiedo solo cosa manchi a noi, se il coraggio di intraprendere una strada di lungo periodo o la voglia di uscire da questa crisi». Sulla stessa lunghezza d’onda è il gruppo studentesco della Terna Sinistrorsa che fin dall’inizio ha condiviso il progetto del rettore Azzone.
Anche fuori dai confini dell’ateneo, il dibattito è acceso. E in rete si riversa la maggior parte delle critiche alla sentenza: «Solo in Italia impartire corsi in inglese all’università viene giudicato lesivo della libertà degli individui», scrive Eleonora Baggiani su Twitter; «Anche Dante avrebbe capito», le fa eco Silvia Cocozza. Accuse di provincialismo e ironie sferzanti non sembrano però intaccare le certezze dei contrari all’uso dell’inglese: «Siamo soddisfatti per la decisione del Tar- ha dichiarato Giorgio Pagano, segretario dell’Associazione Radicale Esperanto – È una lezione che dovrebbe valere per tutta l’Europa.
Bisogna ribadire con forza e convinzione che la politica linguistica ha un’importanza primaria».
Adesso, in Piazza Leonardo da Vinci si ragiona sulla strada da prendere. Azzone ha convocato una riunione di Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione in seduta straordinaria congiunta per il prossimo 3 giugno, per analizzare la sentenza e vedere il da farsi.
Se i vertici dell’ateneo vorranno proseguire nella stessa direzione, due sono le strade percorribili: fare un ricorso in appello, oppure scrivere un nuovo provvedimento che non vada incontro a intoppi legali.
(Da La Repubblica ed. Milano, 25/5/2013).
E la Francia si “piega” con riserva
di Stefano Montefiori
I deputati francesi ieri hanno approvato l’articolo 2 del progetto di legge che prevede la possibilità di tenere corsi universitari in inglese. La possibilità, non l’obbligo, e quando l’inglese “è giustificato da necessità pedagogiche”, valutando quindi caso per caso. Siamo ben lontani dall’uso esclusivo previsto dal Politecnico di Milano, eppure si è arrivati al voto dopo settimane di polemiche, proteste dei puristi e un appello al governo dell’Académie Française, l’istituzione fondata da Richelieu nel 1635. I deputati francesi alla fine hanno trovato la via della ragionevolezza, estendendo i casi in cui i professori potranno insegnare in inglese, in deroga alla legge Toubon del 1994. E’ un’apertura per attirare i brillanti studenti stranieri che altrimenti sceglierebbero sempre di più le università anglosassoni, ma anche il riconoscimento di una realtà di fatto: si stima che già adesso circa il 10% dei corsi nelle università francesi vengano tenuti in inglese, non per scelta di principio ma perché certe materie lo richiedono. Dalla realtà quotidiana dell’insegnamento si è arrivati alla norma, e non il contrario.
(Dal Corriere della Sera, 24/5/2013).
Bocciata la decisione di escludere l’italiano da lauree specialistiche e dottorati
Svolta inglese al Politecnico, no del Tar
di FEDERICA CAVADINI
Troppo avanti. Il Politecnico di Milano credeva di aver trovato la strada giusta: solo lezioni di inglese
dal 2014, «per formare professionisti pronti per un mercato globale», diceva il rettore Giovanni Azzone. Ma la delibera del senato accademico del maggio 2012 è stata annullata ieri dal Tar, che ha accolto il ricorso presentato da un centinaio di professori dell’ateneo. «E una vittoria della ragione e della cultura», dicono i ricorrenti.
Il caso Il progetto di escludere l’italiano da lauree specialistiche e dottorati per un «ateneo internazionale»
No all’inglese come lingua esclusiva
Il Tar ferma il Politecnico di Milano
Accolto il ricorso dei professori contrari alla svolta dell`università
di Federica Cavadini
No all’inglese come lingua esclusiva all’università. Questa scelta «incide in modo esorbitante sulla libertà di insegnamento e sul diritto allo studio». Lo slancio in avanti del Politecnico di Milano, che l’anno scorso aveva annunciato «solo lezioni in inglese dal atta», è stato fermato dai giudici del Tar che hanno accolto ieri il ricorso presentato da un centinaio di professori dell’ateneo. Difeso il primato della lingua italiana sancito dalla Costituzione, anche per l’insegnamento nelle nostre università.
Il rettore Giovanni Azzone era pronto a escludere l’italiano dalle lauree specialistiche e dai dottorati, «per un ateneo internazionale», «per formare professionisti pronti per un mercato globale». E di un anno fa la delibera del senato accademico sull’uso esclusivo dell’inglese annullata ieri. E lo scontro era stato immediato. Subito gli appelli contro, firmati da trecento professori del Politecnico, un fronte trasversale da ingegneria ad architettura. Poi, a luglio, il ricorso al Tar. E ieri la sentenza che annulla la delibera di maggio 2012. «Accoglie in pieno le nostre ragioni. Dimostra tutta la lesività della decisione impugnata. E’ una vittoria non soltanto nostra, è una vittoria della ragione e della cultura», dice Maria Agostina Cabiddu, che è docente di diritto amministrativo al Politecnico ed è anche l’avvocato dei ricorrenti.
Il primo annuncio del rettore ingegnere Giovanni Azzone con l’allora ministro Francesco Profumo era stato all’inizio del 2012. «Lezioni solo in inglese entro due anni».
«Perché dobbiamo formare capitale umano di qualità in un contesto internazionale per rispondere alle esigenze delle imprese e a quelle degli studenti che chiedono di essere pronti per un mercato mondiale del lavoro», la motivazione del rettore. E aveva spiazzato molti, dentro e fuori dal Politecnico. Sull’esclusione dell’italiano subito un vivace dibattito. Voci diverse, dagli atenei all’Accademia della Crusca. Lo slancio forte, verso l’internazionalizzazio ne divideva i professori, anche in un ateneo che conta già oltre venti corsi di laurea e altrettanti dottorati in inglese.
Il punto critico? La scelta obbligata. Insegnare e imparare «esclusivamente» in una lingua diversa. Eliminare l’italiano.
La svolta del Politecnico incide sulla libertà di insegnamento e sul diritto allo studio, si legge nella sentenza dei giudici amministrativi. Erano gli argomenti forti del partito contro. Un conto è conoscere una lingua straniera, altro è tenere lezioni ed esami. «Abbasserebbe la qualità della formazione», una delle obiezioni.
E ancora, non tutti i docenti sono pronti. E non tutti gli studenti. Il preside di Architettura, Pier Carlo Palermo, aveva parlato di «accelerazione rischiosa»: Il rettore Azzone intanto aveva fatto partire corsi di inglese intensivi per i professori, con tanto di esamini periodici. «Ma insegnare la materia in un’altra lingua non è come preparare una relazione per un convegno», dice Cabiddu. «E internazionalizzazione non è inglesizzazione».
In architettura per esempio non è quella la lingua madre. Storia dell’arte ha più senso studiarla in italiano.
Un’altra osservazione: «E giusto diffondere la conoscenza di lingue straniere ma anche diffondere la cultura italiana all’estero». Poi. La centralità della lingua italiana è tutelata dalla Costituzione, l’altro principio ribadito dai giudici del Tar.
Ora è tutto fermo, si va avanti con il bilinguismo. Dopo il triennio resiste il doppio binario dei corsi nelle due lingue, per le magistrali e per i dottorati. «E ci auguriamo che gli organi di governo dell’ateneo decidano di non presentare appello», dicono i ricorrenti.
(Dal Corriere della Sera, 24/5/2013).
"Niente inglese", l’Accademia contro Hollande
Francia, gli intellettuali bocciano i corsi universitari in lingua straniera: "Riforma suicida"
di ANAIS GINORI
Un professore del College de France, Claude Hagege, parla addirittura di "pulsioni autodistruttrici",
"progetto suicida". E conclude: «Siamo in guerra».
Il motivo di tanta agitazione è l’idea del governo di istituire dei corsi in inglese all’interno delle università e delle Grandes Ecoles, le scuole che formano l`élite del paese. Le intenzioni della riforma, già presentata dall’esecutivo e tra pochi giorni al vaglio del parlamento, sono lodevoli. In un sistema accademico internazionale sempre più competitivo, in cui le principali potenze si contendono i migliori cervelli, avere dei corsi in inglese all’interno delle facoltà francesi permetterebbe di attrarre più studenti stranieri.
Ma con la lingua di Voltaire non si scherza. A scanso di equivoci, dal 1992 esiste persino un articolo della Costituzione che sancisce che la lingua ufficiale della République è il francese. Quindi non c’è da stupirsi se la misura del governo socialista, che vorrebbe mettersi al passo coi tempi e la globalizzazione, abbia già sollevato una levata di scudi negli ambienti intellettuali.
Puntuale è arrivata la bocciatura dell’Accademia di Francia, istituita nel lontano 1635 dal cardinale Richelieu proprio per difendere l’idioma nazionale e proteggerne l’elegante purezza.
Secondo l’Accademia il progetto rischia di provocare una "marginalizzazione" della lingua francese. E
poco importa che il ministero dell’Istruzione abbia precisato che l’insegnamento in lingua straniera
sarà comunque limitato all’1% dei corsi, in particolare quelli che più necessitano l’uso di termini inglesi.
La rivalità con l’inglese è antica e radicata, anche nella classe politica che spesso si presta a grotteschi strafalcioni negli incontri internazionali. Questo è il paese che si ostina a bandire gli anglicismi, cercando di tradurre ogni parola, dal "computer" ordinateur a "tiebreak" jeu décisif anche se poi capita per esempio di accendere la radio e ascoltare gruppi nazionali cantare solo in inglese. Quella dell’Accademia di Francia sembra insomma l’ennesima battaglia di retroguardia, ignorando il fatto che il francese non è più la principale lingua usata negli scambi diplomatici.
«Siamo ridicoli» ha commentato con incauta schiettezza la titolare dell’Istruzione, Geneviève
Fioraso. Il sistema accademico francese è il quinto al mondo per numero di studenti stranieri,
ma le iscrizioni dall’estero diminuiscono di anno in anno.
Anche se esiste un importante bacino di giovani francofoni, soprattutto in Artica, per il governo
si tratta soprattutto di aprire a potenze emergenti come Brasile, Cina, India. Quest’ultimo paese
è citato come esempio dal ministro Fioraso.«L’India- spiega – ha un miliardo di abitanti di cui
60 milioni di informatici, ma accogliamo solo 3000 studenti indiani».
Qualche giorno fa, Le Monde ha pubblicato un appello in favore della riforma governativa firmato da alcuni premi Nobel per la medicina e la fisica, come Francois Barré-Sinoussi, Serge Haroche o ancora il matematico "medaglia Fields" Cédric Villani.
«La comunità scientifica internazionale – hanno scritto parla già in inglese». Piaccia o non piaccia, è così.
(Da La Repubblica, 10/5/2013).
L’opinione
L’università non commetta il peccato di anglofilia
di GIORGIO LAMBERTENGHI DELILIERS
STUDIARE medicina in inglese, solo in inglese. È la cosiddetta «anglicizzazione» dell’università, che sta contaminando anche la facoltà di Medicina dell’Università Statale sulla scia di Bocconi e Politecnico.
È un allarme che è diventato tormentone da quasi dieci anni, da quando a Ravenna l’Accademia
degli Incamminati presentò il «Manifesto agli Italiani per l’italiano», cui aderirono numerosi esponenti della cultura. Non che si tratti di negare la necessità di un’internazionalizzazione degli studi universitari, di medicina come d’ingegneria, economia o biologia. E ovvio che l’ottima conoscenza della lingua inglese debba far parte obbligatoriamente della preparazione dei nuovi laureati in materie tecnico -scientifiche, e probabilmente anche dei laureati in scienze umanistiche, se vogliono affacciarsi sul mondo.
Nel caso del medico, lo richiede l’aggiornamento stesso, basato sulla partecipazione a convegni e a seminari internazionali e sulla necessaria consultazione della più qualificata letteratura scientifica, che ormai è quasi totalmente in inglese. Anche lo sviluppo di carriera, che augurabilmente porterà i nuovi medici a fare esperienza all’estero, non può prescindere dall’ottima conoscenza dell’inglese. Queste sono le premesse utili e ragionevoli, che non devono però cancellare la domanda di fondo: è davvero indispensabile che i corsi di laurea in medicina e chirurgia vengano svolti in inglese?
Ed è vero che i giovani stessi desiderino la «anglicizzazione» della facoltà di Medicina? Non bisogna
farsi fuorviare dal consistente numero di domande di ammissione (con test in inglese che servono da griglia di selezione) presentate peri corsi in sola lingua inglese che alcune facoltà di Medicina hanno aperto da qualche anno, affiancandoli ai corsi in italiano. Non dobbiamo dimenticare infatti che presentare domanda per i corsi in inglese può funzionare da «piano B», in una situazione di numero chiuso che non si riesce facilmente a varcare.
Ma i corsi di laurea in medicina svolti soltanto in inglese devono, a mio giudizio, restare «paralleli» al normale insegnamento universitario in italiano, e non devono sopprimerlo. Non si vede la necessità
che la facoltà di Medicina dell’Università Statale di Milano adotti anche la lingua inglese, e questo per due motivi. Il primo motivo è che la nostra lingua madre ha un’invidiabile ricchezza di espressione, che è di grande utilità e sarà fondamentale nel rapporto medico-paziente. Il secondo motivo è che la lingua italiana è una salvaguardia per la discussione delle varie problematiche etiche che attualmente tormentano il campo medico -scientifico, e che sono strettamente vincolate alla nostra cultura greco-latina, cultura di grande apertura mentale, tenuta in onore anche ad Oxford.
L’Università deve richiedere una reale conoscenza della lingua inglese, ma non deve commettere il peccato di anglofilia. Non possiamo certo dimenticare che l`inglese è lingua egemone per ragioni politiche, e saremmo ingenui a non considerarlo un dato di fatto. Tuttavia, come ha scritto Claudio Magris, un intellettuale di apertura europea che nessuno potrebbe tacciare di provincialismo, «la proposta di rendere obbligatorio l’insegnamento universitario in inglese rivela una mentalità servile, un complesso di servi che considerano degno di stima solo lo stile dei padroni».
(Da La Repubblica, 12/4/2013).
Italia periferia del mondo il politecnico di Milano cancella l’italiano
di Giuseppe Lembo
Una notizia culturalmente non bella è quella che ci riferisce del progetto di cancellare la lingua italiana nel Politecnico di Milano.
Dal 2014 la lingua ufficiale del Politecnico di Milano per le lauree magistrali ed i corsi di dottorato, sarà esclusivamente di lingua inglese.
Siamo di fronte ad un errore madornale, pensato da Giovanni Azzone, Rettore dal 2010 e spalleggiato anche dal Ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, ministro ormai con le valigie in mano, prossimo a cedere ad altri la prestigiosa poltrona del mondo della Scuola e dell’Università italiana.
Ma è veramente possibile che a questo nostro Paese possa capitare di tutto e di più?
L’ultima è di soffrire di un provincialismo assolutamente inopportuno.
E a soffrirne non è la società italiana ammalata di populismo; è, strano a dirsi, il mondo del sapere italiano nei confini dorati del Politecnico di Milano, il cui rettore Giovanni Azzone ha ben pensato di scrollarsi di dosso il terzomondismo della nobile lingua italiana, decidendo per questo, di cancellarne il corso, sostituendola con l’inglese, la lingua universale del mondo, la lingua con cui il mondo comunica più facilmente e più comodamente.
A che serve? A chi giova tutto questo? Non certamente serve al buon nome dell’Italia nel mondo.
Ogni Paese del pianeta Terra, da sempre ed ancora oggi si sente orgoglioso di potersi esprimere nella propria lingua; nella lingua, un tempo orgogliosamente definita lingua dei padri.
Da noi, all’inizio dell’era globale, non è più così; da noi di fatto assolutamente “paesanotti” di mentalità e di comportamenti, abbiamo bisogno per comunicare la nostra cultura, le nostre capacità scientifiche e tecnologiche, di andare a disturbare la lingua anglofona, la lingua degli altri d’Europa, perché, trattasi di lingua universalmente conosciuta, mentre la nostra si dice, è ormai una lingua morta ed assolutamente invisa al mondo.
Al magnifico rettore Giovanni Azzone c’è, prima di tutto, da chiedergli se è questa la cosa più importante per il futuro tecnico-scientifico del suo ateneo.
Si è interrogato sul danno certo, prima di tutto, all’immagine che ne deriva per il Politecnico di Milano e per l’Italia intera, di fronte all’esigenza di dover dismettere la propria lingua, perché inidonea a trasmettere agli altri saperi e conoscenza scientifica?
Il fatto, così come evidenziato, non depone per niente bene né per il Politecnico di Milano, né per il senso di provincialismo profondo in cui è sprofondato il nostro Paese.
Non è possibile dismettere la propria lingua, delocalizzandola nel dimenticatoio o ancora peggio cancellandola, per il solo falso bisogno di sentirsi universali, linguisticamente parlando.
Quello che conta nel mondo della cultura, dei saperi e della ricerca scientifica e tecnologica non è il modo in cui sono dette le cose, ma il contenuto delle cose dette.
Anche l’italiano, come da sempre ha saputo fare, ha comunicato al mondo cose importanti di cui il mondo ci è grati, facendole proprie e trasformandole nel linguaggio di appartenenza, senza pensare ad una universalità di espressione che è un falso, falso problema.
Il problema non è la lingua con cui si dicono le cose e si esprimono i saperi, ma i saperi stessi.
Bene, quindi, farebbe il Rettore Azzone a riconsiderare questa scelta di fare usare l’inglese come lingua ufficiale del suo ateneo, considerandolo per questo, automaticamente promosso ai piani alti del sapere del mondo.
C’è da suggerirgli un impegno magistrale nel percorso educativo/formativo per i contenuti legati ai saperi tecnico-professionali; tanto, per il buon andamento del Politecnico milanese, una scuola italiana sicuramente eccellente che non può e non deve sentirsi in condizioni di inferiorità solo perché si parla e si scrive in italiano.
L’italiano, una lingua, tra l’altro, in grande simpatia a chi viene in Italia per lavoro, per turismo e soprattutto per chi segue gli studi nel nostro Paese; in quanto tale è favorevolmente accettata e condivisa da tutti; studiandola, per tanti, diventa la lingua con cui si esprimono, vivendo così un’appartenenza interculturale fondamentale per il proprio futuro nella vita d’insieme e nella stessa professione.
Niente da vergognarsi quindi.
Al Politecnico l’inglese va usato per quanto basta; non è pensabile, comunque, rottamare l’italiano e sostituirlo con una lingua esterofila che non è la nostra, non ci appartiene e riduce il peso di una lingua italiana inopportunamente a mezzadria, se non del tutto cancellata.
L’etero linguaggio non giova e non rappresenta assolutamente niente di utile per migliorare i saperi italiani che, umanistici, filosofici e/o scientifici che siano, devono essere necessariamente, espressi in italiano e non in altre lingue.
Anche i saperi italiani devono avere il doc italiano; nessuno, come sta succedendo da noi, in altre parti del mondo, si sognerebbe mai di azzerare, cancellandola, la propria lingua, per usarne un’altra, considerata più di uso comune per i tanti stranieri del mondo che affollano il Politecnico milanese.
A maggior ragione, trattandosi di un’utenza numerosa, gli universitari del Politecnico, per vivere in senso compiuto la loro esperienza interculturale oltre che formativa e di studi scientifici, è sicuramente un bene farli studiare ed esprimersi in italiano, un’opportunità in più per il loro futuro di professionisti del mondo.
Settorializzare e ridurre le proprie conoscenze è un danno; non giova l’unidirezionalità linguistica.
L’italiano può, tra l’altro, arricchire, migliorando i saperi acquisiti dai tanti del mondo che studiano al Politecnico milanese.
Quest’impronta di unicità nell’universalità del tempo globale in cui viviamo è un vero e proprio suicidio per le tante diversità umane e di pensiero.
L’ufficialità dell’inglese come lingua unica del Politecnico milanese proprio non serve.
Caro rettore Azzone torni sui suoi passi e pensi a far crescere il Politecnico negli ambiti suoi propri degli studi formativi, ideativi, creativi e tecnologici avanzati, dando, tra l’altro, anche un forte contributo di italianità al sapere per una condizione umana che abbia la centralità dell’uomo in un cammino d’insieme consapevole, utile a cambiare ed a salvare questo tanto maltrattato mondo che, ovunque, soffre perché ovunque ammalato di uomo.
Non me ne voglia Rettore Azzone. Da comunicatore autentico di fronte a questa notizia non ho saputo far finta di niente e manifestare come fanno i più, indifferenza.
Da meridionale, ho ritenuto riflettere sulle scelte che a volte inopportunamente si fanno nel nostro Paese.
Non c’è niente di rivoluzionario nella scelta a senso unico dell’inglese come lingua unica al Politecnico nella formazione universitaria per il raggiungimento delle lauree magistrali e dei corsi di dottorato.
Meglio sarebbe un po’ di impegno in più sul piano della diffusione dei saperi, partendo dall’uomo e soprattutto dal pensiero universale dell’essere, un percorso del sapere universale nato al Sud nella scuola eleatica di Parmenide e di Zenone, oggi in forte crisi, perché ovunque si è ammalati di apparire, di un apparire sempre più assordante a cui si possono riportare tante scelte umane del nostro tempo, compresa quella del Politecnico di Milano che pensa di poter diventare università esclusiva del mondo, parlando e facendo parlare la lingua inglese.
(Da cilentonotizie.it, 23/3/2013).
La polemica
No all’esterofilia
Il Politecnico parla inglese. Forse troppo
L`istituzione scientifica milanese ha scelto di diventare totalmente anglofona
Ma non per tutti è un miglioramento. Anzi, la didattica potrebbe risentirne…
di Matteo Sacchi
A buttarla in burla il tutto potrebbe ridursi al ritornello della canzone di Renato Carosone «Tu vo’ fa
L’americano, ‘mericano… ma sei nato in Italy». In realtà la questione sta sollevando un vero e proprio polverone ed è comunque destinata a lasciare il segno.
Partiamo dai fatti. Il Politecnico di Milano ha deciso (il 21 maggio 2012) di diventare anglofono e ha iniziato una complessa riforma dei corsi di laurea per far sì che gli ultimi anni di specializzazione si svolgano esclusivamente in lingua inglese. Traguardo che dovrebbe essere raggiunto entro il 2014. E se da un lato c’è chi gioisce per l’ internazionalizzazione che dovrebbe consentire ai giovani laureati di muoversi meglio all’estero, dall’altro c’è chi lamenta la colonizzazione e il danno linguistico. Tra gli altri Vittorio Sgarbi che così si è espresso: «Andrebbe chiuso il Politecnico, perché è deliberatamente fuori legge… Non si può in alcun modo immaginare un insegnamento, una corrispondenza, un’identità italiana senza la lingua… In questo modo, inoltre, si contraddice la stessa architettura, poiché è nella lingua italiana, che è diventata lingua universale, che l’architettura si è imposta nel mondo… attraverso, ad esempio, i quattro libri di Andrea Palladio». E come Sgarbi la pensa Giorgio Pagano che con l’Associazione Radicale Esperanto ha raccolto un gran quantitativo di dati che contraddicono i presunti benefici dell’inglese imposto per docenza. Ecco cosa dice al Giornale: «Il fatto di lasciarci colonizzare linguisticamente è un danno economico e un disastro culturale. Innanzi tutto un sacco di editori italiani che producono libri di testo si vedranno scavalcare da editori stranieri. Poi inevitabilmente il livello dell’insegnamento scende perché i docenti non sono madrelingua e la ricchezza linguistica va persa. Peggio ancora nel restauro e nel design dove tradizionalmente si parla italiano. Così facendo li regaliamo al mondo anglosassone». E il ragionamento ha una base solida. Trai dati certi c`è che le economie degli Usa, della Gran Bretagna e dell’Australia risparmiano milioni proprio per il vantaggio linguistico e perché non devono investire in corsi di lingua. Certo c’è chi si «difende». A esempio il Giappone ha scelto di registrare i suoi brevetti in giapponese perché questa è un’ulteriore garanzia di protezione. Noi abbiamo scelto invece la colonizzazione volontaria. E per certi versi una colonizzazione pasticciata. Spiega ancora Pagano: «Per esercitare la professione di architetto o di ingegnere molto spesso bisogna conoscere bene la legislazione di un Paese non basta
la lingua. Mentre l’esame di Stato in Italia resta in italiano. Quindi non è detto che gli studenti ottengano grandi vantaggi». Ecco e gli studenti cosa dicono?
Non hanno voglia di metterci la faccia ma molti, off records (giusto per essere ‘mericani anche noi) spiegano: «Persino gli esami sono diventati una cosa poverella… semplificata… Nessuno padroneggia
la lingua ne al di là nel al di qua della cattedra… È tutto banalizzato». Insomma meglio un bravo ingegnere italianofono che uno così così ma che pronuncia perfettamente «Skyscraper».
(Da Il Giornale, 9/3/2013).
Presentazione, all’interno del convegno “Lingua cultura e Libertà”, del volume “Fuori l’italiano dall’università? Inglese, internazionalizzazione, politica linguistica” (Laterza), a cura di Nicoletta Maraschio, professore ordinario di Storia della Lingua italiana all’Università di Firenze e presidente dell’Accademia della Crusca.
(Fonte La Nazione, 20/2/2013).
“L’università in inglese? Salviamo prima l’italiano”
Beccaria: la scuola educhi tutti, non solo le eccellenze
di Anna Mangiaretti
Per la propria lingua madre, Gianluigi Beccaria ha l’amore sollecito di un padre, più che di un figlio. Dell’italiano insegna la storia all’Università di Torino e la divulga con strenua simpatia, anche in tv. Oggi, Giornata Internazionale della Lingua Madre, interverrà al convegno “Lingua Cultura Libertà”, all’Umanitaria di Milano. Dove sarà discussa la decisione del Politecnico ambrosiano di adottare ufficialmente dal 2014 l’inglese per le lauree Magistrali e i corsi di Dottorato, rottamando l’italiano.
Professore, un colpo al cuore?
“Mi ha colpito l’uso esclusivo dell’inglese. Molti, solo una minoranza per fortuna, pensano che la scelta non sia male. Serve a formare professionisti in grado di trovare lavoro in Europa o in America. Ragionamento giusto, sacrosanto, di per sé. Ma, al fondo, è minata l’idea di scuola. Si concepisce da un po’ di tempo l’Università pubblica come un soggetto privato, un’azienda che debba vendere lauree al maggior numero di clienti”.
Scusi, non è male neppure che i corsi in inglese possano attirare studenti stranieri.
“Più debole, questa argomentazione. Non facciamoci tante illusioni. Sono per lo più ragazzi non accettati a Cambridge o ad Oxford, che ripiegano qui. Non dico sul Politecnico, che da 150 anni è un’ottima scuola”.
Se non un’attività di addestramento a una professione, cosa dev’essere la scuola?
“Il luogo dell’educazione collettiva del cittadino. Ci sono al mondo anche le masse, non solo le eccellenze, i benemeriti bocconiani e normalisti. Con questo, non voglio fare un discorso vetero politico”.
-Alla Bocconi, peraltro, i corsi in laurea Magistrale sono impartiti in italiano e in inglese.
“Lasciamo infatti la doppia possibilità”.
Ma gli italiani ammessi ai corsi in inglese sono riconosciuti più brillanti.
“Accade pure per le materie umanistiche: rispetto a un articolo eccellente, ma scritto in italiano, è più valutato quello brutto, in inglese. Un uomo, diciamocelo pure, nel 90% dei casi può conoscere bene una sola lingua”.
Perciò teme le lezioni modeste, schematiche, meno coinvolgenti di docenti non di lingua madre inglese?
“Non solo. La lingua italiana, esclusa dall’insegnamento delle materie tecniche, si troverà mutilata in pochi decenni. Le mancheranno le parole per trasmettere il sapere scientifico”.
Il suo inglese?
“Lingua veicolare. Usata per farmi capire. Quando mi hanno invitato a New York a parlare della lingua di Montale, in una conferenza in inglese, ho parlato, lentamente , in italiano. E mi hanno ringraziato”.
Altrove?
“In Lapponia, è accaduto a un mio collega, sotto un tendone, di fronte a una quantità di gente che non capiva nulla, ma voleva stare a sentire il suono. La lingua italiana è amatissima. Al quarto posto al mondo tra quelle studiate. In certi campi, storia dell’arte, moda, musica, oggi anche cucina, è quasi obbligatorio conoscerla”.
Considerati i gravissimi errori di sintassi e ortografia nelle prove scritte dei concorsi pubblici, dovrebbero studiarla anche i connazionali?
“Proprio perché l’italiano è talmente impoverito, curiamolo, invece di buttarlo nel cestino. Se lo sostituiamo con l’inglese, ci castriamo”.
Studiamo però anche l’inglese…
“Certo, tra i prerequisiti per accedere all’università, ci dev’essere la conoscenza perfetta della lingua inglese”.
Come il latino nel Medioevo, riconosciamola dunque la lingua egemone. Sarà mai esautorata dal cinese?
“A difendere l’inglese, per ora nel confronto con l’italiano, interverrà Beppe Sergnini, durante la prossima Biennale Democrazia, dal 10 al 14 aprile, a Torino”.
(Da LA Nazione, 20/2/2013).
AGENDA FITTA PER GLI ATENEI
di Andrea Kerbaker
Pochi giorni fa, con la nomina di Franco Anelli in sostituzione di Lorenzo Ornaghi alla guida della Cattolica, per le università milanesi si è completato un semestre di cambiamenti profondi. Era partita a luglio la Bocconi, che con il quarantottenne Andrea Sironi ha insediato uno dei più giovani rettori della sua storia; a ottobre ha fatto seguito Gianluca Vago in Statale, dopo nove anni di rettorato di Enrico Decleva. A giorni, in via Festa del Perdono esordirà anche un nuovo Consiglio, con quattro rappresentanti dei privati; una prima assoluta non solo per l’ateneo milanese, ma per tutta l’università pubblica italiana. Ai nuovi nominati si pongono molte questioni; almeno tre prioritarie. La più nota riguarda l’internazionalità. Nel mondo globalizzato, il tempo dell’insegnamento limitato alle quattro mura di casa è finito da un pezzo. Oggi le università, classificate in ranking mondiali che di solito vedono le italiane impietosamente mal piazzate, competono in uno scenario globale, con studenti pronti a scegliere, quando possono, tra proposte di tutti i continenti. In questo contesto è sempre più necessario disporre di offerte formative capaci di far rimanere gli studenti migliori, attraendo nel contempo talenti stranieri, che amplino la varietà delle culture. Particolarmente attenta al tema la Bocconi, dove Sironi è stato prorettore allo sviluppo internazionale. Pure centrale è il rapporto con la tecnologia, con strutture da aggiornare costantemente per venire incontro alle esigenze di studenti abituati a vivere in rete gran parte del tempo. Ma attenzione: così facendo le università non devono trascurare la salvaguardia delle corrette conoscenze scientifiche, impedendo le scorciatoie concesse dalla tecnologia, dove la facile accessibilità delle informazioni, peggiorata dal fenomeno del copia-incolla, è troppo spesso una scusa per l’ignoranza di chi studia. Un rischio da evitare con metodologie aggiornate e il recupero di regole chiare. Un terzo tema, che a noi appare ancora più urgente, riguarda il modello di cultura da proporre agli studenti. Negli ultimi anni, infatti, troppi atenei, con la scusa di aggiornarsi, hanno aperto le porte a una malintesa modernità, offrendo cattedre, magari di «eventi», a discutibili esponenti della società dello spettacolo, o laureando ad honorem personaggi di chiara fama ma dubbia cultura. Una scelta in linea con le tentazioni della società liquida dove soubrette, calciatori o cantanti valgono come filosofi o industriali: purché se ne parli. Beninteso, non si chiede agli atenei di arroccarsi nella turris eburnea di un sapere vecchio e polveroso. Ma guai se non si saprà difendere il ruolo di una cultura alta, basata sugli studi e non sulle mode e sull’effimero. Un compito attuale oggi più ancora di ieri, in un Paese tanto privo di valori, ma reso assai più complicato da programmi liceali che appaiono sempre meno adatti a un’adeguata preparazione dei ragazzi. L’agenda è fitta. Buon lavoro, cari rettori: con l’augurio che a Milano continui a formarsi una parte importante della classe dirigente del Paese (e magari anche di fuori).
(Dal Corriere della Sera, 23/12/2012).
ELZEVIRO NELLE COMMISSIONI DEI CONCORSI UNIVERSITARI
MA LO STRANIERO NON È IL TOCCASANA
di GIUSEPPE GALASSO
Le montagne partoriscono spesso topolini, e le reazioni psicologiche di un’attesa così frustrata sono diverse, ma sempre forti. A parlare con vari amici e colleghi, ai nomi degli studiosi stranieri candidati a far parte delle commissioni esaminatrici per gli attuali concorsi a cattedre universitarie di prima e seconda fascia, le reazioni positive sembrano in minoranza e quelle più diffuse vanno dalla delusione al disappunto e all’amarezza. Come si sa, con le nuove norme uno dei membri delle commissioni dev’essere straniero. Semplice la motivazione. A parte l’immancabile, e ormai stucchevole, rilievo che in Italia bisogna «internazionalizzare» gli studi e la ricerca, imputati di un grave «provincialismo» e di una dominante autoreferenzialità, ritorna soprattutto la nota del clientelismo e personalismo che nei concorsi e nei ruoli universitari italiani dominerebbero. La presenza di uno studioso straniero in commissione garantirebbe la famosa internazionalizzazione e, soprattutto, eviterebbe i clientelismi e i personalismi nostrani. Nessuno, credo, pensa che le critiche alla nostra università siano tutte infondate. Perché, dunque, tante reazioni negative ai nomi degli stranieri in questione? Non si discute la serietà e considerazione meritata e presupposta per ciascuno di loro. Quel che si nota è che, salvo errore, nessuno dei nomi indicati è di larga fama e perentoria autorità. Naturalmente, il discorso deve cambiare da disciplina a disciplina, e non pare che a ciò si sia fatta abbastanza attenzione. Siamo, si dice però, ad esempio, per le materie storiche, nella media ordinaria degli studi di cui ciascuno di quegli stranieri è specialista, media, certo, bene assicurata in Italia da numerosi nostri studiosi. Non c’è nessun Le Goff o Furet o Elliott o Hobsbawm o Wolfgang Mommsen, tanto per fare nomi di studiosi eminenti, viventi e non, degli ultimi decenni. Valeva la pena di mettere su un meccanismo così roboante per giungere a un livello alla portata ordinaria degli italiani che in Italia e fuori godono di una certa considerazione, per non parlare delle eccellenze, che certo anche qui vi sono? Per di più, qualcuno di questi «stranieri» è considerato tale, pur essendo italiano, perché incardinato in università estere. Basta questo, si chiede, per credere che si sia immuni dai deprecati malvezzi italici da evitare? Rispettando, inoltre, appieno la figura scientifica degli studiosi stranieri indicati, ci si chiede se ne sia sicura la competenza nei più diversi campi di storia italiana coltivati dagli studiosi italiani (che ancora, deo gratias, scrivono in italiano), che essi nei loro studi hanno toccato, a quanto risulta, solo per i temi di loro più diretto interesse, mentre agli studiosi italiani, anche se non specialisti, sono ovviamente più familiari. Molti professori italiani sono stati chiamati, una o più volte, da università e istituti di ricerca stranieri nei giurì di dottorato sulla base delle loro competenze specialistiche in relazione ai temi trattati dal dottorando. Criterio sanissimo. Non pare, invece, che in altri Paesi europei si chiamino stranieri per la selezione dei docenti universitari, e, se è così, ne è anche chiaro il perché. Si dice ancora che, in commissioni formate come ora da noi, il parere dello straniero è di fatto, in certo qual modo, privilegiato proprio per il presupposto per il quale lo si è chiamato: sarebbe l’unico parere immune dai condizionamenti italiani. Ma alcuni si chiedono anche se sia poi davvero così, visti i legami universitari ed editoriali fra quegli stranieri e vari ambienti italiani, che perciò da eventuale fattore di vantaggio per la conoscenza della nostra realtà rischierebbero di tradursi in un rafforzamento di deprecati condizionamenti. Insomma, il sistema dello straniero in commissione non ha dato per nulla, prima facie, l’impressione di rispondere agli scopi voluti. Ora siamo in ballo, e, invero, non sono rosee le previsioni per concorsi i cui criteri sono stati criticati con argomenti forieri di molti ricorsi, e ai quali partecipa un numero di candidati molto superiore alla platea immaginabile degli studiosi italiani professionali nei vari settori a concorso. Molti credono che non si possa fare ormai altro che andare avanti. Ma, se è così, e più o meno giuste che siano le critiche correnti, un ripensamento per il futuro prossimo appare indispensabile, e certo non per difendere vecchi reami o per gretto provincialismo, come dimostra anche l’opinione negativa espressa sui più vari giornali, da quelli di destra fino all’«Unità», e neppure per opporsi per principio all’adozione di nuovi criteri di giudizio e selezione dell’attività scientifica nazionale.
(Dal Corriere della Sera, 6/12/2012).
Ddl semplificazioni: bozza, titoli studio rilasciati anche in inglese
D’ora in poi ”le certificazioni relative ai titoli di studio e agli esami sostenuti sono rilasciate dalle Università e dagli istituti equiparati su richiesta dell’interessato anche in lingua inglese”. E’ quanto si legge nella bozza del Ddl semplificazioni all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri di domani, che l’Asca e’ in grado di anticipare.
(Fonte Asca, 3/10/2012).
UNIVERSITA’, LA CARICA DEI MILLE CANDIDATI PER LA FACOLTA’ DI MEDICINA IN LINGUA INGLESE
di VIOLA GIANNOLI
E’ STATA un’altra giornata di test di ingresso negli atenei romani. Ieri alla Sapienza e a Tor Vergata centinaia di studenti hanno affrontato i quiz del corso di laurea di Medicina in inglese: più di mille per 33 posti a piazzale Aldo Moro, 266 per 20 posti alla Romanina. E mentre ancora aspettano di sapere se sono fuori o dentro, parte la prima causa. Accade infatti che alla Sapienza 110 studenti siano stati esclusi dalla prova scritta per la laurea magistrale in Psicologia. «Un enorme delusione per i candidati che nonostante avessero pagato le tasse di iscrizione ed effettuato la procedura per l’iscrizione sul sito dell’ateneo, si sono visti negare la possibilità di partecipare per un errore del server informatico» spiega l’Unione degli universitari che, tramite l’avvocato Michele Bonetti, ha diffidato l’ateneo e, oggi, depositerà un ricorso al Tar. «Nessuna irregolarità», invece, secondo il rettorato della Sapienza da dove replicano: «Sono i ragazzi ad aver sbagliato. Il bando prevede due adempimenti: l’iscrizione alla prova tramite il pagamento del bollettino e la presentazione obbligatoria dei requisiti curriculari. Alcuni hanno dimenticato questo secondo passaggio». Il lieto fine potrebbe però arrivare, su istanza degli studenti, se la facoltà di Psicologia decidesse di rimettere a bando i posti ancora vuoti dando così una seconda chance ai candidati. Intanto, in attesa dei quiz di oggi per Architettura e alla Cattolica per Professioni sanitarie, il test in inglese è stato archiviato: «Molta logica, niente cultura generale, quesiti di biologia più semplici e un po’ di disorganizzazione per cui alla fine si sarebbe potuto copiare» racconta Matteo, 18enne di Isernia. Se dalle università continuano a ripetere che qui i candidati «sono i migliori aspiranti medici», a sentir loro (quasi tutti hanno affrontato martedì pure il test in italiano) l’impressione è che il corso in inglese interessi davvero poco e sia solo un modo per avere più possibilità di essere quell’uno su otto che ce la fa.
(Da La Repubblica, cronaca di Roma, 6/9/2012).
IDEE & OPINIONI
Boom di Test universitari in Inglese un Piano b per il Numero chiuso?
di Lorenzo Salvia
A prima vista sono due buone notizie: aumentano i corsi in inglese nelle nostre università e cresce anche il numero dei ragazzi che li vogliono frequentare. Bene, anzi benissimo. Pur potendo scegliere in un vasto catalogo, infatti, uno dei guai peggiori dei nostri atenei è proprio la scarsa internazionalizzazione: gli studenti stranieri sono soltanto il 3,6%, contro una media dei Paesi industrializzati del 10%, e senza contare la Gran Bretagna (d’accordo, l’inglese è roba loro) dove in aula gli stranieri sono uno su cinque. Siamo poco attrattivi. E, dopo un anno fra spread e rating, non c’ è nemmeno bisogno di spiegare dove è il problema. D’accordo, però. Dai primi dati sembra che anche quest’anno la stragrande maggioranza delle domande arrivi da studenti italiani. Vuol dire che ci sono tanti ragazzi che non hanno paura di un cammino impegnativo ma che alla fine potrebbe offrire qualche opportunità in più? Vero, ma c’è un sospetto. Specie per chi punta ad una facoltà a numero chiuso, come Medicina, il test in inglese è in alcuni casi solo un piano B per entrare all’università. Ci sono meno domande e quindi le probabilità di ingresso sono più alte, i test si tengono in giorni diversi ed è dunque possibile tentare tutte e due le strade. E dopo due anni nulla vieta di chiedere il trasferimento e tornare all’amata lingua madre. Basterebbe fare i test nello stesso giorno per evitare che uno strumento pensato per rendere più internazionali le nostre università si trasformi nella ruota di scorta per i furbetti di casa nostra. Superando anche la paura che l’uso dell’inglese prepari il terreno per la fuga dei cervelli. Gli studenti in gamba hanno bisogno di andare all’estero, a patto di poter tornare in Italia senza dover rinunciare a tutto. L’autarchia non funziona nemmeno nella ricerca. Ma per non essere in deficit anche qui allo stesso tempo dobbiamo attirare gli studenti stranieri. Fuga e controfuga, entrate e uscite. Ma se i corsi in inglese sono solo il piano B la strada da fare è ancora lunga.
(Dal Corriere della Sera, 27/8/2012).
Plurilinguismo come terza via
di Lorenzo Tomasin
La proposta di far tenere interamente in inglese i corsi delle lauree magistrali del Politecnico di Milano ha recentemente innescato un dibattito che, come sempre più spesso accade nel nostro Paese, è stato alimentato soprattutto dalla tendenza al radicalismo delle posizioni e al conseguente polarizzarsi di opposte e inconciliabili tifoserie. Paladini di un nuovo monolinguismo tecnocratico basato sul gergone apolide che loro chiamano inglese contro difensori dell’italiano che per affermarne l’autonomia del registro scientifico nell’era dei computer (anzi, calcolatori elettronici) evocano Galileo o si spingono a dire che la conoscenza delle lingue straniere è altra cosa dal loro reale impiego, come dimostrerebbe il fatto che Croce sapeva leggere Hegel ma non era in grado di ordinare un caffè in tedesco. Certo non sono mancate, soprattutto tra gli studiosi di cose linguistiche, considerazioni improntate a maggiore razionalità. Ora che la fase più virulenta del dibattito sembra essersi placata, si può forse tentare di rivisitarlo partendo da due domande. Prima: quanti degli accademici che – soprattutto in ambito umanistico – si oppongono all’avanzata dell’inglese nelle aule universitarie sarebbero in grado di tenere una lezione in una qualsiasi lingua viva diversa da quella materna? Seconda: quanti tra gli accademici italiani che – soprattutto in ambito tecnicoscientifico -parteggiano a oltranza per l’insegnamento in inglese dominano davvero una lingua, l’italiano, che fino a prova contraria dovrebbero conoscere a menadito fin dai tempi della scuola? Temo che la risposta all’una e all’altra domanda sia la stessa: pochi, troppo pochi. Cosicché sorge il sospetto che la difesa disperata dell’italiano sia per molti la foglia di fico del grave deficit nostrano – anche dei più colti – nella conoscenza e nella concreta pratica delle lingue straniere. Ma al tempo stesso s’alimenta anche il dubbio che la fretta con cui molti altri premono verso il nuovo monolinguismo a base inglese sia conseguenza di una diffusa atrofizzazione dell’uso della loro lingua materna, del cui malcerto possesso anche da parte di tanti colleghi accademici si ha continua riprova nei consigli di dipartimento e e nelle circolari universitarie. Parlare l’inglese (anzi, lo scipito intemational English della tecnica odierna, che è ben altra cosa da una lingua completa e ben formata) significa purtroppo, spesso, mascherare goffamente la povertà dei propri mezzi linguistici. Cioè uno degli aspetti del nostro complessivo rallentamento culturale. Quasi nessuno, nell’insensata disputa tra anglofili e italofili dell’accademia, sembra aver contrapposto alle soluzioni "al ribasso" delle due tifoserie una soluzione "al rialzo" degna di un Paese che voglia crescere davvero: la proposta, ad esempio, di un’università in cui docenti e studenti siano tenuti a padroneggiare pienamente almeno due lingue (perché, anzi, limitarsi solo a due?). Eppure un’università che identifichi nell’espansione delle competenze linguistiche un valore e un elemento di progresso civile sembrerebbe più moderna e attraente, più coerente con la storia di un Paese dalla lunga e dimenticata tradizione plurilingue, nonché in linea con i più avanzati studi linguistici: qui ci s’affanna oggi a dimostrare scientificamente i vantaggi di plurilinguismo, intercomprensione tra varietà coesistenti, educazione multilingue. Di sostenibilità linguistica, cioè di equilibrio tra esigenze immediate di comunicazione e salvaguardia delle varietà trasmissibili alle future generazioni, sentiremo parlare sempre più spesso.
(Da Domenica Il Sole 24 Ore, 12/8/2012).
Io li conoscevo bene
Ma le lingue
Tommaso Portaluri per Le Nuvole
Da studente diligente cerco sempre di ricordare – una sorta di nodo al fazzoletto – la lezione di Victor Kemplerer: «il linguaggio crea e pensa per noi».
Dal 2014 al Politecnico di Milano i corsi del biennio magistrale saranno tenuti nella sola lingua inglese. Il Tar ha già ricevuto un ricorso a firma di trecento docenti del medesimo Ateneo che lamenta la presunta incostituzionalità della decisione anglofila.
Ho provato a pensare a cosa succederebbe se si prendesse la stessa decisione nella mia università, alla facoltà di Legge a Torino. Se ho trovato bizzarro immaginare la lezione di Diritto romano o di Procedura civile in lingua inglese, meno scrupoli ho avuto pensando al frequentatissimo corso di Fundamental rights in Europe. Insomma, qualsiasi giudizio si dia sulla questione non può prescindere dall’analisi del campo di (applic)azione.
Gli studenti, delle materie scientifiche in particolare, sono da anni avvezzi all’utilizzo di testi in lingua straniera: il docente spiega in italiano ma il libro di riferimento, che lo studente si sorbirà da solo nella sua cameretta, è in inglese. Non solo in facoltà quali Matematica e Fisica ma nell’ambito degli stessi corsi del Politecnico di Milano, di laurea magistrale, sono eventi rari le bibliografie unicamente in italiano.
Non parrebbe, dunque, che l’ostacolo alla piena riuscita di questi corsi sia, come qualcuno ha provato a sostenere, l’incapacità di quegli studenti che, per ragioni economico-sociali, non hanno potuto studiare l’inglese, quanto piuttosto le attitudini linguistiche dei docenti titolari. Per gli studenti presunte vittime non si profilano grosse novità. Non lo stesso può dirsi dei docenti, i quali dovranno invece sostenere le lezioni in lingua inglese e, di fronte a tanto scempio antinazionale, insorgono. Lo stesso rettore del Politecnico non ha sottovalutato il problema: oltre tre milioni di euro stanziati per far venire docenti dall’estero!
Non sono però i soli, i docenti ricorrenti, a ergersi paladini della lingua italiana. Già una vasta schiera di autorevoli umanisti – tra cui Claudio Magris, per citare quello che con maggiore piacere seguo – parla di asservimento alla lingua dominante e chiama a crociata contro il rischio di università di serie A e di serie B, paventando addirittura un domani in cui tutti saremo obbligati a truccarci gli occhi a mandorla emettendo vagiti cineseggianti.
Ma qui, contrariamente a certe altisonanti accuse, non si vogliono bollare linguacce né elargire slinguazzate. Non è certo da invidiare il depauperamento cui sempre sono destinate le lingue franche, più gente le usa più si contaminano. Sembrerebbe, però, in questo caso assai fruttuoso che all’offerta universitaria si aggiungesse una esperienza singolare, anzi unica in Italia, senza che si venga additati come assassini dell’identità, cioè di quell’astrazione arcana – e asfittica – già defunta e sepolta da un pezzo.
Piergiorgio Paterlini
(Da http://paterlini.blogautore.espresso.repubblica.it, 7/08/2012).
Il caso del politecnico di Milano e il pericolo omologazione
Italiano addio, parliamo solo inglese? No, varietà vuol dire ricchezza
di Paolo Preti
Da quando se ne è venuti a conoscenza, ormai qualche mese fa, la notizia ha suscitato dibattito e commenti che, ora qua ora là, non accennano a diminuire. Mi riferisco alla decisione del Politecnico di Milano di adottare, a partire dal 2014, l’inglese come unica lingua per gli insegnamenti impartiti nei corsi delle lauree magistrali e di dottorato. Quasi tutti gli intervenuti, se non mi sono perso molti contributi, si sono dichiarati a diverso titolo contrari alla decisione, sia pure con differenti motivazioni. Pur sostenendo l’importanza strategica dell’apprendimento di una o più lingue straniere fin dai banchi delle elementari per potersi così aprire, da giovani, alla frequentazione di scuole e università all’estero e, da adulti, a maggiori e più ricche occasioni occupazionali, molti hanno voluto distinguere tra lingua come veicolo e lingua come contenuto: nel primo caso un mezzo per comunicare tra stranieri e per rendere loro intelligibile il nostro pensiero, nel secondo lo schema concettuale di riferimento primario con cui mettere a fuoco il pensiero stesso. In particolare, per alcuni si finirebbe con il sottovalutare l’importanza del rapporto tra lingua madre e struttura logico-argomentativa alla base di ogni ragionamento.
Concordando con questa impostazione, la voglio sostenere allargando la riflessione a tematiche economiche. In un’università che ben conosco, il nostro attuale premier iniziò vent’anni fa una meritoria opera di internazionalizzazione dell’ateneo: corsi in lingua inglese tenuti da docenti italiani o stranieri, interscambio di studenti, presenza istituzionale ai principali eventi accademici di settore internazionali, rapporti di collaborazione con primarie università straniere. Questa strategica attività di presenza nel mondo ha portato quell’università a raggiungere, in ciascuno dei campi citati, percentuali significative e le varie classifiche internazionali di categoria lo hanno via via riconosciuto. Fin qui ovviamente tutto bene. Questa decisa scelta di campo, che ovviamente orienta anche le carriere accademiche e il modo con cui queste vengono dai singoli pensate e costruite in funzione del contesto di azione, finisce però, senza – sia chiaro – nessuna volontà o decisione presa in tal senso, con il mettere in ombra tematiche di portata più nazionale. Non nel senso, ovviamente, che queste non vengano trattate, ma che l’angolo di visuale e il metodo con il quale le si approccia è quasi solo quello internazionale: il Paese ha molto da migliorare in economia e il confronto è sempre utile e però, così procedendo, pare alto il rischio di allevare una generazione di docenti, e a ricaduta più generazioni di studenti, omologati a una cultura economica, per quanto positiva, che tutto appiattisce e uniforma. Ciò in un momento storico in cui, al contrario, emergono differenti modelli di sviluppo, molti di successo proprio perché originali.
Si può a buon diritto sostenere, ad esempio, che l’economia del nostro Paese si fonda, anche nell’incerto passaggio odierno, su imprese caratterizzate da quattro componenti strutturali: la piccola-media dimensione, la proprietà familiare, la vocazione imprenditoriale e l’attività a prevalenza manifatturiera. Queste quattro caratteristiche, integrate fra di loro, costituiscono un unicum nel panorama economico internazionale per contributo alla creazione del prodotto interno lordo, per capacità di export, per numero di posti di lavoro, per numero di imprese. In Italia, il contributo sul totale, in queste come in altre grandezze economiche, di imprese con questa fisionomia è tra i più alti in percentuale, ma spesso anche in valore assoluto, rispetto a quello realizzato da imprese a queste confrontabili in altre economie nazionali sviluppate. Anche al fine di ridurne gli aspetti negativi, pur presenti, e di migliorarne l’efficacia si dovrebbero dunque incentivare gli sforzi di comprensione del fenomeno, fin nelle sue radici storiche, di analisi del contesto attuale e di proposta, anche legislativa, di interventi ad hoc. Al contrario, va per la maggiore, soprattutto come sentimento di fondo, il giudizio di nanismo industriale così inadatto in epoca di globalizzazione, di favoritismo che si contrappone all’affermazione del merito, di accentramento imprenditoriale da "uomo solo al comando" e di arretratezza economica da manifatturiero. Ciò, minando alla radice un nostro patrimonio, uno dei pochi che abbiamo in economia, non può che farci del male.
Parliamo inglese, e qualsiasi altra lingua del mondo, ma per difendere e far conoscere le nostre positività, non per veicolare surrettiziamente gli altrui punti di vista. Parliamo le lingue degli ambasciatori che da sempre cercano di unire coloro che restano diversi e quelle dei nostri imprenditori che portano le proprie merci dappertutto. Che importa, in alternativa, conquistare il mondo se il costo è "perdere sé stessi"?
(Da avvenire.it, 26/7/2012).
Comunicazioni interne No Comments
Lingua italiana nelle lauree magistrali e nelle scuole di dottorato
Agli Iscritti
La presente per comunicarVi che il Consiglio dell’Ordine, nella seduta del 18.06 u.s., all’unanimità ha espresso delusione e disappunto in merito al rifiuto del Senato Accademico, del Politecnico di Milano, all’appello avanzato da molti docenti di tale università, tra cui il Prof. Emilio Matricciani, relativamente all’abbandono della lingua italiana nelle lauree magistrali e nelle scuole di dottorato, in favore alla lingua inglese.
Non è intento né del Consiglio né, tantomeno, dei sottoscrittori dell’appello, osteggiare la lingua inglese, in quanto universalmente riconosciuta lingua internazionale, bensì riteniamo che l’abolizione della ns. lingua, a favore di una lingua non “madre”, sia una mortificazione sociale e culturale, oltre a svilire il ruolo della lingua quale fattore portante di un’identità nazionale.
Sperando che tale problematica possa diventare oggetto di un più ampio dibattito pubblico e che possa uscire dai confini accademici, si invita alla lettura dell’interrogazione parlamentare rivolta al Governo da alcuni deputati (Atto Camera – Interrogazione a risposta scritta 4-16142 presentata da MARCO BELTRANDI giovedì 17 maggio 2012, seduta n.634):
http://banchedati.camera.it
Inoltre, si allegano appunti redatti dalla prof.ssa Maria Agostina Cabiddu, docente del Politecnico sopra menzionato, nonché articolo dell’Accademia della Crusca, testi che ben rappresentano tale istanze.
Lingua, potere e libertà
Articolo
Cordiali saluti.
Il Presidente
Arch. Aldo Lorini
Comments are closed.
(Da ordinearchitettipavia.it, 28/6/2012).
LINGUA, POTERE E LIBERTÀ
È forse una provvidenziale astuzia della ragione cha ha spinto il Senato Accademico del Politecnico di Milano – una delle Università più prestigiose del Paese – a deliberare tra le proprie “Linee strategiche”, alla voce “Internazionalizzazione”, l’abbandono della lingua italiana nelle lauree magistrali e, naturalmente, nelle Scuole di dottorato, a favore di quella inglese, lingua “franca”, si dice, degli scambi internazionali, della scienza e del progresso tecnologico.
Grazie a questa inopinata decisione, infatti, la questione della (nostra) lingua o meglio il fenomeno della sua progressiva omologazione e mortificazione sta divenendo oggetto di un dibattito pubblico, che supera i confini delle nostre aule universitarie per occupare pagine di giornali, spazi televisivi, istituzioni.
Tanta attenzione è, d’altra parte, più che fondata, posto che la lingua, come insegnano scienza e filosofia, è molto più di un insieme di segni linguistici: strumento di dominio della realtà – il biblico “nominare le cose” – e di contemplazione della stessa, di emersione di significati, di comunicazione e di comprensione del pensiero altrui, di identità, di memoria, insomma di “essere”, secondo la celebre intuizione heideggeriana, per cui “il linguaggio è la casa dell’essere e nella sua dimora abita l’uomo”, sicché ogni lingua, come ogni parlante, ha un suo carattere, una sua personalità, una sua anima e ogni minaccia nei confronti della diversità linguistica rappresenta di per sé un attentato “alla condizione umana della pluralità, al fatto che più uomini, e non l’Uomo, vivono sulla terra” (H. ARENDT, Vita activa, 14).
Pluralità, in termini giuridici, significa differenza ed è proprio perché si è diversi, che il diritto garantisce l’uguaglianza, privando le differenze della loro forza bellicosa, della capacità cioè di nuocere. Peraltro, non tutte le “differenze” sono “uguali”. Vi sono differenze che, in quanto ostacoli alla realizzazione del pieno sviluppo della persona e all’effettiva partecipazione alla vita politica, economica e sociale, esigono interventi volti a rimuoverle e altre, che – qualificando ontologicamente o culturalmente le persone – una volta “disarmate”, lungi dall’essere eliminate, devono, al contrario, essere tutelate. Tra queste, appunto le differenze di lingua, alle quali la nostra Costituzione dedica, com’è noto, uno dei suoi principi fondamentali, a tenore del quale “la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”.
Tale specialità di regime – al di là delle note ragioni politiche – trova origine proprio nel riconoscimento del nesso inscindibile tra lingua e soggettività, al fine non di fomentare un “conformismo della differenza” ma di affermare la possibilità di far convivere la pluralità degli individui e delle appartenenze, nel segno di quella fondamentale identità nazionale, per secoli fondata, nell’assenza di un’unità statale e di un patrimonio di valori condiviso, proprio sulla lingua (e sulla letteratura) come unico segno di italianità.
Si dirà che l’attuale situazione è, in realtà, del tutto diversa, trattandosi non di difendere i dialetti o le lingue minoritarie nel contesto nazionale, ma appunto l’italiano nei confronti del basic English, portato, di per sé, dal gran vento del mondo e che si vuole imporre, si badi, non come second first language ma come strumento esclusivo di comunicazione e di insegnamento.
In realtà, la tutela costituzionale dell’appartenenza linguistica, ancorché minoritaria, ha, come ovvio presupposto, la garanzia per la lingua “ufficiale”, quella cioè che, sconfiggendo i dialetti, ci ha dato la dignità di popolo ed è appena il caso, in questa sede, di ribadire il ruolo della lingua non solo “come fattore portante dell’identità nazionale” ma anche come condizione necessaria per il funzionamento di un sistema democratico e l’efficienza di un Parlamento, posto che non può esservi democrazia né dibattito pubblico senza la possibilità di comunicare discorsivamente scopi, problemi e ipotesi di soluzione (D. GRIMM, Una costituzione per l’Europa?, in AA.VV., Il futuro della Costituzione). Come insegna la storia dei processi coloniali, il divieto di parlare la propria lingua e di coltivare la propria “tradizione” sono strumenti di asservimento degli individui e dei popoli, più efficaci della stessa violenza fisica, mentre, per quanto riguarda le prospettive di un’Europa non solo economica ma anche politica, proprio la mancanza di una lingua comune ha come conseguenza il debole radicamento di una corrispondente identità collettiva e l’assenza di un’opinione pubblica capace di comprendere ed eventualmente contrastare i discorsi condotti da élites tecniche e da portatori di interessi.
Ora è evidente che le potenzialità d’uso di una lingua dipendono da diversi fattori: rapporti commerciali e interpersonali, media, sistema scolastico e di istruzione superiore. Difficile distinguere una lingua da un dialetto e forse, da un certo punto di vista, ha ragione chi dice – parafrasando Cicerone e sant’Agostino – che il dialetto altro non è che una lingua alla quale sono mancati un esercito e una flotta. Certamente – ed è questo il punto che qui interessa – al dialetto è mancata l’università, sicché le delibere del Politecnico di opzione esclusiva per l’inglese – specie se non dovessero rimanere isolate – rischierebbero, facendo venir meno la “pratica della ricerca e della discussione scientifica e filosofica, che si arricchisce ogni giorno di nuovi termini e nuovi concetti” (U. ECO, L’italiano di domani,) di condannare l’italiano alla regressione dialettale, contribuendo all’avverarsi della catastrofe di ecologia intellettuale di “un mondo con una sola lingua superstite" (D. Crystal, La rivoluzione delle lingue, Bologna, 2005, p. 48), presumibilmente l’inglese gergale imposto dai politecnici senatori: più semplice, certamente, ma anche meno adatto all’uomo e alla sua intrinseca pluralità.
Che questo avvenga mentre non si sono ancora conclusi i festeggiamenti per i primi 150 anni dell’unità d’Italia e per decisione di un’Università che si appresta a celebrare i suoi 150 anni, è, più che un coincidenza, l’ennesima prova della sottovalutazione della rilevanza del fattore linguistico per la tenuta complessiva del sistema-Paese, sicché la reazione non può che scaturire dalla stessa Università e dalla consapevolezza che i suoi docenti, ricercatori e studenti hanno del proprio ruolo, dei propri diritti – non ultimi la libertà di insegnamento e il diritto all’istruzione – e dei propri doveri.
Maria Agostina Cabiddu (Politecnico di Milano)
Emilio Matricciani
Dipartimento di Elettronica e Informazione, Politecnico di Milano
Nel suo intervento, il Rettore del Politecnico di Milano ha presentato la decisione del
Senato accademico – di obbligare docenti e studenti a parlare in inglese negli
insegnamenti delle Lauree Magistrali, dal 2014 – come se fosse condivisa da tutti, come
se il Politecnico fosse un corpo compatto, pronto e felice di obbedire a quest’ordine.
Non è così. La decisione è stata imposta all’Ateneo senza alcuna discussione nelle Scuole
(le Facoltà di qualche anno fa, ora chiamate Scuole, imitando il lessico anglosassone) e
nei Consigli di laurea, e ha, di conseguenza sollevato una forte opposizione tra i docenti.
Un Appello per la libertà di insegnamento, rivolto al Rettore e agli Organi istituzionali
dell’Ateneo perché la delibera sia revocata, è stato già sottoscritto da 285 persone, tra
docenti e ricercatori, e il loro numero aumenta ogni giorno. I risultati positivi esibiti dal
Rettore a sostegno dell’obbligo della lingua inglese – i corsi in inglese tenuti da anni
presso la Scuola di Architettura e Società – sono stati ridimensionati dagli stessi
interessati con una delibera argomentata e approvata all’unanimità, in cui si afferma che,
proprio sulla base dell’esperienza, non si può condividere l’adozione dell’inglese come
lingua esclusiva, in qualunque settore e in un orizzonte di tempo, perché rischia di
diventare incompatibile con i requisiti necessari di qualità e di efficacia della didattica.
Le ragioni contro l’obbligo dell’inglese non si riferiscono soltanto alle leggi vigenti, ma per importanza e lungimiranza, anche alle preoccupazioni sull’identità del nostro Paese.
Abolendo l’italiano, perché di questo si tratta, si compromette pericolosamente la
formazione della futura classe dirigente del Paese, a vantaggio di
un’internazionalizzazione intesa non come arricchimento prodotto dalla conoscenza di
altre culture, ma come rinuncia alla propria lingua e, di conseguenza, alla cultura a essa
strettamente legata, almeno negli aspetti tecnico-scientifici. La conseguenza di questa
scelta è di sterilizzare la creatività più profonda del Paese, di provincializzarlo, di essere
colonizzati. Un’altra conseguenza è l’aumento del solco tra una minoranza che parla un
inglese raffazzonato, il Basic English, e la maggioranza che non capisce termini scientifici e tecnici perché espressi in inglese o con termini anglofoni, proprio quando la scienza,
l’economia, la tecnologia, per essere comprese e condivise dalla popolazione, devono
comunicarsi con un linguaggio accessibile, mentre vi sono difficoltà persino nel parlare e
comprendere l’italiano.
L’uso esclusivo dell’inglese comprime la libertà di scelta di docenti e studenti e il
pluralismo dell’offerta formativa, ed è in palese contrasto con l’articolo 33 della
Costituzione. L’obbligo di non usare la madre lingua lede il fondamentale principio di
uguaglianza espresso all’articolo 3 della Costituzione, perché introduce un criterio di
discriminazione su base linguistica, con effetti sicuri, anche se non del tutto prevedibili e
governabili, sulle carriere del personale docente e su quelle degli studenti. Quest’obbligo
viola pure l’articolo 271 del Regio Decreto del 31 Agosto 1933 n. 1592, il quale dispone
che «la lingua italiana è la lingua ufficiale dell’insegnamento e degli esami in tutti gli
stabilimenti universitari», e la Legge 482, 15 Dicembre 1999, dove si afferma che la
lingua ufficiale della Repubblica è l’italiano, e che sono tutelate le minoranze linguistiche.
Al Politecnico di Milano, dal 2014, gli italiani non sarebbero neppure tutelati come “minoranza” linguistica. L’articolo 271 menzionato, che tanti sorrisi di compatimento
suscita, non è mai stato abrogato, nonostante le tante riforme che hanno interessato
l’università e, anzi, è stato rafforzato sia dalla già ricordata Legge 482, sia dal D.M.
270/04, là dove afferma che la conoscenza della lingua italiana è un presupposto
irrinunciabile per accedere all’università e per ottenere qualsiasi titolo universitario.
L’obbligo dell’inglese stravolge il senso della legge 240/10, la quale, nel promuovere
l’internazionalizzazione dell’università, mira a integrare culture diverse, non a imporne
una, peraltro non la propria, a scapito delle altre, e ad ampliare l’offerta formativa, non a
comprimerla. Non si può condividere l’idea che ciò sia fatto in nome della qualità e
dell’eccellenza, essendo, al contrario, evidente che l’insegnamento nella lingua madre è di
qualità superiore di quello impartito in una lingua diversa.
Non siamo contro la lingua inglese di per sé, ma contro la sua imposizione, e per gravi
motivi, che il Rettore e il Senato accademico hanno ignorato, non assicurandosi quel 3
consenso e non esercitando quella prudenza necessaria a chi ricopre ruoli strategici nell’università, ambiente in cui la libertà è una condizione essenziale e irrinunciabile per
svolgere al meglio il compito istituzionale che il Paese le ha affidato. Insegnare in una
lingua che non si possiede come la lingua madre è molto riduttivo. La lingua madre è ad
alta definizione, mentre l’inglese parlato da persone non di madre lingua è a bassa
definizione. Si può, forse, parlare un inglese poco migliore di quello che si ascolta nei
congressi internazionali, dove si parla per pochi minuti e ci si rivolge a colleghi, e ciò vale
non solo per noi italiani. Un corso universitario di 10 crediti richiede, al Politecnico, circa
100 ore tra lezioni, esercitazioni e laboratori, seguite dagli esami, dalle tesi e da tutte
quelle relazioni umane con gli allievi, fondamentali per la loro formazione, da tenersi per
coerenza in inglese. Molti docenti, con poche eccezioni, conoscono un inglese efficace
per una comunicazione schematica tipica dei congressi internazionali, ma poco adatta
per formare gli allievi. E questo vale anche per molti studenti. Con una metafora, parlare
in italiano ai connazionali è come vedere un film a colori e ad alta definizione, parlar loro
in inglese è come vedere un film in bianco e nero, a bassissima definizione e sfocato.
Spesso si confonde la lingua di formazione, da sempre la lingua madre, con la lingua
della comunicazione strumentale internazionale, il Basic English, non paragonabile alla “lingua di Shakespeare”. Non possiamo abolire l’italiano perché non dobbiamo, non
possiamo, non vogliamo rinunciare alla didattica più alta e qualificata che ci distingue.
L’obbligo dell’inglese è sostenuto anche da un certo mondo aziendale, gestionale,
economico e giornalistico, che guarda ideologicamente alla lingua inglese come a un
passaporto per l’economia globalizzata, non come porta d’accesso alla cultura angloamericana, che sarebbe, di per sé, un valido motivo. Purtroppo, la crisi economica e
politica, ma anche etica e di identità, che il Paese sta vivendo, porta forti elementi, ma
illusori, a favore di questa imposizione. Da anni ci raccontano che per migliorare
l’università, per ridarle prestigio, per superare la crisi, per trovare lavoro, si deve fare
così, che l’inglese è come il latino, intesa quest’ultima lingua come la lingua della
comunicazione scientifica internazionale del passato. Dimenticano che quando il latino
era usato così, ancora nel ‘600 e nel ‘700, non era più parlato dalla gente comune da molti secoli, mentre l’inglese è parlato da popoli che sono molto forti, che
inevitabilmente, magari anche in buona fede, tendono a colonizzare economie e culture.
Il messaggio arriva anche a quelle famiglie che non hanno la cultura per criticare queste
scelte, o che non possono mandare i figli all’estero pur di evitare il Basic English nostrano
e l’imitazione, molto scolorita, delle grandi università nord-americane o inglesi. E queste
famiglie sono molto preoccupate. Come se l’università non avesse veri problemi!
L’obbligo dell’inglese, se passa al Politecnico, sarà esteso, per imitazione, al resto del
Paese, sarà la leva che scardinerà, in modo irreversibile, prima l’istruzione superiore,
almeno quella tecnica e scientifica e la sua editoria, poi l’istruzione liceale, perché non
avremo docenti qualificati per insegnare in italiano le materie scientifiche e tecniche.
In questi giorni leggiamo sulla stampa commenti entusiasti per l’aumento di studenti
stranieri che hanno espresso il proposito di studiare al Politecnico, un’altra ragione
invocata per l’internazionalizzazione. Questi studenti provengono spesso da paesi che
hanno tutto da guadagnare e poco, o nulla, da perdere. Pur vivendo in Italia per due o
tre anni, se l’inglese fosse obbligatorio, questi giovani non imparerebbero neppure l’italiano, vivrebbero in un ghetto “internazionale” e, se anche volessero fermarsi nel
nostro Paese (economia permettendo), non potrebbero interagire, come esseri umani a
molte dimensioni oltre a quella professionale, né con la popolazione, testardamente
attaccata all’italiano se non addirittura al dialetto, né con il tessuto industriale e
commerciale non ancora omologato al Global English, e tuttora piuttosto vasto, almeno in
Lombardia, nonostante le dislocazioni all’estero, spesso fatte proprio da chi chiede
l’obbligo della lingua inglese in patria. Ci si accorge poi, quando il proposito si traduce
nell’immatricolazione, che il numero si riduce parecchio. In altre parole, ripiegano sulle
nostre università soltanto quei giovani respinti da quelle di altri paesi europei, la loro
prima scelta. Quando poi si trovano in aula, la loro preparazione spesso non è
comparabile con quella degli italiani, tanto che, per correre ai ripari, si progettano già
corsi ad hoc per portarli a un livello sufficiente, spendendo risorse che potrebbero essere
invece impiegate per migliorare la vita universitaria dei nostri connazionali: alloggi, borse di studio, soggiorni all’estero. In tempi non sospetti l’ingegner Carlo Emilio Gadda 5
(L’Adalgisa, 1944) scriveva: «Ingegneri nati, si può dire. E subito dopo le “scienze
esatte”, che servono a tirar su così sbagliate case in Milano, amavano e coltivavano le
lingue, salvo beninteso che l’italiana».
Ora Oxford ammette gli asini Ma solo se sono cinesi e ricchi
di Gaia Cesare
Contro l’aumento delle tasse ormai di fatto triplicate nei due terzi delle università inglesi – a Londra finì a manganellate, arresti e feriti tra la polizia e gli studenti in manifestazione appena un anno e mezzo fa. Eppure, a giudicare dall’inchiesta sfoderata ieri in prima pagina dal Telegraph, la questione che rischia di bruciare ancora di più nel Regno Unito patria delle migliori università del mondo (5 figurano fra le prime 30 e altrettante nella top ten delle migliori d’Europa), è che molti studenti britannici le rette da capogiro introdotte dal governo di David Cameron (9mila sterline l’anno, circa 11 mila euro) le pagherebbero volentieri se solo potessero davvero mettere piede in quegli atenei. Peccato che, al posto loro, a entrare siano soprattutto studenti stranieri, magari pessimamente qualificati ma in grado di tenere in piedi quell’industria del sapere che rappresenta il 9,9% della quota di mercato globale e che grazie al contributo degli arrivi internazionali porta nelle casse dell’economia britannica 5 miliardi di sterline l’anno e ne porterà fino a 17 miliardi entro i12025. Un affare da Pil, come ha sottolineato il nostro ministro degli Esteri Giulio Terzi, ricordando che «la crescita italiana passa anche per l’attrazione dei migliori cervelli dall’estero nel nostro sistema universitario». Così accade a Londra, non senza qualche polemica. Lo scandalo denunciato dal quotidiano conservatore ha come teatro Pechino. Con una telecamera nascosta, due giornaliste si presentano in uno dei 15 uffici Golden Arrow che in Cina svolgono funzioni di agenzie ufficiali per conto di Russell Group, organizzazione che raccoglie venti delle più prestigio se università inglesi, comprese Cambridge, Oxford, Birmingham, Bristol e Cardiff. Basta una semplice chiacchierata per svelare che, a dispetto delle scarse performance scolastiche dell’aspirante matricola di cittadinanza cinese sulla quale le due reporter prendono informazioni, per la giovane non sarà affatto un problema trovare posto. «Ci è capitato di mandare ragazzi alla Cardiff Business School per studiare contabilità e finanza anche con un ACD (il voto della maturità, ndr). Quindi anche con un CCC possiamo aiutarla». Se poi i voti fossero persino migliori (ma sempre al di sotto dei risultati pretesi dagli studenti inglesi) non ci sarebbero problemi a entrare a Cardiff, alla Southampton University (terza in Europa) e «magari anche a qualche ateneo più su» (restano solo Cambridge e Oxford). Il paradosso è tutto qui: migliaia di studenti inglesi, pur avendo ottenuto un brillante AAA all`A-level (l’equivalente del nostro 100/100 alla maturità) non riescono ad accedere alle università britanniche perché l’ingresso è a numero chiuso e le università che sforano il tetto (è accaduto quest’anno per circa 25mila posti) vengono multate. Lo stesso non accade agli studenti extraeuropei, accolti con un tappeto rosso per rimpolpare i bilanci delle accademie, che caricano sugli stranieri dalle 3mila alle 22mila sterline in più (così accade per alcuni corsi di medicina). Business is business. Lo spiega senza peli sulla lingua Alan Smithers, direttore del Centro per l’Istruzione della BuckinghamUniversity. «Gli atenei sono un affare, devono garantirsi il futuro e guardano agli introiti. Ma il rischio è che gli standard educativi vengano compromessi se a guidare le scelte è solo il denaro». Quattrini che incidono sempre di più nelle scelte delle accademie dove il numero di studenti extraeuropei è cresciuto del 6,2% nell’ultimo anno e quello degli studenti cinesi – i più numerosi con gli indiani- addirittura del 43% negli ultimi due anni. Dal 2013 per gli inglesi arriva l’apertura: gli atenei potranno accettare tutti gli studenti che desiderano, purché rispondano a determinati standard (essersi diplomati almeno con una A e due B). Intanto la grande fuga è cominciata. I migliori cervelli british scappano verso gli Stati Uniti, un record di 8947 nell’anno accademico 2010-2011.
(Da Il Giornale, 28/6/2012).
Mercoledì 20 giugno, a Milano, in Piazza Leonardo da Vinci 32, l’Associazione Radicale Esperanto terrà un presidio, dalle 10 alle 15, contro il divieto d’insegnare in italiano al Politecnico e a sostegno dei 300 ricercatori e docenti che difendono la libertà d’insegnare in italiano in Italia.
Intervengono, oltre al Segretario dell’ERA Giorgio Pagano, il Consigliere comunale di Milano Marco Cappato e il Docente del Politecnico Emilio Matricciani.
L’UNIVERSITÀ E LE SCELTE DEL GOVERNO
IL PROVINCIALISMO DEGLI ESTEROFILI
Rinunciare alla lingua italiana significa mutilare la nostra originale creatività
di Giovanni Belardelli
Il ministro Francesco Profumo ha da poco nominato il comitato nazionale dei garanti per la ricerca, che si dovrà occupare della valutazione dei progetti elaborati nell’ ambito della comunità scientifica italiana. Ma non mi pare che nessuno abbia notato la stranezza, non saprei come altro definirla, di aver incluso tra i sette componenti il comitato (e come unico rappresentante per le discipline umanistiche) il greco Angelos Chaniotis, professore di Storia antica a Princeton. Si tratta certamente di uno studioso di prestigio; ma è impossibile non chiedersi se era davvero indispensabile che in un Paese come il nostro, che ha una tradizione di studi storici (e di studi classici) certamente di rilievo, si dovesse scegliere un docente straniero. Mi pare insomma difficile non vedere in una scelta simile l’ennesimo sintomo di quell’esterofilia che si va ormai affermando ai vertici del ministero dell’Università, del resto in piena continuità con le scelte del predecessore dell’attuale ministro. Ricordo come solo un anno fa la riforma Gelmini stabilisse, quale primo passo per diventare professore associato o ordinario, la necessità di ottenere un’idoneità da parte di una commissione formata da cinque docenti, uno dei quali obbligatoriamente proveniente da un Paese dell’Ocse. In questo caso, la presenza di quello che si configura come una sorta di osservatore internazionale indica quale considerazione il ministero, e forse il Paese, ormai abbiano del comportamento dei professori universitari, considerati in buona sostanza degli imbroglioni matricolati. L’esterofilia dei responsabili dell’università assume soprattutto le forme di una anglofilia (o anglomania), come testimoniano due fenomeni sui quali il «Corriere» ha ospitato di recente vari interventi: l’assoluta predominanza che nel sistema di valutazione della ricerca universitaria hanno le pubblicazioni in inglese e la tendenza, nell’insegnamento universitario, a dismettere la lingua italiana per utilizzare invece la lingua inglese. In quest’ultimo caso il punto non è che si utilizzi, anche per interi corsi universitari, l’inglese (come ha annunciato di voler fare il Politecnico di Milano per i corsi magistrali e dottorali a partire dal 2014). Il punto, quello che testimonia di uno sconcertante provincialismo (che è poi, più o meno sempre, l’altra faccia dell’ esterofilia), è che questa debba essere – come ha lasciato intendere il ministro Profumo – la direzione verso cui l’intera università italiana, in tutte le sue branche, dovrà evolvere. Si è detto e scritto mille volte che in Italia si conoscono poco le lingue straniere, che spesso e volentieri usiamo l’inglese male e a sproposito (come nel mostruoso neologismo ticketeria, utilizzato dalla Galleria Borghese di Roma per designare la biglietteria), che troppo pochi sono gli studenti stranieri che frequentano i nostri atenei e così via. Ma dietro il provincialismo anglofilo che vorrebbe reagire a tutto ciò trasformando le nostre università in curiosi ibridi, impensabili in altri Paesi di antica tradizione e cultura, fa capolino una confusione fondamentale. Si tratta della confusione tra l’inglese come indispensabile veicolo di comunicazione (e dunque anche come lingua di insegnamento quando lo si valuti opportuno) e la tendenziale eliminazione dell’italiano come lingua dell’istruzione superiore e della ricerca. Certo che bisogna utilizzare (e, per la verità, bisognerebbe fare in modo che avvenisse dalle elementari in su) sempre più anche l’inglese. Ma questo potrà ragionevolmente avvenire soprattutto negli ambiti di insegnamento a più evidente contenuto tecnico, che del resto da tempo impiegano l’inglese come strumento di comunicazione. Chi invece sogna un futuro prossimo in cui l’università italiana parlerà in inglese dimentica – come ha osservato il linguista Luca Serianni – la connessione che esiste tra la propria lingua madre e la struttura logico-argomentativa che presiede alla costruzione di ogni discorso o ragionamento. Dimentica dunque come la scelta di un modello di università italiana in cui si parlasse unicamente o prevalentemente in inglese avrebbe quale conseguenza di renderci tutti più apparentemente moderni e up to date, ma anche – ahinoi – meno culturalmente originali e (forse) meno intellettualmente capaci.
(Dal Corriere della Sera, 1/6/2012).
L’INTERVENTO
ACCUSE INFONDATE AGLI STUDIOSI ITALIANI DIFENDO GLI STORICI DALLE NUOVE MODE
di Giuseppe Galasso
Pessimo, per alcuni, è lo stato di servizio degli storici italiani. Prima di tutto, scrivono in italiano, non in inglese. Tutt’ al più, danno in inglese un abstract di quel che scrivono: patetico tentativo di sopperire alla carente anglofonia. E come scrivono, poi, gli storici italiani! Una prosa accademica, con periodi di una lunghezza opprimente, pieni di incisi e di subordinate, fra cui – dicono – si perde il lettore e si sfilacciano le idee. Abbondanza di congiuntivi, ossia di un modo verbale bellamente ignorato in altre lingue, e anche nell’italiano parlato e in molti scrittori italiani. Capacità narrativa assai scarsa, per cui il racconto si risolve in esposizione e discussioni di problemi, che disorientano il lettore che non abbia le necessarie informazioni al riguardo e mettono fuori strada gli studiosi più giovani, attraendoli in direzioni estranee a quelle della storiografia contemporanea. Per alcuni, gli storici italiani fanno solo, o quasi, la storia della storiografia dei problemi che studiano; e, per di più, studiano poco o nulla la storia degli altri Paesi. Si spiegherebbe, così, che gli storici italiani siano poco tradotti e poco citati all’ estero. Essi sono, in realtà, chiusi nelle loro storie regionali e in quella nazionale. Continuano a coltivare vecchie problematiche della loro tradizione, e si rifanno ancora a esponenti di tale tradizione, di cui all’ estero, se pure li si conosce, si fa poco conto. Sono poi sempre partigiani di determinate scuole, ideologie, tendenze politiche o confessionali, nonché legati ad appartenenze a vecchi reami o principati accademici, notabilari, clientelari, nepotistici, e simili. Si spiega, così, anche la scarsa rappresentanza italiana negli organismi storici internazionali. Senza parlare, poi, della «storiografia ufficiale» dominante nelle storie italiane, per cui si censurano certe cose e se ne esaltano altre, secondo il mandato di ignoti e inconoscibili mandanti. Un ritratto impietoso, di cui abbiamo solo forzato un po’ le tinte per renderle più evidenti. È anche veritiero? Ebbene, semplicemente, no. A cominciare dal punto del non sapere scrivere. Montanelli ne fece un capo di accusa sempre ripetuto. Ai suoi tempi Adolfo Omodeo deprecava la «storiografia dei giornalisti». Era un giudizio da lui in qualche caso male applicato, ma non era infondato. Ora il modello, almeno espressivo, se non pure quello storico, pare proprio questo. E quanto all’inglese, il problema è ben lontano dal riguardare solo gli storici, e ha cause che esigono ben altre riflessioni. Si pensi all’annuncio che il Politecnico di Milano dal 2013 fornirà, nel biennio finale e nei dottorati, insegnamenti solo in inglese, bandendo l’italiano come lingua dell’istruzione superiore. E ciò sembrerebbe approvato e lodato dal ministro. Quanto alle scarse traduzioni all’estero, anche ciò dipende da ragioni che non riguardano la qualità storiografica degli studi italiani. Non è, però, di certo, il caso di contestare punto per punto (e non sarebbe difficile) l’atto di accusa agli storici italiani. Sarebbe da sciocchi pensare che sui nostri studi storici non vi sia nulla da dire e che tutto vada per il meglio. È preferibile, perciò, riconoscere i motivi di fondatezza presenti in quell’atto di accusa per una più approfondita riflessione su problemi reali dei nostri studi storici, anche se si dovrebbe pure riconoscere che il livello medio dell’attuale storiografia italiana è di una maturità superiore rispetto ad altri periodi e tale da non sfigurare affatto nei confronti internazionali. Per concludere, solo due altre osservazioni. La prima è che dei problemi reali di travaglio storiografico e filologico, organizzativo e informativo della storiografia italiana buona parte dei nostri storici si rende ben conto. Questi problemi non riguardano, infatti, solo le eventuali carenze di questa o quella storiografia. Sono un solo, grande problema, di forte spessore anche teorico, che tocca ormai lo statuto della storicità e della storiografia nel quadro del sapere contemporaneo. La seconda è che si ha sempre l’aria, deprecando la storiografia italiana, di avere in mente chissà quale superiore modello: l’ altro ieri il tedesco, ieri il francese, oggi l’anglofono, domani chissà. In realtà, in questa materia più forse che in altre, non vi sono modelli nazionali da esaltare o deprecare. C’è da fare solo un arduo lavoro di riflessione teorica e di scavo filologico, che si presta poco a prediche e proclami.
(Dal Corriere della Sera, 26/5/2012).
L’INTERVENTO
ACCUSE INFONDATE AGLI STUDIOSI ITALIANI DIFENDO GLI STORICI DALLE NUOVE MODE
di Giuseppe Galasso
Pessimo, per alcuni, è lo stato di servizio degli storici italiani. Prima di tutto, scrivono in italiano, non in inglese. Tutt’ al più, danno in inglese un abstract di quel che scrivono: patetico tentativo di sopperire alla carente anglofonia. E come scrivono, poi, gli storici italiani! Una prosa accademica, con periodi di una lunghezza opprimente, pieni di incisi e di subordinate, fra cui – dicono – si perde il lettore e si sfilacciano le idee. Abbondanza di congiuntivi, ossia di un modo verbale bellamente ignorato in altre lingue, e anche nell’italiano parlato e in molti scrittori italiani. Capacità narrativa assai scarsa, per cui il racconto si risolve in esposizione e discussioni di problemi, che disorientano il lettore che non abbia le necessarie informazioni al riguardo e mettono fuori strada gli studiosi più giovani, attraendoli in direzioni estranee a quelle della storiografia contemporanea. Per alcuni, gli storici italiani fanno solo, o quasi, la storia della storiografia dei problemi che studiano; e, per di più, studiano poco o nulla la storia degli altri Paesi. Si spiegherebbe, così, che gli storici italiani siano poco tradotti e poco citati all’ estero. Essi sono, in realtà, chiusi nelle loro storie regionali e in quella nazionale. Continuano a coltivare vecchie problematiche della loro tradizione, e si rifanno ancora a esponenti di tale tradizione, di cui all’ estero, se pure li si conosce, si fa poco conto. Sono poi sempre partigiani di determinate scuole, ideologie, tendenze politiche o confessionali, nonché legati ad appartenenze a vecchi reami o principati accademici, notabilari, clientelari, nepotistici, e simili. Si spiega, così, anche la scarsa rappresentanza italiana negli organismi storici internazionali. Senza parlare, poi, della «storiografia ufficiale» dominante nelle storie italiane, per cui si censurano certe cose e se ne esaltano altre, secondo il mandato di ignoti e inconoscibili mandanti. Un ritratto impietoso, di cui abbiamo solo forzato un po’ le tinte per renderle più evidenti. È anche veritiero? Ebbene, semplicemente, no. A cominciare dal punto del non sapere scrivere. Montanelli ne fece un capo di accusa sempre ripetuto. Ai suoi tempi Adolfo Omodeo deprecava la «storiografia dei giornalisti». Era un giudizio da lui in qualche caso male applicato, ma non era infondato. Ora il modello, almeno espressivo, se non pure quello storico, pare proprio questo. E quanto all’inglese, il problema è ben lontano dal riguardare solo gli storici, e ha cause che esigono ben altre riflessioni. Si pensi all’annuncio che il Politecnico di Milano dal 2013 fornirà, nel biennio finale e nei dottorati, insegnamenti solo in inglese, bandendo l’italiano come lingua dell’istruzione superiore. E ciò sembrerebbe approvato e lodato dal ministro. Quanto alle scarse traduzioni all’estero, anche ciò dipende da ragioni che non riguardano la qualità storiografica degli studi italiani. Non è, però, di certo, il caso di contestare punto per punto (e non sarebbe difficile) l’atto di accusa agli storici italiani. Sarebbe da sciocchi pensare che sui nostri studi storici non vi sia nulla da dire e che tutto vada per il meglio. È preferibile, perciò, riconoscere i motivi di fondatezza presenti in quell’atto di accusa per una più approfondita riflessione su problemi reali dei nostri studi storici, anche se si dovrebbe pure riconoscere che il livello medio dell’attuale storiografia italiana è di una maturità superiore rispetto ad altri periodi e tale da non sfigurare affatto nei confronti internazionali. Per concludere, solo due altre osservazioni. La prima è che dei problemi reali di travaglio storiografico e filologico, organizzativo e informativo della storiografia italiana buona parte dei nostri storici si rende ben conto. Questi problemi non riguardano, infatti, solo le eventuali carenze di questa o quella storiografia. Sono un solo, grande problema, di forte spessore anche teorico, che tocca ormai lo statuto della storicità e della storiografia nel quadro del sapere contemporaneo. La seconda è che si ha sempre l’aria, deprecando la storiografia italiana, di avere in mente chissà quale superiore modello: l’ altro ieri il tedesco, ieri il francese, oggi l’anglofono, domani chissà. In realtà, in questa materia più forse che in altre, non vi sono modelli nazionali da esaltare o deprecare. C’è da fare solo un arduo lavoro di riflessione teorica e di scavo filologico, che si presta poco a prediche e proclami.
(Dal Corriere della Sera, 26/5/2012).
Politecnico, i prof sui banchi per poter insegnare in inglese
L’università fa partire i test e i corsi. Chi rinuncia alla prova seguirà solo le lauree triennali.
Obiettivo dell’operazione: rendere internazionale l’ateneo. Non tutti i docenti sono d’accordo
di LUCA DE VITO
I professori del Politecnico tornano a lezione e finiscono sotto esame. Non di ingegneria o di architettura stavolta, ma di inglese. La prima fase del ‘traghettamento’ dei corsi di laurea specialistica dell’ateneo alla lingua internazionale per eccellenza è entrata nel vivo e prevede, in tempi brevi, l’avvio di corsi e test di valutazione. Associati e ordinari dovranno quindi tornare dall’altra parte della cattedra per dimostrare di essere capaci di insegnare come si costruisce un ponte anche usando la lingua di Shakespeare.
Per organizzare la ‘rivoluzione’ anglofona, l’ateneo deve sapere quanti sono i professori in grado di sostenere corsi interamente in inglese e quale sia il loro livello. Per questo, ai docenti che insegnano in Leonardo Da Vinci e in Bovisa è stata richiesta un’autovalutazione. Le lacune non sono drammatiche, ma in alcuni casi c’è da correre ai ripari. Attualmente sono 270 i docenti delle magistrali che già tengono corsi in lingua e tra i restanti 546 che usano l’italiano 70 ritengono necessario un corso intensivo, 128 hanno bisogno di un rafforzamento e 159 vogliono un aiuto solo per quanto riguarda gli aspetti specialistici. Per loro l’università metterà a disposizione un percorso di formazione fatto di lezioni in aula ed esami che sarà gestito dall’ente esterno che vincerà l’appalto.
Il rettore Giovanni Azzone – invitato davanti a un’assemblea organizzata dagli studenti del gruppo ‘Terna Sinistrorsa’ per un confronto sui temi dell’internazionalizzazione – ha spiegato che insegnare in inglese non sarà obbligatorio ma chi si rifiuterà dovrà limitarsi a tenere lezioni per i corsi delle triennali e non salirà più in cattedra per spiegare agli studenti del biennio. «Ma è tutt’altro che una retrocessione – ha sottolineato Azzone – abbiamo direttori di dipartimento che insegnano esclusivamente nelle triennali».
La marcia del Politecnico verso l’internazionalizzazione procede a passo spedito anche perché, ha aggiunto il rettore, «le risposte del mondo del lavoro a un’istruzione universitaria di questo tipo sono state positive». Ma in ateneo c’è ancora chi non è del tutto convinto. La fronda dei prof contrari vede molti rischi in questo ‘terremoto culturale’ (come l’ha definito la Bbc in un recente articolo sul web). «È una scelta sbagliata – secondo Emilio Matricciani, docente del dipartimento di Elettronica – in questo modo sembra che l’ateneo punti all’estinzione di quei docenti che vogliono insegnare solo in italiano».
(Da milano.repubblica.it, 17/5/2012).
Ancora su Politecnico e inglese.
Caro Severgnini, nel suo commento sull’introduzione dei corsi in inglese al Politecnico di Milano (), Lei dà per scontato che i docenti siano in possesso di un grado conoscenza e dimestichezza con la lingua inglese tale da permetter loro di fornire lezioni in inglese in modo adeguato, senza peggiorarne la qualità. Ne è davvero sicuro? Un conto è esporre in inglese ad un consesso di persone mediamente esperte dell’argomento in questione, ad esempio ai congressi. Ben altro è spiegare concetti ad una platea che ha poca, se non nessuna, conoscenza di base sull’argomento, e che, per di più, ha scarsa conoscenza dell’inglese. Come spesso accade in Italia, per rimediare ad un errore (la scarsa apertura internazionale dei nostri atenei) se ne commette un altro. Ci rifletta.
Massimo Cametti, massimo.cametti@gmail.com
Ci ho riflettuto, ovviamente. Se un docente di ingegneria del Politecnico (del Politecnico!) non è un grado di insegnare in inglese la sua materia, ho il diritto di chiedermi: a quanti/quali congressi internazionali ha partecipato? Quali pubblicazioni? Quali le sue fonti di informazione? Quali e quante collaborazioni con università straniere? In sostanza: dov’è stato e cosa ha fatto, mentre il mondo cambiava?
(Da http://italians.corriere.it, 19/5/2012).
LETTERE AL CORRIERE ITALIANS
Inglese al Politecnico clamore italiano
Un incontro di solidarietà per la giusta scelta di un’istituzione
Sono tornato al Politecnico di Milano, ieri, per una conversazione pubblica in inglese («Average is over»). Un piccolo segno di solidarietà verso un’istituzione accademica che ha fatto la cosa giusta: la formazione magistrale e dottorale avverrà infatti in inglese, a partire dal 2014. Lo scandalo con cui è stata accolta la notizia è un classico esempio di CIRPI (Clamore Italiano Retorico Passeggero e Incomprensibile). I giovani ingegneri continueranno a vivere, comunicare e lavorare in italiano: aggiugono una lingua, non la tolgono. Non solo: i Cirpisti (vedi sopra) ragionano come se esistesse una scelta. Invece la scelta non c’ è. Al Politecnico i ragazzi già studiano su testi inglesi (troppo complicato e costoso tradurli) e, appena andranno nel mondo a lavorare, lavoreranno in inglese. Se nel corso di un progetto in Brasile gli italiani parlassero italiano, i tedeschi in tedesco e i locali in portoghese, il gruppo non riuscirebbe mai a costruire un ponte. Al massimo, la torre di Babele. Non è un caso che le domande di studenti stranieri per il Politecnico di Milano siano aumentate di colpo. L’ incremento di studenti Extra Ue che hanno chiesto di iscriversi alle Lauree Magistrali è del 40% (notizia Agi). Su 3.473 domande arrivate, 1.643 sono state approvate. L’ateneo – leggo – ha scelto di puntare su sette Paesi particolarmente rilevanti per l’economia dell’ Italia: oltre a Brasile, Russia, India e Cina (Bric) anche Vietnam, Turchia e Iran. Il dato è importante perché alla nostra preoccupante diaspora intellettuale (300.000 persone, dato Ocse 2011) non ha corrisposto, finora, la capacità di attrazione. Fanno eccezione le università che tengono interi corsi in inglese (per esempio la Bocconi, dal 2006) e, per scelta e vocazione, l’Università per Stranieri di Perugia. La situazione sarebbe peggiore se, talvolta, non venissero conteggiate le migliaia di studenti Usa che ogni semestre arrivano a Firenze. Ma loro destinazione è la sede locale di una prestigiosa università americana; la lingua di studio, ovviamente, l’inglese. So che alcuni docenti del Politecnico si sono opposti alla novità. Leggo su Repubblica.it (25 aprile) che 234 strutturati (tra ricercatori, associati e ordinari) hanno firmato un «Appello a difesa della libertà di insegnamento». Ritengono che la decisione del rettore sia contraria all’ articolo 271 del regio decreto del 1933 (!) secondo cui «la lingua italiana è lingua ufficiale dell’insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari». E vedono a rischio «la libertà di scelta di docenti e studenti e il pluralismo dell’ offerta formativa», messi in discussione dall’ inserimento di un «criterio di discriminazione su base linguistica con effetti sicuri, anche se non del tutto prevedibili e governabili, sulle carriere del personale docente e su quelle degli studenti». Prego notare l’ordine delle preoccupazioni: dice tutto. https://twitter.com/beppesevergnini http://italians.corriere.it beppesevergnini.com
Severgnini Beppe
(Dal Corriere della Sera, 17/5/2012).
Idee & Opinioni STUDIO E INSEGNAMENTO
Nel nuovo Politecnico non c’è solo l’inglese
Caro Direttore, quando, nei mesi scorsi, il Politecnico decise di attivare tutta la propria formazione magistrale e dottorale in lingua inglese a partire dal 2014, non mi sarei aspettato che la nostra scelta scatenasse un articolato e acceso dibattito. Sono però molto contento che una decisione in fondo molto limitata, quale il modello formativo adottato da uno dei tanti Atenei del nostro Paese, abbia consentito di tornare a parlare dell’università per quanto le è più proprio, ovvero il ruolo che essa può e deve avere nel Paese e il legame tra sistema universitario, cultura nazionale e competitività. È una riflessione essenziale, perché le scelte che le università fanno oggi influenzeranno la qualità del capitale umano del nostro Paese nel prossimo decennio. È sulla capacità di trovare soluzioni adeguate per il futuro, quindi, che occorre misurarsi. Le università, per parafrasare una definizione di Lorenzo Ornaghi, devono vedere la realtà allo stato potenziale e questo è particolarmente difficile per la crescente imprevedibilità del mondo in cui ci troviamo a operare. Proprio per limitare il rischio di scelte sbagliate, è fondamentale che ogni Ateneo non realizzi questo processo in modo autoreferenziale, ma confrontandosi con i propri stakeholders (istituzioni, imprese, studenti, famiglie). È un tema ampio, che sarebbe certamente un errore ridurre alla semplice domanda «inglese sì o inglese no». La stessa scelta del Politecnico può essere compresa appieno solo se inquadrata nell’ambito di una più articolata proposta formativa. L’ adozione dell’«Inglese internazionale» è infatti uno dei tasselli di un modello formativo più complesso. Il modello che vorremmo adottare al Politecnico, coerentemente con quanto proposto tra gli altri dallo psicologo harvardiano Howard Gardner, fonda la formazione dei laureati magistrali e dei dottori di ricerca su una solida competenza tecnica, sulla capacità di comprensione di culture differenti, su una forte capacità di innovazione, sulla sensibilità sociale ed etica. Per questo, oltre all’adozione dell’inglese, il nostro Ateneo rafforzerà le attività progettuali interdisciplinari, come avviene ormai nei contesti produttivi e professionali che coinvolgono architetti, ingegneri e designer e stimolerà iniziative sociali (sia in Italia che nell’ambito della cooperazione allo sviluppo) in cui gli studenti possano confrontarsi con alcuni dei problemi e dei dilemmi che dovranno inevitabilmente gestire nella propria attività professionale. Non è certo un modello che abbia la pretesa di essere universale. Anzi, in un mondo che cambia così rapidamente, non è possibile individuare una scelta formativa che sia sicuramente «la migliore per tutti». Ogni soluzione presenta vantaggi e svantaggi, e sta a ogni Ateneo decidere come «pesarli». Proprio questa possibilità di scelta costituisce peraltro il vero valore dell’autonomia universitaria rispetto ai sistemi centralisti: proporre cioè agli studenti soluzioni differenti, che devono rispondere alle convinzioni profonde di ciascuna Università su cosa serva ai propri allievi. È a questi ultimi, infatti, che spetta il giudizio finale: il modo in cui si formeranno all’università, infatti, rappresenta per ciascuno di loro un processo irreversibile e unico da cui dipende, in ultima analisi, buona parte del loro futuro. Rettore del Politecnico di Milano
Azzone Giovanni
(Dal Corriere della Sera, 5/5/2012).
SCUOLA/ L’esperto: bene l’inglese al Politecnico, il problema sono i docenti…
di Federica Ghizzardi
L’espansione della lingua inglese ha toccato anche gli atenei italiani, suscitando non poche polemiche. Il paese della lingua di Dante ha aperto le porte delle università all’idioma anglosassone e dal 2014 le lezioni del biennio specialistico e i dottorati, al Politecnico di Milano, si svolgeranno rigorosamente in inglese: messaggio forte e chiaro lanciato dal rettore Giovanni Azzone e rilanciato dal ministro dell’Università Francesco Profumo che è convinto che “poco alla volta diventeremo un paese normale”. Opinione non proprio condivisa da 234 docenti dell’ateneo milanese che, contro il parere del Senato accademico il quale ha prontamente approvato la proposta, hanno firmato un appello contro gli studi in lingua inglese. Fortemente contraria l’Accademia della Crusca che istituirà seminari a tema a fine aprile. IlSussidiario.net ha chiesto il parere di Gisella Langé, esperta di didattica della lingua e ispettore tecnico di lingue straniere del Miur-Usr per la Lombardia.
Come giudica l’iniziativa del rettore Azzone di introdurre lezioni solo in lingua inglese?
E’ un progetto positivo che permette agli studenti di utilizzare una lingua straniera con modalità diversificate e, a mio avviso, molto utili per uno sviluppo professionale per il loro futuro.
Si riferisce al fatto che possano raggiungere i livelli di conoscenza della lingua che hanno i loro colleghi europei, quindi più avvantaggiati per la ricerca di un lavoro all’estero?
Mi riferisco al fatto che possano usare la lingua a fini pratici e non semplicemente con meri scopi accademici: non trascurando, inoltre, il fatto che un miglior apprendimento in questo caso dell’inglese permetterà loro di trovare un impiego con molta più facilità.
Il ministro Profumo ha sottolineato che questo cambio di tendenza avverrà solo in alcuni atenei italiani. Non si corre il rischio di creare università di serie A o di serie B, come accade in America e in alcuni paesi anglosassoni?
Non penso sia questo il punto. Lo scopo è dar vita a università che hanno una maggiore attrattiva anche verso studenti che provengono dall’estero. Se ci saranno le giuste condizioni, si avvieranno sicuramente corsi, per così dire, di eccellenza, ma non mi sento di bollare i nostri atenei classificandoli in base a questo parametro. Anche un’ottima università che usa solo l’italiano come lingua veicolare per insegnare rimarrà, comunque, all’altezza di standard internazionali.
Il problema non rischia di spostarsi indietro, alle medie superiori o magari ancora prima, alla scuola dell’obbligo? I nostri istituti sono in grado di fornire un’infarinatura necessaria per affrontare questo tipo di lezioni in lingua?
Occorre tener presente che la proposta del ministro Profumo si rivolge alle lauree magistrali, cioè agli ultimi due anni del percorso universitario, quindi a studenti che hanno tre anni di studi alle spalle. Per ciò che riguarda licei, istituti tecnici o magistrali, la qualità di apprendimento è sensibilmente migliorata in questi anni: soprattutto grazie al fatto che i ragazzi vengono portati a conseguire certificazioni linguistiche internazionali. Tenendo poi presente che l’obiettivo dei nuovi licei, partiti con la Riforma del 2010, è quello di arrivare a livello B2, quarto di sei step su una scala istituita dal Consiglio d’Europa, per degli universitari con alle spalle già tre anni in ateneo affrontare letture in inglese non dovrebbe costituire un problema. Chi, invece, è rimasto indietro per vari motivi, dovrà rimboccarsi le maniche e lavorare di più.
Non pensa che in questo modo vengano trascurati idiomi come francese, tedesco o spagnolo, parlati correntemente in paesi confinanti al nostro?
Sarebbe senz’altro opportuno proporre non solo lezioni in inglese ma anche in altre lingue, in base alle competenze del docente che insegna la disciplina. La scelta fatta dal ministro parte dal fatto che l’inglese è la lingua più diffusa a livello internazionale e nel mondo del lavoro e, secondariamente, risulta utile per attirare un pubblico straniero: partire dall’inglese è la scelta giusta, sebbene, a mio avviso, si potrebbe in futuro insegnare alcune discipline in altre lingue. Indubbiamente, occorre prima mettere a fuoco le competenze del docente che andrà ad insegnare la propria materia in un idioma che non è il suo.
Moltissimi docenti del Politecnico hanno firmato un appello che annulli le richieste di Azzone e Profumo. Secondo lei, è giusto o vale la pena almeno di tentare l’esperimento?
Firmare una petizione di questo tipo significa rinunciare ad una grande possibilità e varrebbe la pena di tentare di insegnare in lingua inglese, almeno alcune porzioni di materia. Se, invece, si tratta di un problema di mancanza di competenze del corpo docente, occorrerebbe fare come nei licei e negli istituti tecnici, dove dal 2014 una materia dovrebbe essere insegnata interamente in lingua straniera.
Si riferisce al Clil?
Esattamente, per il Clil – acronimo di Content and Language Intagrated Learning – i criteri sono stati fissati in modo molto chiaro, coinvolgendo solo insegnanti che mostrino competenze metodologiche e didattiche adatte a questa disciplina. Poiché non si tratta solo di parlare in inglese ma, soprattutto, di utilizzare una metodica che faciliti la veicolazione dei contenuti in un linguaggio straniero. Dunque, non solo una lezione puramente cattedratica ma che comprenda anche l’uso di nuove tecnologie, il lavoro di gruppo, il cosiddetto cooperative learning.
(Da ilsussidiario.net, 26/4/2012).
Idee & Opinioni
Se le Università Parlano Inglese e non Imparano a «Cinguettare»
di Serena Danna
Un’indagine svolta da http://www.universita.it, quotidiano online di informazione universitaria, mostra che il 64 per cento dei 25 atenei più importanti d’Italia (per numero di iscritti) è presente su Twitter, il popolare social network da 140 caratteri. Di questi, però, solo quattro (Università di Padova, Università di Torino, Politecnico di Milano e Politecnico di Torino) hanno un numero di follower – utenti che seguono gli aggiornamenti del profilo – superiore a 2.500. L’account della Sapienza (974 follower) non «cinguetta» dal 9 aprile, quello della Federico II di Napoli (2.051 follower) è molto discontinuo, mentre l’ultimo tweet dell’Università Bocconi (3.895 follower) risale a lunedì 16 aprile. Il prestigioso ateneo milanese – contravvenendo alla prima regola dei social network (contenuta proprio in quel termine «social») – ha zer0 following, ovvero non riceve aggiornamenti da nessuno. Su Twitter, spesso, le notizie e gli spunti più interessanti sui new media arrivano proprio dal mondo universitario internazionale, per esempio da @liberationtech della Stanford University (11.074 follower), dal @medialab del MIT di Boston (59.960 follower) e dal @niemanlab della Nieman Journalism Lab di Harvard (81.529 follower). Certo, quei profili altro non sono che la conseguenza naturale di università che lavorano sul futuro, consapevoli che la formazione e la cultura del XXI secolo non possono prescindere dal web. In questi giorni sta facendo molo discutere la decisione del Politecnico di Milano di proporre dal 2014 corsi esclusivamente in inglese, una scelta avallata anche dal ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, che ha dichiarato: «La chiave per competere con le migliori università del mondo è l’internazionalizzazione». Ma se, come sembra dalla ricerca di http://www.universita.it, gli atenei italiani non sono ancora capaci di parlare la lingua del futuro, viene da chiedersi che senso abbia essere muti in inglese. Twitter: @serena_danna
(Dal Corriere della Sera, 21/4/2012).
Lettere al Corriere
Il sale sulla coda
Inglese a scuola ma senza servilismo
Curiamo poco l’ italiano, sarebbe bene investire su una migliore conoscenza
di Dacia Maraini
«L’Italia può crescere solo se attrae intelligenze, visto che non può contare sulle materie prime», sostiene il rettore Giovanni Azzone del Politecnico di Milano, che si pone come obiettivo quello di «formare capitale umano di qualità in un contesto internazionale per rispondere sia alle esigenze delle imprese sia a quelle degli studenti che vogliono essere "spendibili" sul mercato del lavoro mondiale». Certo, risponderei al rettore Azzone, se parlassimo tutti l’inglese invece che l’italiano, il nostro Paese sarebbe mille volte più «spendibile» sul mercato del lavoro. Diventeremmo una piccola provincia anglosassone. Pensi il mercato internazionale che avrebbe a disposizione uno scrittore italiano di lingua inglese, tanto per restare nel mio campo! E invece, guarda caso, io mi sento italiana perché parlo e scrivo in italiano. Penso che la mia identità si trovi proprio nella lingua in cui sogno e racconto. E penso che sia la storia creativa, artistica, scientifica e progettuale di questo spinoso e contraddittorio Paese a farmi sentire orgogliosa di essere italiana. Si è mai chiesto il rettore Azzone cos’è che spinge tanti giovani stranieri a studiare l’italiano? Le scuole di italiano nel mondo sono in aumento, queste sono le statistiche. E noi, anziché esserne orgogliosi e investire in questa eccellenza, ci appiattiamo su un idioma straniero, che per quanto prestigioso e agile, non ci appartiene e non ci rappresenta. Lo dice una che conosce bene l’inglese e quando è necessario, tiene conferenze in inglese. Per chiarire che non sono contraria all’apprendimento approfondito delle lingue straniere, ma non vorrei che il nostro parlato e la nostra scrittura diventassero più servili di quanto già sono. Non facciamo un uso spropositato del gergo della tecnologia? Non ci riempiamo la bocca di parole come location, welfare, business, marketing, ecc? Non usiamo addirittura la S plurale senza tenere conto che noi abbiamo l’articolo determinativo? Per fortuna ho sentito che molti non sono d’accordo. Fra questi Tullio De Mauro che ha contestato l’operazione, sia per il fatto che «coinvolge un’intera facoltà», sia perché si tratta di una decisione che «riguarda una università pubblica e non privata». Come scrive con saggezza un certo Remo su Internet: «Gli studenti stranieri in Italia non vengono, non tanto per la barriera linguistica, ma perché le nostre università sono in genere agli ultimi posti nelle classifiche internazionali. La famosa "fuga dei cervelli" sarà ulteriormente facilitata una volta che li abbiamo formati conoscendo meglio l’ nglese della loro lingua madre.. Il numero di studenti italiani che arriverà alla laurea magistrale si ridurrà fortemente e già adesso siamo agli ultimi posti in Europa come numeri assoluti di studenti laureati». Grazie Remo! Il nostro è un Paese che ama e cura poco la propria lingua. Lo si capisce dalla scarsa propensione alla lettura, dalla prontezza con cui la calpestiamo sotto i piedi, la denigriamo e la imbastardiamo. Cerchiamo di investire su una migliore conoscenza e pratica dell’italiano. Da lì ci verrà la forza per affrontare e imparare le lingue straniere, fuori da ogni servilismo linguistico.
(Dal Corriere della Sera, 24/4/2012).
IL CASO
Politecnico, no ai corsi in inglese "Libertà di insegnamento a rischio"
La rivolta di 234 docenti contro la proposta del rettore, che vorrebbe gli insegnamenti in lingua dal 2014. "Senza gradualità sarà un elemento di discriminazione", sostengono
di LUCA DE VITO
Al Politecnico di Milano è scoppiata la guerra dell’inglese. Da una parte il rettore Giovanni Azzone con i suoi fedelissimi, dall’altra 234 professori firmatari di un appello contro l’inglese obbligatorio. Il pomo della discordia è la notizia, annunciata a febbraio da Azzone insieme con il ministro dell’istruzione Profumo, di voler svolgere dal 2014 i corsi delle lauree magistrali (ovvero i due anni dopo la triennale) e dei dottorati interamente in lingua straniera. Una “rivoluzione” — approvata dal Senato accademico — coerente con la politica dell’ateneo rivolta all’internazionalizzazione, ma che ha creato malcontento. Il primo segnale di ribellione è stata una lettera firmata da Pier Carlo Palermo, preside della Scuola di architettura e società dell’ateneo, e Ilaria Valente, presidente del corso di laurea magistrale in Architettura della stessa scuola.
Nelle quattro pagine inviate ad Azzone, i docenti dichiarano di non poter «condividere l’adozione dell’inglese come lingua esclusiva, in qualunque settore e in un orizzonte di tempo che rischia di diventare incompatibile con i requisiti necessari di qualità ed efficacia». La Scuola è stata una delle prime ad attivare percorsi in lingua — dal master in scienze della pianificazione urbana ad altri corsi di architettura — tuttavia un cambio radicale rischia di essere un passo più lungo della gamba: «Lo sviluppo dell’insegnamento in lingua inglese è un processo graduale e paziente che richiede tempi non brevi».
Ancora più duro invece il testo firmato da 234 strutturati (tra ricercatori, associati e ordinari) dal titolo “Appello a difesa della libertà di insegnamento”, che vedono addirittura a rischio «la libertà di scelta di docenti e studenti e il pluralismo dell’offerta formativa», messi in discussione dall’inserimento di un «criterio di discriminazione su base linguistica con effetti sicuri, anche se non del tutto prevedibili e governabili, sulle carriere del personale docente e su quelle degli studenti». La decisione del rettore sarebbe in contraddizione anche con l’articolo 271 del regio decreto del 1933 (ancora in vigore) che dispone «che la lingua italiana è lingua ufficiale dell’insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari».
Aldilà dei cavilli quello che alcuni docenti lamentano è una trasformazione repentina. «Il rischio è quello di impoverire l’insegnamento — spiega Emilio Matricciani, professore del dipartimento di Elettronica e promotore dell’appello — la lingua non è un vestito che ci mettiamo addosso. Il pensiero dipende dalla lingua e le sfumature si perdono». E lo stesso Matricciani avverte: «Se l’obbligo dell’inglese passa qui al Politecnico senza colpo ferire, sarà esteso a tutto il Paese, almeno alle facoltà tecnicoscientifiche».
(Da milano.repubblica.it, 25/4/2012).
UNIVERSITA’
Ben venga l’inglese
Non capisco il lettore che contesta l’iniziativa estremamente positiva del Politecnico di Milano di effettuare le lezioni del secondo biennio in inglese. Io stesso ho studiato a suo tempo Analisi 2 su un testo francese e altri esami di fisica su testi in inglese. Parliamo di qualche decina di anni fa. Era la normalità nelle lauree scientifiche. Niente di nuovo quindi per chi conosce l’ambiente. Oltretutto oggi le aziende tutte, o per una ragione o per l’ altra hanno contatti con l’estero e la lingua internazionalmente riconosciuta e usata è l’inglese. Se si vuole lavorate, bisogna conoscere molto bene la lingua e quindi quale occasione migliore di usarla già all’università anche per parlare con gli studenti stranieri e conoscere altre culture e fare nuove amicizie che possano arricchire? Dirò di più, e cioè che nelle materie scientifiche, parlo di matematica e fisica per esempio, sarebbe auspicabile usare l’inglese già al liceo se non prima. Così le lezioni di inglese, così trascurate, verrebbe subito messo in pratica e la lingua «mantenuta» Per non parlare delle borse di studio Erasmus da spendere all’estero. Ma perché c’ è sempre qualcuno che osteggia i cambiamenti positivi e utili? Roberto Nuara.
(Dal Corriere della Sera, 17/4/2012).
L’inglese è il nuovo latino? Perché sì
La decisa presa di posizione del ministro dell’istruzione Profumo in favore dell’adozione dell’inglese come lingua che dovrebbe essere “normale” utilizzare “in alcuni atenei di prestigio e in alcuni settori” in radicale alternativa all’italiano fa tornare d’attualità la polemica, mai del tutto sopita, tra i sostenitori dell’inglese come lingua ‘veicolare’, di comunicazione universale, e coloro che difendono l’insostituibilità della lingua nazionale materna (vale per l’italiano ma anche per le altre lingue) ai fini di una completa e consapevole utilizzazione delle risorse intellettuali individuali.
In un’intervista rilasciata a La Stampa la scorsa settimana il ministro ha pienamente avallato la decisione del Politecnico di Milano di proporre agli studenti che frequenteranno il biennio specialistico a partire dal 2014 corsi interamente ed esclusivamente in inglese.
La ragione di questa scelta è stata motivata dal rettore del Politecnico di Milano, Giovanni Azzone (ingegnere e docente di Sistemi di controllo di gestione, quasi un alter ego dell’ingegnere Francesco Profumo, rettore del Politecnico di Torino), con la necessità di attrarre studenti stranieri rendendo nello stesso tempo più internazionali l’ambiente e l’orizzonte di apprendimento degli studenti italiani.
Secondo Azzone, che in questo riflette l’opinione di buona parte del mondo accademico, non si può chiedere all’università di insegnare una professione e nello stesso tempo anche di migliorare le competenze linguistiche degli studenti, che l’italiano devono impararlo al liceo: “Se l’università dovesse fare anche da liceo”, sostiene, “farebbe male entrambe le cose”.
Mette in guardia il linguista Tullio De Mauro “scelta inaccettabile per l’Università pubblica” con “effetti negativi sull’intelligenza”. Sulla stessa linea il direttore dell’istituto italiano di tecnologia Roberto Cingolani: “Nessuna gara tra lingue. Non si può contrapporre la nostra lingua madre, una delle più belle al mondo, all’inglese …” (intervistati da Alessandra Mangiarotti sul Corriere della Sera del 13 aprile 2012).
Ma sulla necessità di intensificare lo studio dell’inglese a scuola si dice d’accordo il ministro Profumo: “Chi si iscrive ad alcune facoltà deve già possedere solide proprietà linguistiche. Non può essere l’università a farsene carico, se non in fase transitoria. Bisogna cominciare prima”.
Già, ma come, quando, con quali risorse? Basterà aumentare il numero delle lezioni a scuola o sarà meglio puntare sull’aumento degli scambi, delle visite e degli stage all’estero, delle occasioni di full immersion fuori dell’orario scolastico?
(Da tuttoscuola.com, 15/4/2012).
Allarme Lingua!Alla Fiera del Libro di Torino si presenta il Manifesto per la difesa e la promozione della Lingua Italiana
di redazione
In programma il 14 maggio prossimo a Torino la presentazione del Manifesto per la Difesa e la Promozione della Lingua Italiana”. Preceduto da una lettera aperta sul medesimo problema inviata l’autunno scorso al presidente del Consiglio, Mario Monti, il documento risulta di importanza storica in quanto, dopo lungo silenzio da parte degli ambienti della cultura tradizionalmente preposti, esso si rivolge principalmente alle istituzioni della Repubblica Italiana, da tempo poco attente a quanto attiene alla tutela del patrimonio linguistico culturale nostrano posto sotto gli attacchi di un pericoloso globalismo che lo minaccia alle proprie stesse fondamenta.
L’evento torinese, che si svolgerà presso il Salone Internazionale del Libro in concomitanza con la chiusura della sua 25ª edizione, è organizzato dal gruppo Allarme Lingua”, presieduto dal pubblicista scrittore Gianluigi Ugo, e da tempo impegnato nella difesa dell’identità italiana, in un paese sempre più spinto a far proprî interessi ed identità altrui, a scapito dello stesso nostroidioma, sempre più declassato dinanzi a quello del dominatore di turno.
Oltre che da Allarme Lingua, il manifesto è firmato da ATHENA, associazione operante a Bruxelles in difesa delle Lingue ufficiali della Comunità Europea, e dalla storica Lega Nazionale, nata nel 1891 come custode, tra l’altro, dell’identità italiana nel Trentino e nelle terre giuliano-dalmate ai tempi dell’Impero Austro-ungarico. Non si esclude, a questoproposito, un’anteprima triestina dell’evento atta fors’anche a ridestare nella città di San Giusto la consapevolezza di un ruolo di centro difensore ed irradiatore della lingua del Sommo Poeta in quel retroterra danubiano che ad essa ha a lungo guardato nei secoli passati per le proprie relazioni commerciali e non solo.
(Da civitanews.it, 15/4/2012).
POLITECNICO
Niente inglese, please
È di questi giorni la notizia che a far data dall’ anno accademico 2014-2015 i corsi universitari del Politecnico saranno tenuti solamente in lingua inglese. Dopo attimi di perplessità e sgomento, affiorano mille perplessità: ma se già con la lingua italiana abbiamo dei problemi, figuriamoci con l’inglese. E poi se oggi, alle elementari si dedica una sola ora settimanale allo «studio» della lingua straniera che oltretutto è tenuta dalle insegnanti di ruolo, come si può pretendere che la scuola stessa sia in grado di preparare gli studenti ad affrontare autonomamente un intero corso universitario! Così agendo, i corsi universitari saranno accessibili ai soliti pochi privilegiati. Visto l’ andamento tutt’altro positivo dell’ economia italiana (ma non solo), è ragionevole supporre che il numero di frequentatori del futuro Politecnico britannizzato sarà oltremodo esiguo. È poi quantomeno decoroso omettere le naturali considerazioni sulle conseguenze circa la professionalità e padronanza della materia per i futuri ingegneri. Filippo Pisoni
(Dal Corriere della Sera, 14/4//2012).
Le lezioni solo in lingua inglese al politecnico di Milano fanno discutere
Caro Dr. Severgnini, avrà sicuramente letto la notizia, amplificata dai suoi colleghi (inclusi quelli televisivi), dell’imposizione della lingua inglese nelle lauree magistrali al Politecnico di Milano. Molti di noi, docenti e ricercatori, ritengono questa scelta sbagliata, perché esclude l’italiano, e tutte le altre lingue. Abbiamo avanzato i forti motivi culturali che ci spingono a dissentire, ma il Rettore non ha orecchie. Mentre ora è possibile sia tenere corsi in inglese sia in italiano, passeremo, con una imposizione autoritaria, alla sola lingua inglese, uno strumento di comunicazione e culturale rozzo per la maggior parte dei docenti e degli allievi non di madre lingua inglese. Il dissenso è forte ma il Rettore fa finta di niente. Persino una Scuola (quelle che una volta si chiamava Facoltà, ma che con la mania anglofona che ci contraddistingue adesso si chiama “Scuola”), la Scuola di Architettura e Società, ha deliberato all’unanimità, portando molti argomenti seri contro, di non usare una sola lingua (l’inglese), ma di voler usare anche le altre, mantenendo corsi in italiano. Un gruppo nutrito di docenti sta per rivolgere un Appello al Rettore perché receda da questa sciagurata decisione imposta all’Ateneo in poche settimane, in cui, tra l’altro, gli si ricorda che sta violando la Legge, che recita che la lingua italiana è la lingua ufficiale per l’insegnamento e per gli esami nelle nostre università (RD 31 agosto 1933, mai abolito). Ci saranno ricorsi al TAR contro le delibere attuative. Le chiedo, è possibile che lei ne parli esplicitamente sul Corriere? Potrei mandarle i documenti che ho citato.
Emilio Matricciani, matricci@elet.polimi.it
(Da Cohttp://italians.corriere.it, 15/4/2012).
Il dibattito La scelta del Politecnico di Milano: dal 2014 stop all’italiano
Se le nostre università si convertono all’inglese
«Ci apriamo al mondo». «No, è un errore culturale» Gli obiettivi È un modo per attirare studenti e docenti stranieri e per accrescere l’offerta di competenze
di Alessandra Mangiarotti
Da una parte c’ è il ministro-ingegnere Francesco Profumo: «La chiave per competere con le migliori università del mondo è l’internazionalizzazione». Dall’altra gli si contrappone il linguista Luca Serianni: «Internazionalizzazione sì ma senza rinunciare alla nostra lingua madre». Dietro di loro, seguendo una contrapposizione più o meno netta, ecco schierati uomini di scienza e umanisti divisi questa volta dalla rivoluzione che dal 2014 investirà il Politecnico di Milano: i corsi per gli studenti dell’ ultimo biennio della laurea specialistica e dei dottorati saranno tenuti esclusivamente in inglese. Niente più «doppio binario», corsi in italiano (finora i due terzi) e in inglese (la parte restante). Ma solo nella «lingua tecnica base». La strada era già tracciata da tempo. I corsi in inglese sono stati introdotti al Politecnico milanese negli anni, portando la percentuale degli studenti stranieri sul totale degli iscritti dall’ 1,9% del 2004 al 17,8 del 2011. Per sostenere la rivoluzione l’ Ateneo investirà 3,2 milioni di euro, destinati soprattutto ad attirare docenti stranieri. Con un duplice obiettivo: «Offrire agli studenti italiani non solo più competenze scientifiche ma anche un’ apertura culturale internazionale che li renda "spendibili" sul mercato del lavoro internazionale», spiega il rettore Giovanni Azzone. «Quindi attrarre studenti stranieri, un valore aggiunto per il nostro Paese. L’ Italia ha una forte attrattiva culturale ma anche una barriera linguistica: insegnando in inglese richiameremo tutte quelle persone interessate alla cultura italiana». Perché «l’ Italia può crescere solo se attrae intelligenze». La via che porta all’ internazionalizzazione è stata imboccata prima dalle università private: dalla Bocconi alla Luiss. Quindi da quelle pubbliche: da Torino (dove sono state tolte le tasse a chi segue corsi in inglese) a Roma (dove in inglese sono tenuti corsi anche a Medicina). Ma il Politecnico di Milano è il primo a bandire l’italiano in favore dell’ inglese. «In questo modo si aumentano le competenze dei laureati italiani e si attraggono studenti anche dall’ estero», ha dato la sua benedizione il ministro Profumo dichiarandosi «molto soddisfatto» della decisione dell’ Ateneo milanese. Parole che riaprono il dibattito sulla lingua universitaria. Il primo scontro-confronto è andato in scena sulle pagine del Corriere un mese fa. Da una parte, allora, il filosofo Tullio Gregory: «La retorica dell’ inglese per tutti: imporlo non ci fa più moderni né più "produttivi". Danneggia cultura umanistica e scienza». Dall’ altra proprio il rettore Giovanni Azzone: «L’ inglese obbligatorio è un vantaggio per l’ Italia». Ora, nel dibattito, interviene il linguista Luca Serianni per il quale un conto è offrire dei corsi in inglese e un altro è imporre la scelta anglofona. «È eccessivo e non solo per ragioni ideologiche – dice -. Se l’ italiano rinuncia a una "provincia" come l’ istruzione scientifica retrocede a vernacolo: un rischio per la lingua. Se gli studenti italiani (che eserciteranno per la maggior parte in Italia) rinunciano alla loro lingua madre, lingua irrinunciabile con cui ci affacciamo a tutti gli ambiti, regrediscono nel controllo delle strutture logico argomentative: un rischio, insomma, per la loro capacità di ragionare». Un po’ quello che sostengono anche il linguista Tullio De Mauro («Scelta inaccettabile per un’ università pubblica») parlando di «effetti negativi sull’ intelligenza». E lo scrittore Sandro Veronesi: «Una follia tutta italiana, una scelta disperata. Attraverso la lingua si organizza il pensiero: va bene conoscere quello dominante, ma non si può tagliar fuori la lingua madre». Mette in guardia il direttore scientifico dell’ Istituto italiano di tecnologia Roberto Cingolani: «Nessuna gara tra lingue. Non si può contrapporre la nostra lingua madre, una delle più belle al mondo, all’ inglese: è una lingua tecnica, indispensabile. La scelta del Politecnico, relegata in ambito scientifico e rivolta a persone adulte che parlano già un ottimo italiano, è una grande opportunità per l’ istruzione tecnica, per i nostri ragazzi e per quelli che vengono da fuori». Concorda il presidente dell’ Ordine degli architetti Amedeo Schiattarella: «Per i professionisti attivi abbiamo dovuto organizzare appositi corsi di inglese tecnico: la scelta è quasi obbligata». Ma Massimiliano Fuksas, che da Los Angeles si autodefinisce «architetto che lavora nel mondo», esce dallo schieramento: «Troppo radicali, o non facciamo nulla o troppo. Prima c’ è la nostra lingua, poi possiamo impararne anche altre due o tre. Magari il cinese».
(Dal Corriere della Sera, 13/4/2012).
Universita’: 103 corsi in inglese in Italia, record a Milano
Quattordici corsi a Milano, tredici a Roma, dodici a Bologna fino ad arrivare a 103. Sono i corsi universitari in lingua inglese che si tengono nelle universita’ italiane. Un modo per andare incontro agli studenti stranieri e aiutare quelli italiani ad accedere ”con una marcia in piu”’ al mercato del lavoro. Tra i programmi del ministro dell’Istruzione, dell’Universita’ e della Ricerca, Francesco Profumo, c’e’ anche questo ”l’internazionalizzazione” del sistema universitario visto come ”un investimento economico e organizzativo”. E a questo impulso ha risposto il Politecnico di Milano che, a partire dall’anno accademico 2014-2015, eroghera’ in lingua inglese l’intera offerta formativa magistrale e investira’ 3,2 milioni di euro per attrarre insegnanti internazionali (15 docenti, 30-35 post doc, 120 visiting professor), nella convinzione che, per contribuire alla crescita del paese, ”sia indispensabile innovare insieme alle imprese e che per farlo sia necessario attrarre e trattenere capitale umano di qualita”’.
Dal Miur arriva la mappa delle universita’ gia’ ”poliglotte”.
Gli studenti stranieri iscritti agli atenei italiani sono 63 mila, il 3,6% del totale degli studenti (1.750.000): 6.500 all’Universita’ ”La Sapienza” di Roma, 3.225 al Politecnico di Milano e mille al Politecnico di Torino.
Sul fronte dei corsi in inglese invece se ne contano 14 a Milano (5 al Politecnico, 4 in Bocconi, 3 alla Statale, 1 alla Cattolica e 1 al San Raffaele), 13 a Roma (8 a Tor Vergata, 2 alla Sapienza, 2 alla Luiss e 1 al Foro Italico), 12 a Bologna, 11 a Trento, 9 a Torino (3 alla Statale e sei al Politecnico), sette a Camerino. E ancora: 4 a Venezia Ca’ Foscari, Genova e Catania, 3 a Padova e Pavia, due a Trieste, Pisa e Siena. Infine, uno a Bolzano, Udine, Verona, Ferrara, Parma, L’Aquila, Lecce (Universita’ del Salento), Firenze, Cassino, Napoli (Napoli II), Salerno e Palermo.
(Da Asca.it, 11/4/2012).
Università: se l’inglese entra in aula e l’italiano ne esce
L’inglese fa il suo ingresso nelle università italiane: in alcune in punta di piedi, in altre si appresta addirittura a diventare ”lingua madre”. E l’italiano? L’italiano si mette, momentaneamente, in un angolo per permettere ai giovani di guardare al futuro, verso un mondo sempre più globalizzato che non sempre può dire ”I speak italian”.
Una scelta, quella degli atenei nostrani, che divide intellettuali e professori, come spiegato all’ASCA dal rettore del Politenico di Milano, Giovanni Azzone, e dal linguista Tullio De Mauro. Una ”novità accademica” che finisce per far discutere chi sponsorizza la decisione come un’imperdibile opportunità per i ragazzi del Belpaese e chi mette in guardia verso il rischio concreto che la lingua di Dante ne risenta fino a creare dei deficit intellettivi nei giovani.
Precursore dell’apertura al mondo anglosassone è il Politecnico di Milano che, a partire dall’anno accademico 2014-2015, erogherà in lingua inglese l’intera offerta formativa magistrale e investirà 3,2 milioni di euro per attrarre insegnanti internazionali (15 docenti, 30-35 post doc, 120 visiting professor), nella convinzione che, per contribuire alla crescita del paese, ”sia indispensabile innovare insieme alle imprese e che per farlo sia necessario attrarre e trattenere capitale umano di qualità”. Questa scelta però, secondo il linguista Tullio de Mauro, potrebbe nuocere al nostro di capitale umano, i ragazzi italiani, con un rischio di impoverimento della lingua madre.
”L’italiano – spiega il rettore Azzone – i ragazzi devono impararlo al liceo e, se non lo imparano a dovere, pensare di farlo all’università è tardi. Non si può chiedere alle università di insegnare una professione e, nel frattempo, fornire anche competenze di questo genere. Se l’università dovesse fare anche da liceo farebbe male entrambe le cose”.
E invece l’università deve preparare al mondo del lavoro, un mondo sempre più competitivo che oggi richiede di sapere a perfezione le lingue straniere, inglese in primis: ”Gia’ adesso al Politecnico, circa un terzo dell’offerta formativa è in inglese nelle lauree magistrali, dall’anno 2014-2015 lo sarà l’intera offerta”.
Una scelta che affonda le sue radici in due motivi: ”Una riguarda gli studenti italiani che, con la formazione al Politecnico, avranno, oltre alle competenze più scientifiche, anche un’apertura culturale internazionale perché un ragazzo che si affaccia sul mondo del lavoro deve abituarsi a lavorare in contesti internazionali. Cosa che noi permettiamo con 2 anni di laurea specialista”.
Certo, ha aggiunto Azzone, ”perché questo accada si userà la lingua inglese internazionale non certo quella di Oxoford. E’ un servizio importante che diamo ai nostri studenti, soprattutto a quelli delle famiglie meno agiate perché uno studente benestante può frequentare corsi all’estero come e quando vuole”.
La seconda motivazione ”coinvolge invece gli studenti stranieri, un valore aggiunto per il nostro paese. L’Italia infatti può crescere solo se attrae intelligenze, visto che non abbiamo materie prime come i paesi arabi. Ed ecco il problema: l’Italia ha una forte attrattiva culturale, ma anche una barriera, la conoscenza limitata della lingua, insegnando in inglese attraiamo tutte quelle persone interessate alla cultura italiana”. Magari, ha concluso, ”altri atenei penseranno a un contesto solo nazionale, ma secondo noi il valore aggiunto del contesto internazionale va oltre la maggiore difficoltà ad esprimere in modo raffinato dei concetti”. Una teoria che non trova d’accordo il linguista Tullio de Mauro.
”Credo sia sbagliato per una università – ha spiegato all’ASCA – coinvolgere nel progetto della lingua inglese un’intera facolà’ oppure impartire tutti gli insegnamenti in inglese”. Insomma andrebbero offerte diverse possibilità e in ogni caso ”può essere una strada ragionevole per un’università privata, ma per quella pubblica e’ una scelta sbagliata. Altra cosa invece se viene impartito in inglese l’insegnamento di determinate materie e solo in alcuni corsi, questo e’ certamente utile. Istituire tutti i corsi in lingua inglese e’ qualcosa che può fare solo l’università privata, non quella pubblica”.
Certo, ammette de Mauro, e’ un modo ”per imparare molto bene la lingua, per chi riesce a sopravvivere a un training esclusivamente in lingua straniera, ma non aiuta a migliorare la conoscenza della lingua madre e questo ha effetti negativi sull’intelligenza delle persone perché, per quanto si possa imparare bene, una lingua straniera non sarà mai la lingua madre”. Insomma le lezioni in inglese possono essere ”uno strumento utile, se dedicato solo ad alcune materie, che però, se abusato, può diventare dannoso”. Per il momento comunque gli studenti stranieri in Italia sono il 3,6% del totale (63 mila su un totale di un milione e 750 mila iscritti alle università) con 103 corsi in inglese attivati.
E se e’ vero che la lingua non e’ il fine, ma solo il mezzo, torna alla mente, con un sorriso, il ”Denghiu” che pronunciava Aldo Biscardi durante la pubblicita’ di un corso d’inglese: il giornalista riceveva un diploma di lingua da un insegnante orgoglioso che sorridente affermava ”…and now your english is better than your italian”.
(Fonte ASCA.it, 11/4/2012).
La Stampa
12/04/2012 – UNIVERSITÀ. LE NUOVE SFIDE
Il Politecnico cancella l’italiano
A Milano l’inglese unica lingua
La "rivoluzione" dal 2014 nel biennio finale e nei dottorati per studenti e docenti
SARA RICOTTA VOZA
milano
Il processo di anglificazione dell’università italiana ha fatto il suo salto di qualità al Politecnico di Milano. Qui, dal 2014, «l’intera offerta formativa magistrale», vale a dire biennio finale e dottorati, saranno «erogati» in lingua inglese. Detto – ancora per poco – in italiano, significa che dopo il triennio di base non ci sarà più il «doppio binario» dei corsi nelle due lingue ma solo nell’inglese. Docenti e studenti hanno due anni di tempo per prepararsi, poi chi si iscriverà all’ateneo milanese saprà a che cosa va incontro.
In realtà chi studia al Politecnico sa che si tratta solo dell’accelerata finale di un processo di internazionalizzazione iniziato da qualche anno e fortemente voluto dal rettore Giovanni Azzone come «contributo alla crescita del Paese». «L’Italia può crescere solo se attrae intelligenze, visto che non può contare sulle materie prime», sostiene il rettore, che quindi si pone come obiettivo quello di «formare capitale umano di qualità in un contesto internazionale per rispondere sia alle esigenze delle imprese sia a quelle degli studenti che vogliono essere “spendibili” sul mercato del lavoro mondiale».
Il motivo di questa scelta radicale, dunque, sarebbe duplice: attrarre studenti stranieri di qualità interessati al nostro Paese ma che oggi non verrebbero per via della barriera linguistica; e attrezzare gli studenti italiani – soprattutto quelli che non avrebbero la possibilità di studiare all’estero – a lavorare (magari anche per aziende italiane) nel mondo.
A sentire il rettore, il riscontro da parte degli studenti, stranieri e italiani, è stato positivo. Quanto ai professori, il Senato accademico si sarebbe espresso per il sì a larghissima maggioranza. Le voci contrarie non mancano, ma questi due anni di transizione serviranno a tutti per prepararsi al transito. «Per i professori abbiamo attivato un piano formativo e chi ritiene di dover migliorare potrà farlo», spiega il rettore Azzone, «i nostri docenti sono abituati al contesto internazionale ma anche per me, come professore, so che sarà più faticoso insegnare in inglese che in italiano». Quanto agli studenti, il Politecnico studierà convenzioni vantaggiose perché i ragazzi possano approfondire la lingua durante il triennio.
L’investimento sarà importante: 3,2 milioni di euro per attrarre un corpo docente internazionale (15 professori, 30-35 post-doc, 120 visiting professor). Del resto, l’internazionalizzazione già avviata ha permesso al Politecnico di attrarre più studenti stranieri: dall’1,9% del 2004 sul totale degli iscritti, al 17,8 del 2011.
Questo sprint finale, però, ha spiazzato e sconcertato non poco molta parte del mondo accademico, e non solo quello dei cultori della «lingua di Dante»; anche se questi, ovviamente, sono i più preoccupati.
A fine mese l’Accademia della Crusca terrà una tavola rotonda sul quesito «Quali lingue per l’insegnamento universitario?» a cui parteciperanno intellettuali di estrazione non solo umanistica ma anche scientifica e giuridica. Una delle obiezioni più forti all’idea stessa dell’operazione è infatti che il passaggio totale da una lingua all’altra in ambito universitario si trasformi in sostanza in un «trapasso» per la lingua madre (soprattutto nell’ambito del sapere tecnico-scientifico), che avrebbe conseguenze negative anche nel processo della produzione del pensiero e della ricerca. Il linguista Tullio De Mauro, invece, ha contestato l’operazione sia per il fatto che coinvolge «un’intera facoltà», sia perché tutto questo avviene non in un’università privata, ma in quella pubblica. E, in cauda venenum: «Non aiuta a migliorare la conoscenza della lingua madre; e questo ha effetti negativi sull’intelligenza».
Se l’umanesimo italiano fosse suddito dell’inglese
di Cesare Segre
È noto quanto sia scarsa in Italia la conoscenza delle lingue straniere. Basta sentire gli annunzi fatti nelle stazioni e all’interno dei treni o dei mezzi pubblici, per essere presi dallo sconforto. Il principale cambiamento intervenuto negli ultimi anni sta nel fatto che prima erano tre o quattro le lingue storpiate, ora è una sola, l’inglese. Insomma, un’unificazione linguistica sulla base dell’ignoranza. Perciò non si può apprendere se non con piacere che in qualche facoltà universitaria si faccia già lezione direttamente in inglese, almeno per certi corsi. Questa iniziativa sta diffondendosi, anche in vista di due obiettivi: facilitare gli studenti stranieri e migliorare la conoscenza dell’inglese presso quelli italiani. Si parlerà subito di «eccellenza», anche se sarebbe opportuno fornire parametri per usare quell’attributo. La minaccia della pubblicità incombe sempre.
Sarebbe però interessante un’analisi delle modalità di comunicazione adottate dai docenti e sui loro risultati didattici. Distinguendo, ciò che a quanto pare nemmeno i responsabili attuali dell’istruzione universitaria fanno, tra enunciati di quasi totale traducibilità (quelli delle scienze «dure») e i più complessi enunciati di ambito umanistico. Molte ricerche fatte su studenti dei corsi superiori, o persino di quelli universitari, danno risposte tragiche sulla loro (in)capacità di assimilare un testo (italiano) e di riassumerlo. Quando entra in gioco una lingua diversa da quella materna, cosa cambia in questo esercizio di analisi e di sintesi? Sarebbe bello se queste capacità si affinassero con il ricorso a una lingua straniera: brutti riassunti in italiano, migliori in inglese. Ma, come si vede, siamo sul filo del paradosso. Ci allontaniamo dai paradossi interrogandoci, piuttosto, sul tipo di operazioni attuate dai docenti e dagli studenti al momento di far ricorso a una lingua straniera. Si tratta sempre di traduzioni. Il docente, se italiano, traduce ciò che dice in inglese, e lo studente ritraduce mentalmente dall’inglese all’italiano. In una successiva fase, auspicabile, docente e studente penseranno già in inglese, e il tramite della traduzione sarà evitato.
Il riferimento alla traduzione è comunque molto istruttivo. Chi traduce, si pensa comunemente, sostituisce a parole di una lingua parole di un’altra; esercizio che un giorno potrebbe essere demandato a «macchine per tradurre». Però si è subito constatato che le cose non stanno così, e anzi la traduzione è una delle attività mentali più ardue ed esigenti. S’è persino introdotto il termine «traduttologia», di cui non mi prendo la responsabilità. In sostanza, non si traduce da parola a parola, ma da unità discorsive a unità discorsive: diciamo da frase a frase. E, guardando ancora più dall’alto, si traduce da una cultura a un’altra cultura. Ogni lingua porta in sé le tracce della sua storia, della sua sensibilità giuridica, del pensiero filosofico e religioso. Passare da una lingua a un’altra significa mettere puntualmente a confronto il modo di esprimersi di due culture, e il traduttore dev’essere in grado di farlo. Prendete qualche opera italiana, tedesca e francese in cui si parli di cultura , Kultur , civiltà , civilisation , eccetera. Solo con l’aiuto di un linguista come Benveniste si è fatto ordine sullo sviluppo e il significato preciso secondo le epoche, e soprattutto i Paesi, di queste parole apparentemente sinonimiche. Non è che qualcuna delle lingue prese in esame abbia a disposizione parole che un’altra ignora, o viceversa. È che lo sviluppo del pensiero ha portato ogni lingua a esprimere in modo diverso dalle altre i suoi riferimenti all’insieme del sapere. Nozioni, queste, preziose in un momento in cui si cerca di assimilare, tramite le lingue, una piena conoscenza dei Paesi con cui ci rapportiamo. E si noti che in questa prospettiva tutte le lingue vanno considerate, dato che la priorità dell’inglese ha soltanto una validità pratica.
Nella furia di pretesa innovazione che sta strozzando il sapere umanistico, viene il timore che non si sappia distinguere fra la traduzione utilitaria, informativa, descrittiva, utile appunto a scopi pratici, e quella ad alta definizione, indispensabile per qualunque approfondimento di ordine culturale e storico-linguistico. Questo possibile errore di prospettiva significherebbe il sacrificio di qualunque ricerca umanistica progredita, e renderebbe l’uso dell’inglese un’esibizione di facciata. Realizzando un altro paradosso: concentriamo i nostri sforzi là dove la nostra soggezione verso l’estero è conseguenza inevitabile di un’inferiorità economica difficile da colmare; ci condanniamo invece a una sudditanza insensata in ambiti, come la ricerca umanistica, dove l’Europa, ma soprattutto l’Italia, godono di una riconosciuta superiorità. Pessimi esportatori, tra l’altro.
(Dal Corriere.it, 22/3/2012).
IDEE & OPINIONI UNIVERSITÀ
Inglese obbligatorio, vantaggio per l’Italia
L’uso dell’italiano è una barriera per l’accesso di ragazzi stranieri Senza un contesto formativo globale, si perdono anche i nostri studenti
Caro direttore, in un articolo apparso il 7 marzo sul Corriere della Sera , Tullio Gregory affronta il tema dell’internazionalizzazione della formazione universitaria e in particolare della lingua di erogazione dei corsi. Gregory si schiera in difesa della lingua nazionale rispetto alla scelta «anglofona» del Ministero che ha raccolto il consenso «nei luoghi dedicati all’insegnamento politecnico e manageriale». Trovo l’argomento trattato di estremo interesse, ma il dibattito a mio parere deve partire dalla definizione dell’obiettivo a cui vuole rispondere la formazione universitaria. La lingua non deve infatti essere vista come un fine, ma come un mezzo per formare non solo professionisti in grado di trovare occupazioni soddisfacenti ma, soprattutto, persone che possano svolgere un ruolo attivo nella società. La scelta della lingua deve cioè essere funzionale a fornire opportunità di crescita umana e professionale a chi nell’università spende una parte importante della propria vita. In questo senso, credo che oggi sia necessario accompagnare alla formazione specialistica di qualità, tradizionale punto di forza della nostra università, lo sviluppo di altre competenze: tra queste, in particolare, è essenziale la capacità di operare in un ambiente «globale», di interagire con persone di culture differenti, con valori, atteggiamenti, modi di pensiero profondamente diversi dalla tradizione italiana ed europea. La formazione universitaria è uno strumento potenzialmente formidabile per sviluppare questa apertura culturale, purché essa si svolga in contesti in cui vivono e lavorano studenti e docenti di tutto il mondo. Se questo obiettivo è condiviso, la scelta dell’ inglese come mezzo di comunicazione all’interno delle nostre università, almeno ai livelli di formazione più alti (laurea magistrale e dottorato di ricerca), diventa obbligata. L’uso dell’italiano rappresenta infatti una barriera all’accesso per gli studenti di altri Paesi, limitando la nostra capacità di intercettare i giovani di tutto il mondo che, ogni giorno di più, cercano il luogo «migliore» dove formarsi. Se riusciremo a superare questa barriera, rendendo accessibili i nostri Atenei anche a chi non conosce l’italiano, ma solo quella «lingua internazionale» che è diventato l’inglese, il nostro Paese, con la sua cultura e il suo modo di vivere, sarà in grado di manifestare tutta la propria capacità di attrazione. Non è un caso se il Politecnico di Milano, dal momento in cui ha introdotto nelle lauree magistrali insegnamenti in inglese, ha visto crescere il numero dei propri studenti stranieri fino agli attuali 4.200, provenienti da 110 Paesi diversi. Altri atenei (Bocconi, Bologna, Trento, Politecnico di Torino, per limitarsi ad alcuni dei più attivi internazionalmente) hanno avuto dinamiche analoghe. Mi sia consentita una riflessione finale. Oggi, sempre più ragazzi italiani considerano la possibilità di formarsi all’ estero. Se il sistema universitario nazionale non fosse quindi in grado di offrire un contesto formativo «globale», rischierebbe non solo di non attrarre studenti stranieri, ma anche di perdere gli studenti italiani più motivati e aperti al mondo. Questo, il Paese non se lo può proprio permettere. Rettore del Politecnico di Milano
AZZONE GIOVANNI
(Dal Corriere della Sera, 11/3/2012).
La proposta di Profumo
Più corsi di inglese negli Atenei? Sì, ma stiamo attenti a non esagerare
di Michele Marsonet
Nuova puntata dell’interminabile dibattito sull’opportunità o meno di potenziare i corsi in inglese nei nostri Atenei. Com’è noto, infatti, il ministro Profumo continua a insistere su questo punto, affermando che la diffusione capillare degli insegnamenti in lingua inglese costituisce una condizione necessaria per internazionalizzare il sistema universitario italiano, rendendolo più “appetibile” agli studenti stranieri e togliendolo dalle posizioni di coda in cui esso è attualmente relegato nelle varie classifiche mondiali.
Mette conto notare che Profumo non dice cose nuove. In realtà l’internazionalizzazione occupa già un posto prioritario nella riforma dell’ex ministro Gelmini, ora entrata nella fase attuativa, al punto che tale riforma riconosce incentivi di un certo peso agli Atenei che promuovono l’introduzione o l’aumento dei corsi tenuti in inglese. Il merito – o il demerito, dipende dai punti di vista – di Profumo è quello di aver pubblicizzato molto tale aspetto, con interviste rilasciate ai giornali e dichiarazioni diffuse quasi quotidianamente in ambito accademico.
Tuttavia il “mal di pancia” di tanti professori cresce invece di diminuire. Lo prova un articolo del filosofo Tullio Gregory pubblicato sul Corriere della Sera del 7 febbraio e intitolato: “La retorica dell’inglese per tutti. Imporlo non ci fa più moderni, né più produttivi”. Non a caso l’attacco proviene ancora una volta dai settori umanistici, che a detta di molti saranno i più danneggiati dal nuovo corso ministeriale.
Queste, in sostanza, le tesi di Gregory. 1) La conoscenza della lingua italiana sta regredendo nelle nostre scuole, con la conseguenza che molti studenti arrivano all’Università con competenze linguistiche poverissime. Ed è vero. Ormai perfino le Facoltà di Lettere e Filosofia sono costrette a introdurre prove di accesso per verificare la capacità delle matricole di esprimersi in un italiano almeno decente. 2) L’Università viene sempre più legata al mondo dell’industria e dell’economia. Libri e articoli sono definiti “prodotti” in sede di valutazione della ricerca, valutazione intesa in termini più quantitativi che qualitativi. E anche questo è vero. Pure il sottoscritto prova fastidio nel veder definire “prodotti” i propri libri e articoli. 3) Si dimentica che la cultura “disinteressata” apre, nel tempo lungo, prospettive positive e più ampie rispetto al prodotto di pronto uso e “si afferma come essenziale motore di creatività e di crescita in ogni settore del Paese”.
Penso che Gregory abbia ragione quando sottolinea che gli studi umanistici sono sottovalutati e trascurati dai nostri attuali governanti, e torto quando afferma che tale tendenza data da decenni. In realtà per un tempo assai lungo la cultura italiana ha avuto, grazie all’influenza di Croce e Gentile, un’impronta più umanistica che scientifico-tecnologica. Proprio per questo l’Italia occupa ancora un posto di primo piano negli studi classici, filologici, storici, filosofici e artistici. Non è così nel complesso, e fatte salve le numerose eccellenze presenti, quando si passa ai settori scientifici e tecnologici.
Resta da capire perché ci sia tanta ostilità verso la proposta di ampliare anche da noi, come già avviene in molti Paesi europei, l’offerta formativa in inglese. Si tratta come tutti sanno di una lingua divenuta ormai indispensabile nella comunità scientifica (ivi inclusa quella umanistica) ed economica. Al punto che i giovani la imparano spesso per conto proprio quando la scuola non offre tale opportunità.
In secondo luogo non bisogna dimenticare che è essenziale aumentare la capacità del nostro sistema universitario di attrarre studenti provenienti da altri Paesi. Gli iscritti stranieri testimoniano in modo efficace l’eccellenza e la validità dell’offerta formativa. Se ne sono accorti perfino i francesi, così gelosi della lingua patria. Utilizzando l’agenzia nazionale CampusFrance, che promuove efficacemente all’estero la loro offerta formativa, gli Atenei francesi sono in grado di attrarre un numero di studenti stranieri assai superiore al nostro.
Ma – è bene sottolinearlo – tale promozione avviene nelle fiere internazionali distribuendo materiale informativo scritto in inglese! Perché mai una simile strategia dovrebbe essere considerata lesiva della dignità nazionale? Non occorre essere degli specialisti per sapere che in certi settori dell’ingegneria, della fisica, dell’economia le riviste di maggior prestigio accolgono soltanto contributi in inglese, e non è quindi uno scandalo se le nostre Università offrono corsi in tale lingua.
Diverso è ovviamente il discorso per gli stranieri che arrivano per studiare italiano, restauro o materie legate ai beni culturali. Ci si lamenta perché in questi settori gli studenti di altri Paesi sono pochi, senza però rammentare che ci sforziamo ben poco di promuovere all’estero lo studio dell’italiano. Al contrario di quanto fanno per esempio francesi e tedeschi per diffondere la loro lingua oltre i confini nazionali.
Penso insomma che occorra equilibrio quando si parla di un tema così importante. Da una parte vanno evitate le esagerazioni. Il senato accademico del Politecnico di Milano ha recentemente deliberato che “tutti” i corsi delle lauree magistrali debbano essere tenuti in inglese. Questo è senza dubbio eccessivo, e un mix di italiano e inglese sarebbe più opportuno. Dall’altra è necessario capire i grandi mutamenti che la globalizzazione ha comportato. Chi si pone in una posizione di rifiuto “a priori” si autocondanna all’isolamento.
(Da http://www.loccidentale.it, 11/3/2012).
Occorrerà esaminare con attenzione quanto i vari politecnici ecc. guadagnano da queste operazioni di liquidazione di un patrimonio che è prima di tutto della cittadinanza italiana e poi dell’intera umanità …
Senza pudore
“Un progetto come questo – ha dichiarato il ministro Profumo – è un vantaggio per tutti. L’apertura delle università italiane agli studenti stranieri è infatti una priorità fondamentale e l’iniziativa aiuterà i laureati stranieri a familiarizzare con la cultura italiana !!!!!, abituando al contempo gli studenti italiani ad un ambiente più internazionale. Anche questa iniziativa può essere dunque un volano per la nostra economia”.
ISTRUZIONE: IL MIUR SIGLA ACCORDO CON UNIVERSITA’ DI CAMBRIDGE
Il Miur e l’Università di Cambridge hanno siglato un nuovo accordo per i test di ammissione ai corsi in lingua inglese degli Atenei italiani. In base ad esso, la University of Cambridge ESOL Examinations (Cambridge ESOL) fornirà le prove di ammissione sia per gli studenti italiani, sia per quelli stranieri che intendono iscriversi a questi corsi nelle università italiane. Le prove di ammissione saranno disponibili in un’ampia gamma di argomenti, tra cui medicina, ingegneria, architettura, economia, scienza di base, scienze umanistiche. Alcuni di essi partiranno già da settembre 2012. Grazie anche alla vasta rete di centri autorizzati Cambridge ESOL, sarà possibile avere a disposizione numerose sessioni di esame durante l’anno. In Italia sono già oltre 100 i corsi tenuti in inglese e l’obiettivo dell’accordo è proprio quello di potenziare quest’offerta formativa. “Un progetto come questo – ha dichiarato il ministro Profumo – è un vantaggio per tutti. L’apertura delle università italiane agli studenti stranieri è infatti una priorità fondamentale e l’iniziativa aiuterà i laureati stranieri a familiarizzare con la cultura italiana, abituando al contempo gli studenti italiani ad un ambiente più internazionale. Anche questa iniziativa può essere dunque un volano per la nostra economia”. “I test – ha poi spiegato Nick Beer, direttore della Cambridge ESOL in Italia – valuteranno la conoscenza dello studente nell’ argomento prescelto, oltre a quella generale necessaria per l’ammissione agli studi universitari. Quest’accordo permette lo sviluppo di un’offerta molto importante per quegli studenti stranieri che desiderano un percorso affidabile ed internazionale per studiare in Italia”. L’accordo consolida e porta avanti una lunga collaborazione già esistente tra Cambridge ESOL e il MIUR per elevare il livello di insegnamento e apprendimento della lingua inglese nelle scuole italiane attraverso un programma di valutazione che include ance certificati linguistici riconosciuti a livello internazionale come, ad esempio il PET, il First Certificate (FCE) , il CAE e il Proficiency (CPE).
(Da agenparl.it, 29/2/2012).
Il Politecnico che parlerà inglese: un avvenire in chiaroscuro
Lingua italiana addio, c’eravamo tanto amati.
La svolta, come già ampiamente annunciato, viene dalPolitecnico di Milano: a partire dall’anno accademico 2014-2015, a farla da padrone per quel che concerne i corsi di laurea magistrali sarà l’inglese.
La motivazione ufficiale, che non era difficile da immaginare, riguarda il voler conferire all’università un “taglio” più internazionale. “Formeremo i nostri studenti in un contesto multiculturale e attireremo più matricole dall’estero”, sostiene infatti il rettore Giovanni Azzone.
Si tratta di un progetto con il quale si intende seguire la rotta tracciata dal Politecnico di Torino, ma soprattutto predisposto per andare incontro a quegli iscritti provenienti dall’estero che negli ultimi anni sono divenuti sempre più numerosi.
Il Politecnico propone attualmente 17 corsi di secondo livello (su 34) in inglese; tuttavia Azzone auspica che si vada ben oltre: “Nel giro di due anni diventerà la lingua di comunicazione per tutti i corsi di laurea magistrale e di dottorato e andremo a costituire classi sempre più internazionali, con studenti da ogni parte del mondo affiancati a quelli italiani.”
Detto così, sembrerebbe tutto rose e fiori. Ma ci sono anche i contro.
Il presupposto è semplice: molti degli studenti italiani che si affacciano all’università non conoscono e tanto meno parlano l’inglese con sufficiente dimestichezza, o almeno non al punto da dirsi pronti ad affrontare esami e corsi colloquiando faccia a faccia con docenti madrelingua.
Va detto a onor del vero che le fonti, a questo proposito, sono piuttosto contrastanti: secondo uno studio condotto abbastanza recentemente dal British Council Italia attraverso il cosiddetto test IELTS (in realtà sottoposto in gran parte a giovani dotati di una buona conoscenza della lingua), pochissimi studenti (l’1% circa) avevano conseguito, nell’anno 2009, un risultato inferiore alla soglia minima.
Meno rassicuranti erano i risultati di una statistica stilata da GoFluent, secondo cui il 60% degli intervistati si riteneva appena sufficientemente dotto di inglese (27%), quando non scarsamente preparato (33%).
Il dato più apocalittico venne invece diffuso lo scorso anno da EF Education First, dal cui studio, basato su interviste relative al 2007-2009, era possibile evincere come l’Italia fosse tra i fanalini di coda in Europa in merito alla conoscenza dell’inglese (in questo caso non solo tra i giovani) nei paesi più sviluppati, precedendo la sola Spagna.
Risulta quindi superfluo sottolineare che un cambiamento di questa portata, soprattutto se esteso oltre Milano, richiederebbe enorme pazienza e un graduale adattamento da parte di coloro (presumibilmente parecchi) che ora come ora non sarebbero culturalmente preparati ad un’evenienza simile.
L’iniziativa ha insomma tutte le carte in regola per far discutere e già si levano impietose le prime proteste, specie circa il fatto che molti studenti potrebbero trovarsi costretti, per approfondire la lingua, a frequentare corsi privati di cui certamente non tutti sarebbero in grado di sostenere le spese.
Significativo l’esempio del sondaggio proposto dal sito web studenti.it, che al momento vede trionfare la percentuale dei contrari (ben l’87%) a fronte di coloro che vedrebbero invece di buon occhio un cambiamento di questo tipo.
Azzardo o no, il rettore Azzone pare intenzionato ad andare sino in fondo senza riserve. E d’altronde gode del pieno appoggio da parte del ministro dell’istruzione Profumo, il quale ha salutato l’iniziativa come “un esempio per l’Italia che puntiamo a incrementare in ogni livello d’istruzione.”
La miccia è accesa. C’è da scommettere che gli studenti più scettici del Politecnico cercheranno ben presto di far valere le proprie ragioni.
Francesco Ienco
(Da http://www.controcampus.it, 21/2/2012).
Politecnico, l’ateneo più ‘cool’ Il biennio si farà in inglese
Commenti
Dal 2014 un corso specialistico su sei verrà gestito da docenti internazionali
Milano, 20 febbraio 2012 – Welcome to Politecnico, laureandi magistrali, l’università più inglese d’Italia. Dal 2014 l’ateneo di piazza Leonardo da Vinci attiverà tutti i suoi corsi specialistici nella lingua di sua maestà. Un corso su sei sarà gestito da docenti internazionali. «Formeremo i nostri studenti in un contesto multiculturale e attireremo più matricole dall’estero», è l’intento del rettore Giovanni Azzone. «Un esempio per l’Italia – come ha riconosciuto anche il Ministro della ricerca e università, Francesco Profumo – che puntiamo a incrementare in ogni livello d’istruzione».
Attualmente sono 17 su 34 i corsi di secondo livello erogati dal Politecnico in inglese. «Nel giro di due anni diventerà la lingua di comunicazione per tutti i corsi di laurea magistrale e di dottorato – assicura Azzone – e andremo a costituire classi sempre più internazionali, con studenti da ogni parte del mondo affiancati a quelli italiani». Gli studenti stranieri attualmente sono 3.225, provenienti da 114 nazioni diverse e in continua crescita. Se nel 2004 rappresentavano appena il 2 per cento delle neo-matricole, oggi sono raggiungono quasi il 18 per cento. Oltre alle lezioni interamente in inglese nei corsi specialistici, un altro passo sulla via dell’internazionalizzazione riguarda la docenza. «Investiremo 3,2 milioni di euro – continua il rettore – per attrarre 15 docenti, 35 ricercatori post doc e 120 visiting professor dalle migliori università mondiali. Il 15 per cento dei nostri corsi sarà tenuto da professori provenienti dall’estero».
Con un occhio speciale ai Paesi più sviluppati (Stati Uniti, Giappone, Inghilterra, Francia, Germania e Bric). Il Politecnico verrà coadiuvato in questo progetto da enti e istituzioni territoriali, come Fondazione Cariplo, Regione e Ministero dell’Istruzione. Un sostegno che permetterà anche l’incentivazione delle borse di studio. Il Politecnico nell’ultimo anno ha erogato 728mila euro per le borse di studio degli studenti stranieri, cui si aggiungono 78 esoneri, e 2,2 milioni di euro per gli studenti italiani, con premi e deroghe per i più meritevoli.
di Luca Salvi
luca.salvi@ilgiorno.net
Goodbye italiano, dal 2014 al Politecnico di Milano lezioni solo in inglese
[justify]E' stata presa una decisione storica al Politecnico di Milano: dall'anno accademico 2014-2015 le lezioni di tutte le lauree magistrali verranno tenute esclusivamente in inglese, come anche gli esami. L'obiettivo è quello di formare un contesto internazionale[/justify]
di Valentina Vacca 20 febbraio 2012
[justify]Addio italiano all'università, e soprattutto banditi tutti gli studenti che non conoscono perfettamente la lingua inglese. Succede al Politecnico di Milano, uno dei centri d'eccellenza italiani della formazione accademica.
Il Politecnico ha deciso infatti che dall'anno accademico 2014-2015 le lezioni e gli esami di tutte le lauree magistrali saranno solamente in inglese, come anche i dottorati di ricerca.
Tempo fa già il Politecnico di Torino aveva preso questa scelta e ora si unisce a questa nuova formula anche quello di Milano. L'investimento per questo progetto english ammonterà a 3,2 milioni di euro politecnico_milanoe attrarrà al Politecnico 15 nuovi docenti, 35 post doc e ben 120 visiting professor ( ai quali pare che non verrà richiesta la conoscenza dell'italiano).
Tante le critiche che arrivano per questa scelta del Politecnico: qualcuno afferma che si tratti di una decisione classista, che miri a portare ai livelli più alti d'istruzione solamente i ragazzi provenienti da famiglie d'elite poiché uno studente medio è difficile che si possa permettere corsi d'inglese d'eccellenza.
Il Politecnico però giustifica e va fiero di questa scelta, sottolineando come si miri a una sempre maggiore qualità dell'insegnamento e degli studenti, e mettendo in evidenza come un'intera offerta formativa solo in inglese porti a un più alto livello di internazionalizzazione.[/justify]