Come sfuggire alla dittatura della lingua inglese?

Come sfuggire alla dittatura della lingua inglese?

di BERNARD CASSEN

La Monde diplomatique, ed.italiana, allegata al Manifesto del 16 gennaio 2005.


Per tutte le élites “ai margini” del pianeta, l'uso dell'inglese ha il primo segno di riconoscimento. Esiste un legame logico tra la sottomissione volontaria o rassegnata all'iperpotenza americana a l'adozione della sua lingua come unico strumento utile di comunicazione internazionale. Adesso il cinese, le lingue romane – se si promettono l'intercomprensione in seno alla grande famiglia che formano – e domani l'arabo hanno altrettanta vocazione a giocare in parallelo questo ruolo. E' una questione di volontà politica. Era il sogno di Alain Minc, a poco e mancato che Claude Thélon ci riuscisse. Il primo si entusiasmava, fin dal 1989, all'idea di “rendere obbligatorio l 'insegnamento dell'inglese fin dalle elementari, rafforzare i mezzi pedagogici, fare delta conoscenza di questa lingua una condizione previa per gli studi, al pari della matematica e dell'ortografia, e consentire la scelta di un'altra lingua solo dopo aver verificato la perfetta padronanza dell'inglese (1)”. Dal canto suo, nella sua veste di presidente della Commissione preposta al dibattito nazionale sul futuro della Scuola, Claude Thélon aveva consegnato al ministro francese dell'istruzione François Fillon un rapporto in cui preconizzava l'apprendimento obbligatorio dell'”inglese di comunicazione internazionale” a partire dalla seconda elementare, cioé dall'età di otto anni (2). Dal canto suo, il ministro si è prudentemente limitato ad accogliere l'idea di insegnare una lingua viva fin dalla prima elementare. Ma in pratica il risultato sarà pressappoco lo stesso, data l'enorme pressione, in particolare da parte dei media, in favore dell'inglese come sola lingua di “comunicazione internazionale” – anche se nessuno sa esattamente di cosa in effetti si tratti (3).

In mancanza di un minimo di riflessione sull'articolazione fra i tre parametri che sono: la realtà, la previsione delle effettive necessità linguistiche della generalità dei cittadini (al di là di come se le raffigurano le associazioni dei genitori) e la geopolitica linguistica (o geopolitica semplicemente), i rapporti del tipo di quello elaborato dalla Commissione Thélon arrivano a conclusioni degne delle discussioni che si fanno al Bar del Commercio. La proposta di rendere obbligatorio l'insegnamento dell'inglese, in Francia o in altri paesi dell'Unione europea, è di natura altamente politica, e non ha molto a che fare con le esigenze di “comunicazione”. E' una proposta che ha senso solo in funzione di una certa visione del futuro dell'Europa e del mondo, in particolare nei rapporti con gli Stati uniti.

La potenza imperiale americana, che incentiva e struttura a proprio vantaggio la globalizzazione neoliberista, non riposa solo su fattori materiali (capacità militari e scientifiche. produzione di beni e di servizi, controllo dei flussi energetici e monetari ecc.), ma incorpora anche e soprattutto il dominio delle menti, e quindi dei riferimenti e segni culturali, e più particolarmente dei segni linguistici. La lingua inglese si pone così al centro di un sistema globale, nel quale svolge un ruolo identico a quello del dollaro nel sistema monetario internazionale. Per usare il lessico dell'astrofisica, questo sistema si fonda sull'esistenza di un astro supremo (l'inglese, definito lingua ipercentrale) attorno al quale gravitano una dozzina di lingue-pianeti, circondati a loro volta da due centinaia di lingue-lune, nella cui orbita si muovono all'incirca altre 6.000 lingue! In analogia al biglietto verde, che consente all'America, grazie al suo duplice status di mezzo di pagamento e valuta di riserva internazionale dominante, di vivere alle spalle del resto del pianeta, Ia detenzione della lingua ipercentrale conferisce agli Stati uniti una formidabile rendita di posizione. Innanzitutto una rendita ideologica, poiché in gran parte le “élite” mondiali – vero partito americano transfrontaliero – sono indotte ad allinearsi alla lingua dei padroni, ai suoi concetti e alla visione del mondo che esprime e veicola (4). Come osserva il prof. Claude Hagège del Collège de France, “dato il prestigio delle élite industriali ed economiche, i ceti medi, spinti dallo snobismo – un movente di cui non si parla abbastanza – cercano di imparare l'inglese per imitarle (5)”. E non è certo che i valori morali sui quali George W. Bush ha costruito la sua campagna elettorale e la sua vittoria raffredderanno l'entusiasmo di questi patiti del “modello” americano.

La rendita dei paesi anglofoni ha oltre tutto un suo versante economico: tocca infatti agli altri paesi coprire i costi dell'apprendimento e delle traduzioni da e verso l'inglese. L'insegnamento di questa lingua, in termini di metodi, strumenti di valutazione e personale, è diventato ormai per gli Stati uniti e per il Regno unito una vera e propria industria, e un prodotto di esportazione tutt'altro che irrilevante. Quando la Commissione europea, in spregio al regolamento linguistico dell'Unione, pubblica programmi o bandi di concorso comunitari nella sola versione inglese, imponendo di rispondere in questa lingua, favorisce indebitamente le imprese e le istituzioni dei paesi anglofoni, obbligando le altre ad accollarsi i costi supplementari delle traduzioni per poter concorrere. Sarebbe questa la famosa “concorrenza libera ed esente da distorsioni” cui si richiama con tanta insistenza il progetto di “Costituzione” europea?

Questi diversi fattori ideologici ed economici si rafforzano a vicenda, e contribuiscono al consolidamento di un'unipolarità linguistica planetaria. Per coerenza, l'impegno per un mondo multipolare dovrebbe dunque avere come corollario anche un ordinamento linguistico multipolare, che non lasci all'inglese il monopolio dell'ipercentralità, sul piano simbolico come su quello materiale.

La risposta, almeno parziale, può essere trovata nel concetto di “famiglie linguistiche”, e in questo ambito, nell'apprendimento dell'intercomprensione (leggere, qui sotto, l'articolo di Françoise Ploquin), in particolare nell'ambito delle lingue romanze. In termini di apprendimento, queste ultime si potrebbero considerare come una sola ed unica lingua. I metodi in questo senso esistono, e chiedono solo di essere sviluppati. Non si tratta di una visione puramente intellettuale, ma fondata al contrario sull'esistenza di una massa critica internazionale. Le lingue rimaste da sole sono lingue ufficiali in 60 paesi: 30 per il francese, 20 per lo spagnolo. 7 per il portoghese, 2 per l'italiano (Italia e Svizzera), uno per il rumeno. Aggiungiamo Andorra per il catalano… Mentre l'inglese è lingua ufficiale solo in 45 paesi, e l'arabo in 25.

In termini demografici, alcune proiezioni riferite al 2025 indicano 1 miliardo e 561 milioni di cinesi, un miliardo e 48 milioni di abitanti di paesi anglofoni, 484 milioni di ispanofoni, 285 milioni di lusofoni e 506 milioni di francofoni (ma quest'ultima cifra va presa con riserva, dato che non tutti gli abitanti di stati ufficialmente francofoni parlano effettivamente il francese; e alto stesso modo, ad esempio in Nigeria, paese ufficialmente anglofono, solo una piccola minoranza è in grado di esprimersi in inglese) (6). Una volta prese queste precauzioni, le quali comunque non modificano gli ordini di grandezza, risulta che tra una ventina d'anni i locutori di lingue romanze suscettibili di comprendersi tra loro saranno (includendo itatiani a rumeni) più di 1,3 miliardi. Siamo dunque in presenza di tre blocchi di importanza comparabile (l'inglese, il cinese a le lingue romanze), più, in prospettiva,l'arabo (secondo le previsioni riferite al 2025,448 m ilioni di locutori) che hanno la stessa vocazione a incarnare a livello mondiale un'ipercentralità linguistica. Perciò, chi vorrebbe riservare questo ruolo esclusivamente all'inglese non da prova di grandi capacità d'anticipazione.
Se gli stati appartenenti all'area delle lingue romanze decidessero di promuovere insieme, nei rispettivi sistemi scolastici, l'adozione di metodi di apprendimento in vista dell'intercomprensione, le varie lingue di origine latina potrebbero acquisire uno status mondiale di co-ipercentralità, a fianco dell'inglese. Per quanto riguarda il cinese, altra lingua candidata a questo status, l'evoluzione è già in atto. Come osserva Joël Bel Lassen, ispettore generate di questa disciplina, “tra una dozzina d'anni, 100 milioni di turisti cinesi percorreranno il mondo. In Asia il cinese è ormai la lingua veicolare. Ai tavoli dei negoziati bilaterali, giapponesi e coreani usano oggi sia l'inglese che la lingua mandarina. In Corea il cinese è diventato indispensabile e ha acquisito una dimensione pratica, analogamente all'inglese (7). In effetti, come pensare seriamente che più di un miliardo e mezzo di cinesi, sia pure nell'ambito delle filiali di imprese transnazionali, si servano di una lingua straniera per dialogare tra loro a livello di “comunicazione internazionale”?

Visto che le fantasticherie si focalizzano sull'inglese di “comunicazione internazionale”, parliamone. Se ne conosce appena il perimetro, nell'ambito di comunità professionali dal lessico nettamente delimitato: lo Seaspeak dei piloti marittimi, ormai sostituito dallo Smcp (Standard Marine Communication Phrases) elaborato a partire dall'inglese da locutori di varie altre lingue: l'Airspeak, utilizzato degli equipaggi degli aerei e dai controllori di volo; l'inglese degli specialisti di varie discipline, condiviso dai “collegi invisibili” dei ricercatori; quello del settore alberghiero e di alcune branche del diritto, della finanza ecc. Ma non saranno questi evidentemente i linguaggi da insegnare agli alunni delle elementari – tanto più che possono essere appresi successivamente “Sul Campo”, quando se ne presenti il bisogno. Allora, di quale insegnamento linguistico si tratta? I rudimenti della grammatica, il lessico della vita quotidiana? In questo caso occorrerebbe definire un “pacchetto” pedagogico, e dotarsi di strumenti didattici adeguati. Ma per un “pacchetto” del genere non ci sarebbe alcun bisogno di iniziare I'insegnamento alle elementari, e portarlo avanti per tutto iI curriculum scolastico. Un programma di studi di quattro o cinque anni. da inserire in una delle sue fasi, dovrebbe essere più che sufficiente.
Nel frattempo, se non si vuole fare un affronto al futuro, si dovrebbero insegnare in Europa, all'intemo delle strutture esistenti e a incominciare dalle elementari, non una ma due lingue straniere. Questa la decisione presa il 15 e 16 marzo 2002 dal Consiglio europeo di Barcellona, il quale peraltro non ha indicato l'inglese come una di queste due lingue. Per chi crede nella necessità del pluralismo linguistico in Europa vi sono al contrario vari argomenti in favore dell'insegnamento di tutte he lingue (comprese quelle asiatiche e regionali) o famiglie di lingue, escludendo proprio l'inglese, che si avra tutto il tempo di imparare in seguito come terza lingua, se necessario anche a ritmo accelerato, una volta elaborato il succitato “pacchetto”.

E' ora di smetterla di far passare I'inglese per l'unica lingua nella quale gli europei possano comunicare tra loro. In seno all'Unione europea si contano 174 milioni di locutori di lingue romanze, a fronte di meno di 70 milioni di anglofoni per nascita. Come ha detto Umberto Eco, “un'Europa di poliglotti non può essere un'Europa di persone che parlano correntemente molte lingue, ma piuttosto – nel migliore dei casi – di person in grado di incontrarsi parlando ciascuno la propria lingua e comprendendo quella dell'interlocutore, anche senza saperla parlare correntemente . Introdurre fin dalle elementari I'intercomprensione delle lingue romanze equivarrebbe a dare da subito anche ai più piccoli il piacere di accedere alla comprensione di altre due o tre lingue europee.
A questo riguardo, il Consiglio d'Europa ha elaborato una serie di strumenti preziosi,e in particolare il Quadro di riferimento comune europeo per le lingue (9), che propone una graduatoria di sei livelli, e riconosce come perfettamente legittima la possibilità di conseguire, in una stessa lingua, un grado di comprensione molto diverso da quello della capacità di espressione. Da ciò si dovrebbero desumere le conseguenze pedagogiche, che sono rivoluzionarie. Oggi infatti i programmi impongono agli insegnanti di imparare contemporaneamente tutte le competenze: una missione impossibile, soprattutto trattandosi di una lingua particolarmente difficile come l'inglese.

Per superare le prevedibili resistenze degli insegnanti di lingue alla proposta di adottare, almeno per una certa parte, l'obiettivo limitato dell'intercomprensione, il personale didattico deve essere chiamato a partecipare attivamente a un dibattito che sarebbe a un tempo planetario, europeo e nazionale. Un dibattito geopolitico e culturale. Una vera “Grande Querelle” di quest'inizio di secolo, degna di quella tra i sostenitori degli Antichi e dei Moderni. Ma qui il concetto di modernità e assai diverso da come lo concepiscono i “galloricani (10)”.

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(1) Alain Minc, La Grande Illusion. Grasset, Parigi,1989.
(2) Il 24 novembre scorso, Claude Thélon si è visto assegnare il premio 2004 dell'Académie de la carpette anglaise (I'Accademia del tappetino inglese) destinato “a un esponente delle élite francesi che si sia particolarmente distinto nell'accanimento a promuovere in Francia il domino dell'anglo-americano, a discapito della lingua francese”. Un “premio speciale” è stato inoltre attribuito a Jean-Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea (Bce) per aver dichiarato, al momento di assumere le proprie funzioni: “l am not a Frenchman”, per poi esporre in inglese la politica della Bce. Informazioni sull'Accalemia: 06 75 26 88 05.
(3) In un editoriale eccezionalmente titolato in inglese, “Last but not least., Le Monde del 22 ottobre 2004 aveva approvato con entusiasmo la proposta della Commissione Thélon, ad accettare chiunque vi si opponesse: “Già si solleva il grande esercito dei difensori della francofonia e i battaglioni sindacali, ciascuno per difendere il proprio nucleo”,
(4) Leggere “Au service des langues romanes”, “Parler français ou la langue des maîtres”, “Le mur de l'anglais e “La langue-dollars, rispettivamente su Le Monde diplomatique del marzo 1994, aprile 1994, maggio 1995 e maggio 2000.
(5) Conversazione con Enjeux, maggio 2002. Il prof. Claude Hagège ha saputo raggiungere un vasto pubblico con i suoi pregevoli testi divulgativi, tra i quali citiamo: Le Français et les Siècles (1987), L'Enfant aux deux langues (1996) e Halte à la mort des langues (2000), tutti editi da Odile Jacob (Parigi).
(6) La Francophonie dans le monde 2002-2003, Organisation intemationale de la francophonie, Conseil consultatif/Larousse. Parigi, 2003.
(7) Liberation,13 settembre 2004.
(Umberto Eco. La ricerca della lingua perfetta, Laterza, 1993.
(9)
http://culture.coe.int/portfolio. Leggere il dossier “L'enseignement des langues vivantes à I'étranger enjeux et stratégies.. Revue internationale d'education, Sèvres, n° 33, settembre 2003.
(10) Espressione proposta da Henri Gobard su Le Monde diplomatique, dicembre 1974. (Trduzione di E. H.)
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