Come nasce il nome Italia

IL NOME

di Attilio Mazza

Massimo Taparelli, marchese d’Azeglio, scrittore, pittore, patriota, uno dei protagonisti del Risorgimento, pronunciò veramente il famoso detto: «Fatta l’Italia bisogna fare gli Italiani»? Sembra di no. Alcuni storici vogliono gli sia stato attribuito nel 1896, parecchi anni dopo la morte. È comunque un’autocritica «motivata dalla scarsa, vera o presunta, compattezza della comunità nazionale», scrive Franco Bruni, docente di lingua italiana all’Università di Venezia, autore del saggio edito dal Mulino, Italia. Vita e avventura di un’idea. Un dato è certo: il popolo degli Italiani esistette molto prima del 17 marzo 1861, giorno in cui, con la legge 4671, re Vittorio Emanuele II proclamò il Regno d’Italia, anche se all’unità mancavano ancora il Veneto e Roma.
Antiaco di Siracusa, nel V secolo a. C. — 2.300 anni prima circa di quel 1861 — scrivendo la storia delle colonie greche d’occidente, tramandò che la parte meridionale della Calabria era abitata dagli Italòi. Si tratta solo di un nome, «ma per noi è la prima documentazione del nome degli Itali; poi verrà il nome degli Italici e molto più tardi degli Italiani», informa Franco Bruni. Antiaco di Siracusa fece scuola. Strabone (I sec. d. C.), autore di una grande enciclopedia geografico-etnografica, ricordò la presenza degli Itali. E Dionisio di Alicarnasso, vissuto al tempo di Augusto, riferì addirittura che Italo fu il primo re d’Italia. In realtà è vero l’inverso: il nome Italo fu ricavato da quello degli Italòi. E il territorio degli Italòi venne chiamato Italìa, secondo l’accentazione greca: poi i romani avrebbero detto Itàlia. La fortuna del nome fu veicolata attraverso le monete, da sempre strumento di affermazione politica, oltre che strumento sociale più perfezionato e sicuro per gli scambi. In nessun Paese comparvero improvvisamente, ma furono il risultato di una lenta evoluzione: il mezzo di scambio metallico divenne quello più pratico.
Strabone, riprendendo la testimonianza di Antioco, tramandò la denominazione Italìa che «raggiunse la piana del Metaponto, risalì dunque la Calabria ionica centro-settentrionale e si estese a una parte della Lucania odierna». Fu una lenta affermazione, conseguente all’emigrazione degli Italòi.
Ma la storia del popolo e del nome del loro territorio ebbe successivamente una grande e diversa fortuna. Anche se è difficile affermare con precisione «in quali tempi e modi da questi oscuri Italòi e da questa Italìa, confinata ad alcuni lembi del territorio meridionale nel tempo della colonizzazione greca, si sia passati al nome d’Itàlia nelle dimensioni di oggi.
Tuttavia si possono individuare due tappe principali: l’estensione del nome nelle regioni centrali nella penisola e poi la sua risalita fino all’arco alpino. Entrambe le tappe riguardano l’avanzata del nome geografico non del nome del popolo», annota sempre Franco Bruni.
Plinio il Vecchio, scienziato e autore della grande enciclopedia intitolata Storia Naturale, morì nel 79 d. C., mentre stava per soccorrere le popolazioni colpite dall’eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei, Ercolano e Stabbia. In quella data aveva già ultimato il terzo libro della sua grande opera con la descrizione dell’Italia geografica dai mari alle Alpi. Plinio riprese la suddivisione territoriale indicata da Augusto: undici regioni originariamente prive di nome, al pari delle legioni romane, indicate quindi, con un numero. La prima era formata dall’unità del Lazio con la Campania; l’ultima, la numero 11, era la Transpadania. Ecco l’Italia negli anni di Silla (42 a. C.) confinante a nord, con il Rubicone, piccolo corso d’acqua che sfocia presso Rimini. Il nome Italia abbracciava, dunque, alcuni territori della penisola. E Itali erano le popolazioni, anche se assai diverse, in quelle che chiamiamo regioni: dai sanniti, ai marsi ai piceni.
Come fu possibile una simile espansione? Mediante il contributo militare. Ma non solo. Determinante fu pure l’apporto delle stesse popolazioni italiche che accettarono complicati accordi giuridicamente diversi. Fu così che Roma, già nel II secolo a. C., poté governare la penisola italiana e varie province del Mediterraneo.
STORIA Ma facciamo un passo indietro. Nella storia del nome Italia una data importante fu quella del 91 a. C.: con lo scoppio della guerra sociale. Avvenne a causa dell’insoddisfazione degli alleati o socii italici che, dopo aver partecipato a tante guerre con Roma, erano rimasti esclusi dai diritti di cittadinanza. Essi si ribellarono appropriandosi del nome Italia. Lo presero, a quanto pare, scrive Francesco Bruni, «dai greci delle colonie costiere, con cui avevano rapporti stretti: era un nome che non coincideva con nessuno dei gruppi etnici alleati, e perciò era stato assunto a significare l’alleanza dei popoli coalizzati contro Roma. Quel nome significava il superamento delle singole tribù, almeno nel momento dell’unione contro il nemico comune».
Gli Italici furono sconfitti da Roma. La quale, tuttavia, fu costretta, dopo la pace nell’88, a concedere la cittadinanza a quelle popolazioni che si erano fortemente ribellate. «Gli italici si erano confederati superando i particolarismi etnici, nella loro guerra; Roma fece altrettanto e anzi di più, perché oltre ad ampliare il diritto di cittadinanza, anche il nome dell’Italia, che aveva funzionato come vessillo antiromano sulle monete di cui si è detto, fu fatto proprio dai vincitori».
L’ultima tappa della risalita del nome Italia sino alle Alpi venne ricordata ancora da Plinio il Vecchio il quale segnalò come il confine amministrativo fosse segnato a nord dalle Alpi, barriera contro le invasioni. Il territorio era abitato da popolazioni diverse: Galli, di stirpe celtica, Liguri, Veneti; un vero mosaico etnico. Ma un unico territorio: l’Italia. Poi, con l’invasione longobarda nell’anno 568, cesserà l’unità politica realizzata dai romani. Ma sarà un’altra storia.
Roma fu assai abile adottando con tutti i popoli una politica inclusiva, accettando elementi etnicamente diversi, assimilandone addirittura i simboli. Una lezione di tattica politica assai intelligente e sempre valida. Anche ai giorni nostri.
(DA ILGIORNALEDIVICENZA.IT, 09/01/2011).

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