Colonizzazione linguistica denunciata dal Corsera

Paolo Gambi, Rinascimento poetico

Colonizzazione linguistica denunciata dal Corsera

CORSERA: Venerdi 10 marzo 2000
TERZA PAGINA.

TENDENZE: In tv e nei giornali italiani almeno
un terzo degli slogan è nella lingua di Shakespeare

Pubblicità, l’invasione degli spot in inglese

di Omar Calabrese

In questi giorni transita sugli schermi televisivi italiani uno spot insolitamente lungo, di non immediata comprensione, e che solo nel finale risulta chiaramente "vendere" servizi informatici e telematici. Si tratta di un discorsetto pronunciato da Christopher Reeves, lo sfortunato interprete di Superman condannato per incidente su una sedia a rotelle. Solo che è tutto in inglese, e per di più accompagnato da scritte anch’esse nella lingua di Albione. Verrebbe da interrogarsi sull’efficacia d’un simile messaggio, se non fosse che la pubblicità in questo periodo viene espressa molto massicciamente in quell’idioma. Basti ricordare altri recenti spot anglofoni, come quelli di Calvin Klein, di Swatch, o di Coca-Cola.

E qualche novello san Tommaso, non ancora convinto, potrebbe toccare con mano un giornale qualsiasi (io l’ho fatto per spirito di squadra col "Corriere"), e trovare con sorpresa almeno il 30 per cento della pubblicità scritto in inglese. Un rapido calcolo, peraltro, indica che alcune scelte sono motivate, ancorchè‚ non ovvie: si tratta di imprese multinazionali. Ma a queste si affiancano aziende italianissime, operanti soprattutto nei settori dell’informatica, dei servizi commerciali, della grande distribuzione, della moda e della cosmetica.

Cominciamo così a capire le ragioni della colonizzazione. La prima è un corollario della globalizzazione. Se produzione, distribuzione e mercato diventano planetari, anche la lingua dello scambio deve essere unica (per questioni di identità e anche di risparmio). Solo l’inglese ha saputo impersonare il sogno della lingua universale, dell’esperanto. La seconda ragione è merceologica: i consumi che abbiamo citato sopra sono prevelantemente giovanili, e sempre di più l’inglese è diventato seconda lingua proprio fra i giovani, e grazie alla musica e a Internet.
A tutto questo s’aggiunga una terza, più curiosa, ragione. L’inglese si è caricato di una connotazione di prestigio. Una volta svolgeva questo ruolo piuttosto il francese, o la scelta di un lessico latineggiante o grecizzante. La spinta, forse, deriva da un ormai solido primato americano in quasi tutte le arti, dal cinema alla canzone, dalla pittura all’architettura. E allora, sì, possiamo parlare a buon diritto di colonizzazione. Non perchè‚ siamo puristi, ma perché, la nostra intera cultura, forse, sta perdendo la propria identità.

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