Chiti, l’unica voce contro nel Pd: “La censura sul Natale compiace l’intellettualismo salottiero”
L’esponente storico dem critica apertamente la scelta dell’Istituto universitario europeo ” Si fa prevalere il convincimento che altre religioni vogliano cancellare le radici cristiane”
Vannino Chiti, ex ministro e governatore, storico esponente della sinistra e ’faro’ del Pd, ha preso una posizione netta sulla decisione dell’Istituto universitario europeo di cancellare la Festa di Natale. Ha postato sui social un’aperta critica: no alla scelta di optare per la Festa degli auguri d’inverno.
Chiti, si è detto sbalordito e di aver provato sconcerto e dissenso. Perché?
“Dissenso netto perché cancellare la parola Natale colpisce i credenti cristiani – che pure sono la maggioranza dei cittadini – ma anche chi condivide altre fedi o non ha convinzioni religiose. Nel giorno di Natale s’interrompevano le guerre. Chi offende la parola Natale, chi disturba? Nessuno. Il censurare questa parola può compiacere un intellettualismo salottieriero, che non ha rapporti con il mondo reale. E una cultura autoreferenziale disorienta”.
Lei ha puntato l’attenzione anche sul pericolo di demolizione del sentimento europeista con queste svolte che tagliano le radici di appartenenza culturale. Ci spieghi .
“L’Unione Europea può diventare una vera democrazia federale se ha il sostegno dei popoli, delle donne e uomini in carne e ossa. Non basta la necessaria coesione sociale ed economica. Occorre insieme un’adesione dei cuori, dei sentimenti. L’avvertire che ci sono radici in cui ci riconosciamo. Ora, qual è il problema delle democrazie oggi? Nascondere la parola Natale? Cacciare nell’ombra cristianesimo, ebraismo, islam, tutte le religioni, o costruire una laicità che riconosce il pluralismo delle fedi e delle culture, non le relega nel segreto dei cuori e delle coscienze, assume la loro presenza nella stessa dimensione pubblica, garantendo e non imponendo spazi di confronto e dialogo? Certo, ogni fede religiosa o cultura deve porsi al di sopra delle istituzioni pubbliche, delle Costituzioni democratiche, altrimenti si avrebbe uno Stato totalitario ed etico”.
Quindi si torna indietro se si fanno scelte come quelle dell’Istituto universitario europeo?
“Secondo me si torna indietro o, se preferisce, non si va avanti. Si resta legati alla visione ottocentesca dei due pilastri: reciproca autonomia tra Stato e religioni, la fede religiosa obbligata al silenzio della coscienza e al segreto dei cuori. Il primo pilastro resta valido. Deve restare. Il secondo è cancellato dalla storia. Basta guardarsi intorno. Il problema non è la dimensione pubblica delle fedi religiose, ma come organizzarne il pluralismo così da renderlo essenziale e non contrapposto alla democrazia”.
Quindi non si ottiene l’obiettivo di inclusione come dice, invece, la professoressa Costanza Hermanin che ha fatto parte della commissione Iue?
“Altro che inclusione, si ottiene la contrapposizione. Si fa prevalere il convincimento che altre religioni vogliano la cancellazione delle radici cristiane ed ebraiche della civiltà europea. Consapevolmente o meno si dà l’idea dell’invasione, della pretesa di omologare. Ed è una falsità. L’imam di Firenze Izzedin Elzir ad esempio sarebbe il primo a dire con me che il problema è il riconoscimento del pluralismo religioso e culturale, non di occultare per l’integrazione le festività cristiane. Sarò netto: qualcuno ha in mente il modello francese. Sulla laicità è invece vecchio. E l’integrazione non è quella dei salotti, ma dei popoli”.
La polemica è stata lanciata dal centrodestra. La sua voce è isolata nel centrosinistra.
“La destra a volte interviene solo per spirito strumentale. La concezione di molti di loro è un uso della religione cristiana per contrapporla alle altre, per dividere. È spesso – non sempre – un uso ideologico del cristianesimo. La sinistra a volte è distratta, altre ha una visione superficiale delle religioni, una concezione della laicità che talvolta, guardando indietro, sfocia in laicismo”.
Forti i rischi della riscrittura culturale o della cancel culture.
“L’identità non è qualcosa di dogmatico o chiuso. Si è formata e si sviluppa in un rapporto aperto con gli altri. Se però l’identità acquisita, si cancella, si svilisce non si costruisce il nuovo, non si ha un’evoluzione ma una perdita di rapporti con le persone e i territori. Cercherei di approfondire e tenere a mente la lezione di intellettuali come Habermas o Givone. E di fare uno sforzo di approfondimento del messaggio di papa Francesco, di rabbini, imam, aperti al mondo complesso, di avere a mente le lezioni di buddismo, induismo. Il nostro mondo ha bisogno di spiritualità per costruire un futuro degno: avere coscienza che non siamo soli, che la vita è relazione e che per agire positivamente nella storia comune è fondamentale il prendersi cura di noi e degli altri”.
Luigi Caroppo | lanazione.it | 31.10.2023














