Centocinquanta anni di unità nazionale e almeno settecento di unità linguistica

Com’è bella la lingua dell’Unità così sognata

di Maria Luisa Altieri Biagi

L’Italia festeggia i suoi 150 anni di unità nazionale (e 700 anni, almeno, di unità linguistica): 85 di regno sabaudo e 65 di repubblica. Forse non si è ancora affiancata all’attenzione per l’evento un’analisi altrettanto attenta dei fatti che lo hanno reso possibile. L’aspirazione unitaria non sarebbe stata così largamente condivisa se gli abitanti della penisola non avessero conservato memoria della comune origine latina e quindi la consapevolezza di essere – nonostante la frantumazione feudale, le continue invasioni straniere, le lotte intestine – “una gente”: “una d’arme, di lingua, d’altare, / di memorie, di sangue e di cor”, per dirla con Manzoni (Marzo 1821). A conservare nei secoli questa consapevolezza è servita certamente la lingua: un latino scritto che “muore a scaglioni mentre l’italiano nasce a scaglioni” (G. Devoto) alimentando la nostra cultura (il latino della scienza è morto alla fine del ‘700; quello della chiesa è arrivato fino a noi); e un latino parlato che, pur nella differenziazione geografica delle “parlate popolari” (i volgari italiani) continuò a essere strumento di comunicazione e di coesione fino al momento in cui grandi scrittori (da Dante, Petrarca, Boccaccio, a Manzoni, Leopardi, ecc.) elaborarono i modelli della prosa, della poesia, della lingua italiana scritta e parlata.
(Da La Nazione, 17/3/2011).

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