IL SONDAGGIO
150 anni di "luoghi comuni" e vincono davvero i peggiori
Il catalogo degli appellativi che nella storia recente hanno seguito gli italiani scelti tra venti parole proposte da un linguista. "Mafiosi, pizzettari, mammoni e qualunquisti". E, soprattutto, insuperabili nell’arte di arrangiarsi
di MASSIMO ARCANGELI
Se interpreto bene il voto dei lettori di "Repubblica", su quali stereotipi nazionali siano più appetibili (e perciò gettonabili), ben quattro delle prime sei posizioni in classifica sembrerebbero occupate dal peggio del peggio: mafiosi (15%), "pizzettari" (11%), mammoni (8%), qualunquisti (7%). Al primo posto, però, l’arte di arrangiarsi (17%); al settimo l’attività, fiorentissima e praticatissima, del gesticolare (6%); al quarto il mito, resistente malgrado il Ventennio, di quanto sia brava la gente italiana. A seguire i sempreverdi gattopardi(5%), la dolce vita e le tangenti (4%), i casanova e i mandolini (3%); in coda terroni e polentoni, dritti efessi, pinocchi e fantozzi, pulcinella e vitelloni. Venti parole da rivivere insieme attraverso i mezzi che, più degli altri, le hanno rese immortali: la televisione e il cinema.
I RISULTATI DEL SONDAGGIO
Con la città di Napoli già eletta a sua maestra sovrana, prima l’Alberto Sordi trasformista e opportunista dell’Arte di arrangiarsi (1954), e quindi le vicende raccontate in Arrangiatevi (1959), imprimono il definitivo sigillo sulla capacità tutta italiana di sapersela cavare in ogni occasione, aiutandosi alla bisogna con il movimento corporeo e la comunicazione non verbale. Contrapposto alla compostezza degli inglesi, alla rigidità tedesca, ai moderati movimenti delle braccia e delle mani dei francesi, lo smodato gesticolare italico ci ha lasciato un ineguagliabile ricordo nel dialogo muto a distanza fra Giancarlo Giannini e Mariangela Melato in Mimì metallurgico ferito nell’onore. Ma chi non ricorda, fra i tanti altri gesti raccontati dal cinema, quello antioperaio dell’ombrello – con annessa, sonora pernacchia – reso immortale nuovamente da Sordi nei Vitelloni (1953)?
Dei cinque bamboccioni che non vogliono andarsene di casa, superficiali e oziosi (Franco Interlenghi, Franco Fabrizi, Leopoldo Trieste e Riccardo Fellini gli altri), è sempre Sordi quello che incarna la vera essenza del vitellone italico. Fellini ancora al centro della scena, con La dolce vita (1960) e Casanova(1976). Rispetto a Donald Sutherland, a Rodolfo Valentino e Marcello Mastroianni, a Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi – distratti latins lovers da spiaggia nell’omonimo episodio dei Mostri (1963) – , nei panni del rubacuori italiano sembrano però assai più a loro agio pappagalli metropolitani e seduttori di provincia, protagonisti di un’infinità di pellicole: Maurizio Arena, Franco Fabrizi, Renato Salvatori…
Calato o reso protagonista di tanti film (fra i più recenti Il mandolino del capitano Corelli, 2001) anche il mandolino. Per non dire del mafioso (dal Padrino alla Piovra), fra i tratti più tipici della sicilianità divenuta italiana quasi per antonomasia. È accaduto più o meno lo stesso con il gattopardismo; celebre in proposito la battuta di Tancredi nel romanzo di Tomasi di Lampedusa (1958), i cui effetti si faranno sentire soprattutto dopo l’uscita del capolavoro di Luchino Visconti (1963): "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi".
Sempre l’Albertone nazionale. La mamma è stata spesso bersaglio di quei molti che, specie all’indomani dell’unità d’Italia, hanno denunciato nell’attaccamento alle gonnelle materne, o nella dipendenza dalla figura femminile, la causa principale della mancanza di spina dorsale del maschio italiano, viziato, indisciplinato e inconcludente. Una figura perfettamente incarnata da Sordi in tanti film (I vitelloni, 1953; Lo sceicco bianco, 1952; Un eroe dei nostri tempi, 1955; Lo scapolo, 1955; Il medico della mutua, 1968) nei quali l’attore appare controllato, dominato, tiranneggiato, schiacciato da madri, sorelle, zie, mogli, amanti…
Se Sordi è la personificazione dell’ozio disimpegnato e gaudente il ragionier Fantozzi è l’immagine del grigiore di una classe burocratica e impiegatizia meschina, priva di slanci, vittima degli altri (capiufficio scostanti, dirigenti sprezzanti, megadirettori annichilenti…) ma ancor più di sé stessa, incapace di sottrarsi alle angustie del trantran quotidiano. Della stessa famiglia le mezzemaniche, i colletti bianchi, i fracchia e i travet. Piccolo-borghesi che soccombono a chi ne sa più di loro, ha capito come va il mondo e l’ha cavalcato.
Chi vince e chi perde. Chi la sfanga e chi muore. Chi inganna e chi si lascia ingannare. Il confronto fra i dritti e i fessi si accende durante il primo conflitto mondiale: da una parte i "fessi" della resistenza sul Piave e sul Grappa, dall’altra i "furbi" della vittoria di Vittorio Veneto. I furbi, in quella traumatica esperienza bellica, sono criticati da molti (si sottraevano, imboscandosi, all’obbligo di servire il paese); sono però anche, allo stesso tempo, soggetti da imitare per quei soldati che, impegnati al fronte, vogliano reagire alla loro condizione di fessi. È il clima della Grande guerra (1959). Protagonista, più di Gassman, ancora una volta Sordi: "dritto" (vigliacco), muore alla fine da "fesso" (eroe). Da una parte la Padania, dall’altra il Mezzogiorno. Lo scenario è stavolta la Seconda Guerra Mondiale: lo scontro fra Nord e Sud si acuisce con i soldati meridionali che cominciano a sfottere quelli settentrionali dandogli dei polentoni. La reazione fra il 1945 e il 1950, quando si conierà terrone: sono gli anni in cui il confronto fra i due schieramenti si fa più acceso, approdando alle sale cinematografiche con numerosi prodotti.
È il 1972 quando milioni di telespettatori seguono le vicende del più famoso burattino televisivo: Andrea Balestri. Il messaggio non è più lo stesso del libro. È passato il tempo di voler redimere gli italiani, di volerli trasformare in gente operosa e di carattere. Il Pinocchio di Collodi, pur sforzandosi all’apparenza di diventare migliore, incarna l’italiano delle croniche false partenze, sussiegoso e un po’ fanfarone, che non ammette fino in fondo i propri peccati e non mostra vera intenzione di crescere. Il Pinocchio di Comencini è addirittura simpatico, quasi quanto un personaggio della commedia dell’arte. Pulcinella (da Totò a Troisi) e la pizza, la parola italiana più conosciuta e riprodotta all’estero, chiudono il cerchio. Con Totò Sapore e la magica storia della pizza (2003), diretto da Maurizio Forestieri, irrompono insieme nel cinema d’animazione. Per la gioia dei più piccoli. I grandi, un po’ nostalgicamente, continuano a rimpiangere Pinocchio.
(Da La Repubblica, 10/4/2011).










