Europa e oltre

Cambiamento necessario per l’economia dell’Ue nella primavera del 2023

Il modello economico Ue invecchia

La primavera 2023 potrebbe essere altrettanto decisiva della primavera 2020 per l’evoluzione degli assetti economici europei. Fra marzo e luglio del 2020, le istituzioni della Ue reagirono alla pandemia combinando in modi innovativi politica monetaria e politiche fiscali (nazionali e centralizzate). Oggi, quelle stesse istituzioni devono porre sotto controllo gli eccessivi tassi di inflazione e, al contempo, assicurare agli stati membri condizioni favorevoli per un’efficace realizzazione dei programmi di Next Generation Eu (Ngeu) e per il cambiamento di un modello economico troppo dipendente da produzioni industriali a tecnologie mature, da alti consumi di energia tradizionale e da un uso ancillare dei servizi. In questo quadro, la Bce va aiutata nel contrasto all’inflazione mediante iniziative europee di politica fiscale in grado di aumentare l’offerta aggregata, di sostenere produzioni innovative e di evitare frammentazioni del mercato unico. Sono essenziali al riguardo la produzione di beni pubblici europei, l’attivazione di una nuova politica industriale e l’approvazione di regole fiscali centrali idonee ad aggiustare i bilanci pubblici nazionali fuori equilibrio senza soffocare la crescita economica.

L’imminente Consiglio europeo ha il compito di avviare tali processi, evitando che i divergenti interessi di breve termine dei Paesi della Ue sfocino in compromessi con effetti negativi di medio-lungo termine. Un esempio, riferito all’Italia, basta a chiarire quali siano gli equilibri “cattivi” da evitare.

La persistente fragilità delle catene internazionali di offerta e il crescente conflitto tecnologico e geopolitico fra Stati Uniti e Cina mostrano che la Ue sarà in grado di consolidare la sua posizione interna e internazionale, solo cambiando il proprio modello economico. Le difficoltà europee derivanti dal programma Inflation reduction act (Ira), varato dall’amministrazione Biden e finalizzato a rendere più convenienti gli investimenti sostenibili delle imprese statunitensi, sottolineano che il cambiamento di questo modello è urgente e impone un’efficace politica industriale europea. L’attuazione di tale politica divide, però, gli Stati membri della Ue. I Paesi (come Germania e Francia), che si attribuiscono una forza fiscale adeguata a incentivare gli investimenti sostenibili delle imprese innovative nazionali, spingono perché vi siano drastici allentamenti delle regole europee sugli aiuti di Stato. I Paesi, che – come l’Italia – hanno spazi fiscali esigui o nulli, ritengono invece che puntare sui soli aiuti di Stato nazionali aumenterebbe le divergenze interne all’area. Essi mirano alla creazione di un fondo centralizzato che finanzi con nuove risorse attività produttive comuni. La posizione dell’Italia, espressa in una nota di pochi giorni fa, è perciò favorevole a una politica industriale centrale per la produzione di beni pubblici europei.

Il governo italiano ha un altro motivo di divergenza rispetto alla Germania: le regole fiscali centrali da attivare a inizio 2024. In novembre 2022, la Commissione europea ha avanzato una proposta di riforma di queste regole che mantiene soglie nominali comuni ma prevede processi di aggiustamento del bilancio pubblico graduali e specifici per ogni Paese. Tale combinazione fra poche regole centrali e accordi istituzionali specifici giova a quei Paesi con elevato rapporto fra debito pubblico e Pil che intendano rispettare gli accordi europei. Per contro, il ministro tedesco delle Finanze ha palesato la sua contrarietà per la specificità degli aggiustamenti nazionali e il suo appoggio al mantenimento del nucleo essenziale delle vecchie regole fiscali. Infine, il governo italiano ha difficoltà a realizzare, nei termini e nei tempi previsti (2023-2026), i progetti inclusi nel suo piano di attuazione (Pnrr) del più consistente programma di Ngeu. Esso sta perciò trattando con la Commissione europea per ottenere un ulteriore allargamento delle maglie, già allentate di recente, rispetto alla revisione del suo Pnrr e all’integrazione con RePower-Eu.

Un quadro così complesso offre svariati spazi di compromesso. L’Italia potrebbe accettare le preferenze tedesche (e francesi) per gli aiuti di Stato in cambio di flessibilità aggiuntiva per l’attuazione del suo Pnrr. Per giunta, essa potrebbe opporsi alle nuove regole fiscali, qualora la flessibilità applicata al suo Pnrr fosse estesa alle vecchie regole fiscali comuni per tutti gli Stati membri. Questi compromessi consentirebbero a ciascun grande Paese della Ue di cantare vittoria nel breve termine. La vittima sarebbe, però, l’assetto economico dell’area nel medio termine. La Ue scoprirebbe di essere rimasta intrappolata in un modello economico obsoleto, di aver ampliato le divergenze fra Stati membri fino a compromettere il funzionamento del mercato unico, di aver depotenziato l’efficacia di Ngeu tanto da giustificare il carattere temporaneo della capacità fiscale centrale, di essersi così relegata ai margini delle dinamiche economiche e geopolitiche internazionali. Insomma, il via libera agli aiuti di Stato si accompagnerebbe a flessibilità ma eliminerebbe capacità fiscali e fondi centralizzati. Il risultato sarebbe un drastico passo indietro anche rispetto alla deludente Comunicazione della Commissione di inizio febbraio che, almeno, prospettava un legame fra allentamento delle regole sugli aiuti di Stato e fondi centrali aggiuntivi ottenibili grazie alla prossima revisione del bilancio pluriennale europeo.

Marcello Messori | Il Sole 24 Ore | 08.02.2023

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