Bruxelles o Babele?

Che Babele a Bruxelles

Non solo di lingue. Ma di usi, consuetudini e soprattutto rivendicazioni. Gli effetti dell'allargamento dell'Unione

Sono stati i ristoranti a spianare l'arrivo dei greci nel 1981 e degli spagnoli nel 1986. Altro che panna, formaggi e zuppe imburrate. Pomodori e olio di oliva sono perfetti per interrompere, senza appisolarsi, la redazione di un paper o la revisione di un report. Era l'Europa a 12. Due decadi più tardi e 15 paesi in più, sono sempre loro, greci e spagnoli (ormai assimilati ai vecchi), insieme agli italiani, a dominare le preferenze culinarie degli eurocrati di Bruxelles. Ma sulle insalate sono apparse salse inedite. Gli innovatori inconsapevoli sono gli ultimi arrivati, rumeni e bulgari quest'anno, i paesi baltici, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, e le isole di Malta e Cipro tre anni fa.
Non è solo la cucina degli edifici in acciaio e vetro della zona europea di Bruxelles a essere rivisitata dai paesi dell'Europa orientale: giovani, squattrinati, rumorosi, a volte presuntuosi, generalmente preparati. È l'intera vita delle istituzioni europee. (…)
Con l'ingresso in Europa, i nuovi venuti hanno trovato fondi indispensabili per modernizzare paesi ancora largamente rurali e una nuova gioventù per lingue e culture destinate altrimenti a scivolare nell'oscurità. A tre anni dall'entrata, ancora non ci sono abbastanza interpreti maltesi per garantire una traduzione simultanea dal maltese nelle altre 23 lingue ufficiali dell'Unione. Un tempo Malta era un'isola di 400 mila abitanti dove i teenager italiani andavano d'estate a imparare l'inglese. Adesso è nota soprattutto per una lingua brandita come simbolo d'identità nazionale. Dal primo gennaio di quest'anno, vale la stessa cosa per l'irlandese, che dai castelli dei bardi si è trasferito nalle stanze ovattate di Bruxelles. La festività principale della Bulgaria celebra a maggio Cirillo e Metodio, i fondatori dell'alfabeto cirillico. I preparativi fervono: da quest'anno alfabeto e ricorrenza valicano i confini nazionali. E, tra qualche tempo, euro si dirà anche evro.
Per permettere a tutti i deputati di ascoltare e parlare nella propria lingua, l'Europa a 12 obbligava gli intepreti parlamentari a 110 combinazioni linguistiche. Fattibile. L'Europa a 27 ne richiede 506, un obiettivo impossibile: in tutto il mondo esistono solo 6 mila intepreti per conferenza, di cui quasi la metà lavora già per l'Unione europea e non ce la fa a coprire tutte e 27 le lingue ogni volta che è necessario. La soluzione adottata a partire dall'entrata della Finlandia nel 1995 è stato il relais, un sistema di doppia traduzione in cui un interprete traduce una lingua minore in una delle lingue maggiori – inglese, francese, tedesco, italiano e spagnolo – da cui gli altri interpreti attingono per tradurre infine in tutte le 23 lingue. Marco Benedetti, responsabile della direzione interpretariato della Commissione europea, esclude qualsiasi possibilità di errore. “Il sistema funziona e garantisce all'Europa un valore fondamentale come il plurilinguismo”, spiega in italiano, mentre si rivolge in inglese al suo portavoce e chiede in francese un fax alla segretaria. Ma a volte piccoli errori di traduzione come 'la pensione dei minori' anziché 'la pensione dei minatori' rischiano di avere un esilarante effetto moltiplicativo. In compenso, in Commissione come per le strade di Bruxelles, l'inglese ha soppiantato il francese nel ruolo di lingua franca, “non tanto perché i Paesi dell'Est lo conoscano meglio del francese”, spiega Leonard Orban, il commissario rumeno con delega al Multilinguismo, “ma perché è la lingua preferita dei giovani europei al di sotto dei quarant'anni”. Benvenuti nel regno del glocalismo linguistico: ogni cittadino ha il diritto di affermare la propria identità regionale con la propria lingua, ma se non parla in Commissione o in Parlamento e vuole comunicare con un connazionale europeo, fa prima a esprimersi in inglese.
Lingue e identità nazionali sono il cruccio e il cuore di questa nuova Europa che tra due mesi, il 28 marzo, compierà 50 anni. 'Together since 1957' (insieme dal 1957) è lo slogan in inglese inventato per celebrare l'anniversario da un giovane polacco. Ma stare insieme non è mai stato facile. Adesso che la comune esperienza della Seconda guerra mondiale non basta più a tenere uniti tutti gli Stati membri, è ancora più complicato.
La presidenza tedesca appena insediatasi si è impegnata a ricominciare a lavorare su un nuovo testo per la Costituzione che ottenga il consenso di 480 milioni di persone a destra e a sinistra della vecchia cortina, sopra e sotto lo stretto della Manica. Gli scettici sono la maggioranza. (…) Il commissario tedesco ha suggerito di dividere la Commissione europea, una specie di consiglio dei ministri europeo con potere limitato, in commissari senior e junior, con e senza diritto di voto. La proposta ha immediatamente raccolto le critiche dei rappresentanti degli Stati ultimi arrivati che temono di essere relegati a giocare in serie B.
Nei tavolini delle brasseries intorno al Parlamento, da Grapevine a Fat Boy's, tra un piatto di linguine al parmigiano e limone e un'insalata nordica, il dibattito infervora. Un paio di signore con cappotto e sigaretta discutono in francese. Accanto, due gentiluomini parlano con distacco in inglese. In un angolo due ragazzi parlottano in danese. La sera nei locali del centro, come il modaiolo Belga Queen e l'intramontabile Quincaillerie, la discussione si sposta su un vassoio di crostacei. La domenica, invece, il discorso prosegue tra le boutique di antiquari e cioccolatieri del quartiere Sablon. E poi, regolarmente, il confronto s'infila nelle feste e nei dinner party delle ambasciate, dei circoli, delle infinite lobby. Non s'interrompe mai. (…) A differenza che a New York, a Bruxelles gli europei vi approdano quando sono già 'arrivati'. Qui non si cambia vita. La si perfeziona. Ogni nazionalità ha i suoi negozi alimentari, la sua chiesa, il suo pub. Non ci si mescola con i locali e nemmeno con i congolesi, i turchi e i marocchini che colorano la città. Si cerca l'integrazione tra europei. Gli africani di Bruxelles sono emigrati. Gli europei di Bruxelles espatriati. Unica eccezione: i polacchi. Sono venuti in massa come idraulici e muratori non troppo tempo fa. Adesso sono anche diplomatici. Tutti si ritrovano a messa la domenica nella chiesa di Notre Dame de la Chapelle, la Bruxelles dei grattacieli e quella dei cantieri. Che siano loro il raccordo inatteso tra eurocrati e eurocittadini, tra la capitale d'Europa e l'Europa dell'Unione?

di Federica Bianchi


l'Espresso (16/01/07)

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