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Beppe Severgnini: pandemia e abuso dei termini inglesi

Pandemia e abuso dei termini inglesi

Chiamatela «gocciolina»

Venerdì 3 aprile, giorno dell’assedio al sito dell’Inps, sono avvenute numerose violazioni dei dati. Lo stesso Inps lo ha ammesso, e ha informato gli utenti di avere «prontamente notificato il data breach al Garante per la protezione dei dati personali».

Voi direte: è corretto. «Breach» significa «breccia», quindi violazione. Domanda: quanti conoscono questo vocabolo? Perché ricorrere a criptici termini inglesi per parlare a milioni di italiani, in tempi come questi?

Se lo è chiesto l’Accademia della Crusca, e Paolo Di Stefano lo ha raccontato ieri nella sua rubrica sul “Corriere”. Certo, oggi in Italia abbiamo ben altre preoccupazioni: lo sa la Crusca e lo sappiamo nei giornali. Ma le parole che usiamo restano importanti. In giornate come queste, più che mai.

L’anglismo inutile non è solo goffo. Rende la comprensione più ostica, soprattutto per chi, oggi, ha necessità di maggiore protezione. Pensate a una persona anziana, che vive sola, non conosce l’inglese e non bazzica sul web: è fisiologicamente, psicologicamente e tecnologicamente vulnerabile. Non aggiungiamoci anche il vocabolario. È possibile – anzi, probabile – che quella persona non conosca il significato di certe espressioni, e non abbia né la voglia né la possibilità di informarsi.

D’accordo, “data breach” riguarda una questione specifica. Certo: “GoToMeeting”, “Teams” e “Zoom” rispondono a necessità particolari, come le riunioni o l’insegnamento a distanza (Zoom dispone della funzione per vanitosi «touch up my appearance», se uno ne capisce il significato). Ma prendete un vocabolo comune come “droplet”. Il diminutivo «gocciolina», per indicare il principale veicolo di contagio, ci sembrava troppo grazioso? Di sicuro, ha un vantaggio: tutti lo capiscono, indipendentemente dall`età, dall’istruzione o dalla situazione.

È vero che, quasi subito, abbiamo abbandonato “swab” e siamo tornati a «tampone», ma usiamo ancora “dispenser” per indicare il distributore di liquido disinfettante. Il termine “drive through” (attraversare in auto) è passato direttamente dal mondo dell’autolavaggio a quello dei test sierologici, oltre a indicare una modalità di ritiro delle mascherine. È lodevole che la nuova app si chiami «Immuni», in italiano. Ma aspettiamo di vedere cosa accadrà al momento di utilizzarla per il tracciamento dei contatti (chiamiamolo così, non “contact tracing”).

Gli anglismi al tempo del coronavirus sono sorprendenti anche se ci allontaniamo dall’ambito sanitario. Parole come “sarin” – significa «condivisione» – non costituiscono un problema: il termine nuovo è arrivato con i nuovi servizi (chi li usa, lo sa). Ma quanti, tra coloro che non possono uscire per fare la spesa per età, per prudenza, per motivi di salute), capiscono che sotto il “food delivery” si nasconde la vecchia, buona consegna a domicilio? Quanti genitori vorrebbero aiutare i figli con l’e-learning, e a malapena sanno di cosa si tratta?

Abbiamo lasciato per ultime le parole-simbolo del tempo che stiamo vivendo. Perché “lockdown” e “smart working”? Voi direte: ormai capiscono tutti! Errore: moltissimi, ma non tutti. Oltretutto, “lockdown” ha efficaci equivalenti italiani: blocco, chiusura, isolamento. Mentre “smart working” ce lo siamo inventato: in inglese, lavorare da casa si dice “working from home”. Chiamarlo “smart working” lavoro intelligente – lascia intendere che il lavoro in ufficio sia un po’ ottuso. Il che talvolta è vero, ma spesso no.

Lavorare in compagnia di altri non è solo confortante: è utile. Se uno dicesse: «Che incubo il “lockdown”, infatti, i colleghi sorriderebberi, e questo è terapeutico: per la nostra lingua e per la nostra testa.

Beppe Severgnini | Corriere della Sera | 22.4.2020

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