Beppe e le parole tabù da profeta medioevale.

L’analisi.

Beppe e le parole Tabù da profeta medioevale.

di Massimo Arcangeli.

Nel dicembre del 1995 vengono resi noti gli esiti di un sondaggio: per il 50% degli italiani l’appellativo negro suona offensivo. Qualcuno si schiera in sua difesa, ma non c’è niente da fare. Cedono, uno dopo l’altro, un po’ tutti: linguisti, giornalisti, scrittori, intellettuali. 1l 31 luglio 2001, dalle pagine del “Giornale” (perché la parola negro fa paura ai bianchi), Paolo Granzotto rileva che il «più noto periodico dei missionari seguita a chiamarsi Nigrizia» – si chiama ancora così -, ma riconosce anche lui che negro è ormai «parola tabù». Sarebbe tornato sull’argomento, molti anni dopo (8 novembre 2014), Vittorio Feltri, commentando la notizia che un soldato nero dell’esercito americano, stando a un regolamento di allora, si poteva tranquillamente definire negro (o haitian, haitiano) anziché black o african american (afro- americano). Molti di quei soldati, anzi, prediligevano il termine. Un po’ come gli esponenti del movimento omosessuale New Queer, che preferiscono lo spregiativo queer all’eufemistico gay. Mercoledì sera, chi ha avuto la possibilità di assistere
al comizio dei 5 Stelle a Nettuno ha preso i due classici piccioni con una fava. Quando è stato il suo turno, al solito, Grillo non si è smentito: «negro» a parte, battuta o non battuta, l’equazione politicamente scorretta fra due presunti reati, ritrovarsi con cinque chili di cocaina nell’auto ed essere scoperto omosessuale – vittima di turno: Luigi Di Maio – l’hanno fatta in molti (dire di aver scherzato, un secondo dopo, non è servito granché). Nel maggio di cinque anni fa, qualcuno lo ricorderà, il Beppe nazionale chiuse un comizio a Bologna con la battuta in dialetto «At salut, buson!» (in traduzione: «Ti saluto, culattone!»), che irritò l’Arcigay. Qualcuno pensò si riferisse a Nichi Vendola, ma lui smentì. Nulla di nuovo sotto il sole. Dismessi in parte i panni dell’anacoreta digitale, Grillo continua a recitare da Savonarola. Da una parte tutto il bene (il movimento), dall’altra tutto il male: il mercato e i suoi rappresentanti, innanzitutto. A partire da Renzi, che il leader dei 5 Stelle definì in un post sul suo blog, era il 30 maggio 2013, «venditore a tempo pieno di sé stesso» (aggiungendo: «Vende in giro un sindaco mai usato, come nuovo»)
La strada intrapresa da Grillo, fin dall’inizio, è stata quella di attingere a una palese simbologia religiosa, l’ultimo stadio di una spettacolarizzazione che ha già trasformato la pubblicità nella terra promessa di un macrodesiderio, e i consumatori (fidelizzati) in proseliti («fideizzati») sganciati dall’obbligo dell’acquisto immediato. Se Renzi, anche lui esponente di una politica intenta a presentarsi come un brand, decisa a promuovere i suoi ideali come valori di marca, di quella pubblicità ha ritualizzato e «smaterializzato» il vocabolario con un’operazione di political viral marketing, se spread, Jobs Act o spending review, sulla sua bocca, sono mantra che non serve spiegare, a Nettuno, abbiamo assistito alla versione tardo-moderna di una sacra rappresentazione, un esempio di quel medievale teatro dei misteri i cui riti si consumavano sul sagrato delle chiese, su palcoscenici allestiti allo scopo. I 5 Stelle hanno provato a recitare coralmente la prima di un dramma politico che, però, è anche il loro. Su tutti Alessandro Di Battista. Con gli studiatissimi gesti e le parole a tratti lamentose, le accelerazioni e le decelerazioni ritmiche, ha tentato il “coup de théàtre”.
(Da Il Giornale, 9/9/2016).

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