AVANTI, MIEI PRODI! LA LEZIONE DEL PROFESSORE: FRANCIA E GERMANIA DANNO LA LINEA, PER POI NON ESSERE D’ACCORDO NEANCHE FRA LORO

La Stampa, pag. 1:

Prodi: "Un errore storico cavalcare L`euroscetticismo"
MAURIZIO MOLINARI

Nella stanza 226 del Watson Institute della Brown University c`è lo studio dove Romano Prodi viene periodicamente per insegnare al centro di Studi Internazionali.
Fuori ci sono gli studenti in attesa di incontrarlo.

E’ l giorno in cui interviene al seminario «150 anni di governo italiano, cosa è stato ottenuto?», organizzato dall`ateneo assieme all`Istituto di Cultura italiana di New York. Il tema sul quale Prodi si sofferma, concludendo una giornata di lavori che ha visto la partecipazione di numerosi italianisti, è «la paura che domina l`Europa e di cui l`Italia è parte».
Ed è proprio questo concetto gli chiediamo di approfondire, accompagnandolo verso la residenza del rettore David Kertzer. «L`Europa in questo momento ha paura di tutto, della
concorrenza cinese, degli immigrati africani e degli altri Paesi europei, ha paura della non ripresa ed ha anche paura dell`euro» ci dice, spiegando che la responsabilità è «dei governi europei che non prendono decisioni collettive» indugiando «nei riti di questi summit europei in cui Francia e Germania danno la linea, per poi non essere d`accordo neanche fra loro» come dimostra anche «l`emergenza della Libia sulla quale l`Europa è divisa». Ciò che più lo preoccupa è come «la paura si diffonda anche a livello popolare» portando a situazioni nelle quali «singoli Stati ipotizzano l`uscita dall`Europa». L`ex presidente della Commissione Europea ha quasi un sussulto nell`affrontare questo ipotetico scenario. Evita accenni diretti all`attuale governo italiano ma il suo riferimento alle recenti minacce di «uscire dall`Europa» lascia pochi dubbi sull`identità di chi ha in mente: «Coloro che fanno tali affermazioni sono leader politici che non hanno il senso della Storia, preferiscono inseguire le elezioni del giorno dopo o gli opinion polis del giorno stesso che indubbiamente riflettono gli umori di un populismo che aumenta, creando così una reazione a catena. Ma significa andare verso un suicidio collettivo».

Ciò che rimprovera al governo è aver stravolto il legame fra l`Italia e l`Europa: «Fino a poco tempo fa l`Italia aveva un`identità europea molto radicata ma il governo ha cavalcato
l`euroscetticismo, sostenendo la rivolta di Francia e Germania contro il Trattato di Maastricht, e ciò ha avuto come conseguenza che con il passare del tempo anche l`orientamento
della società è mutato». L`ironia della sorte vuole però che la massiccia ondata di clandestini dal Nord Africa ha fatto sì che «il governo negli ultimi tempi si è accorto che l`Europa
gioverebbe sul fronte dell`immigrazione» anche se da Bruxelles sono arrivate risposte deboli se non del tutto insufficienti. «Di fronte ad un`emergenza di simili dimensioni la risposta europea dovrebbe essere un piano di aiuti massicci per ottenere una rapida normalizzazione delle condizioni economiche di quei Paesi» spiega, sottolineando come «l`entità dell`intervento necessario è tale che forse neanche l`Europa da sola potrebbe bastare, servirebbe un`azione congiunta assieme agli Stati Uniti ed anche alla Cina visto che si tratta di un problema globale».

Lo sbandamento sull`immigrazione e l`euroscetticismo imperante lascia intendere che «l`Italia sta andando verso il basso e per risollevarsi c’è bisogno di maggior concordia,
di qualcuno che si assuma la responsabilità di scelte coraggiose e impopolari» rinunciando al populismo che «spinge a dare tutta la colpa all`euro perché di fronte alla globalizzazione del mondo la moneta unica è il solo strumento che abbiamo per difendere le nostre aziende». Per Prodi «l`alternarsi di cadute e risalite» è una costante della Storia italiana degli ultimi 150 anni e il fatto che «oggi siamo in basso» gli fa ricordare il precedente dell`Italia di Crispi «che fu criticata dall`Economist perché aveva deciso di costruire un grande maglio per le acciaierie a Terni, in Umbria, lontano dal mare». Crispí rispose a quelle obiezioni ribattendo che «l`Italia ha un cuore d`acciaio e dunque abbiamo portato
l`acciaio nel cuore dell`Italia» con un esempio di «facile populismo» che Prodi ritrova oggi nell`approccio all`immigrazione.

Guardando alla sponda Sud del Mediterraneo, Prodi vede nelle rivolte arabe «lo scoppio di società fatte di giovani, disoccupati e colti incompatibili con governi tirannici» e sottolinea
la necessità di «studiare un piano di aiuto per la Tunisia e l`Egitto», esprimendo in particolare preoccupazione per il dopo-Mubarak dove «l`ingente fuga di capitali all`estero» e i «pressanti problemi economici» potrebbero innescare una «pericolosa seconda fase della rivoluzione» destinata a opporre
questa volta le piazze ai militari.

Riguardo alla crisi militare in atto nella Libia di Muammar Gheddafi, l`ex presidente del Consiglio ritiene che «la mediazione più credibile in atto è quella dell`Unione Africana perché
non è partigiana e non ha una veste occidentale».
Da tempo convinto della necessità di «assegnare un maggiore ruolo internazionale all`Africa», Prodi è impegnato a preparare per giugno un convegno a Washington proprio su
questo tema, in forte sintonia con gli orientamenti dell`amministrazione Obama. Tornando all`Italia è l`intervento nell`auditorium che gli consente di soffermarsi sul nodo dei conti pubblici:
«Non dobbiamo dimenticarci che abbiamo bisogno del 70 per cento del Pil per pagare gli interessi del debito pubblico, non bastano i risparmi dei privati a metterci al riparo da ogni rischio, servono riforme strutturali». Il finale è su un tema che riscalda la platea di studenti e docenti ovvero la «questione comunista in Italia». Prodi la riassume così: «L`Italia è l`unico Paese dove il pericolo comunista è diventato un tema centrale del dibattito politico dopo la caduta del Muro di Berlino».
Si tratta di una contraddizione che a suo avviso si spiega con la stessa «logica della paura che guida la politica» perché «in Italia un conflitto in passato c`è stato e scegliendo di farlo riemergere si torna a far leva sulle paure» per «vincere le prossime elezioni».
E per spiegare ai presenti quanto profonde sono queste ferite italiane ricorda un episodio personale, quando all`età di cinque anni «una domenica uscii dalla messa e il parroco venne ucciso davanti ai miei occhi, che mia sorella coprì mettendomi una mano davanti».
Da qui la conclusione: «L`Italia oggi è una nazione da riconciliare».

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