La potenza distruttiva e il genocidio di una popolazione non garantiscono la vittoria.
L’accerchiamento di Israele, la fabbrica della legittimità e il costo per gli Stati Uniti, 2023-2026 Il 7 ottobre 2023 viene solitamente presentato come il punto di partenza della sequenza regionale che è seguita. Ma è cronologia fuorviante. Scambia un fattore scatenante per causa e nasconde quel che c’era in gioco realmente: la rottura, pianificata da molto tempo, di un dispositivo di accerchiamento di cui Israele ne pativa la stretta alla gola da quasi due decenni. Tre anni dopo, il dispositivo è presumibilmente smantellato, ma l’obiettivo politico non è stato raggiunto, mentre la potenza che ha reso possibile l’operazione ne esce sensibilmente indebolita.
Eilat, sul Mar Rosso, era porto commerciale nonché stazione balneare. Il porto dovette chiudere nel 2025 a causa dell’accerchiamento dell’«anello di fuoco».
I. Una tenaglia che non era una metafora Il termine usato da Tel Aviv per descrivere il periodo 2006-2023 è «anello di fuoco». Hezbollah a nord, milizie filo-iraniane in Siria e Iraq, Hamas e Jihad islamica palestinese a sud-ovest, gli Huthi a sud. L’espressione suona retorica. Non lo è, ed esiste un punto in cui è possibile misurarla.
Il porto di Eilat, unico sbocco israeliano sul Mar Rosso, ha perso oltre il 90% della sua attività da novembre 2023, quando Ansar Allah iniziò a prendere di mira il traffico marittimo legato a Israele [1]. Le entrate del porto sono scese da 212 milioni di schekel nel 2023 a 42 milioni nel 2024. Gli scali sono passati da 134 a 64, per poi scendere a 6 nei primi cinque mesi del 2025. Una sovvenzione di emergenza di 15 milioni di shekel, concessa a giugno 2025 in quanto «bene strategico nazionale», non è bastata: il comune di Eilat ha congelato i conti del porto per morosità fiscale e la struttura ha chiuso definitivamente a luglio 2025 [2].
Uno Stato costretto a rinunciare all’uso del fronte marittimo meridionale non fronteggia una minaccia simbolica, ma un’amputazione. Già nel 2024 lo stesso direttore del porto aveva formulato la logica strategica soggiacente: in caso di guerra a nord, con missili che colpiscono Haifa e Ashdod, Eilat sarebbe l’unica via di respiro per un Paese altrimenti soffocato. L’anello funzionava dunque come un sistema: ogni segmento copriva il malfunzionamento degli altri.
È necessaria una precisazione, condizione per il prosieguo dell’analisi. Bab el-Mandeb è stato effettivamente chiuso al traffico legato a Israele, e la chiusura ha prodotto i suoi effetti, fino alla dismissione di un porto. Lo Stretto di Hormuz, invece, rientrava da tempo in un’altra categoria: più volte minacciato, mai bloccato. La situazione è cambiata il 28 febbraio 2026. Dall’inizio del conflitto con l’Iran il traffico è sceso da 130-140 navi al giorno a una media di 15, con un minimo di 6 nei fine settimana; Lloyd’s List Intelligence ha registrato solo 77 transiti tra il 28 febbraio e metà marzo, per lo più unità della flotta fantasma, operanti fuori dai circuiti assicurativi e di monitoraggio [3]. La riapertura condizionata ottenuta a metà giugno è durata pochi giorni. Ciò che blocca lo Stretto, del resto, non è un blocco fisico – il comando statunitense ha sostenuto che la navigazione è possibile – ma la revoca, dal 5 marzo, della copertura assicurativa contro i rischi di guerra. È lo stesso meccanismo che ha messo in ginocchio Eilat: due punti di strozzatura, il medesimo meccanismo. La distinzione tra minaccia e fatto compiuto rimane ciò che separa l’analisi strategica dalla sua proiezione; semplicemente, Hormuz è passato dall’una all’altra.
A ciò si aggiungeva una vulnerabilità di altra natura, spesso sottostimata dalle analisi occidentali. I Trattati di pace con l’Egitto (1979) e la Giordania (1994) legano Israele a due apparati statali, non a due società. La loro validità dipende dalla sopravvivenza politica di due regimi le cui opinioni pubbliche permangono massicciamente ostili alla normalizzazione. Israele quindi non dispone, a sud e a est, di frontiere pacificate; dispone di frontiere amministrative: una garanzia di tutt’altra solidità.
Reuen Zaslandky-Shiloh (a destra, accanto a David Grün-Ben Gurion) fondatore del Mossad. Prima della creazione dello Stato di Israele concepì la «strategia della periferia»: allearsi con le minoranze etniche del Medio Oriente per aggirare la pressione dei nazionalisti arabi. Oggi Benjamin Netanyahu sta orientando Israele verso «l’alleanza esagonale»: l’India, le nazioni arabe degli Accordi di Abramo, alcune nazioni africane, alcune nazioni mediterranee (Grecia e Cipro) e alcune nazioni asiatiche.
II. Un’angoscia fondativa, non congiunturale L’ossessione israeliana dell’accerchiamento non è nata nel 2006. È costitutiva dello Stato.
La dottrina periferica, formulata sotto Ben Gurion, consisteva esattamente nell’aggirare l’ostilità araba immediata attraverso un sistema di alleanze con la periferia non-araba della regione: la Turchia kemalista, l’Iran imperiale, l’Etiopia di Hailé Selassié, le minoranze curde e maronite [4]. Si trattava di una risposta geopolitica a un problema geografico: un territorio esiguo, privo di profondità strategica, circondato da Stati nemici dichiarati.
La Rivoluzione del 1979 ha ribaltato il perno centrale di questo dispositivo. L’Iran è passato dallo status di alleato periferico a quello di organizzatore di una coalizione di accerchiamento, e la dottrina dell’Asse della Resistenza nell’arco di quattro decenni ha metodicamente ricostruito ciò che la dottrina periferica aveva cercato di prevenire. La particolarità di questa ricostruzione è che non era di natura statale, ma sub-statale: si basava su attori armati insediati in Stati deboli o falliti, il che la rendeva al tempo stesso meno costosa per Teheran e molto più difficile da trattare con i classici mezzi della dissuasione interstatale.
Proprio questo punto spiega il fallimento della dottrina israeliana del «taglio dell’erba»: operazioni militari periodiche e limitate, vòlte a indebolire le capacità avversarie senza cercare una soluzione politica. Applicata a Gaza nel 2008, 2012, 2014 e 2021, in Libano nel 2006 ha prodotto un risultato nettamente negativo. Alla fine di ogni ciclo l’avversario si ricostituiva un po’ più rafforzato, e lo stesso Netanyahu ha riconosciuto nel 2024 di aver rinunciato all’eradicazione di Hamas per mancanza di legittimità interna e internazionale per un’invasione terrestre completa [5]. Questa ammissione è fondamentale: identifica la legittimità, e non la capacità militare, come fattore limitante. Tutto ciò che segue ne è conseguenza.
Il 23 settembre 2023, alla tribuna delle Nazioni Unite, Benjamin Netanyahu espone la propria visione del «Nuovo Medio Oriente». Non utilizza ancora l’espressione «alleanza esagonale», ma descrive il corridoio IMEC che la struttura.
III. Il progetto di uscita: la normalizzazione come strategia di aggiramento La risposta israeliana alla morsa non è mai stata esclusivamente militare. È stata innanzitutto un progetto di ricomposizione regionale. Questo progetto è pubblico, di lunga data e documentato.
La sua formulazione più esplicita risale al documento A New Strategy for Securing the Realm, redatto nel 1996 da un gruppo di analisti neoconservatori statunitensi e destinato a Netanyahu, allora appena eletto [6]. Il documento raccomandava l’abbandono dell’Accordo di Oslo, il rovesciamento del regime baathista iracheno, nonché l’indebolimento della Siria e dell’Iran come condizioni per un riassetto regionale favorevole. Dieci anni dopo fu seguito dalla formula di Condoleezza Rice sui «dolori del parto di un nuovo Medio Oriente», espressa nel pieno della guerra del Libano del 2006 [7]. Quindi l’idea di una riconfigurazione regionale attraverso la forza non è affatto un’inferenza retrospettiva.
La versione degli anni 2020 ha sostituito l’economia alla guerra, senza cambiare obiettivo. Gli Accordi di Abramo del 2020 hanno stabilito un principio: la normalizzazione con gli Stati arabi può essere svincolata dalla questione palestinese. Il corridoio IMEC, annunciato il 9 settembre 2023 in occasione del G20 di Nuova Dehli, ne costituiva l’infrastruttura: una rotta commerciale India-Golfo-Giordania-Israele-Europa, che aggirava sia il Canale di Suez sia l’influenza iraniana.
Il 22 settembre 2023, quindici giorni prima dell’attacco di Hamas, Netanyahu salì sul podio della 78a Assemblea Generale delle Nazioni Unite e brandì due mappe [8]. Annunciò un’imminente pace storica con l’Arabia Saudita, affermò che i palestinesi non avevano alcun diritto di veto sulle relazioni israelo-arabe, e descrisse un corridoio di prosperità che collega l’Asia all’Europa, passando per gli Emirati, l’Arabia Saudita, la Giordania e Israele. Sulla mappa del «Nuovo Medio Oriente» da lui presentata, la Cisgiordania e Gaza figurano all’interno dei confini israeliani [9].
Questo discorso costituisce il documento centrale per ogni analisi seria di quel periodo. Esso dimostra che il progetto regionale israeliano è stato formulato, assunto e reso pubblico prima del 7 Ottobre. Dimostra inoltre cosa il progetto implicasse per i protagonisti esclusi: Hamas, Hezbollah e Iran erano letteralmente fuori dalla mappa.
In Israele la verità è nota: nel 2024 lo storico Adam Raz ha pubblicato La Strada verso il 7 Ottobre: Bemjamin Netanyahu, la fabbrica del conflitto senza fine e il degrado morale di Israele, sul finanziamento di Hamas da parte del primo ministro. Nel 2026 i giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval hanno pubblicato Rapito: 843 giorni di abbandono sugli allarmi statali inviati al primo ministro e sul suo rifiuto di ascoltarli.
IV. Il paradosso: la politica che ha rafforzato l’avversario Esiste una dimensione di questa storia che nessuna analisi onesta può ignorare, e che non ha alcun bisogno di ipotesi cospirazioniste: Israele ha deliberatamente rafforzato il ruolo di Hamas a Gaza per ragioni di politica interna.
A marzo 2019, durante una riunione del gruppo parlamentare del Likud, Netanyahu difese il trasferimento dei fondi qatarioti a Gaza spiegando che chiunque si opponga a uno Stato palestinese deve invece vederlo con favore perché il mantenimento di una separazione netta tra l’Autorità Palestinese in Cisgiordania e Hamas a Gaza impedisce la nascita di un tale Stato [10]. Le somme in questione sono considerevoli: oltre 1,3 miliardi di dollari di aiuti qatarioti dal 2012 al 2021, trasferiti ad Hamas con l’autorizzazione israeliana [11]. Avigdor Lieberman, ex ministro della Difesa, ha affermato che Netanyahu inviò il capo del Mossad a Doha per chiedere la continuazione di questi versamenti [12].
Questa politica ha prodotto tre effetti simultanei.
• Ha consolidato finanziariamente l’organizzazione che avrebbe compiuto l’attacco del 7 Ottobre.
• Ha creato una dipendenza israeliana da Doha, unico intermediario credibile presso Hamas, dipendenza che si è rivelata strutturale durante i negoziati per gli ostaggi.
• Ha generato, all’interno dello stesso apparato statale israeliano, una zona d’ombra, che il cosiddetto Qatargate ha messo in luce dal 2025: due collaboratori del primo ministro, Yonatan Urich e Eli Feldstein, arrestati il 31 marzo 2025 perché sospettati di essere stati pagati per promuovere gli interessi qatarioti pur essendo dipendenti dell’ufficio del primo ministro; Netanyahu interrogato lo stesso giorno; il tentativo di quest’ultimo di destituire il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, che supervisionava l’indagine, poi sospesa dalla Corte Suprema [13].
Questa vicenda deve essere letta per ciò che è e non per ciò che si vorrebbe dimostrasse. Non dimostra necessariamente una collusione operativa nella preparazione dell’attacco. Dimostra qualcosa di più banale ma di più grave: la permeabilità di un centro decisionale nei confronti di una potenza straniera che finanzia l’avversario, nonché l’uso di prerogative dell’esecutivo per intralciare l’indagine che la stava accertando.
Rimane la questione della cecità. Già un anno prima dell’attacco, i servizi segreti israeliani erano in possesso di un documento operativo attribuito ad Hamas che descriveva nei minimi dettagli lo scenario di un’incursione massiccia, noto come Muro di Gerico. Fu giudicato troppo ambizioso rispetto alle reali capacità dell’organizzazione [14]. A inizio luglio 2023 un’analista dell’Unità 8200 segnalò per iscritto un addestramento intensivo di Hamas che combaciava in tutto e per tutto con quel documento. Un colonnello della divisione responsabile di Gaza respinse l’allarme: scenario totalmente immaginario, occorre pazientare. L’analista insistette con alcune e-mail consultate dal New York Times, in cui obiettò che si trattava di un piano di guerra non già di un attacco a un villaggio, e ricordò che il fronte meridionale aveva già vissuto cinquant’anni prima uno scenario che sembrava inimmaginabile. Il riferimento al 1973 venne fatto tre mesi prima dell’attacco. I ripetuti allarmi delle osservatrici incaricate della sorveglianza della barriera di Gaza, che segnalavano esercitazioni di addestramento conformi a questo scenario, furono ignorati dai vertici in nome di ciò che gli israeliani chiamano conceptzia: la convinzione dottrinale che un Hamas economicamente interessato fosse un Hamas dissuaso.
Per alcuni non fu una macchinazione. Fu un errore di valutazione ed è proprio perché errata che è stata possibile.
Questa spiegazione copre l’apparato. Da settembre 2026 si sa che non copre necessariamente i vertici.
L’8 settembre 2026 Haaretz ha pubblicato, sulla base dell’inchiesta di Shlomi Eldar e Ruth Yuval, il resoconto di una conversazione telefonica di 45 minuti tra Mohamed bin Zayed (MBZ) e Netanyahu alla fine di settembre 2023. Il presidente degli Emirati avvisava l’interlocutore che Yahya Sinwar [dirigente di Hamas, ndt] stava preparando un’operazione su larga scala, che avrebbe causato un bagno di sangue, destabilizzato la regione e compromesso gli Accordi di Abramo.
La catena di trasmissione è stata ricostruita: irritato dallo stallo, organizzato dallo stesso Netanyahu, di una trattativa indiretta su una tregua e uno scambio di prigionieri, Sinwar aveva annunciato, tramite un intermediario, uno zizal, un terremoto; l’intermediario aveva allertato un consigliere palestinese di MBZ, il quale a sua volta aveva avvisato il presidente. Netanyahu avrebbe risposto che Israele aveva la situazione a Gaza sotto controllo e che un’eventuale azione sarebbe venuta piuttosto dalla Cisgiordania. Non ne informò né il ministro della Difesa né il capo di stato-maggiore né i direttori dello Shin Bet e del Mossad — Herzi Halevi e Ronen Bar hanno confermato di non averne saputo nulla. Nello stesso periodo il ministro dei Servizi Segreti egiziano, Abbas Kamel, trasmetteva un messaggio dello stesso tenore ai servizi del primo ministro israeliano [15].
Questa versione è contestata, quindi devo esporre anche le argomentazioni che la confutano.{} L’ufficio del primo ministro la qualifica di menzogna assoluta e nega che il colloquio tra Netanyahu e MBZ sia avvenuto, aggiungendo però che qualsiasi eventuale informazione sarebbe passata attraverso i canali dell’intelligence un diniego che si contraddice. Netanyahu ha minacciato il quotidiano e uno degli autori di un’azione legale per diffamazione; il Likud ha chiesto l’apertura di un’indagine penale contro i giornalisti. Abu Dhabi, dal canto suo, ha smentito la versione dei fatti! Queste rivelazioni emergono a poche settimane dalle elezioni, la cui posta centrale è la condotta di Netanyahu il 7 Ottobre, il che impone cautela in entrambi i sensi: il calendario fornisce un movente per la pubblicazione, ma anche per la smentita [16].
Allo stato attuale, questo dossier non dimostra ciò che spesso gli viene attribuito. Un avvertimento ignorato non equivale a un piano messo in atto, e non dimostra, più di quanto facciano il Muro di Gerico o gli allarmi di Nahal Oz, che qualcuno abbia voluto l’attacco. Dimostra che la falla non è solo istituzionale. La conceptzia spiega perché un apparato abbia sottovalutato un documento; non spiega però perché un capo di governo, avvertito personalmente da un capo di Stato straniero, non ne abbia fatto menzione ai propri servizi. Questo spostamento del livello della colpa, dall’organizzazione alla persona, è il vero apporto al dossier — e getta luce in anticipo su ciò che descriverò nella sezione IX: l’ostinazione, durata tre anni, nell’impedire la costituzione di una commissione d’inchiesta statale.
Probabilmente il futuro rivelerà la verità su ciò che è accaduto e su cosa lo abbia originato.
Problema: il bilancio del 7 Ottobre è complessivo. Nessuno è in grado di distinguere quante vittime siano state uccise dagli assalitori e quante dalle forze israeliane.
V. La fabbrica della legittimità Se la legittimità fosse stato il fattore limitante, quanto accaduto nelle settimane successive al 7 Ottobre rientrerebbe nella creazione di una risorsa strategica. Questa produzione ha operato su due registri: all’interno, la sospensione di una crisi politica che minacciava il governo da nove mesi; all’esterno, l’allineamento delle cancellerie occidentali alla narrazione israeliana dei fatti e alla risposta che ne è derivata. Tre osservazioni documentate consentono di valutarne i meccanismi, e non puntano tutte nella stessa direzione.
La prima riguarda il bilancio delle vittime e contraddice un’affermazione molto diffusa. Il 10 novembre 2023 Israele ha rivisto al ribasso il proprio bilancio, da 1.400 a circa 1200 morti, dopo aver identificato come corpi di combattenti di Hamas resti inizialmente conteggiati tra le vittime [17]. A febbraio 2024 un conteggio indipendente dell’Agence France-Presse ha portato a un totale di 1.163 morti [18]. La cifra è stata corretta al ribasso dallo Stato stesso, che avrebbe avuto tutto l’interesse a gonfiarla, e le vittime sono state identificate nome per nome. Non è qui che si trova la manipolazione, e ogni analisi che vi si soffermi spreca tempo e credibilità.
La seconda riguarda le violenze. E qui la discrepanza è reale. Alcune accuse molto diffuse nelle prime settimane non sono mai state provate: l’affermazione secondo cui 40 neonati sarebbero stati decapitati, diffusa fino alla presidenza statunitense prima di essere abbandonata con discrezione, ne è l’esempio più lampante. L’inchiesta del New York Times sul carattere sistematico delle violenze sessuali è stata oggetto, anche all’interno della redazione, di contestazioni documentate riguardo ai metodi usati e alle fonti. Il rapporto presentato a marzo 2024 da Pramila Patten, rappresentante speciale delle Nazioni Unite, conclude che esistono ragionevoli motivi per ritenere che siano state commesse violenze sessuali, ma non stabilisce che siano state comandate o sistematiche [19]. La sfumatura è notevole ed è emersa solo dopo che le affermazioni iniziali avevano già prodotto gli attesi effetti politici. Una rettifica non ha mai la stessa portata di un’affermazione iniziale: si tratta di un’asimmetria strutturale del settore mediatico, e non è necessario postulare un piano per osservare che ha avvantaggiato una delle due parti.
La terza è la più grave, e ci sono voluti tre mesi perché venisse alla luce. A luglio 2024 Haaretz ha pubblicato un’inchiesta, basata su documenti e testimonianze di soldati e ufficiali, che stabiliva che la cosiddetta Direttiva Hannibal — protocollo abrogato ufficialmente nel 2016, che autorizza l’uso di ogni mezzo per impedire la cattura di un soldato, anche a costo della sua vita – era stata messa in atto il 7 Ottobre da ufficiali superiori della divisione di Gaza [20]. È stata applicata al valico di frontiera di Erez, alla base di Re’im dove si trovava il quartier generale di divisione, e all’avamposto di Nahal Oz. L’ordine trasmesso dal comando meridionale non era affatto ambiguo: a tutti i veicoli doveva essere impedito di tornare verso Gaza, sebbene, come riconosce una fonte dello stesso comando, tutti sapessero che quei veicoli potevano trasportare civili o soldati rapiti. Alle 21.33 veniva impartito un nuovo ordine: chiudere l’intera zona di confine con carri armati, con l’autorizzazione ad aprire il fuoco su chiunque si avvicinasse, senza restrizioni. Quando l’esercito israeliano attaccò la postazione, nella casa di Pessi Cohen, nel kibbutz Be’eri, erano prigionieri 14 ostaggi: 13 furono uccisi.
La commissione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite ha confermato l’applicazione della direttiva in diversi luoghi e ha stabilito, solo per i casi che ha potuto verificare, la morte di 14 civili al massimo [21]. Si tratta dell’unica cifra proveniente da un organismo investigativo, ma non può essere un bilancio. Non si conosce il numero totale di israeliani uccisi quel giorno dal fuoco amico, e non lo si conoscerà mai. Non sono state effettuate sistematicamente autopsie. I registri su cui si basa il conteggio nazionale — quelli della previdenza sociale israeliana, incrociati con i dati dell’esercito, della polizia e dello Shin Bet — non consentono di distinguere le vittime a opera di Hamas da quelle del fuoco israeliano durante la riconquista delle località, per mezzo di bombardamenti e lanci di razzi su zone abitate [22]. Laddove l’esercito ha indagato, si è scontrato con la stessa mancanza di prove: riguardo alla casa di Pessi Cohen, ritiene che la maggior parte degli ostaggi sia stata uccisa dai rapitori, pur ammettendo che la verifica è impossibile perché i corpi sono stati bruciati e non sono stati conservati campioni.
È questa indeterminatezza che deve essere sottolineata, non una cifra. Un’altra forma di questa inflazione merita di essere menzionata perché ricorre incessantemente: quella degli elicotteri Apache che avrebbero preso di mira i partecipanti al festival Nova. Si basa su una fonte di polizia anonima — e la polizia israeliana ha poi precisato che la sua indagine riguardava esclusivamente l’attività di polizia e non forniva alcuna informazione relativa a danni causati dall’attività aerea! [23]
I fatti parlano da soli. Un esercito ha ucciso ostaggi e civili del proprio campo, e questa informazione non è stata resa pubblica né da esso, né dal governo, né da una commissione, ma da un quotidiano, nove mesi dopo. La posta in gioco non è aritmetica, è istituzionale: si tratta della stessa volontà di non rendere conto che per tre anni si manifesterà nel rifiuto di istituire una commissione d’inchiesta statale.
In ogni caso, tutti questi elementi hanno contribuito ad alimentare la versione ufficiale per giustificare tutte le violenze commesse dopo la famosa data del 7 Ottobre.
Israele e gli Stati Uniti hanno assassinato, uno a uno, tutti i capi dell’Asse della Resistenza. Tuttavia non hanno sconfitto il loro ideale di resistenza.
VI. La finestra: tre anni di esecuzioni accelerate La successione dei fatti dopo il 7 Ottobre presenta una caratteristica decisiva: la rapidità è di gran lunga sproporzionata rispetto al tempo di preparazione che tali eventi avrebbero richiesto se non fossero stati pianificati.
Il 17 settembre 2024 diverse migliaia di cercapersone in possesso di dirigenti di Hezbollah esplodono simultaneamente in Libano, il giorno successivo è la volta dei walkie-talkie. L’operazione presuppone la creazione di società di copertura e la manipolazione di una catena di approvvigionamento nell’arco di diversi anni. Dieci giorni dopo, Sayed Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, viene ucciso in un attacco al quartier generale sotterraneo di Dahieh, dopo l’eliminazione della maggior parte della catena di comando del movimento. Il grado di penetrazione dei servizi segreti israeliani richiesto da queste operazioni non si acquisisce in 11 mesi.
L’8 dicembre 2024 il regime di Bashar al-Assad crolla in 12 giorni, dopo aver resistito per 13 anni, di fronte a un’offensiva condotta da Hayat Tahrir al-Sham [Organizzazione per la liberazione del Levante, ndt], sostenuta dalla Turchia. Israele non ne sarebbe stato l’artefice, ma ne è il primo beneficiario: la caduta di Damasco interrompe la continuità territoriale tra l’Iran e il Libano, prosciuga la via di rifornimento di Hezbollah e trasforma l’indebolimento tattico del movimento in crollo strategico.
Un punto va precisato: dal 2013 al 2018 Israele ha armato e finanziato almeno una dozzina di fazioni dell’opposizione nel sud della Siria, nella zona di Quneitra-Deraa: fucili d’assalto, mitragliatrici, mortai, veicoli, stipendi mensili di circa 75 dollari e sostituzione del materiale israeliano con armi straniere per nasconderne la provenienza. I rapporti della Forza delle Nazioni Unite incaricata di osservare il disimpegno ne rilevavano gli indizi già nel 2013, e il capo di stato-maggiore israeliano uscente, Gadi Eisenkot, lo ha riconosciuto nel gennaio 2019, dopo anni in cui la versione ufficiale parlava solo di aiuti umanitari [24]. È inoltre stato accertato che né il Fronte al-Nusra né il successore Hayat Tahir al-Sham hanno mai compiuto operazioni contro Israele, anche quando al-Nusra controllava la postazione di Quneitra, nel 2014. La non-belligeranza è un fatto, ma c’è chi afferma che questo non dimostra che agissero d’intesa.
In ogni modo, la concatenazione degli eventi successivi al dicembre 2024 è di tutt’altro ordine e non è affatto segreta: centinaia di attacchi israeliani contro le installazioni dell’ex esercito siriano, l’occupazione della zona-cuscinetto e della vetta del monte Hermon, poi i negoziati con la mediazione americana, un meccanismo di condivisione delle informazioni d’intelligence, e l’incontro in Giordania, nell’estate 2026, tra il ministro degli Esteri siriano e una delegazione guidata dal Mossad…
Secondo alcuni il fine è chiarire all’autoproclamato presidente siriano chi dirige i giochi nella regione!
Resta l’Iran. Dopo la guerra dei 12 giorni di giugno 2025, che aveva preso di mira comandanti e scienziati senza raggiungere i vertici del sistema, l’operazione del 28 febbraio 2026 supera una soglia. Pianificata congiuntamente dal Mossad e dalla Cia, eseguita dall’aviazione israeliana con il sostegno degli Stati Uniti e con l’obiettivo dichiarato di un cambio di regime, ha ucciso la Guida Sayed Ali Khamenei e altre 75 persone, tra cui diversi membri della sua famiglia, e distrutto la sua residenza [25]. Oltre quaranta responsabili iraniani hanno perso la vita nell’ondata di attacchi, tra cui Mohammad Pakpour, comandante dei Guardiani della Rivoluzione, il ministro della Difesa ,Aziz Nasirzadeh, Ali Shamkhani, segretario del Consiglio Supremo della Sicurezza Nazionale, Mohammad Shirazi, capo dell’Ufficio militare della Guida [26]. Teheran conferma la notizia il 1° marzo e decreta quaranta giorni di lutto nazionale.
In trenta mesi l’anello di fuoco è stato spezzato… ma fino a quando?
Tutti gli imperi finiscono allo stesso modo: espandendosi oltre le proprie forze. Questa fu la lezione del prof. Paul Kennedy, nel 1988. Anche gli Stati Uniti hanno esagerato.
VII. Il costo per gli Stati Uniti: vittoria regionale, sovraesposizione globale A questo punto il bilancio cessa di essere regionale. L’impegno degli Stati Uniti a fianco di Israele è stato presentato come una dimostrazione di potenza. In termini materiali è stato soprattutto la dimostrazione che le scorte sono insufficienti e questa dimostrazione è stata fatta in pubblico.
Gli ordini di grandezza sono noti perché il Pentagono ha dovuto esporli al Congresso. Il Center for Strategic and International Studies stima che le scorte di intercettori Patriot siano scese da circa 2.300 prima della guerra a meno di 827, e quelle di THAAD da 452 a 278 [27]. Reuters riferiva ad agosto 2026 che la quasi totalità delle scorte di ATACMS e di missili di precisione a lungo raggio è stata esaurita durante la guerra contro l’Iran [28]. La richiesta di finanziamenti di emergenza del Pentagono per l’esercizio 2026 ammonta a 67 miliardi di dollari, di cui 18,2 miliardi destinati esclusivamente alla sostituzione di Patriot, dei Tomahawk e dei THAAD [29].
Il problema non è di natura finanziaria, ma industriale. Il ritorno ai livelli di scorte prebellici non è previsto prima del 2029 per i THAAD e i Patriot, e del 2030 per i Tomahawk [30]. Questi sistemi non sono stati progettati per essere prodotti in massa. Storicamente Lockheed Martin costruiva 96 intercettori THAAD all’anno, e il contratto da 35 miliardi di dollari su sette anni, firmato a giugno 2026, per quadruplicare questo ritmo richiederà diversi anni d’incremento di potenza [31]. A ciò si aggiunga uno squilibrio nei costi di scambio che non è sostenibile: un intercettore da 15 milioni di dollari usato contro un drone che ne costa poche decine di migliaia.
La conseguenza più evidente è un ridispiegamento. Washington ha ritirato dalla Corea lanciatori THAAD e batterie Patriot per trasferirli in Medio Oriente, proprio quando l’arsenale balistico nord-coreano continua a crescere [32]. Una potenza che spoglia un teatro di guerra per attrezzare un altro non è una potenza in espansione; è una potenza che agisce sotto costrizione. E la situazione è sotto gli occhi di tutti.
In particolare sotto gli occhi di Pechino. Un rapporto della Heritage Foundation del gennaio 2026 stima che gli intercettori di alta fascia — SM-3, SM-6, PAC-3 MSE, THAAD — si esaurirebbero nel giro di pochi giorni di combattimento intenso contro l’Esercito Popolare di Liberazione, alcuni sistemi già dopo due o tre salve di grande portata, e che le scorte complessive di lancio verticale, valutate in 17.000 munizioni, non basterebbero per una sola ricarica completa della flotta [33]. L’argomentazione strategica che ne discende è una finestra: il periodo da tre a quattro anni necessario per il riapprovvigionamento statunitense è esattamente quello dove lo scarto tra l’arsenale offensivo cinese e le scorte difensive statunitensi sarà al suo massimo [34]. Questa valutazione è ormai espressa apertamente nella letteratura strategica statunitense, questo significa che lo è anche altrove.
C’è un terzo costo, più difficile da quantificare rispetto alle scorte, ma anch’esso misurato, e da strumenti statunitensi.
Il crollo della reputazione statunitense nell’opinione pubblica regionale è stato registrato quasi in tempo reale. Per coincidenza, Arab Barometer stava conducendo un sondaggio in Tunisia nelle tre settimane precedenti e successive al 7 Ottobre: l’opinione favorevole agli Stati Uniti è crollata dal 40% al 10% in meno di un mese. Gli eventi successivi hanno confermato questa tendenza anche altrove: 23 punti in meno in Giordania, 19 in Mauritania, 15 in Libano, 7 in Iraq [35]. Ciò che differenza questa sequenza da una semplice reazione passeggera è che non si è esaurita. I sondaggi condotti in otto Paesi tra agosto e novembre 2025 evidenziano uno spostamento duraturo: Cina, Russia e Iran ora sono valutati più positivamente degli Stati Uniti nella maggior parte dei Paesi in cui si sono svolti i sondaggi, e il divario è più ampio proprio sul terreno su cui Washington un tempo fondava la propria preminenza. Alla domanda su quale Paese rispetti il diritto internazionale, il 25% degli egiziani ha indicato gli Stati Uniti contro il 58% che ha indicato la Cina; per quanto riguarda la salvaguardia della sicurezza regionale, la politica statunitense è preferita dal 6% degli egiziani, dal 9% dei giordani e dal 22% degli iracheni [36].
Rimane un problema che l’analisi non può eludere, poiché viene formulato in tutta la regione negli stessi termini: quello di una politica statunitense così allineata agli interessi israeliani da esserne subordinata. Qui si mescolano tre elementi distinti, che non appartengono allo stesso ordine.
È una percezione diffusa e quantificabile: l’86% degli egiziani e dei giordani, l’84% degli intervistati nei Territori Palestinesi, il 78% in Libano e il 69% in Tunisia ritengono che gli Stati Uniti siano schierati con Israele contro i palestinesi. L’allineamento concreto è osservabile e non richiede alcuna interpretazione: i finanziamenti, le forniture di munizioni, il ripetuto ricorso al veto in seno al Consiglio di Sicurezza, e persino la pianificazione congiunta da parte del Mossad e della Cia dell’operazione del 28 febbraio 2026. La subordinazione è, in compenso, una ipotesi — la sola delle tre — che può essere prima verificata e poi smentita. I fatti dell’estate 2026 sembrano infatti contraddirla. Il memorandum d’intesa concluso con l’Iran a giugno è stato siglato nonostante il parere esplicitamente contrario del governo israeliano. Il 15 luglio il vicepresidente degli Stati Uniti ha accusato pubblicamente alcuni elementi del governo israeliano di finanziare una campagna di influenza volta a far deragliare i negoziati; un’accusa del genere da parte di un vicepresidente in carica non ha precedenti, e alla fine del mese Netanyahu è andato a Washington a spiegare la situazione [37]. Una potenza che agisce sotto un diktat non firma l’accordo a cui il presunto mandante si oppone, né denuncia pubblicamente operazioni d’influenza condotte sul proprio territorio.
Tuttavia la realtà è più complessa di quanto appaia. Ciò che questi episodi rivelano è meno spettacolare e più imbarazzante: non una subordinazione ma una parziale appropriazione dell’agenda, un processo contestato persino all’interno dell’esecutivo statunitense, e da cui Washington non può districarsi senza un costo politico interno. Sebbene questa formulazione sia meno soddisfacente di quella del diktat, ha il vantaggio di essere compatibile con i fatti noti, compresi quelli che complicano il quadro.
Tutto questo non riduce in alcun modo il costo strategico, perché tale costo non dipende dall’esattezza della tesi, ma dalla sua diffusione. Che la politica statunitense sia dettata o soltanto influenzata non fa alcuna differenza per le conclusioni che ne traggono l’86% degli egiziani, né per le decisioni che prendono i loro governi. Lavorare apertamente con Washington è diventato un rischio per leader autoritari ma sensibili all’opinione pubblica; le capitali del Golfo avevano messo in guardia contro l’offensiva di febbraio — avvertimenti peraltro ignorati — e ne hanno subito i contraccolpi; alcune stanno ora valutando di ritirare i propri investimenti dalle istituzioni americane. La percezione è il fattore strategico, e per questa ragione un’analisi che dedica un’intera sezione, la V, alla fabbrica della legittimità, deve tenerne pienamente conto.
Questo costo ha finito per avere ripercussioni a livello interno. A febbraio 2025, per la prima volta da quando Gallup ha posto la domanda nel 2001, le simpatie degli statunitensi non sono più orientate dalla parte di Israele. Ad aprile, Pew ha rilevato che quasi sei statunitensi su dieci sono sfavorevoli a Israele; la percentuale di opinioni «molto sfavorevoli» è quasi triplicata dal 2022; e il 57% dei Repubblicani sotto i cinquant’anni ora condivide questa opinione [38]. Questo è l’ultimo anello della catena degli eventi che questo articolo ha tracciato sin dall’inizio. La legittimità era il fattore limitante nel 2023; è stata fabbricata e poi vanificata; oggi è compromessa presso il garante stesso.
C’è ancora un aspetto ironico che non si può tralasciare. Questo sostegno colossale non ha messo al sicuro il territorio israeliano. Lo scudo antimissile ha funzionato più o meno bene, ma a un costo di scambio sfavorevole e insostenibile, inoltre si è rivelato impotente contro l’altra forma di logoramento: la chiusura di Bab el-Mandeb — che ha messo fuori uso un porto senza che un solo missile lo colpisse — e quella dello Stretto di Hormuz, che trent’anni di superiorità aerea non sono riusciti a riaprire. Il sostegno statunitense non è riuscito a sbloccare nessuno di questi due punti nevralgici. La censura militare israeliana, che si applica rigorosamente ai siti d’impatto, in conformità con le prassi operative standard, ha contribuito a confondere la percezione pubblica di questa vulnerabilità, sebbene non si possa stabilire che essa nasconde un bilancio delle vittime sostanzialmente diverso da quello reso pubblico.
VIII. Ciò che la sequenza dimostra e ciò che non dimostra Nella regione e sui social circola ampiamente una tesi: l’attacco del 7 Ottobre sarebbe stato ideato da Israele e trasmesso ad Hamas tramite i canali d’intelligence, per creare le condizioni politiche necessarie alla sequenza di eventi appena descritta. Lo svolgersi di tale sequenza sembra conferire peso a questa tesi.
Alcuni contestano questa ipotesi per ragioni metodologiche che meritano di essere esposte piuttosto che semplicemente decretate.
Il primo problema è che la tesi della cospirazione e quella dell’opportunismo strategico prevedono esattamente gli stessi avvenimenti. Sono equivalenti dal punto di vista osservativo. Di conseguenza, lo svolgimento della sequenza non permette di scegliere tra le due: la concatenazione che si realizza dimostra che il beneficiario era preparato ad affrontarla, non che l’abbia innescata. Eppure la preparazione è un fatto effettivamente provato — i cercapersone, l’infiltrazione di Hezbollah, e il lungo periodo di monitoraggio mirato della Guida Suprema. Un apparato militare che per vent’anni elabora piani di emergenza contro l’accerchiamento sta facendo semplicemente il proprio lavoro! L’avvertimento degli Emirati del settembre 2023 non altera questa dinamica: l’inerzia politica o la complicità producono, anche in questo caso, lo stesso risultato osservabile. Sposta leggermente il cursore, dalla cecità istituzionale all’inerzia dei vertici, senza oltrepassare la linea che separa l’inazione dall’organizzazione.
Il secondo problema è il costo, che ricade su due protagonisti. Il 7 Ottobre ha mandato in frantumi la dottrina israeliana di dissuasione, è costato il posto al capo di stato-maggiore, ha rovinato la credibilità dei servizi segreti, e imposto due anni di vincoli operativi legati alla crisi degli ostaggi. Quanto al padrino statunitense, emerge dalla sequenza di eventi con gli arsenali intaccati per quattro anni, le capacità di deterrenza nel Pacifico pubblicamente messe in discussione, la reputazione nell’opinione pubblica regionale ai minimi storici, i partner del Golfo impegnati a rivalutare il costo politico di una cooperazione aperta, e il proprio elettorato che sta prendendo le distanze dalla relazione che ha reso possibile tutto ciò. Se questo era il costo concordato del piano, è stato un prezzo di cui nessuno poteva controllare né l’ammontare né la ripartizione, e di cui una parte viene pagata in teatri operativi che il piano non menzionava.
Il terzo problema è di natura logica. L’affermazione «in questo ambito non c’è alcun margine di casualità» non è una constatazione empirica, è un assioma, e per di più un assioma non falsificabile: se nulla può accadere per caso, nessuna osservazione potrà mai contraddire la tesi, ponendola al di fuori del campo della dimostrabilità.
Esiste una formulazione che preserva l’essenza dell’intuizione senza pagarne il costo analitico: la morsa era reale, la sua rottura era stata meticolosamente pianificata da tempo, il 7 Ottobre ha fornito la legittimità interna e internazionale senza la quale nessuno di quei piani sarebbe stato realizzabile una legittimità che, come dimostrato nella sezione V, è stata poi alimentata e in alcuni casi fabbricata. È esattamente il fattore limitante che lo stesso Netanyahu aveva individuato. L’attacco forse non ha dato vita al progetto; ha rimosso l’unico ostacolo che lo impediva.
Sia Benjamin Netanyahu sia Donald Trump hanno raggiunto il limite delle loro possibilità. A prescindere delle rispettive forze militari impegnate, entrambi hanno perso sul piano politico.
IX. Successo militare, fallimento politico Rimane da valutare il risultato, ed è qui che l’analisi deve sottrarsi al fascino della performance operativa.
Il modello applicato all’Iran si basava su un’ipotesi precisa: la decapitazione simultanea dei vertici politici, militari e religiosi avrebbe prodotto uno shock sufficiente a provocare o il crollo del regime, o la sua capitolazione strategica. Questa ipotesi non si è avverata. Già il giorno successivo è stato costituito un Consiglio direttivo ad interim, e Sayed Mojtaba Khamenei è succeduto a suo padre [39]. Dal punto di vista istituzionale il sistema ha retto.
Gli sviluppi successivi rientrano in una categoria diversa: alcuni sostengono che non c’è stato crollo, ma ci sarà una lenta disintegrazione. La nuova Guida non appare in pubblico da circa sei mesi. L’inflazione per i beni di consumo essenziali supera il 100%. Le affermazioni sulle lotte tra fazioni si sarebbero intensificate in occasione della firma di un memorandum d’intesa con gli Stati Uniti, una mossa che l’ufficio dell’Assemblea degli Esperti ha condannato il 2 agosto 2026 denunciando quelle che ha definito voci di capitolazione [40].
La conseguenza, secondo queste affermazioni, è un regime indebolito, contestato, impoverito, ma ancora in piedi — e ormai privato della maggior parte dei punti di appoggio regionali che avevano giustificato l’operazione.
Una capacità tuttavia è sopravvissuta alla decapitazione e non è di poco conto. Lo Stretto di Hormuz è chiuso dal 28 febbraio 2026. Un regime la cui Guida è stata uccisa, il cui comandante dei Guardiani della Rivoluzione e il cui ministro della Difesa sono stati eliminati lo stesso giorno, e che ha perso oltre quaranta dirigenti in un’unica ondata di attacchi, è riuscito a conservare per sei mesi il potere di interrompere il transito di un quinto del petrolio mondiale. Né la superiorità aerea israeliana né la potenza statunitense sono riuscite a privarlo di queste capacità. È la misura più precisa del divario tra l’esito militare e quello politico: si può distruggere la leadership senza ridurre la capacità di nuocere, ed è proprio questa riduzione che la decapitazione avrebbe dovuto ottenere.
Il bilancio israeliano non è meno ambiguo. A tre anni di distanza non è stata costituita alcuna commissione d’inchiesta sul 7 Ottobre. Netanyahu ha inizialmente addotto come motivo la guerra, poi ha contestato la legittimità della Corte Suprema chiamata a designarne il presidente, prima di far approvare in prima lettura, il 6 luglio 2026, una legge che istituisce una commissione formata da sei membri nominati dalla Knesset — voto boicottato da un’opposizione che denuncia un organo le cui conclusioni sarebbero già scritte in anticipo proprio da coloro che dovrebbe interrogare [41]. A maggio 2026 una commissione civile indipendente ha pubblicato le proprie conclusioni, evidenziando fondamentali mancanze imputabili sia ai responsabili della coalizione sia a quelli dell’opposizione nel corso dell’ultimo decennio [42]. Le famiglie delle vittime, riunite nel Consiglio di Ottobre, continuano a chiedere l’istituzione di una commissione autentica, in un rapporto il cui titolo — Fallimento 2026 — è esplicito: non ritengono risolto il problema [43].
Uno Stato che pretende di aver vinto la guerra regionale la più totale della propria storia ma si dimostra incapace di indagare sulla propria debolezza fondatrice non ha ripristinato la propria sicurezza. Ha scambiato una vulnerabilità esterna con una crisi di legittimità interna.
[2] Dati relativi a entrate, scali e sequestro municipale tratti dalla stampa israeliana di luglio 2025. La chiusura definitiva avviene a fine luglio 2025.
[3] Dati Kpler per la media dei transiti, riportati da Reuters a settembre 2026; Lloyd’s List Intelligence per il conteggio del mese di marzo 2026. Per quanto riguarda la paralisi dello Stretto, il cessate-il-fuoco di aprile e la riapertura condizionata di giugno, si veda la nota situazionale del Centre d’études stratégiques de la Marine, di luglio 2026. Il Comando Centrale statunitense ha contestato la definizione di chiusura, rilevando il mantenimento di passaggi isolati.
[4] Sulla dottrina periferica e il suo ribaltamento dopo il 1979, si veda Treacherous Alliance: The Secret Dealings of Israel, Iran, and the United States, Trita Parsi, Yae University Press, 2007.
[5] Intervista a Benjamin Netanyahu: «Exclusive: Netanyahu at War», Eric Cortellessa, Time Magazine, August 8, 2024.
[10] «Netanyahu: Money to Hamas part of strategy to keep Palestinians divided», Lahav Harkov, The Jerusalem Post, March 12, 2019; Circola ampiamente una formulazione più ruvida di queste dichiarazioni, attribuita a una riunione del gruppo Likud del marzo 2019 e riportata da Haaretz; la catena di fonti è stata contestata, in particolare riguardo all’identità del testimone citato. La versione riportata dal Jerusalem Post è indipendente dalla controversia. La vicenda è stata ampiamente discussa nel libro dell’ex ministro della Giustizia, Contro il vento, 2020 חיים רמון, נגד הרוח, ידיעות ספרים.
[11] Stima di 1,3 miliardi di dollari per il periodo 2012-2021, secondo quanto riportato dalla stampa israeliana e internazionale. L’ammontare esatto non è mai stato oggetto di comunicazione ufficiale da parte di Israele. Il finanziamento di Hamas da parte di Benjamin Netanyahu è il tema di [הדרך לשבעה באוקטובר : בנימין נתניהו, הנצחת הסכסוך -והידרדרותה המוסרית של ישראל>https://www.pardes.co.il/?id=showbook&catnum=978-965-541-471-4] (La strada verso il 7 Ottobre: Bemjamin Netanyahu, la creazione del conflitto senza fine e il degrado morale di Israele) di Adam Raz, edizioni Pardès,2024.
[12] Dichiarazione di Avigdor Lieberman, riportata nell’articolo «Liberman: Netanyahu sent Mossad head, general to Qatar, ‘begged’ it to pay Hamas», The Times of Israel, 22 febbraio 2020. Lieberman è un diretto avversario politico di Netanyahu; le sue dichiarazioni vanno quindi valutate con cautela, ma sui fatti non sono state smentite.
[14] Il documento Muro di Gerico è stato rivelato da «Israel Knew Hamas’s Attack Plan More Than a Year Ago», Ronen Bergman e Adam Goldman, The New York Times, 30 novembre 2023. Le mail dell’analista dell’Unità 8200 e la risposta del colonnello della divisione di Gaza provengono dalla stessa inchiesta.
[15] «Revealed: Netanyahu Received an Explicit Warning Days Before Oct. 7. He Didn’t Brief Israel’s Security Chiefs», Shlomi Eldarand Ruth Yuval, Haaretz, September 8, 2026, Shlomi Eldar e Ruth Yuval, Haaretz, 8 settembre 2026, riporta il libro di Shlomi Eldar e Ruth Yuval, חטופים – 843 ימים של הפקרה (Rapiti: 843 giorni di abbandono), il cui titolo viene talvolta tradotto come Kidnapped dalla stampa anglofona. Gli autori affermano di basarsi su interviste con diverse decine di fonti, tra cui tre funzionari stranieri di alto rango informati del contenuto del colloquio e un consigliere palestinese di Mohammed bin Zayed che ne aveva conoscenza diretta. Interpellato dal giornale, il presidente degli Emirati Arabi uniti non ha risposto.
[16] Comunicato dell’ufficio del primo ministro israeliano, 8 settembre 2026. Per quanto riguarda le minacce di azioni legali, la richiesta di indagine penale avanzata al Liduk e le reazioni dell’opposizione, si veda la copertura del Times of Israel, di Israel Haymon e del Guardian, 8-9 settembre 2026. Per quanto riguarda l’avvertimento egiziano, già documentato in precedenza, si vedano le dichiarazioni di Abbas Kamel e la copertura giornalistica dell’ottobre 2023.
[20] «IDF Ordered Hannibal Directive on October 7 to Prevent Hamas Taking Soldiers Captive», Yaniv Kubovich, Haaretz, 7 luglio 2024. L’esercito israeliano ha confermato l’applicazione della procedura a Erez, Re’im e Tahal Oz; una fonte di alto rango citata dal quotidiano afferma di non sapere da quale livello gerarchico provenissero gli ordini.
[22] Dati elaborati dall’AFP sulla base dei dati forniti dalla previdenza sociale israeliana (Bitouah Leoumi), dall’esercito, dalla polizia, dal Shin Bet e dai servizi del primo ministro. L’agenzia precisa che tali dati non consentono di distinguere le vittime di Hamas da quelle delle forze israeliane. Per quanto riguarda il riconoscimento da parte dell’esercito di un numero «immenso e complesso» di episodi di fuoco amico, si veda Ynet, aprile 2024.
[24] Elizabeth Tsurkov, inchiesta pubblicata da Foreign Policy nel 2018, per i dettagli del sostegno materiale e finanziario; rapporti trimestrali del FNUOD al Consiglio di Sicurezza, a partire dal 2013, per le osservazioni sul campo. Dichiarazioni di Gadi Eisenkot, The Times of Israel, gennaio 2019. I gruppi più citati sono Fursan al-Joulan e Liwa Omar bin al-Khattab.
[25] Attacchi congiunti israelo-statunitensi del 28 febbraio 2026; morte di Ali Khamenei confermata dai media statali iraniani il 1° marzo 2026. Si vedano CNN e Bloomberg, 28 febbraio 2026.
[26] Elenco dei responsabili uccisi comunicato dall’esercito israeliano e riportato da NBC News, marzo 2026.
[27] «Six Reasons Why the United States Is Low on Munitions», Mark F. Cancian & Chris H. Park, Center for Strategic and International Studies, July 31, 2026; stime elaborate sulla base dei documenti di bilancio trasmessi al Congresso, 2026.
[30] Stime del CSIS sui tempi di ricostituzione delle scorte.
[32] The Soufan Center, «Depleted U.S. Stockpiles Raise Strategic Risks» note du 28 août 2026, sur le redéploiement de lanceurs THAAD et de batteries Patriot depuis la péninsule coréenne.
[33] Heritage Foundation, rapporto del gennaio 2026 sull’entità delle scorte di intercettori statunitensi in caso di un conflitto ad alta intensità nell’Indo-Pacifico «TIDALWAVE: Strategic Exploitation and Sustaininent in a U.S.-China Conflict», Robert Greenway & Anna Gustafso, The Heritage Foundation, January 16, 2026.
[35] Arab Barometer, ciclo 2023-2024. L’indagine tunisina era in corso al momento dell’attacco, il che fornisce un raro dato di confronto prima/dopo: 40% di opinioni favorevoli agli Stati Uniti prima del 7 ottobre 2023, il 10% al 27 ottobre 2023. Per il confronto con le indagini precedenti al 7 ottobre 2023 in altri Paesi, si veda la sintesi del Middle East Council on Global Affairs, 12 dicembre 2024.
[36] « America Has Lost the Arab World », Amaney A. Jamal et Michael Robbins, Foreign Affairs, 7 avril 2026, sulla base dei sondaggi condotti da Arab Barometer in Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Marocco, Territori Palestinesi, Siria e Tunisia tra agosto e novembre 2025 – ovvero dopo la guerra dei Dodici giorni di giugno 2025 e prima dell’operazione di febbraio 2026. Salvo indicazione contraria, i dati citati nei tre paragrafi seguenti provengono da questa fonte. Gli autori sono co-direttori di Arab Barometer, il che conferisce all’articolo valore sia di presentazione sia di commento.
[37] Dichiarazioni di J.D. Vance in «The Joe Rogan Experience», 15 luglio 2026, copertura da parte di The Times of Israel e Al Jazeera il 16 luglio 2026. Sull’intervista a Netanyahu alla Blair House, Axios, 30 luglio 2026. Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran del giugno 2026, su cui torna la sezione IX, è fallito poche settimane dopo la firma.
[38] «Israelis No Longer Ahead in Americans’ Middle East Sympathies», sondaggio Gallup del 27 febbraio 2026: per la prima volta dall’inizio della serie nel 2001, le simpatie degli Stati Uniti non vanno più a Israele. I dati precisi sulla ripartizione variano da una fonte giornalistica all’altra e non vengono mai riportati in questa analisi. Pew Research Center, inchiesta dell’aprile 2026 sulle opinioni sfavorevoli a Israele e sulla loro ripartizione per fascia di età all’interno dell’elettorato Repubblicano-
[40] Comunicato dell’ufficio dell’Assemblea degli Esperti del 2 agosto 2026. Questi elementi provengono in parte da fonti legate al Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, organizzazione di opposizione in esilio, le cui pubblicazioni sono di parte; il loro contenuto fattuale richiede un controllo incrociato, in particolare per quanto riguarda gli indicatori economici.
[42] Conclusioni della Commissione d’inchiesta civile indipendente, presentate a maggio 2026 sotto la direzione di Ofer Rosenbaum.















