Rahm Emanuel e Benjamin Netanyahu: i loro genitori erano già molto legati.
Il Memorandum d’Islamabad [1] non solo ha riportato la pace nel Golfo Persico, ha anche stabilito che l’Iran riceverà 300 miliardi di dollari, non già a titolo di “risarcimento di guerra”, ma di “investimento”. In questo modo sancisce, senza esplicitarla, la vittoria della Repubblica Islamica.
Questa vittoria non significa la sconfitta militare degli Stati Uniti, ma la sconfitta politica di una particolare fazione interna agli Stati Uniti. A perdere sono i sostenitori tradizionali di Israele, che rifiutano di prendere atto dei massacri di civili perpetrati dal cosiddetto Stato ebraico in Palestina e in Libano.
La sconfitta dei sionisti revisionisti La cecità dei complici dello Stato di Israele si spiega con l’incapacità di giudicare questo Stato per ciò che fa e non per ciò che pretende di essere. Confondono il sogno di una patria rifugio per le vittime dei pogrom europei e la realtà di uno Stato governato da fascisti, nel senso storico del termine.
Questa confusione è ancor più sorprendente se si considera la giusta distinzione, da loro stessi stabilita durante l’operazione palestinese Diluvio di Al Aqsa, tra civili e combattenti. Alcuni di loro non hanno contestato il diritto inalienabile dei palestinesi a resistere all’occupazione israeliana, ma hanno denunciato i massacri dei civili, dileggiando così la memoria di Izz al-Din al-Qassam (1882-1935), che ha dato il nome alle brigate di Hamas. Lungi dall’essere un resistente, costui era innanzitutto un antisemita che si faceva vanto di massacrare ebrei civili.
Oggi i sionisti revisionisti, ovvero i discepoli di Vladimir Ze’ev Jabotinsky, si stringono attorno a Benjamin Mileikowsky-Netanyahu per rovesciare il presidente Donald Trump. Si avvalgono del sostegno di tutti quelli che vivono nella confusione appena descritta.
Consentitemi di ricordare che i sionisti revisionisti, discepoli di Jabotinsky, si sono sempre violentemente opposti ai sionisti in senso stretto di Theodor Herzl. I due gruppi si sono combattuti in una guerra accanita: dall’alleanza di Jabotinsky con i nazionalisti integralisti ucraini per massacrare gli ebrei sovietici al sostegno di Jabotinsky al duce Benito Mussolini [2], fino alle trattative con i nazisti per impadronirsi dei beni dei sionisti ungheresi [3]. Il conflitto venne sospeso dal primo ministro israeliano David Grün-Ben Gurion, con la creazione di uno Stato comune, a condizione che le spoglie di Jabotinsky non venissero mai trasferite in Israele. Il conflitto è ripreso con il colpo di Stato legislativo che ha modificato le leggi fondamentali del Paese e preparato il terreno alla dittatura. Nel corso degli ultimi tre anni la maggioranza degli israeliani ha manifestato rumorosamente contro queste riforme, sostenute dalla stragrande maggioranza degli ex responsabili dell’esercito e dei servizi di sicurezza.
I massacri che abbiamo visto non sono sorti dal nulla. Sono l’esito di una politica messa in atto già negli anni Venti, cioè prima del nazismo, politica universalmente condannata al termine della seconda guerra mondiale.
La successione di Donald Trump Gli statunitensi che sostengono questa politica sono raggruppati attorno alla Fondazione Adelson, dal nome del magnate ucraino dei casinò di Las Vegas. Nel 2016 finanziarono la candidatura di Marco Rubio, nel 2023 quella di Donald Trump. Oggi spingono, dal lato Repubblicano, nuovamente Marco Rubio, dal lato Democratico, Rahm Emanuel [4].
Quest’ultimo è figlio di un sionista revisionista, Benjamin Auerbach, membro dell’organizzazione terroristica Irgun, che fuggì da Israele dopo l’assassinio dell’inviato speciale delle Nazioni Unite, conte Folke Bernadotte, nel 1948.
Durante il mandato di George H. Bush, 41° presidente degli Stati Uniti, Rahm Auerbach-Emanuel si arruolò volontario nelle Forze di Difesa Israeliane (FDI) per partecipare alla guerra del Golfo contro l’Iraq.
Rahm fu consigliere del presidente Democratico Bill Clinton.
Sotto la presidenza del Repubblicano George W. Bush, fu parlamentare dello Stato dell’Illinois.
Sotto la presidenza di Barack Obama divenne capo di gabinetto del presidente, ovvero segretario generale della Casa Bianca.
Durante il secondo mandato di Obama e il primo mandato di Trump, fu sindaco di Chicago. In questa veste fece chiudere una cinquantina di scuole pubbliche nei quartieri afroamericani e latinoamericani, la più grande chiusura di massa di scuole nella storia degli Stati Uniti; fece lievitare le tariffe dei trasporti pubblici e dei parcheggi; privatizzò la Chicago Transit Authority. Soprattutto tentò di far sparire i video dell’omicidio per mano della polizia del diciassettenne Laquan McDonald, avvenuto nel 2014 [5].
Successivamente, sotto l’amministrazione di Joe Biden, fu nominato ambasciatore a Tokyo, ove sovrintese alla corruzione dei parlamentari del Partito Liberal-Democratico (PLD) da parte della Chiesa dell’Unificazione, la setta Moon, che agiva sotto il controllo della CIA.
Di carattere bellicoso, sempre pronto a usare parolacce e persino a ricorrere alle mani, Rahm è stato soprannominato Rambo. Ha due fratelli: il medico Ezechiele Emanuel, già consigliere speciale per la politica sanitaria dell’amministrazione Obama, e Ali Emanuel, che fondò e diresse l’agenzia di impresari dello spettacolo Endeavor. Quando Israele tentò di assumere il controllo di Twitter/X, propose all’amico Elon Musk di rinnovare l’immagine del social network per cento milioni di dollari, il che segnò la rottura tra loro.
Considerata la reazione istintiva dei Democratici davanti ai massacri commessi da Netanyahu, i sionisti revisionisti tengono in serbo un candidato meno polemico, il governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro.
Dal lato Repubblicano, il loro candidato è l’attuale segretario di Stato, Marco Rubio, che durante la campagna elettorale del 2015 beneficiò del sostegno del defunto Sheldon Adelson. L’anziano magnate dei casinò ucraino-israeliano-statunitense vedeva in Rubio un figlio come lui di immigrati e l’aveva preso a cuore.
Salvare gli Accordi di Abramo Una conseguenza del Memorandum di Islamabad è che gli Emirati Arabi Uniti hanno nuovamente cambiato posizione. In passato erano molto legati alla causa palestinese, che finanziavano generosamente tramite il principe Ahmed, figlio dello sceicco al-Zayed. Quest’ultimo fu assassinato dalla CIA in Marocco, nel 2010. Era il fratello minore dello sceicco Mohammed bin Zayed, attuale sovrano di Abu Dhabi, nonché presidente dei sette Emirati Arabi Uniti. Nel 2020 quest’ultimo cambiò posizione. Decise di stringere alleanza con Israele contro l’Iran, al quale gli Emirati dovevano parte della loro ricchezza (il porto di Dubai serviva ad aggirare l’assedio statunitense dell’Iran). Gli Emirati firmarono quindi gli Accordi di Abramo, insieme al Bahrein.
Tuttavia, quando Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran, gli Emirati non hanno compreso la portata della reazione di Teheran, da cui venivano bombardati. Hanno tentato con ogni mezzo di ottenere un voto favorevole dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [6],, poi dall’Organizzazione Marittima Internazionale [7]. Infine hanno capito e dovuto ammettere che, se si fossero trovati nella stessa situazione, avrebbero agito come l’Iran [8]. Così, la settimana scorsa, gli Emirati hanno accettato, in segreto, di sedersi al tavolo dei negoziati con i loro ex amici iraniani.
Anche l’Arabia Saudita – che nel 2023, su impulso della Cina, aveva ripristinato le relazioni diplomatiche con l’Iran – prima della guerra aveva tuttavia assicurato al presidente Trump di non avere obiezioni a che il Pentagono rovesciasse la Repubblica Islamica. Anche l’Arabia Saudita è insorta contro la risposta militare iraniana sul proprio territorio. Ma anch’essa oggi deve trarre le dovute conclusioni dal conflitto: Israele è pronto a tutto pur di costruirsi un impero e gli Stati Uniti, lungi dal proteggere i propri vassalli, li trasformano in bersagli. Riyad sta quindi preparando un vertice di riconciliazione che riunirà tutti gli Stati del Golo, compreso l’Iran.
In questo contesto Marco Rubio si è recato, dal 23 al 25 giugno, negli Emirati, in Kuwait e in Bahrein, dove ha incontrato tutti i membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). Ha tentato di rilanciare gli Accordi di Abramo [9], tanto più che l’incaricato, sin dalla firma, della gestione di questo dossier, il genero ebreo di Trump, Jared Kushner, non fa più mistero di considerare Netanyahu malato di mente.
La questione libanese Rientrato a Washington, il segretario di Stato Rubio ha imposto all’ambasciatore del Libano, Nada Hamadé Mouawad, di firmare, il 27 giugno, un accordo-quadro con gli Stati Uniti e Israele. Si tratta di una revisione del Memorandum di Islamabad, negoziato da Kushner e JD Vance, che all’art. 1 prevede «la fine permanente della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano». L’accordo-quadro di Rubio all’art. 5 afferma che «il governo israeliano sottolinea che le sue azioni militari in Libano sono unicamente conseguenza degli attacchi, della minaccia che essi rappresentano e dell’intenzione ostile dei gruppi armati non statali, in particolare di Hezbollah» [10] .
È l’avallo della retorica israeliana secondo cui lo Stato ebraico non ha mai tentato di annettere il Libano, ma si limita a rispondere alle azioni di un gruppo terroristico: una narrazione che prescinde dal tentativo di Léon Blum del 1936 di creare lo Stato di Israele in Libano; dalla guerra arabo-israeliana del 1948, conclusasi con la vittoria delle forze britanniche della Transgiordania; dall’invasione israeliana del 1982; da quella del 2006.
Questo accordo-quadro nega che Hezbollah sia il nucleo della resistenza libanese all’invasione. Vuole far credere che sia la resistenza a provocare l’occupazione, non il contrario. Nessuno può dubitarne: il testo firmato non figura ancora sul sito internet della presidenza del Libano. Il presidente del parlamento libanese, Nabih Berry, ha immediatamente annunciato che non sarebbe stato firmato, e numerosi leader lo hanno respinto. Non si tratta di questioni comunitarie: è in gioco la libanesità.
Dopo la firma del Memorandum d’Islamabad, Hezbollah aveva fatto affiggere grandi manifesti lungo l’autostrada che attraversa il Libano: vi spiccavano i due Khamenei, Ali e Mojtaba, e la scritta «Grazie all’Iran». Sono stati rimossi per lasciar spazio a manifesti del ministero del Turismo. Domenica però sono comparsi altri manifesti raffiguranti la bandiera del Libano e la scritta «Il Libano prima di tutto», ossia senza resistenza. Immediatamente gli automobilisti hanno fermato le auto e li hanno bruciati.











