È un Donald Trump rilassato che ha reso visita al suo principale concorrente commerciale, Xi Jinping.
Questo articolo fa seguito a:
– “Lo scisma che oppone il Pentagono al Vaticano”
– “Donald Trump prende atto dei limiti del jacksonismo”
La visita del presidente statunitense Donald Trump nella Repubblica Popolare Cinese, dal 13 al 15 maggio 2026, ha fatto emergere profonde contraddizioni.
Dal punto di vista cinese, l’obiettivo era assicurarsi che Washington continui a riconoscere che l’isola di Taiwan è una provincia cinese, non uno Stato indipendente. Beijing voleva anche accertarsi che il partner occidentale non tagli l’accesso della Cina alle materie prime e alle fonti di energia, e le consenta di sviluppare il commercio attraverso le Vie della Seta.
Dal punto di vista statunitense, l’obiettivo era assicurarsi che Beijing non stia per sottrargli «l’emisfero occidentale», ossia il continente sudamericano. Washington desiderava anche aprire il mercato cinese alle proprie imprese, fortemente rappresentate nella delegazione.
Il contesto del vertice era particolare: il cambiamento di strategia globale degli Stati Uniti. Constatando di non averne i mezzi per realizzarla e di non trarne vantaggi, il Pentagono ha abbandonato la dottrina Rumsfeld-Cebrowsky e adottato la “strategia della negazione” di Elbridge Colby. Ha rapito il presidente venezuelano Nicolás Maduro e preso il controllo delle esportazioni del petrolio venezuelano verso la Cina. Poi ha tentato di fare cadere il regime iraniano per prendere il controllo delle sue esportazioni di petrolio verso la Cina. Questo sogno di conquista si è però infranto sulla resistenza del popolo iraniano.
Il nodo centrale del vertice era quindi capire quale strategia globale gli Stati Uniti potrebbero scegliere in futuro e se sia compatibile con quella della Cina. Dalla fine della seconda guerra mondiale Washington ne ha messe in atto tre. Beijing invece ne ha avuto sempre una sola.
Naturalmente il presidente Trump e la sua amministrazione non si proponevano di trovare a Beijing risposta a questa domanda, ma solo di valutare quali sarebbero le conseguenze di ogni possibile scelta.
Il presidente Trump, rinunciando al metodo da cow-boy, the art of the deal (l’arte di fare affari), si è astenuto da ogni considerazione che avrebbe potuto essere interpretata in un senso o nell’altro, nonché provocare un incidente diplomatico. Ha smesso di postare messaggi sul suo social network, Social Truth, con la frequenza con cui respira: dalla cinquantina al giorno postati prima dell’arrivo in Cina a poche brevi riflessioni durante i tre giorni della visita.
Improvvisamente molto educato, Trump si è conformato all’usanza cinese di evocare il comune passato per giustificare l’odierna intesa. È stato un gioco da equilibrista. Per esempio, l’elogio alla prestigiosa università Tsinghua dove il suo omologo Xi Jinping ha studiato, è stato un mezzo per ricordare che fu finanziata nel 1909 dal presidente Theodor Roosevelt. Ma ha dovuto evitare di ricordare che ciò avvenne dopo che l’Alleanza delle Otto Nazioni ebbe sconfitto la Rivolta dei Boxer e imposto danni esorbitanti alla dinastia Qing. Se l’è comunque cavata senza incidenti.
Trump non ha mancato di ricordare che nel 1737 Benjamin Franklin pubblicò sul suo giornale, The Pennsylvania Gazette, estratti di The Morals of Confucius, sottolineando l’importanza della filosofia del saggio cinese per la virtù personale. O ancora che Confucio è raffigurato sul frontone orientale della Corte Suprema degli Stati Uniti, accanto a Mosè e Solone. Insomma, Trump si è mostrato uomo affascinante e colto, totalmente diverso dall’imbonitore spaccone dei giorni precedenti.
Durante il pranzo di Stato finale, nella grande sala del Palazzo del Popolo, Trump ha brindato agli ospiti dichiarando: «È stata una giornata fantastica e, in particolare, desidero ringraziare il presidente Xi, mio amico, per la magnifica accoglienza (…) e per averci ospitato con tanta gentilezza in occasione di questa storica visita di Stato».
Il presidente Xi Jinping ha risposto: «Pensiamo entrambi che la relazione tra Cina e Stati Uniti è la relazione bilaterale più importante al mondo. Dobbiamo farla funzionare e non rovinarla mai». E Trump ha aggiunto: «Questo momento storico offre alle nostre rispettive nazioni un’incredibile opportunità di promuovere la pace e la prosperità insieme alle altre nazioni di tutto il mondo».
La difficoltà era porre i due Paesi su un piano di parità ed evitare di offese reciproche. Se è evidente che la Cina produce più degli Stati Uniti, non è invece certo quale dei due Stati superi l’altro sul piano militare. Le armi cinesi sembrano migliori, ma solo le forze armate statunitensi hanno esperienza sul campo. I due capi di Stato hanno comunque evitato di porsi in competizione e hanno parlato solo di cooperazione.
Il vertice non ha soddisfatto gli imprenditori statunitensi. Le decisioni economiche sono state poche – a parte le mega-vendite cinesi di soia e quelle di altri prodotti agricoli statunitensi, nonché la conferma cinese di un accordo per l’acquisto di 200 aerei dalla Boeing – e ben al di sotto delle aspettative. Sembra che non sia stata affrontata nemmeno la questione dell’ammontare dei dazi doganali. Infatti sui prodotti cinesi importati negli Stati Uniti si applicano ancora dazi del 10%, che raggiungono addirittura il 50% su acciaio e alluminio.
Le azioni delle società cinesi di alta tecnologia dell’indice CSI 300 (Borse di Shanghai e Shenzhen) fanno registrato un calo di oltre l’1%, segno che non è stato compiuto alcun progresso sul commercio delle terre rare e dei componenti elettronici. Per contro le imprese statunitensi stanno già investendo massicciamente nell’intelligenza artificiale a Taiwan e in Corea del Sud.
Gli Stati di media importanza della regione, come il Giappone e la Corea del Sud, che erano molto preoccupati per il vertice, si sono rassicurati: non sono stati sacrificati in una spartizione del mondo tra i due grandi. Il Regno Unito e l’Unione Europea invece avranno sicuramente motivo di preoccuparsi: pensavano che Trump fosse ormai sulla linea di Elbridge Colby, e invece è tornato a essere jacksoniano, almeno per tre giorni.
Veniamo al nocciolo del problema: lo statuto di Taiwan. Durante la rivoluzione e la conquista dell’indipendenza, la Cina si è divisa in due: il continente, guidato da Mao Zedong e l’isola di Taiwan, guidata da Chiang Kai-schek. Nel corso degli anni le due regioni si sono sviluppate con sistemi economici e politici diversi. Non per questo hanno cessato di essere parti di un unico Stato, la Cina. Entrambi i popoli aspirano all’unità, come ha dimostrato il viaggio della presidente del Kuomintang (il partito di Chiang Kai-schek) a Beijing, il mese scorso, ma vogliono conservare le loro peculiarità. I neoconservatori, annullando la politica di Richard Nixon e Henry Kissinger, hanno risvegliato una piccola lobby indipendentista a Taipei, di cui fa parte il presidente della Repubblica. Beijing ha ripetutamente messo in guardia contro i pericoli dell’indipendenza dell’isola, che farebbe risorgere la guerra civile; Washington ha da parte sua moltiplicato i segnali contraddittori.
«Se ben gestite, le relazioni bilaterali possono mantenere una stabilità globale. Se mal gestite, i due Paesi andranno incontro a una collisione o addirittura a un conflitto, spingendo il rapporto Cina-Stati Uniti in una situazione estremamente pericolosa. L’indipendenza di Taiwan è fondamentalmente incompatibile con la pace e la stabilità di tutto lo Stretto di Taiwan. Mantenere la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan è il maggior fattore divisivo tra Cina e Stati Uniti. Gli Stati Uniti devono gestire la questione di Taiwan con la massima prudenza» ha ammonito il presidente Xi Jinping.
Il presidente Trump ha evitato di rispondere. «È possibile che entrambe le parti non siano del tutto d’accordo sulla questione. Un’altra possibilità è che potrebbe esserci una certa comprensione tattica, che però non sarà necessariamente messa per iscritto» ha commentato il colonnello Zhou Bo, un esperto cinese.
Rientrato negli Stati Uniti, il presidente Trump ha dichiarato di aver discusso con Xi Jinping della vendita delle armi a Taiwan e che a breve «prenderà una decisione» al riguardo. Finora Washington non riconosce Taiwan, ma le vende armi. Un lotto da 28 miliardi di dollari è in attesa dell’approvazione della Casa Bianca. Se il presidente, pur convalidando questo trasferimento, ne riducesse l’entità, sarebbe una dimostrazione di buona volontà. Non può però opporvisi senza scatenare le ire del Congresso.
In ogni caso, la decisione della Casa Bianca sulla vendita delle armi a Taiwan sarà un segno della sua scelta strategica, da cui si potrà forse dedurre l’evoluzione del conflitto nel Golfo Persico.
Persisteranno disaccordi importanti, come lo schieramento militare statunitense nell’Asia-Pacifico. Ma Beijing e Washington potrebbero proseguire la cooperazione in materia di commercio non-sensibile nonché di sicurezza dell’IA.
Questa settimana il presidente russo Vladimir Putin si recherà a Pechino. Si tratta di una visita di routine, prevista da tempo e senza protocollo. Discuterà con il presidente Xi Jinping della comune strategia nei confronti degli Stati Uniti. Sembra che abbia già concluso con Washington la pace in Europa orientale e balcanica. Inoltre ha appena ottenuto dal partner statunitense le dimissioni di Christian Schmidt, alto commissario tedesco dell’Unione Europea, che stava preparando la guerra in Bosnia-Erzegovina.











