Pur per ragioni diverse, Israele e Stati Uniti portano entrambi la responsabilità dell’aggressione all’Iran.
Sebbene le notizie sulla guerra contro l’Iran e i conseguenti aumenti dei prezzi ci preoccupino, noi occidentali non percepiamo affatto la sua conseguenza più importante: basandosi su uno dei testi basilari del diritto internazionale, la Repubblica Islamica d’Iran c’impone una rilettura dei nostri stessi impegni.
Un’aggressione illegale di Israele e Stati Uniti È evidente che Israele e Stati Uniti non avevano alcun diritto di attaccare l’Iran il 28 febbraio 2026. Ma siamo pochi ad affermarlo pubblicamente. Soprattutto in Occidente, dove si è soliti non prendere posizione. Quindi rari sono coloro che osano riconoscere che Israele e Stati Uniti si stanno comportando da barbari.
Il diritto internazionale non è un Codice paragonabile a quello penale, è una serie di impegni che gli Stati che li hanno assunti devono rispettare: non ci si può comportare da barbari; non si deve ricorrere alla propaganda di guerra; si deve rinunciare alla colonizzazione e riconoscere il diritto dei popoli all’autodeterminazione; non si devono minacciare altri Stati; non si devono aggredire i propri vicini o rendersi complici di aggressioni.
L’ambasciatore Michael G. Waltz, rappresentante permanente degli Stati Uniti presso l’Onu, soltanto il 10 marzo [a 10 giorni dall’aggressione! Ndt] ha dichiarato che la guerra in corso ha lo scopo di «proteggere le forze armate statunitensi presenti nella regione, garantire la libera circolazione del commercio marittimo nello Stretto di Hormuz e proteggere alleati e partner degli Stati Uniti dall’Iran e dai suoi mandatari» [1]. Si noti che la giustificazione di Waltz non riguarda lo scoppio della guerra, ma solo il suo proseguimento.
Lo stesso giorno Gideon Sa’ar, ministro degli Esteri israeliano, in una lettera indirizzata al Consiglio di Sicurezza spiegava che l’attuale guerra, denominata Leone Ruggente, è il secondo round dell’Operazione Leone Nascente ed è giustificata dalla risposta dell’Iran ai primi bombardamenti israeliani. E, per provare che Teheran vuole da tempo annientare l’intera popolazione ebraica israeliana, Sa’ar, citava gli slogan delle manifestazioni iraniane: «Morte a Israele! Morte agli Stati Uniti!» Il testo proseguiva nell’intento di dimostrare che l’Iran si prepara a fabbricare la bomba atomica e missili balistici, per cui Tel Aviv ha dovuto agire prima che fosse troppo tardi. La lettera si concludeva con un omaggio al «coraggioso popolo iraniano che ha cercato di liberarsi dal giogo tirannico [del regime]» [2].
In questo modo Israele ha usato la sua solita tecnica di riprendere la narrazione partendo dal momento che gli conviene, passando sotto silenzio gli antecedenti: il bombardamento della residenza dell’ambasciatore iraniano a Beirut del 1° aprile 2024 e la risposta iraniana del 1° ottobre; poi l’attacco “preventivo” israeliano del 13 giugno 2025 e la successiva replica iraniana. Ebbene, queste operazioni sono, ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, aggressioni.
Interpretare lo slogan «Morte a Israele!» come volontà di annientare la popolazione di questo Stato è errato. Teheran intende porre fine allo Stato canaglia di Israele, autoproclamato il 14 maggio 1948, che non riconosce. Ciò non implica che voglia ucciderne la popolazione, che anzi rispetta. Teheran continua a rimanere fedele al piano di divisione della Palestina adottato dalle Nazioni Unite il 29 novembre 1947. È Tel Aviv che invece lo respinge; il 17 settembre 1948 uccise il mediatore delle Nazioni Unite, lo svedese Folke Bernadotte, recatosi in Israele per studiare i confini delle zone da attribuire rispettivamente agli ebrei e agli arabi.
Quanto all’accusa all’Iran di portare avanti ricerche in materia nucleare militare è un leitmotiv che Benjamin Netanyahu ripete da trent’anni. Eppure non è mai stata provata, nonostante numerosi tentativi, compreso il furto degli archivi nucleari di Teheran.
Al contrario, gli ayatollah Ruhollah Khomeini e Ali Khamenei hanno emesso fatwa che vietano il ricorso ad armi di distruzione di massa, comprese quelle nucleari. Ma, soprattutto, le delegazioni cinese e russa ai colloqui di Losanna e di Vienna (2013-2015) hanno attestato che l’Iran ha effettivamente cessato ogni ricerca nucleare militare nel 1988 e non l’ha mai ripresa. La Russia, che sino al mese scorso conduceva un programma nucleare civile in Iran, ha pieno titolo per affermarlo. Persino l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), pur non avendo accesso a tutti i siti nucleari iraniani, non ha mai trovato traccia di ricerche a fini militari.
Tuttavia, il fatto che la guerra di Israele e Stati Uniti sia illegale non esclude lo sia anche la risposta iraniana.
Il Consiglio di Sicurezza adotta una risoluzione contro l’Iran che viola il diritto internazionale.
La Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza dell’11 marzo 2026 Finora tutti abbiamo dato per scontato il diritto di uno Stato aggredito di difendersi dall’aggressore.
Su iniziativa del Bahrein, l’11 marzo 2026 il Consiglio di Sicurezza ha adottato la Risoluzione 2817 che, in violazione del diritto internazionale, condanna la risposta iraniana [3]. Solo le delegazioni russa e cinese si sono rifiutate di approvarla. Il rappresentante permanente all’Onu della Russia, Vassili Nebenzia, ha infatti ricordato che «le autorità di Teheran hanno ribadito più volte che le reazioni iraniane non miravano ai Paesi della regione, ma alle installazioni e alle infrastrutture militari statunitensi situate sul loro territorio, che costituiscono obiettivi legittimi alla luce del diritto alla legittima difesa dell’Iran, conformemente all’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite». Nebenzia ha citato il quartier generale della V Flotta in Bahrein, la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita, la base aerea di Dhafra negli Emirati Arabi Uniti, nonché quelle del Kuwait, della Giordania e dell’Iraq.
Intanto il conflitto si è esteso: oggi coinvolge anche Regno Unito, Cipro, Bulgaria, Romania e Australia.
La Risoluzione 2817 non solo è sbilanciata, giacché non menziona l’aggressione all’Iran, ma solo la risposta iraniana senza collocarla nel giusto contesto; ma viola il diritto internazionale che è suo dovere far rispettare; e ignora il diritto di legittima difesa dell’Iran.
Cina e Russia avevano proposto una risoluzione alternativa (S/2026/159), estremamente sobria, che si limitava a esortare i belligeranti a cessare le operazioni militari e condannava «gli attacchi contro i civili e le infrastrutture civili».
Questo è il punto debole: l’Iran, come ogni Stato in guerra, ha colpito nel Golfo involontariamente civili e infrastrutture civili. Ebbene, il diritto internazionale, sin dalla sua creazione nel 1899, proibisce di attaccare infrastrutture civili senza una ragione militare. L’Iran ha, per esempio, distrutto impianti di desalinizzazione indispensabili alla vita quotidiana della popolazione civile, senza spiegare in che modo ciò fosse utile al suo obiettivo militare.
Al termine di numerosi e lunghi dibattiti, l’Assemblea Generale dell’Onu adotta la definizione di aggressione.
La Risoluzione 3314 (XXIX) dell’Assemblea Generale del 14 dicembre 1974 Secondo la procedura del Consiglio di Sicurezza, l’Iran, semplice Stato membro dell’Assemblea Generale, ha avuto la parola solo dopo la votazione dei quindici membri del Consiglio. Al momento della votazione, Cina e Russia hanno condannato l’aggressione illegale di Israele e Stati Uniti, senza però citare la Risoluzione 3314 (XXIX), che loro stesse non ricordavano. Questa Risoluzione stabilisce espressamente, all’articolo 3, lettera f, che «il fatto che uno Stato permetta che il proprio territorio, messo a disposizione di un altro Stato, venga utilizzato da quest’ultimo per perpetrare un atto di aggressione contro uno Stato terzo» costituisce anch’esso un atto di aggressione [4]. Questa risoluzione è uno dei testi più importanti del diritto internazionale: definisce che cos’è l’«aggressione» che tutti gli Stati membri dell’Onu, firmando la Carta dell’Organizzazione, si sono impegnati a non commettere mai.
La Risoluzione è stata approvata all’unanimità da tutti gli Stati membri dell’Assemblea generale, senza votazione. È quindi indiscutibile.
È probabile che i membri del Consiglio non abbiano sentito la citazione della Risoluzione 3314 dell’ambasciatore iraniano, Amir Saeid Iravani, che l’ha definita vincolante per tutti (Jus cogens). In seguito lo ha ribadito in una lunga serie di lettere ove giustifica l’attacco ai Paesi del Golfo e alla Giordania.
Per diverse settimane gli Stati del Golfo e la Giordania si sono intestarditi ad affermare che, avendo loro stessi chiesto agli Stati Uniti di installare basi militari sul proprio territorio per essere protetti, l’Iran non ha alcun diritto di attaccarli. La questione veniva approfondita attraverso un nutrito scambio di lettere finché gli Stati del Golfo e la Giordania si sono resi conto di essere in trappola: attaccando l’Iran, il loro “protettore” li aveva trasformati in bersagli. Hanno quindi abbandonato il riferimento alla Risoluzione 2817 del Consiglio e si sono prodigati per assicurare all’Iran che non vogliono essere complici dell’aggressione.
Hanno però sottolineato che la Risoluzione 3314 (XXIX) non autorizzava l’Iran a prendersela con i civili; il principio basilare del diritto internazionale è: «non comportarsi come barbari». Teheran ha immediatamente smesso di prendere di mira impianti di desalinizzazione, continuando a bombardare le basi militari statunitensi. Poiché gli Stati del Golfo insistevano a pretendere il risarcimento dei danni subiti, l’Iran ha alzato la posta: accusandoli di complicità con l’aggressore, ha a sua volta chiesto loro un risarcimento, come già a Israele e Stati Uniti.
L’Organizzazione Marittima Mondiale adotta una dichiarazione contro l’Iran, in violazione del diritto internazionale.
La Convenzione sui Diritti del Mare del 10 dicembre 1982 Un altro tema di diritto internazionale che questa guerra ci costringe a ripensare è quello degli stretti. Esiste il diritto di impedire il passaggio attraverso uno stretto o di riscuotere un pedaggio?
La Convenzione sui Diritti del Mare stabilisce che nessuno può vietare il «passaggio inoffensivo» delle navi nelle acque dei propri stretti; anche se non qui specificato, la disposizione non si applica in tempo di guerra. La Convenzione non dice nulla su eventuali pedaggi.
Come già il Consiglio di Sicurezza, anche un’agenzia delle Nazioni Unite, cioè l’Organizzazione Marittima Internazionale, il 19 marzo 2026 ha adottato, per iniziativa degli Emirati Arabi Uniti, una risoluzione che viola il diritto internazionale [5]. Essa esige che «l’Iran si astenga immediatamente, in conformità con il diritto internazionale, da ogni azione o minaccia volta a chiudere, ostruire o ostacolare in qualsiasi modo la navigazione internazionale nello Stretto di Hormuz o contro le navi mercantili o commerciali nello Stretto di Hormuz o nei suoi dintorni».
Questa dichiarazione è stata adottata mediante un espediente procedurale che ha permesso di derogare al diritto generale e di non rispettare il preavviso di un mese necessario per qualsiasi riunione degli organismi ONU [6]. Era stata presentata da 115 Stati membri su 176.
Le acque dello Stretto di Hormuz non sono internazionali. Sono acque territoriali dell’Oman e dell’Iran, nonché, per una piccola area all’imboccatura del Golfo Persico, degli Emirati Arabi Uniti. È una situazione analoga a quella del Passo di Calais, detto anche Stretto di Dover, nel Canale della Manica. Qui non ci sono acque internazionali, ma solo acque territoriali francesi e britanniche. In occasione del naufragio della petroliera Amoco Cadiz, nel 1974, 60 mila tonnellate di petrolio greggio si riversarono su 375 chilometri di costa. La Francia e il Regno Unito non avrebbero potuto vietare il passaggio alle petroliere, ma avrebbero potuto esigere un pedaggio per finanziare la bonifica delle coste. Non l’hanno fatto e la Francia si è accollata da sola i costi della catastrofe. L’Oman e l’Iran, e forse gli Emirati, potrebbero oggi istituire un diritto di passaggio nello Stretto di Hormuz per far fronte ai costi di una possibile catastrofe di questo tipo. Nessuno potrebbe opporvisi.
In questo periodo l’Iran ha bloccato il passaggio delle navi legate agli aggressori: atto compatibile, in tempo di guerra, con la Convenzione sui Diritti del Mare. A loro volta gli Stati Uniti hanno bloccato quasi completamente lo Stretto: un atto di guerra nei confronti dell’Iran e un ostacolo alla libera circolazione delle navi straniere. Infine l’Iran ha stabilito un diritto di passaggio, che può arrivare a due milioni di dollari per il transito di 250 mila tonnellate di petrolio greggio. Questo pedaggio non può essere imposto in tempo di pace, ma nessuno può contestarlo in tempo di guerra, in riparazione delle distruzioni inflitte all’Iran.
Contrariamente a quanto è stato affermato, l’Iran non ha mai bloccato lo Stretto di Hormuz alla navigazione internazionale, ma solo agli Stati che gli muovono guerra [7]. Ha invece denunciato il blocco attuato dagli Stati Uniti in violazione del diritto alla libera circolazione sui mari [8].











